giovedì 31 luglio 2008

lunedì 28 luglio 2008

giovedì 24 luglio 2008

Sempre nuova è l'alba

Il poeta è una cicala. Frruuu crriiii....si quella cicala che dondola negli ulivi d'estate in balia di un vento che non scuoce ed è sempre al dente, implacabile, commestibile, attento, imprevedibile. Il poeta (nella sua accezione più autentica) dona come i suddetti insetti un canto libero di legacci e paranoie finalizzate al pane quotidiano. Almeno sul suo albero egli non offre il fianco all'indagine di mercato e si avviluppa sulla foglia più vissuta e più morta, quella pronta a lasciarsi andare nel rosso del fondo, con gli occhi nel blu delle altezze. E' il gusto innato per l'emozione pura e per il verso in bilico che lo sospinge a cambiare la sua pelle nel tempo, evolvendosi, piano piano. Il suo canto nasce dalle viscere dove tremula, vibra la membrana della voce radica nei cunicoli più neri, tra polmoni e stomaco. La cicala compie i suoi voli come cieca. Proprio ieri una ne ho vista sbattermi ripetutamente sulla gamba con innata testardaggine insettifera, fino a farmici spostare. I poeti sanno abbattere le mura, cavando lentamente nella pietra e nel cemento come goccia di sangue e mai di acqua. C'è vita che condensa nei loro impatti con la reltà. Molti poeti/cicala hanno lasciato noi, un segno talmente echeggiante che la loro voce ce la portiamo con noi negli occhi, intrappolata a vita. Io lo ricordo spesso il canto di Antonio Verri, così implacabile e martellante, così volto al collettivo viversi, nel suo fate fogli di poesia poeti!!. Eh sì perchè le vere cicale, benchè cantino apparentemente da sole poi tendono a ritrovarsi tutte, e ai soliloqui preferiscono, la polifonia. Ho visto un uomo, un giovane uomo ispirato porgere dal suo albero di Poeta, un invito, ho visto altre voci rispondere e sorridere. Ho visto chiamare anche a me in questo ritrovarsi insieme. Sì posso giurarvelo, il 1 agosto i poeti cicala saranno volti più che mai a regalarsi alla platea, ma soprattutto ai cuori della platea stessa....senza smania di protagonismo, ma per amore. E' fatto raro? Probabilmente sì...ma importa ora il canto che colori l'alba, non altro, che come diceva il grande piccolo (nell'umiltà c'è la grandezza) Rocco scotellaro, ogni Alba è nuova. Per il resto...Chiedo scusa alla favola antica se non amo l'avara formica./ Io sto dalla parte della cicala/che il più bel canto non vende, regala. (G. Rodari)
E voi?
Irene Leo

http://ireneleo.wordpress.com/


SEMPRE NUOVA E' L'ALBA-Libera notte di Poesia
Noci, scala monumentale della stazione, start 21.00
Direzione artistica di Antonio Natile, con il patrocinio del comune di Noci

http://semprenuovaelalba.splinder.com

Con: Lino Angiuli, Vittorino Curci, Irene Leo, Mauro Marino, Piero Rapanà, Manila Benedetto, Tiziano Serra, Vito Antonio Conte, Giovanni Santese, Orodè, Guido Picchi, Annamaria Mangia, Margherita Macrì, Paolo Ferrante, Renato Grilli, Francesco Gentile, Alessio Argentino, Marthia Carrozzo, Gianni Minerva, Massimiliano Manieri, Angelo Petrelli, Biagio Lieti, Vincenzo Mastropirro e molti altri autori nonchè la partecipazione del Fondo Verri, e la melodia degli OOVOO (Checco Curci, Piero D'Aprile, Fabio Brigida, Ciccio Turi).

mercoledì 23 luglio 2008

mercoledì 16 luglio 2008

martedì 15 luglio 2008

mercoledì 9 luglio 2008

Sacro a tentativi



personale fotografica di Carlo Michele Schirinzi on-line sul sito di FARM
(www.farm37.it), nella sezione FARM-ART,
dal titolo "sacro a tentativi" a cura di Maurizio Giuffredi.

lunedì 7 luglio 2008

La poesia delle donne



Gioia Perrone self- portrait


di Mauro Marino

Nell’ultimo numero di Poesia, rivista dell’eroico Crocetti, leggiamo che in Gran Bretagna s’interrogano su che cos’è la poesia. Disarmata la rima, dicono alcuni, non c’è poesia! Disarticolata la metrica, non c’è poesia! Quello che si scrive e si sente in giro non può essere poesia, è altro! Ma cosa?
Beati loro che hanno tempo per dibattere, per accapigliarsi! Per noi è ben diverso e guai a dire che chi “osa” il verso non è poeta, abituati come siamo a tralasciare il costrutto per andare alla sostanza. E, gli atti di molti, ci sembrano sostanza! Eroico resistere alla deriva di una lingua forzatamente confezionata, privata dei suoni delle vocali! Questo accade. Ma non solo. C’è di peggio e i poeti, anzi la poesia è chiamata come non mai ad elevare lo scudo!

