martedì 22 settembre 2009

Il teatro politico di MArio Perrotta

Nell’ambito della XIII esplorazione del Festival Internazionale Castel dei Mondi di Andria è andato in scena - domenica 6 settembre - per la regia di Mario Perrotta “Il Misantropo di Molière o Dell’individuo VS sociale”. In scena, con l'attore leccese che ha curato la traduzione del testo portato in scena, Marco Toloni, Lorenzo Ansaloni, Paola Roscioli, Francesca Bracchino, Nicola Bortolotti, Alessandro Mor e Maria Grazia Solano.

Lo spettacolo apre la “Trilogia sull’individuo sociale” un'indagine che l'attore - nato a Lecce nel 1970 - svilupperà nell’arco di tre anni. Al Molière, presentato in prima nazionale lo scorso giugno per il Festival delle Colline Torinesi, seguiranno nel 2010 “I cavalieri di Aristofane - o Dell’agone politico e della utopia sociale”; e nel 2011 “Bouvard e Pécuchet di Flaubert - o Dell’utopia individuale”.

“...È nello scontro tra Alceste (il misantropo) e Oronte (l'uomo di potere)
che esplode il massimo abuso, dando segno di una società talmente malata di rapporti di interesse da giustificare la misantropia del protagonista”

«Nel Salento, in Puglia, non giro! Non giro! D'altronde si dice “Nessuno è profeta nella propria patria”. E' toccato a molti! Pensate a Carmelo Bene ed è facile rendersi conto di come le cose vanno nel nostro bel Salento». Ma via, animo! C'è sempre un'altra Patria ad accogliere la maestria e certo, Mario Perrotta l'ha trovata!

Così comincia il nostro dialogo con l'attore interprete di tante narrazioni che hanno riguardato il Sud, quello delle migrazioni, in Svizzera, in Belgio. Uno scavo nei punti di crisi e di bellezza di una società in cerca di futuro: gli Italiani cìncali (zingari) così li chiamavano in Svizzera. E' stato quest'anno finalista per i premi Ubu nella categoria Miglior Attore per lo spettacolo “Odissea”.

Lo raggiungiamo al telefono, ospite nelle settimane scorse del Festival Internazionale Castel dei Mondi di Andria in scena con una sua scrittura scenica de Il Misantropo di Molière.

Dopo il tuo lavoro in solo, torni ad una scena agita con altri attori! Una scelta di produzione? O la necessità di tentare una poetica altra, corale: “Otto solitudini in uno spazio vuoto” per questa riproposta di Molière.
Il lavoro in solo è quello che mi ha dato il successo penso però che il teatro sia anche lavorare insieme agli altri e ne avevo bisogno dopo sei anni di solitudine sul palcoscenico. Dopo seicento repliche fatte sono stanco e soprattutto c'è da dire che mi interessava aprire una nuova fase di ricerca e di confronto in un lavoro corale. Oggi il fatto di essere riconosciuto come attore ed autore mi da la possibilità di portare in giro questo Molière. Ho seguito la mia necessità che era ed è quella di lavorare con altre persone in scena. Certamente tornerò a fare delle cose da solo ma spero di riuscire sempre a mantenere vivo il senso di necessità nel progettare e nel fare il lavoro del teatro.
Dal punto di vista dell'economicità questa indagine sul contemporaneo traversando dei “classici” è controtendenza. Il tornaconto di produzione consiglierebbe - in un momento di crisi totale - di fare cose da solo, con un'economia più sostenibile. Molti mi chiedono “hai raccontato la nostra migrazione e l'immigrazione degli altri perchè non continui...”. Ma a me, uomo di teatro, non importa, sono consapevole che questa idea della trilogia, dell'indagine è un'idea completamente sbagliata dal punto di vista del mercato, ma non sono un commerciante, sono un uomo di teatro.
Mi interessa la poesia.

Questa riproposta di Molière è il primo impegno di una trilogia che si confronta con drammaturgie dense e significative per il nostro contemporaneo. Un trilogia politica?
L'ingombro del sociale, la sua invadenza e la solitudine dell'individuo. Il misantropo di oggi gioca in difesa? E' un eroe che gioca la sottrazione dal dovere, dalla regola, anche dall'odio forse? E' rivoluzionario in una società, la nostra, dove non c'è più il “noi”? Un Misantropo che si fa “militante dell’etica” ha scritto Rossella Battisti su L’Unità. Ritirarsi, negarsi è un po' vincere?

