martedì 9 settembre 2008

Follemente fortissimamente volli, Poesia.


Nella foto l'artista Adrian Paci che porta sulla schiena il tetto d'una casa.

E' un pò il declaro di Antonio Verri che irene racconta in questo suo articolo per Paese Nuovo


Quante altre volte guarderete levarsi la luna -

forse venti - eppure tutto sembra senza limite."

("Il tè nel deserto"- B. Bertolucci, 1990)


Ho compreso che il tempo della poesia non esiste,

perché sarebbe confinarla, sarebbe ucciderla,

ella è orfana di Cronos



Incontro ravvicinato del terzo tipo.
di Irene Leo

Ho sempre creduto per una qualche ragione, che la Poesia fosse un tassello mancante.

Sì la spiegazione lecita alla mancanza di un qualcosa, il completamento estremo di quel vivere in maniera terrena. Mi pongo domande, senza risposte, e mi porgo vedendomi da lontano. E mi vedo. E vedo il tutto. Chi siamo noi in fondo? Veniamo al mondo posando subito il piede sul freddo grigiore che ci nega il desiderio più aulico e grande, per il quale venne buttato giù una volta, un angelo negli inferi, probabilmente.

Cerchiamo disperatamente il lato diverso delle cose, l'impossibile, irraggiungibilità e miriamo da lontano l'aguzzo ago che fa scoppiare gli occhi degli altri, sperando non ci tocchi mai. Non troppo. Fredda lancetta che avanza inesorabile sotto i polpastrelli come una firma materica scavata nella carta bianca di un tempo, ora gialla, ora ferma, ora senza il movimento di un moto perpetuo. Fingiamo di non capire noi, e su di un asse poco dritto restiamo in equilibrio prima di vedere il baratro, appena, di ciò che siamo e vorremmo essere.

La nostra pochezza è mascherata spesso da malinconie e cose non dette, ci vestiamo il capo di ottimi cappelli, ed ombrelli là sulle labbra, tutto deve rimbalzare via, tutto deve essere perfetto, tutto deve essere l'inganno meraviglioso di un sole che sorge ad ovest. Ci contiamo le dita, alcuni esclamano di averne sei per mano, e sono quelli più furbi e più veloci. Altri non hanno mani. La coscienza dei nostri limiti è pesante come una spada rovente sul respiro, sul petto, sulle carni nelle vene e punge squarta, trafigge, crocifigge. Non potendo noi condannare noi stessi puntiamo il dito verso il vuoto degli altri. Non sappiamo, o si ...non immaginiamo nemmeno cosa si cela nell'altrove...

In quel verso sbiadito e caduto da qualche bocca, appena maturo, c'è il senso più grande di un senso qualunque, quello dell'eterno che si racconta e ci dice che tutto è di più di un volo di gabbiano. Attorno a quell'aria smossa da una penna, si smuovono anche forze distruttrici dal valore più sotterraneo e violento. La vedo con sguardo nuovo ed innamorato, ella è crudele, ed è il boato di un'addio, l'acqua di un onda, la smorfia di dolore di una madre, l'assenza di chi non c'è, la presenza viva e ritmata del cuore, la gioia perversa di una farfalla, ella è...

Non v'è poesia che non sia sussulto sferico di particelle non tangibili, matassa aggrovigliata di energia scomposta pronta ad esplodere... la senti, la avverti che si dipana nel tempo, strappandolo, ponendosi al di là del tutto umano che possediamo. Insegna che nei capelli l'aria o il profumo del mare rimangono eterni, anche se i capelli cadranno e saranno bianchi e sbiadiranno dentro angusti spazi orizzontali maleodoranti. Ho sempre pensato che nel mio essere solo un errante passeggero, dovesse esserci una verità nel camminare a piedi nudi sulle spine vetrose. Ho depositato da tempo cappelli ed ombrelli, in cambio della mia pelle, del dono della parola, quale complementarità più grande, oltre me. Ho compreso che il tempo della poesia non esiste, perché sarebbe confinarla, sarebbe ucciderla, ella è orfana di Cronos. Esiste il tempo degli esseri viventi che alla poesia anelano, quale unica eternità. Ho avuto modo di capire. Accade per caso, ammesso esista il caso. E si sa. Si comprende, o ci si avvicina alla comprensione.

-"Voglio mostrarti una cosa!"

La voce di Antonio, (Natile, il mio compagno) ha un solo colore chiaro netto e preciso, i suoi occhi specchiano la sua emozione.

Mi porge una sorta di contenitore di cartone, piuttosto spesso. Una cartellina tenuta insieme da un legaccio di fortuna. Ha un odore di cantina, di cose perdute e mai ritrovate, eppure pare come amica alle mie mani che ne slacciano i legacci. Fogli, innumerevoli fogli di poesia e poeti, voci anime e pezzi di stomaco pelle vita qua e là...e poi su tutto il piccolo cielo di una pagina, ed una scritta in blu. Ho toccato il solco della penna di Antonio Verri, la sua firma, una dedica scritta di suo pugno su una copertina, un giorno, sul numero di una rivista conservata nella biblioteca che frequento. Ballyhoo la rivista (Pensionante de' Saraceni), numero speciale, custodita presso l'archivio della poesia pugliese, nella biblioteca comunale di Noci. Mi sono ritrovata a pensarci su estraniandomi. L'illuminazione è stata come uno scossone nelle mie visceri. E' stato un attimo breve ma altrettanto lungo, uno scambio di visioni tra me che sono qui, e l'eterno che è altrove. Scorrendo tra le pagine e le scritture colorite, per osmosi ho ascoltato silente nel massimo rispetto una tagliente polifonia. Ho passato due ore cercando di cavare dalla carta, il profumo, l'essenza, l'anima del tutto.

"Fate fogli di poesia poeti...", diceva, ma solo ora ho compreso il perché. Ora che quella spada mi ha trafitto la gola completamente, ora che la ferita è diventata feritoia...solo quando Poesia si è impadronita pienamente di me. Ella è il tassello mancante, tra me e la luna, è l'eternità che non si fa possedere, ma possiede. L'unica Follìa che colora le mani...oltre le mani stesse. Lo starnuto in una costellazione di quieti pensieri.

(Ho guardato Antonio ed ho chiuso gli occhi, prima di riaprirli in un sorriso nuovo.)
P.S: Non ho nessuna indicazione stavolta per te caro lettore, scrivi, leggi, pensa, e vivi i tuoi pensieri.

Sarà Poesia.

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