lunedì 30 giugno 2008

Le donne di Ulisse di Alessandra Manieri

Dal profondo dell’ assenza

di Antonio Errico

Ulisse ha la fisionomia di una figura dell’assenza. Non ha parola; è l’eco di una nominazione che trova motivi e moventi in una semantica del silenzio; è il riflesso di una apparizione proiettata dal fondo misterioso di un poema, lemure di una complessità di senso, fantasima che agisce come interferenza nel testo e nel contesto di un discorso amoroso.

Perchè questa poesia di Alessandra Manieri (edita per I libri di Icaro, nlla collana i voli) – questo suo intercettare voci di un’altra poesia – ha la ragione e l’emozione di un discorso amoroso , nella valenza concettuale e sentimentale che alla parola d’amore, sull’amore, per l’amore, attribuisce Roland Barthes quando dice che storicamente il discorso dell’assenza viene fatto dalla Donna: è la Donna che dà forma all’assenza, che ne elabora la finzione.

Ecco, allora. Quelle icone dei destini alle quali Alessandra Manieri (ri) concede il privilegio della parola, elaborano un lutto attraverso la ricomposizione di una forma dell’assenza, la tessitura di una memoria di desideri rimorsi rimpianti rinunce tremori, rabbie e dolcezze pacate, risentimenti, ossessioni.

La conoscenza e l’esperienza ermeneutica che la Manieri ha del sistema simbolico- culturale dell’opera di Omero le consente di percepirne il riflesso, la rifrazione, la continua rigenerazione del senso.

Non fanno altro che questo le donne di Ulisse: rigenerano il senso di una condizione di esistere, si riguardano allo specchio di un destino che è, ad un tempo, irripetibile e reiterato.

Le donne di Ulisse narrano a se stesse universi di ricordi come argini alla dimenticanza, all’amnesia. Parlano senza interruzioni. Ricordano e parlano. Sprofondano nel languore di una nostalgia che increspa come un’onda e come un’onda comprende – celandolo – l’abisso.

Ricordano, parlano e ritornano. Il loro logos, il dipanarsi del discorso amoroso, è un nostos verso l’origine della storia, l’ora emozionale del principio.

Ritornano, ricordano, parlano, e dicono: tu. Dicono tu all’altro – che chiamano Ulisse -, a quella espressione del tempo irreversibile, a quella figurazione di una felicità irraggiungibile. Ma dicono tu anche all’altro che sono state: ad un altro volto, altri sguardi, altri pensieri, ad un altro immaginario, un altro piacere, ad altre colpe e ad altre innocenze, ad un’altra dimensione del sogno, ad altre immaginate carezze. Ma soprattutto: a un’altra verità e un’altra menzogna del tempo, dell’identità, della poesia.

Allora il tu è la conferma che l’altro c’è stato. E’ la consolazione che dà la consapevolezza della reciprocità delle esistenze. E’ l’epifania dell’alterità che in qualche modo lenisce il dolore per l’assenza.

Dire di sé e dell’altro da sé è un modo – forse l’unico modo – per resuscitare il tempo appartenuto a sé e all’altro; la lontananza si riduce attraverso un costante farsi prossimo, un aprirsi all’accoglienza di un ritorno, un rendersi disponibile al rispecchiamento e al riconoscimento del proprio volto in quello dell’altro, alla simbiosi dell’identità.

Ma nella poesia di Alessandra Manieri, le donne di Ulisse non azzerano mai la distanza tra l’ora del ricordo e l’allora dell’evento, tra il presente e il passato, tra la ragione e il sentimento del tempo.

Calliope, Circe, Anticlea, Calipso, Nausicaa, Penelope, sanno – o comunque sospettano, percepiscono, intuiscono - che la parola e il racconto sono possibili solo nella differenza inconciliabile della temporalità, nello scarto tra vissuto e rivissuto, nella zona franca che si apre tra il vero della storia e il verosimile della memoria, nella polisemia delle emozioni provocate dalla nostalgia – dal nostos e dall’algos - , nella reinvenzione, attraverso il ricordo, della passione d’amore.

Fuori dalla parola e dal racconto – prima e dopo l’aver detto e l’essersi dette – per le donne di Ulisse c’è solo lo sprofondo del niente, la palude dello straniamento, il silenzio dell’inappartenenza.