Non mi piace la banalità di far coincidere il teatro civile con il racconto la nostra storia contemporanea. Si fa teatro civile anche con Molière, con Shakespeare. Certo se uno ripropone questi autori per fare museo come fanno la gran parte dei grandi nomi dei nostri palcoscenici, i “vecchioni” che dovrebbero essere in pensione da un pò, non c'è storia, è come imbalsamarli.
Molière, Shakespare non sono dei “classici” la loro scrittura è “universale”, va oltre il tempo e allora, affrontare questi testi in senso politico si può.
Io uso Molière per riflettere sul mio tempo e siccome oggi una delle cose che ci attanaglia di più è l'abuso di potere e quello che comporta lì lo trovo descritto così bene che non vedo perché mi devo mettere a scrivere io quando Molière offre una sostanza drammaturgica ancora generante.
Somigliamo molto alla corte di Re Sole.
Non è un caso se abbiamo un premier che invece di fare il Presidente del Consiglio si crede un Re. Penso che niente si confà di più a lui che chiamarlo Re Sole, ne sarebbe senz'altro felicissimo. Somigliamo molto all'ambiente in cui nasce Misantropo, quello contro cui si scaglia Molière con la sua commedia. La reazione del protagonista se pur “integralista” - è un talebano dell'etica, ma scopre il fianco alla seduzione, cosa che lo rende più umano - le istanze di Alceste (il misantropo, il protagonista), sono assolutamente condivisibili a differenza degli altri malati di Molière.
l'Avaro, il Malato Immaginario, il Borghese gentiluomo, son “malati” di cui nessuno condivide l'approccio all'esistenza, le istanze di Alceste sono invece eticamente profonde, il problema è che un integralismo etico di quel genere porta al solipsismo. Egli però tradisce ogni sua istanza etica di fronte alla pratica dell'amore. E quindi lo demitizzi, sei portato a non credergli più, non sai bene dove collocarlo il suo atteggiamento. Ma le sue istanze le condivido totalmente è chiaro che però bisogna saper vivere al mondo. Sapere che tutto è relativo, almeno nelle cose umane e quindi bisogna imparare ad essere un pò meno integralisti. Viviamo in un mondo dove c'è assenza di valori etici almeno così appare quello che ci proprinano - c'è poi tanta gente che lavora con dedizione e costanza ma purtroppo non la vediamo, non ha visibilità.

L'8 settembre esce il tuo nuovo libro “Il paese dei diari”, lo presenti, con Francesco De Gregori (che riceve quest'anno il premio Città del diario), il 13 settembre a Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo, dove ha sede l'Archivio Diaristico Nazionale, fondato nel 1984 da Saverio Tutino. Lì si conservano i diari, le memorie e gli epistolari degli italiani, fino ad oggi 6000 storie di vita. Perchè questo tuo interesse? La vita, le storie, sappiamo nutrono l'attore, la drammaturgia, il teatro ma c'è anche qualcos'altro custodito nel segreto delle autobiografie, nel privato, nell'intimo di narrazioni scritte per non essere pubbliche?
Trovo l'emozione tradotta in scrittura! Sapendo di non essere letti in un diario si scrive a cuore aperto, si scrive anche l'inconfessabile. Trovi il punto di vista particolare, questa è la cosa che per un teatrante è molto importante. Trovi l'approccio ad un evento storico - interpretato e riconosciuto dalla storiografia in un certo modo - in una visione totalmente personale, una versione parziale che proprio in virtù di questo limite è straordinariamnete teatrale!
Credo che non si da teatro se non c'è un punto di vista.
Se devi raccontare la Storia come ce la raccontano gli storiografi posso ricorrere ad un buon libro di Storia. Se invece devo raccontare l'immigrazione con il mio punto di vista, non avendo vissuto quella vicenda in prima persona, devo andare a cercare le storie piccole delle persone, i loro vissuti, il loro sentire, la loro intimità. Poi, qualcuno può appuntare che quello che fai storiograficamente non è affidabile! Ma che importa! Io, in teatro, devo veicolare emozioni e quello cerco nelle storie.
Per questo ho frequentato Pieve Santo Stefano, per cercare storie.
Poi è venuto “Il paese dei diari”.
All'Archivio avevano visto i miei spettacoli, letto ed apprezzato il mio precedente libro, (“Emigranti express”, edito da Fandango. Ndr) ascoltato la trasmissione che ne è nata (in onda su Radio Due e finalista al Prix Italia, premio internazionale per la radio, televisione e web nel 2007. Ndr) da tutto questo lavoro è venuto il Premio Città del Diario che mi è stato assegnato nel 2008. Era la quarta edizione dopo Marco Paolini, Ascanio Celestini e Rita Borsellino è toccato a me!
Da questa frequentazione e conoscenza è venuta la richiesta di scrivere un libro sulla storia dell'Archivio! A loro piaceva insomma il mio modo di scrivere, io ho proposto un romanzo - non potevo fare un saggio, tracciare un profilo “biografico”, l'avrebbe fatto meglio un giornalista - e allora ho pensato che era meglio raccontare mischiando. Ci sono le figure che realmente vivono l'archivio, c'è Saverio, che è Tutino, l'artefice ci sono le storie dell'archivio e c'è la parte romanzata.

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