giovedì 19 giugno 2008

Incontri

Libero Foglio....un foglio di-vento....un ondata di aria nuova....
Un foglio bianco, in attesa del foglio rosa, e poi della patente del vivere...semmai occorrerà.
eh sia....c'è sempre una partenza nelle cose...che poi a volte nemmeno la destinazione si conosce....ma il viaggio ed i compagni di viaggio valgono l'impresa!

a seguire il mio contributo....
ha una storia particolare questo pezzo: inizialmente concepito per un concorso...ho deciso poi che i concorsi non fanno per me ...in fondo, io sono molto più "libera", come il tuo Foglio.

a te... ed in bocca al lupo!
Dimmi se può andar bene...è meno "latte e miele" del solito....è una sperimentazione

ti abbraccio Mauro

Sarebbe successo ancora: una promessa, l'amore nascosto, l'addio, il ritorno, ancora una promessa, l'amore nascosto...l'addio.

Lei era sudicia di liquido sospetto, colato dal viso, e poi sul ventre sino alle gambe inginocchiate sulle parole di Andrea, acuminate:

Fine dei giochi, il mio cuore non ha mai battuto per te.

Era ferma all'addio. Attendeva il ritorno...

Gli occhi erano impastati di velluto e spine di vetro, rossi di lacrime come una rosa. Rossa rosa, luce blu. Di stanza d'albergo, maleodorante fragranza di orgasmi e piscio, e ad un angolo in un cestino sfondato un mucchio di immagini decomposte, che il tempo le uccide sì, ma poi le lascia evaporare piano piano. Una foto bruciacchiata, una chiave, un rossetto sciolto tenuto al sole durante tutto il viaggio.

Attendeva. Attendeva al cospetto di una luna di sterco e stelle vomitate via da una notte anoressica di luce, che lui ritornasse indietro. Attendeva da un giorno e mezzo, da che lui venne e poi andò.

L'eccezione a volte diventa la regola. Doveva essere solo un gioco ma....

Se lo disse guardandosi nello specchio ingrassato di ditate e fiato secco.

Si sciolse i pensieri, i capelli, e le caviglie. Bevve un calice di acqua di rubinetto, prima di lasciarlo cadere, mille schegge di solitudine sulla moquette ingiallita.

Scalza, decise di farsi ancora del male, corse ad aprire la porta. Un breve tocco aveva preannunciato il senso. Solo la cameriera, una donna storta e dalla divisa sintetica e dal sorriso altrettanto finto, le diede un biglietto. Che stronzo, non solo tutto il resto, anche il conto aveva lasciato da pagare. Un conto amaro oltre che salato. Cacciò malamente la donna. Si chiuse la porta alle spalle, cominciò a correre all'impazzata per la stanza. Un cd, una Luis Vittuon capiente come unica testimone in cui riversare una maglia rossa, uno spazzolino ed un portafogli vuoto. Duecento euro soltanto rimasero sul tavolo di quella stanza. Era già fuori sotto gli occhi della cameriera extra europea preoccupata per il conto e per il bicchiere rotto che aveva intravisto in terra. Prese l'ascensore ed arrivò nell'immenso disimpegno al piano terra. Rubò una manciata di caramelle verdi gusto indefinito da un'alzatina ferrosa, ed un tagliacarte d'acciaio dalla forma vagamente fallica, con una gran voglia di ferire, di lacerare, di lacerarsi il cuore, le vene, la vita, gli occhi, di farla finita: sarebbe stato il suo addio, la sua liberazione.

Si incamminò verso il parcheggio dell'Hotel Barbie. Un nome di "plastica" per una location "ideale", in una zona parecchio frequentata della città. Mentre stava per infilare la chiave nella serratura dello sportello della Volkswagen, lo vide. Era di spalle, maglia nera, capelli corti chiari. Lo riconobbe, chè l'assassino torna sempre sul luogo del delitto. Alla meraviglia e alla voglia di stringerlo, subentrarono in un secondo momento frustazione e rabbia. Andrea era convinto che fosse già volata via, la farfalla appena collezionata. Cosa non vera. Si avvicinò Anna, si avvicinò a lui, pienamente famelica. I suoi occhi erano d'eclissi, vuoti. Le mandibole serrate, i capelli rossi e crespi di sesso e sudore. Lui parlava con una donna bruna, molto più giovane di lei, bellissima. Atteggiamenti trasudavano tenerezza e grande complicità. E lui quasi cinquantenne, sposato, tre figlie e con un debole per "il vizio", l'aveva già rimpiazzata. Anna si usa e si getta, pensò lei. Andrea era tornato, ma con un'altra. La collera divenne un artiglio, si sentì trasalire le carni, fino a sentirle squarciarsi da un calore profondo che le ostruì la mente, o meglio dire le chiarificò un audace disegno fino ad allora mai nemmeno immaginato. Estrasse il fermacarte e colpì con pugno fermo e preciso la schiena di Andrea. Il nero della maglietta divenne lucido e più intenso, e scivolò in terra goccia a goccia. La ragazzina atterrita non si mosse. Lui, sorpreso, si voltò verso Anna, sbiancando. Carnefice ed assassino si guardarono lucidamente per il frangente di un attimo tagliente e finitamente lungo. Lei sollevò il braccio spingendolo in terra, ed infierì, infierì a fondo su lui. La lama affondava, perfetta. Cercò di difendersi, di liberarsi dalla morsa della sua amantide, ma la colpa, la coscienza, glielo impedirono. Andrea aveva già ucciso quella donna, diverse volte. Sembrò fermarsi, e piangente la fissò come per parlarle con gli occhi come spilli, mentre Anna si faceva spazio tra le carne lacera e tremula, oramai cinica e senz'anima. Perse conoscenza. E lei continuò ancora, a scavare in quell'uomo, come si fa con le mani nella terra rossa, cercando chissà quale tesoro rannicchiato e nascosto. La sua pelle cambiò colore, pareva una belva allucinata, completamente priva di senno. Il fluido rosso schizzò tutto intorno, anche sulla gonna chiara della ragazzina bruna che urlava, aiuto, aiuto, aiuto sotto choc. Anna si fermò. Tra i denti un pauroso sorriso. E strappò via qualcosa dal petto di Andrea con entrambe le mani, quella destra soprattutto era la più sofferente, le unghie di pollice ed anulare erano saltate via nella foga di...Strappò via qualcosa e lo strinse a sé con gli occhi pieni di lacrime e di compassionevole affetto. La polizia non tardò ad arrivare. Le urla, e la colluttazione non erano passate inosservate. Chi dei due fosse l'essere più morto tra Anna ed Andrea era difficile a dirsi. Mentre il commissario ed uno psicologo cercavano di spiegarsi l'accaduto e la raccapricciante scena, Anna blaterò qualcosa aprendo le mani dinnanzi ai loro occhi:
"Mentiva, batteva, batteva ancora per me il suo cuore, e batte ancora". Lo psicologo si portò una mano alla bocca per trattenere i conati, ed una poliziotta sopraggiunta al collega e vista la donna bruna impietrita, la prese per un braccio e la portò verso la vicina ambulanza, cercando di tranquillizzarla:
Signorina, respiri con calma, mi dica solo: conosceva quell'uomo?
La ragazza bruna la fissò e asciugandosi le lacrime disse:
Papà!

Postilla a margine: Questo, caro lettore è un gioco di stile, a tratti "forte" a tratti surreale. La sfida è questa: vedere sino a che punto è facile farsi travolgere dagli eventi, benchè "letterari", ovvero ci si ferma sempre alla prima impressione? Morale: se imparassimo a non farlo, si mieterebbero meno vittime.

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