“ Atroce silenzio”, “vuoto silenzio”, “atroce glaciale silenzio”: sono sempre associazioni con la morte o i suoi sintomi, i suoi annunci.

Dice Jorge Luis Borges nella Biografia di Tadeo Isidoro Cruz, che “ qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consta in realtà d’un solo momento : il momento in cui l’uomo sa per sempre chi è”.

Le donne di Ulisse di Alessandra Manieri raccontano il momento della conoscenza di sé, avvertita come scoperta, rivelazione, disvelamento; traducono in espressione di parola ( “ solo riscatto al nulla”, “ traccia di vane ombre” ), il farsi e il disfarsi, in un solo momento, del proprio destino.

Così i monologhi si articolano e si sviluppano in movimenti circolari: prima ruotano intorno a nuclei tematici basici, imprescindibili, essenziali, poi perforano la struttura testuale e metaforica stratificata delle figure omeriche fino a raggiungere quel “ solo momento”, il motivo assoluto e insostituibile, il senso irripetibile che ha determinato l’incipit e l’explicit, la trama e l’intreccio, il tempo e lo spazio di tutte le storie, di ogni destino.

Il profilo originario di queste esistenze di donna rimane riconoscibile in modo preciso.

La Manieri non vuole demitizzarle. Meno che mai intende attualizzarle.

Loro parlano come avrebbero parlato nel poema se avessero detto quello che dicono qui. Avrebbero avuto le stesse immagini, le stesse delicatezze, gli stessi pudori. Le stesse spossate interrogazioni. Gli stessi teneri trasalimenti.

C’è, in queste creature, la consapevolezza poetica di provenire da un universo atemporale.

Sanno perfettamente di essere un’ombra che si spande e si dilata per tutto l’immaginario occidentale.

Sanno che riescono ad essere mito perché sono corporeità umane – troppo umane- : che hanno felicità e dolori, inquiete mutevolezze e innocenti stupori , talvolta qualche sollievo di oblio, spesso laceranti, lancinanti ossessioni.

Sanno di vivere dentro il dolcissimo delirio di un’antica leggenda. Ma conoscono a memoria e ad ogni istante si bisbigliano quei versi con cui Fernando Pessoa chiude il suo “ Ulisse”: “ La leggenda così si dipana,/ penetra la realtà/ e a fecondarla decorre./ La vita, metà di nulla,in basso muore”.

Il manifesto poetico di Irene Leo

A seguire il mio manifesto poetico (ovvero se debbo scegliere qualcuno o qualcosa cui incatenare le mie intenzioni a vita, scelgo la catena più forte, la più spinosa, la più ingiuriosa, tremenda, spiazzante, ma meravigliosamente pulita. Scelgo la Poesia)

Ipotesi a latere

(Manifesto folle_mente poetico)

Se bevessi solo lo zucchero un giorno

e lasciassi scolare lento lento

questo nero di caffè che mordicchia le caviglie,

forse la scoprirei l'importanza dei miei pensieri folli.

Cani storditi dal sole e dall'ombra di agosto, che ti inganna

gli occhi, spillandoli ad uno ad uno sulla calce viva e morta,

della storia disegnata nella periferia del centro.

Un cucchiaino sulle labbra, chè la lingua batte

dove il dente vuole, e nel dentro della pelle

l'uomo del tg che ti detta la regola preposta.

Ormai lo vendono il pane, agli affamati,

o l'acqua agli assettati (per carenza di altruismo, scaduto

sullo scaffale là in alto).

Ma la tramontana ansimante in faccia al litorale stravaccato,

e l'occhio che rotola sulle sponde dei fianchi dell'Amore,

e la fiamma dannata di sfida del debole di vita...

no, non questo è in vendita.

(Uno lo scelse di venire al mondo, libero,

strappandosi scarpe e violini, si dice in giro si mangiarano

la sua fede, buona, con il latte a colazione, per presunzione.)

Ma per ipotesi a latere,

se però catena debba essere, sia la migliore, di scelta ottima, di constatazione amichevole,

di storia reale, amara di sale, concreta di sangue, dolce di sole, imbevuta di vita.