Il poeta cerca la sua voce.

Accoglie il mondo, il suo poco di pane. Quello bianco del giorno di festa e quello nero della malinconia. Il venire dei fiori, l’incedere del cammino, le soste col cuore, i piccoli affanni e il considerare. Scorge e scopre. Esclama, esorta. Sveglia e interroga dove non c’è risposta!
E’ cosa semplice la poesia, cosa essenziale. E’ voce dove il suono si raccoglie.
Sorprende, stupisce, scuote! E’ nascita che non trova fine!
Non c’è normalità nella poesia, un Tempo, un ordinario, un’unica Storia.
Con le parole, la “mancanza” si fa scrittura: il poeta e la sua anima dialogano. Stempera esperienze, esprime ogni sentire, ogni vibrare d’emozione. Insegue il respiro il poeta! E trova: “Si fanno più sogni ad occhi aperti / ma è sempre lo stesso sogno a sgomitare” detta un esemplare verso di Daniela Liviello.
“Che fai alma? Che pensi? Avrem mai pace? Avrem mai tregua?” si chiedeva Petrarca nel Canzoniere. Incertezza, ragione, desiderio e la necessità di darsi regola, stile. Scrittura. Idea del dono, nello scambio virtuoso della lingua.
Questa è poesia (!): parlante solitudine, materia che sussurra parole all’orecchio, parole che fioriscono.

Nei luoghi del “pensiero meridiano” la poesia è relazione, soprattutto, e rappresentazione.

Poeti allenati alla scena a portare la voce coi suoni: l’astrazione jazz di Vittorino Curci, lo “sfondamento” trans mediterraneo di Giuseppe Goffredo, il melodico confondere dialetti di Lino Angiuli, la fusion materico-suggestionale di Enzo Mansueto. Solo per “raccontarvi” della leva degli “adulti”. Signori votati al verso e alla ricerca da molti lustri.
Poi… c’è il poi dell’ultima generazione dove il verso vibra e l’Io Mondo esplora ed espande ogni respiro. In Puglia la grande madre è prolifica, specie al femminile! Molti i nomi!
Le antiche “ancelle”: Maria Corti e Rina Durante, donne note, la prima grande filologa dell’Università di Pavia, l’altra inquieta nutrice del folk revival salentino. “Segretarie” nella nobile casa de L’Albero di Comi nel risveglio del dopoguerra. Protagoniste senza remora di sembrar da meno… ai Luzi, ai Bigongiari, ai Macrì che li soggiornavano.
Di oggi le indolenti dipendenze di Ilaria Seclì, le parole capriola di Gioia Perrone, Margherita Macrì e Alessandra Nicita, il Sudapest di Irene Leo, le donne di Ulisse di Alessandra Manieri e quelle mitiche di Marthia Carrozzo, le uggie solitarie di Daniela Liviello, quelle erotico-crudeli di Agata Spinelli e le rivolte di Martina Gentile e Comasia Aquaro.
Tutte danno sostanza a voci rimaste per lungo tempo nell’angolo delle passioni.
Nessuna soggezione, nessuna paura. Da qui, dal fondo soleggiato d’Europa viene il canto.
Ché quella è stata moneta da pagare al Tempo: donne nel “non”, lasciate alle tentazioni del Ragno. Al più, una danza nel cerchio della comunità, a sanare col ri-morso ogni voglia, ogni desiderio, ogni sguardo, era concessa.
Ma è indietro questo, materia di scoperte, di canti, d’altre danze per il presente.
Ci son state rivolte nel mezzo, c’è stata altra epica e la poesia s’è nutrita. Sempre con orgoglio nel tentativo…
Prende spazio, si fa movimento: libri, recital, dischi, blog: la poesia si espande, gioca la sua capacità d’influenza, propaga il suo potere seduttivo. E il filo torna indietro, c’è un legame, un continuare che conferma la “pasta” tutta di poesia della terra, della pietra, della luce. E sempre le Parole trattenute, sussurrate, sibilanti tornano, con l’incantamento…
“Fate fogli di poesia poeti, vendeteli per poche lire…”, raccomandava Antonio Verri, vate dell’ultimo novecento salentino. Pensionante di saraceni nella terra dei Martiri d’Otranto.
E quanti poeti, quanta poesia ha abitato i tempi della sempre generante e allertata avanguardia del Sud dei Sud di Carmelo Bene. Nostra Signora ha soffiato la tensione civica di Vittore Fiore, l’ispirazione domestica di Ercole Ugo D’Andrea e l’Europa dei due Vittorio: Pagano e Bodini, capaci ed illustri traduttori dei simbolisti francesi, di Cervantes e dei surrealisti di Spagna.
Cos’era l’Accademia Salentina del barone-proletario Girolamo Comi, nella polvere del novecentoquarantanove, nel finibusterrae di Lucugnano, sulla retta per Leuca, se non la prefigurazione de la Nave castro, segnata, segnalata, sognata dal “panteismo” umanistico del poeta di Caprarica Antonio Verri cinquant’anni dopo?
Il vascello che imbarca generi, stili, epoche, narrazioni come la lega del Pellegrinaggio in Oriente di Hermann Hesse.
La confraternita dei sapienti che gioca la lingua, la parola, il riscatto. Che nomade muove il Tempo.
Questo è la poesia, sogno… e anche illusione, forse illusionismo!

