domenica 8 febbraio 2009

Don Fefè e Ciccillo, la saga di Cipìernola di Giuse Alemanno

di Antonio ERRICO

In una nota autografa sulla prima pagina del dattiloscritto che mi ha mandato, Giuse Alemanno scrive: “ questo lavoro ha bisogno di un avvertimento: se ti scappa un sorriso vuol dire che avanzo un caffè”. Poi, a libro concluso, a narrazione finita, il concetto del sorriso viene ripreso, sintetizzato e formalizzato in un’espressione: “ difendere la capacità di sorridere è una forma di resistenza”.
“ Le vicende notevoli di Don Fefè, nobile sciupafemmine e grandissimo figlio di mammagiusta, e del suo fidato servitore Ciccillo”, che Giuse Alemanno pubblica con Icaro nella collana “narrazioni”, con il coordinamento editoriale di Mauro Marino e il progetto grafico di Valentina Sansò, quando e se suscitano un sorriso, lasciano sulla labbra una crespa di amarezza. Come accade per il sorriso che viene per una scena di Charlie Chaplin, per quelle di un film neorealista, per certe pagine di Vitaliano Brancati. Dietro ( sotto) il sorriso si nasconde tutta l’amarezza del tempo, il dramma silenzioso dell’umanità che si consuma nella vacuità dell’apparenza, nell’inconsistenza di quelle forme del vivere che celebrano il niente giorno per giorno, respiro per respiro.
In queste narrazioni di Giuse Alemanno, il sorriso è l’elemento che provoca lo scompiglio nel clichè di un sud di eterni dongiovanni: maschere dall’apparenza immutabile, eterna, che invece invecchiano nell’immobilismo e nel rifiuto di ogni nuovo corso della storia. Gattopardi in minore che si illudono di sopravvivere alle mutazioni antropologiche rifugiandosi nella celebrazione di una memoria ricoperta di muffa.
Così l’esistenza si riduce ad una farsa, ad una messinscena contrabbandata per realtà, all’ostentazione di uno status ormai privo di un qualsiasi concreto significato e ridotto ad orpello, ad artificio, attraversata da malesseri indecifrati, dissimulate nostalgie, da un disincanto senza rimedio, da un’indolenza corrosiva.
La lingua adottata da Alemanno è la traduzione efficace di questa ideologia sgretolata: è strutturata sulla variante regionale – o sub regionale – dell’italiano, con un considerevole apporto lessicale del dialetto. Realistica e parodistica allo stesso tempo. Contraddistinta da passaggi rapidi, ad effetto. Proveniente da quello stile con il quale sono stati scritti molti capolavori del Novecento. E’ una lingua che punge le creature e le cose di cui parla facendone venir fuori il sangue, o la linfa o il pus, o gli stracci e la paglia.
La nobiltà in disarmo che si aggira nei palazzi del microcosmo che è quello “ sprofonderio di sud” chiamato Cipìernola, avverte e vive con inconsapevole rassegnazione e con incomprensibile ansia la fine di un mondo. Si rende conto che quella “ massa di miserabili pezzenti, sono i buoni, sono i vincitori” anche se non capisce di economia, di progresso, di cultura.
Sono questi i temi che appartengono alla narrativa di Giuse Alemanno: la rivolta interiore e il sentimento di rivoluzione che fanno crescere le masse, che le affrancano da una condizione di subalternità, di marginalità, di emarginazione.
Anche il paradosso appartiene alla cifra narrativa di Alemanno: quella creazione di situazioni che fa saltare in aria sistemi di pensiero consolidati, forme culturali stratificate, tradizioni, consuetudini, strutture e apparati sociali che all’apparenza sembrano indistruttibili, provenienti da una predestinazione, da una volontà divina che in quanto tale non può contemplare nessun contrasto esterno e nessuna interna contraddizione.
Quella di Alemanno è una letteratura di impegno che pretende - ancora – di scuotere coscienze nuove attraverso la proposta di storie che nascono dall’incrocio di una tradizione popolare e di una tradizione colta. I vinti senza speranza di Verga, qui trovano la possibilità e il coraggio di Claretta che a Don Fefè riesce a sputare in faccia un’espressione catartica, riferita a lui e ai suoi morti, che vale molto di più di un assalto alla Bastiglia.

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