Se catena debba essere, sia Poesia.

mercoledì 25 giugno 2008

martedì 24 giugno 2008

Quì se mai verrai - audio guida poetica del Fondo Verri

Il Fondo Verri è luogo di scritture.

Transito e sosta di poeti,

come il Salento, che di natura poetica nutre

chi attento guarda.

Antonio Verri, poeta ed operatore culturale

di questa Terra d’Otranto

era capace di un alte pratiche di nomadismo

nella “provincia lunga” e da qui al Mondo.

Incessante il suo andare, guardare, scoprire…

Trovare!

Questo il nostro patrimonio:

la sua generosità e la sua energia.

Raccogliendo libri ci siamo accorti

che potevamo continuare la sua opera

portare voci, aggiungerne

fare l’accoglienza.

Al viaggiatore…

Qui se mai verrai” è l’omaggio

a chi ha saputo interpretare la pietra,

il vento e il mare

le strade di polvere

e i dolori delle malinconie

consumate al sole.

La luce col suo accecare

il soffoco e il riparo.

Il Salento insomma, la terra che stai visitando!

Che mai potrai sapere nella sua pienezza.

Fugge sempre… sempre cangia

puntuta e scontrosa…

Sensi soltanto, nell’allerta, ti chiediamo.

La poesia è accorgersi e dimenticare,

sussurro… materia labile.

Confondila con gli occhi!

Guarda!

Mauro Marino

giovedì 19 giugno 2008

Incontri

Libero Foglio....un foglio di-vento....un ondata di aria nuova....
Un foglio bianco, in attesa del foglio rosa, e poi della patente del vivere...semmai occorrerà.
eh sia....c'è sempre una partenza nelle cose...che poi a volte nemmeno la destinazione si conosce....ma il viaggio ed i compagni di viaggio valgono l'impresa!

a seguire il mio contributo....
ha una storia particolare questo pezzo: inizialmente concepito per un concorso...ho deciso poi che i concorsi non fanno per me ...in fondo, io sono molto più "libera", come il tuo Foglio.

a te... ed in bocca al lupo!
Dimmi se può andar bene...è meno "latte e miele" del solito....è una sperimentazione

ti abbraccio Mauro

Sarebbe successo ancora: una promessa, l'amore nascosto, l'addio, il ritorno, ancora una promessa, l'amore nascosto...l'addio.

Lei era sudicia di liquido sospetto, colato dal viso, e poi sul ventre sino alle gambe inginocchiate sulle parole di Andrea, acuminate:

Fine dei giochi, il mio cuore non ha mai battuto per te.

Era ferma all'addio. Attendeva il ritorno...

Gli occhi erano impastati di velluto e spine di vetro, rossi di lacrime come una rosa. Rossa rosa, luce blu. Di stanza d'albergo, maleodorante fragranza di orgasmi e piscio, e ad un angolo in un cestino sfondato un mucchio di immagini decomposte, che il tempo le uccide sì, ma poi le lascia evaporare piano piano. Una foto bruciacchiata, una chiave, un rossetto sciolto tenuto al sole durante tutto il viaggio.

Attendeva. Attendeva al cospetto di una luna di sterco e stelle vomitate via da una notte anoressica di luce, che lui ritornasse indietro. Attendeva da un giorno e mezzo, da che lui venne e poi andò.

L'eccezione a volte diventa la regola. Doveva essere solo un gioco ma....

Se lo disse guardandosi nello specchio ingrassato di ditate e fiato secco.

Si sciolse i pensieri, i capelli, e le caviglie. Bevve un calice di acqua di rubinetto, prima di lasciarlo cadere, mille schegge di solitudine sulla moquette ingiallita.

Scalza, decise di farsi ancora del male, corse ad aprire la porta. Un breve tocco aveva preannunciato il senso. Solo la cameriera, una donna storta e dalla divisa sintetica e dal sorriso altrettanto finto, le diede un biglietto. Che stronzo, non solo tutto il resto, anche il conto aveva lasciato da pagare. Un conto amaro oltre che salato. Cacciò malamente la donna. Si chiuse la porta alle spalle, cominciò a correre all'impazzata per la stanza. Un cd, una Luis Vittuon capiente come unica testimone in cui riversare una maglia rossa, uno spazzolino ed un portafogli vuoto. Duecento euro soltanto rimasero sul tavolo di quella stanza. Era già fuori sotto gli occhi della cameriera extra europea preoccupata per il conto e per il bicchiere rotto che aveva intravisto in terra. Prese l'ascensore ed arrivò nell'immenso disimpegno al piano terra. Rubò una manciata di caramelle verdi gusto indefinito da un'alzatina ferrosa, ed un tagliacarte d'acciaio dalla forma vagamente fallica, con una gran voglia di ferire, di lacerare, di lacerarsi il cuore, le vene, la vita, gli occhi, di farla finita: sarebbe stato il suo addio, la sua liberazione.