venerdì 4 luglio 2008

mercoledì 2 luglio 2008

Per Paese nuovo

Paese Nuovo: Quello che oggi si chiede…

C’era un giornale, una voce, un aggregato nuovo, un laboratorio di riflessione, prove di scrittura per una critica costruttiva, capace di generare azioni e reazioni. Adesso non c’è più. C’era “il Paese Nuovo” – un pensiero, uno strumento – ed è finito nei più vecchi dei garbugli editoriali in salsa salentina.

Garbugli che son prassi nelle imprese giornalistiche di questa terra affamata di lavoro, dove spesso non c’è spazio, tempo e voglia, di riconoscere le professionalità: che son scomode, pretendono, rilanciano, contraddicono.

E’ stato fin troppo facile per gli editori-padroni di “Paese Nuovo” mettere a tacere il non più condiviso lavoro (quotidiano) intellettuale di un’intera redazione. E’ bastato un capriccio, un colpo di coda, una dimostrazione di forza (?) da parte di un padronato miope. Tutto è finito.

“Prima dipendenti e poi giornalisti”. E così sia. Una serratura cambiata e la mattina di lunedì 16 giugno tutti per strada a chiedersi cosa possa aver motivato un atto di così basso profilo. Nessuna spiegazione, nessun perché, nessuna comunicazione ufficiale. Tutto merito, forse, dalle richieste di chiarezza e certezza lavorativa presentate dai noi lavoratori nei giorni precedenti.

Quanto è fragile la signorina democrazia. Quanto è facile zittirla, metterla all’angolo e abusarne, nell’indifferenza generale.

A Lecce, nei giorni scorsi, è stato scritto l’ennesimo capitolo di uno sfruttamento intellettuale non più accettabile in una terra che ha pretese di sviluppo, di innovazione, di riscatto politico.

Che Salento è quello che viviamo? Questa la domanda. Quale crescita e quale crisi lo attraversa? C’è crescita, c’è crisi? O una rendita logorata da anni di Salento: così luccicante e assolato fuori, così brullo e incompiuto dentro. Tanti i tentativi, tante le posizioni, tanti gli attori, i comprimari e le comparse, eppure a queste latitudini continua a vivere indisturbato un latente ricatto occupazione che deprime i germogli pur rigogliosi che questa terra esprime tra mille difficoltà.

Ebbene, “il Paese Nuovo” chiude senza un perché in attesa di comunicazioni ulteriori, chiude e segna un nuovo punto verso il fondo. Chiude e sbeffeggia non solo i suoi lavoratori, ma tutto il mondo della comunicazione e dell’informazione in particolare, tutti coloro che all’interno di questo universo di segni e interpretazioni della realtà si adoperano per ritagliarsi nicchie di professionalità.

Quello che oggi si chiede al mondo della politica, delle imprese, dell’università, della cultura, della cittadinanza definita “attiva”, è un sostegno che non deve essere caritatevole né compassionevole, ma una presa di posizione netta contro una cultura del fare impresa non più accettabile. In altri termini le vicissitudini che oggi soffocano un’idea – “il Paese Nuovo” – sono un pretesto per chiedersi una volta di più e senza populismi di sorta, se è questo lo sviluppo che vogliamo; se è questo il Salento che cresce; se è questo quello che si è disposti ad accettare per vivere - pare - baciati dal sole, bagnati dal mare e asciugati dal vento.