Si incamminò verso il parcheggio dell'Hotel Barbie. Un nome di "plastica" per una location "ideale", in una zona parecchio frequentata della città. Mentre stava per infilare la chiave nella serratura dello sportello della Volkswagen, lo vide. Era di spalle, maglia nera, capelli corti chiari. Lo riconobbe, chè l'assassino torna sempre sul luogo del delitto. Alla meraviglia e alla voglia di stringerlo, subentrarono in un secondo momento frustazione e rabbia. Andrea era convinto che fosse già volata via, la farfalla appena collezionata. Cosa non vera. Si avvicinò Anna, si avvicinò a lui, pienamente famelica. I suoi occhi erano d'eclissi, vuoti. Le mandibole serrate, i capelli rossi e crespi di sesso e sudore. Lui parlava con una donna bruna, molto più giovane di lei, bellissima. Atteggiamenti trasudavano tenerezza e grande complicità. E lui quasi cinquantenne, sposato, tre figlie e con un debole per "il vizio", l'aveva già rimpiazzata. Anna si usa e si getta, pensò lei. Andrea era tornato, ma con un'altra. La collera divenne un artiglio, si sentì trasalire le carni, fino a sentirle squarciarsi da un calore profondo che le ostruì la mente, o meglio dire le chiarificò un audace disegno fino ad allora mai nemmeno immaginato. Estrasse il fermacarte e colpì con pugno fermo e preciso la schiena di Andrea. Il nero della maglietta divenne lucido e più intenso, e scivolò in terra goccia a goccia. La ragazzina atterrita non si mosse. Lui, sorpreso, si voltò verso Anna, sbiancando. Carnefice ed assassino si guardarono lucidamente per il frangente di un attimo tagliente e finitamente lungo. Lei sollevò il braccio spingendolo in terra, ed infierì, infierì a fondo su lui. La lama affondava, perfetta. Cercò di difendersi, di liberarsi dalla morsa della sua amantide, ma la colpa, la coscienza, glielo impedirono. Andrea aveva già ucciso quella donna, diverse volte. Sembrò fermarsi, e piangente la fissò come per parlarle con gli occhi come spilli, mentre Anna si faceva spazio tra le carne lacera e tremula, oramai cinica e senz'anima. Perse conoscenza. E lei continuò ancora, a scavare in quell'uomo, come si fa con le mani nella terra rossa, cercando chissà quale tesoro rannicchiato e nascosto. La sua pelle cambiò colore, pareva una belva allucinata, completamente priva di senno. Il fluido rosso schizzò tutto intorno, anche sulla gonna chiara della ragazzina bruna che urlava, aiuto, aiuto, aiuto sotto choc. Anna si fermò. Tra i denti un pauroso sorriso. E strappò via qualcosa dal petto di Andrea con entrambe le mani, quella destra soprattutto era la più sofferente, le unghie di pollice ed anulare erano saltate via nella foga di...Strappò via qualcosa e lo strinse a sé con gli occhi pieni di lacrime e di compassionevole affetto. La polizia non tardò ad arrivare. Le urla, e la colluttazione non erano passate inosservate. Chi dei due fosse l'essere più morto tra Anna ed Andrea era difficile a dirsi. Mentre il commissario ed uno psicologo cercavano di spiegarsi l'accaduto e la raccapricciante scena, Anna blaterò qualcosa aprendo le mani dinnanzi ai loro occhi:
"Mentiva, batteva, batteva ancora per me il suo cuore, e batte ancora". Lo psicologo si portò una mano alla bocca per trattenere i conati, ed una poliziotta sopraggiunta al collega e vista la donna bruna impietrita, la prese per un braccio e la portò verso la vicina ambulanza, cercando di tranquillizzarla:
Signorina, respiri con calma, mi dica solo: conosceva quell'uomo?
La ragazza bruna la fissò e asciugandosi le lacrime disse:
Papà!

Postilla a margine: Questo, caro lettore è un gioco di stile, a tratti "forte" a tratti surreale. La sfida è questa: vedere sino a che punto è facile farsi travolgere dagli eventi, benchè "letterari", ovvero ci si ferma sempre alla prima impressione? Morale: se imparassimo a non farlo, si mieterebbero meno vittime.

mercoledì 18 giugno 2008

Per Vittorio Pagano

Un sito: http://members.xoom.alice.it/luisar/


Una nota di Augusto Benemeglio:
Chi era Vittorio Pagano?
Un fanciullo che disperde la sua esistenza giocando nell’esaltazione del fatuo e del mistero, uno che ha dilapidato la sua poesia, dice Donato Valli, che lo conobbe bene e a cui Pagano consegnò (forse) l’eredità del suo ultimo (prezioso) lavoro: la traduzione della “ Chanson de Roland” , che non è stata mai pubblicata , come moltissime – la stragrande maggioranza – delle sue poesie. Del resto il massimo del suo incarico fu dirigere ( gratuitamente ) il supplemento letterario de “ Il Critone”, un mensile dell’Associazione di Diritto Penale , di cui venivano stampate venti copie, tanti erano allora (1955) i cultori della letteratura nella provincia di Lecce . Ai suoi esordi letterari, Ernesto Alvino disse di lui che aveva il gusto del macabro , del disperato mostrare d’avere, d’altra parte, la fantasia, l’originalità e la robustezza descrittiva che occorrono
in tal genere di letteratura… Eppure visse solo di letteratura ( della letteratura , disse Mario Marti, s’è fatta la ragione urgente della propria vita) e di sigarette , andavano bene tutte le marche, Nazionali, Alfa, perfino le cartine autarchiche e le cicche rimediate. Chi era questo – come scrive Ennio Bonea – “disordinato bohèmien anticonformista e trasgressivo, portato allo sberleffo e all’ironico sogghigno per il gusto di creare sconcerto o scandalo nella routine della buona e sonnacchiosa borghesia salentina ? Francesco Lala , che lo conobbe al tempo della “ Vedetta Mediterranea” (1942) disse di lui che era un irregolare , uno scapigliato , un
temperamento nervoso, ostinato, con carattere instabile e umorale. “Era il terrore delle nostre famiglie , che vedevano in lui un pericolo addirittura nefando, soprattutto quando leggevano certe sue poesie” E già mi vedo appeso ad una forca /sgangherato – ma fermo, irrigidito, senza un impeto d’aria che mi muova: /solo mi resta la pupilla sporca /di me, del mio cadavere, l’ordito /sanguigno di una legge, d’una prova /compiuta, antica, svalutata e nuova, /nel palio estremo
dove l’infinito /regna come una mano che ci torca… /E non sarò poeta che in quest’atto definitivo….

domenica 15 giugno 2008

Estetica e filologia di un carcere

di Eliabetta Liguori

“Potrà in futuro esistere una società senza carcere?”
Questo interrogativo, assieme ad altri dallo stesso derivati, serpeggiava tra i sussurri della sala di Torre del Parco destinata alla giornata di studio sul tema delle “donne in carcere” il 12 giugno scorso. È passato qualche giorno, ma gli accenti di quella giornata intensa mi risuonano ancora nella testa.
Tutto è cominciato con la pubblicazione di un film reportage e di un saggio scritto per la Pensa Multimedia e la piena realizzazione di un progetto voluto fortemente da Caterina Gerardi, Rosamaria Francavilla e Sandra Del Bene. Tre donne dai grandi occhi.
Da quello tutto il resto. Il bisogno di approfondimento. Il passa parola. L’inquietudine. Donne che incontrano altre donne prima, poi tutto il resto, come spesso accade. Perché le donne spesso segnano l’inizio di grandi trasformazioni. Da queste donne in carcere, in particolare, sono derivate Immagini, reazioni forti, legami, polemiche, dubbi, buoni e cattivi propositi.

Ma veniamo a questa giornata intensa, dunque.

Moltissime le donne in sala, sin dalla mattina. Tra le presenti all’inizio s’è insinuato il sospetto che si potesse finire per parlarsi addosso. Le donne diffidano delle altre donne. Si sa. S’agitavano, si salutavano cortesi ma sospettose, protestano per le sedie scomode, confrontavano abbigliamento e acconciature. Poi, al momento del buio e della proiezione, le immagini hanno avuto il sopravvento su ogni altra resistenza o vezzo. Dopo la visione è scattata istintiva la solidarietà, la riflessione silenziosa. I quesiti.
Tutto questo grazie ad un film che funziona, non v’è stato alcun dubbio a riguardo.
Fortunate le donne che sono riuscite a realizzarlo, incontrando tra le istituzioni coinvolte individui capaci di coglierne a pieno coraggio e potenzialità. Questo film ora c’è, esiste, resisterà nel tempo, possiamo (dobbiamo) usarlo nell’interesse collettivo, a prescindere da quello che sarà il destino futuro delle detenute che ne sono state protagoniste.
Personalmente, sin da subito mi sono resa conto che era valsa la pena far tre giri in macchina intorno all’isolato per trovare un parcheggio e poi decidermi ad acquistare un grattino che valesse l’intera giornata. La proiezione, infatti, ha subito generato tra i presenti un clima d’attesa, un bisogno del tutto rinnovato di capire meglio, di prendere tempo. Di utilizzare il tempo. Qualcuno in sala ha parlato di docu-fiction, facendo riferimento alla dose massiccia di realtà presente nelle riprese ed alla rappresentazione (non finzione in senso stretto) che le detenute della Casa Circondariale di Borgo San Nicola di Lecce sono state capaci di dare di se stesse.

Non una sezione femminile comune, sia chiaro, ma la sezione ad alta sicurezza. Quella senza privilegi. Quella più oscura. Quella che cerca di contenere soprattutto il crimine organizzato, quello più pericoloso.
A distanza di giorni vedo e rivedo lo stesso riverbero nella mia testa. È la forza delle immagini. Le suggestioni visive devono aver avuto lo stesso peso dei suoni per le tre autrici di questo reportage. Tutto è metallico. I colori ghiacciati, i rumori di chiavistello freddo, affiancati alle risate stracciate e grossolane e ai giri di luce solare rappresa in pochi metri quadrati. Ciascuno di questi elementi riesce a dare l’idea della sospensione, dello stop, dello spazio bianco da inventare. Voci che si alternano ad altre voci, voci che sparano, poi frenano, tutte diverse eppure armoniche. Luci omogeneamente espanse dai neon, dentro le quali le detenute intervistate, una per una o tutte insieme, non riescono a nascondersi. Piccoli dettagli di cella, stracci stesi sulle sbarre ad asciugare, rose di pezza in vasi di vetro, ciabatte che si muovono lungo corridoi grigi, unghie laccate di fresco, tatoo dettagliati come affreschi. Il ritmo del racconto offerto nei sessanta minuti di proiezione è alternato, le donne parlano a rotazione, s’inseguono, si sovrappongono, si contraddicono, così da garantire dinamismo e adesione emotiva. Nessun sentimentalismo, sia chiaro, solo malinconia e carattere. È per questo che il film ha funzionato a mio avviso. Ha carattere.
Subito dopo il brusio, tra i presenti e la città con noi, ha preso vita il dibattito. Preliminare l’intervento della sociologa Monica Massari, dell’Università della Calabria. La sua è stata una dettagliata analisi storico-antropologica del crimine organizzato, dagli anni 80 ad oggi, e, soprattutto, dell’evoluzione del ruolo della donna al suo interno. La visione del film aveva punto l’uditorio a questo proposito. Le detenute scelte per il video, con volti duri, mimica serrata e convincente, avevano lamentato una errata percezione del loro ruolo all’interno delle associazioni criminose da parte della magistratura, e il pubblico in sala aveva cominciato a chiedersi che donne fossero quelle: vittime o attrici consapevoli, protagoniste forti o fragili comparse? Normalizzatrici involontarie di contesti famigliari deviati o sostitute determinate ed essenziali? Che legge è quella che le condanna? Quello che la sociologa ha voluto evidenziare partendo dal dato numerico (la statistica ci parla di un più ridotto numero di crimini femminili, trend mai posto in discussione) è stata proprio la differenza di genere, sia fuori che dentro il carcere, e la graduale evoluzione delle forme del crimine stesso nel tempo. L’alta sicurezza, in particolare, è una minoranza nella minoranza, ma una minoranza in evoluzione. Non è mai facile per lo Stato gestire le minoranze, eppure oggi il legislatore ne sta prendendo contezza. Comincia a guardare al futuro. Studia la natura del crimine, le sua particolarità, quanto le sanzioni dovute. La capacità di delinquere delle donne non ha più nulla da invidiare a quella degli uomini. Sarebbe opportuno che le donne stesse lo riconoscessero, anche all’interno di un’esperienza affittiva come quella del carcere, per acquistare maggiore coscienza di sé, delle proprie capacità, per ripartire proprio da quelle, trasformando i propri errori in punti di forza, i propri vizi in qualità. Capacità relazionali, inventiva, creatività imprenditoriale, forza di carattere, verve emotiva. Condizioni da usare non contro la società civile, ma per la società civile. È questo l’unico incipit possibile per un percorso di rieducazione autentica, per il vero reinserimento sociale dei detenuti. La società deve usare la materia di cui dispone al meglio. Deve farlo nel suo interesse. Con questo tipo di consapevolezza personale e con la solidale volontà di istituzioni e della collettività tutta, forse si potrebbe davvero cominciare a parlare di futuro.

Perché il carcere dovrebbe poter costruire il futuro.

Tra i presenti alla giornata di studio, in molti hanno affermato che il carcere, così come è oggi, non è però una istituzione adatta alle donne. Perché non tiene conto delle differenze. Della maggior sofferenza femminile, del tessuto connettivo che si muove intorno ad ogni donna, del suo corpo, della sua natura, dei suoi sensi di colpa. Questa differenza non è discutibile. Dal punto di vista strettamente estetico, le celle delle donne sono diverse da quelle degli uomini. Come ha rilevato con forza anche la rappresentate dell’associazione Antigone, Paola Bonatelli, che da sempre si occupa degli spazi carcerari e della vita al loro interno, il caffè delle donne è sempre sul fornello, i pavimenti sono lisi ma sorprendentemente lindi. Odore di bucato nell’aria, punti di colore sparso, qualche risata. Dal punto di vista comportamentale le donne sono sempre indaffarate in qualcosa, cercano di impegnare fisico e anima, sanno intessere relazioni stabili, creare piccoli gruppi, pur senza sentirsi parte di una categoria in senso ampio, non sono preda di codici fissi, parlano, parlano, parlano, dicono di sé e degli altri, esprimono il disagio, non si adattano, reagiscono e di conseguenza sono indotte a far un uso più massiccio di psicofarmaci.
Esiste un surplus di sofferenza per loro? Sembrerebbe proprio di sì. Perché le donne sono bachi da seta. Lavorano fili, creano legami, costruiscono connessioni e ne sono quindi responsabili. Sempre. In contesti deviati, disgregati, marginali, come nella normalità o nella piena integrazione. È dato storico e culturale incontrovertibile: le donne si curano del mondo, pensano al futuro e in qualche maniera lo partoriscono, anche quando non mettono al mondo figli. Un’esperienza d’interruzione e sosta dolorosa come è il carcere recide dunque tutti quei fili. Punisce e cancella. Priva le donne del loro ruolo, le isola e viola, molto di più di quanto non faccia per gli uomini, scatenando sensi di colpa profondissimi nei confronti dei figli, della famiglia, della casa, dei luoghi abbandonati. E quando parliamo di donne parliamo inevitabilmente di bambini. Di queste appendici. Debito e credito fondante le loro esistenze. Cosicché l’idea di carcere si intreccia con infinite variabili forme d’amore e sofferenza.
Sarebbe dunque giusto pensare ad un carcere femminile diverso? Che sia retributivo, ma anche umano?
O forse ad un carcere diverso per tutti, più in generale?
Ecco il punto dolens dell’intera giornata di studio. Ecco la necessità di approfondimento filologico intorno ai discorsi sulla vita carceraria. A chi giova il carcere? Cosa è il carcere? Come lo si può rappresentare?
Tra le relatrici Silvia Baraldini mi è parsa la più sicura di sé. L’esperienza pregressa e prolungata, presso diversi carceri nazionali e non, ha fatto di lei una donna diversa: lucida, determinata, disinvolta, ed ha reso il suo intervento ancor più pungente, carico di pathos, in qualche modo più spettacolare degli altri, ricco di spunti esotici e internazionali. Miratissimo come un tiro di fonda dritto al bersaglio. Il cambiamento delle carceri in Italia e nel mondo, ha detto Silvia, non può che coincidere con il cambiamento degli stessi detenuti, deve essere opera loro, passare per le loro mani, la loro volontà, senza che questo significhi, ovviamente, rinunciare alla sicurezza sociale che ogni società civile pretende. Nessun paternalismo, quindi, ma riconoscimento di diritti, doveri e potenzialità diversificate. Mai fare delle detenute dei mostri o peggio delle martiri, madri demoniache o inette e addolorate, ma donne. Donne consapevoli. Donne capaci di scelte.
Aldilà delle serena maturità della Baraldini, la giornata di studio del 12 giugno è stata comunque segnata da una giusta inquietudine. Conoscere il carcere, discernere nel carcere, cambiare il senso del carcere. Bilanciare gli interessi giuridici che girano intorno all’istituzione carceraria, oggi più che mai al centro di cronaca e approfondimento. Farlo subito.
Ecco “bilanciare” è il verbo chiave quando si parla di giustizia. Il magistrato di sorveglianza di Lecce, Silvia Dominioni, con il suo intervento finale ha saputo mettere in evidenza, in via di necessaria sintesi conclusiva, proprio questo sforzo estremo e primario.
Il carcere è senza dubbio ultima ratio. È l’ultimo passo di un primo percorso articolato e il primo di uno successivo, ancor più complesso. Il legislatore è attentissimo a questo e di recente sono state compiute molte scelte politiche e giudiziarie del tutto innovative. Forse un maggior coraggio legislativo e l’attribuzione di una maggiore discrezionalità alla magistratura di sorveglianza, così da consentire alla stessa di distinguere caso da caso e decidere di conseguenza (perché la vera democrazia si cela sempre nel rispetto delle differenze) avrebbe giovato, ma gli anni in corso hanno comunque evidenziato una particolare sensibilità pubblica nei confronti delle diverse realtà carcerarie. Eppure il carcere c’è. C’è ancora. Ed è sempre conseguenza di una responsabilità penale personale. Come ogni altro atto giudiziario, è figlio di un equilibrio tra contrapposti interessi di pari dignità. Diritti, giustizia e legge. Il diritto delle vittime e quello del reo. I figli del reo e quelli delle vittime. Il bisogno sociale di sicurezza e quello del recupero di chi ha sbagliato. Il giudice è chiamato a servirsi della legge per mediare e far giustizia. Un compito difficile, che delegittimare o sminuire è un errore, le cui conseguenze potrebbero essere incalcolabili. A ciascuno quindi la sua parte. Donne e uomini. È necessario che ciascuno recuperi il senso del proprio ruolo: che la famiglia educhi, che l’insegnante insegni, che le donne crescano, che l’uomo edifichi, che il magistrato costruisca giustizia ed equilibrio, che la società accolga chi vuole essere fattivamente riaccolto.
Possiamo confermarlo: la proiezione cinematografica del 12 giugno scorso ha funzionato. Ha partorito sogni e incubi. E domande. Molte domande. Il cinema funziona così. In una società ideale in cui ogni ruolo sia inteso come fondamentale, ogni differenza rispettata, ogni bisogno riconosciuto e bilanciato, ogni competenza sviluppata, il carcere potrebbe divenire una scatola inutile. Potrebbe. Ma potrebbe anche non accadere mai. Magari al contrario, senza saperlo, ci muoviamo verso case di costrizione sempre più affollate, odiose, disumane, inevitabili; magari stiamo costruendo con le nostre stesse mani orride sbarre di metallo intorno al nostro universo libero. Magari è così. Sogni e incubi e l’impegno che ne deriva.
Sì, per quel che mi riguarda posso dirlo, il film ha davvero funzionato.

martedì 10 giugno 2008

da Le donne di Ulisse

Alessandra Manieri

Calliope, la narratrice

Ulisse trascorre vent’anni lontano da Itaca, tra le insidie di una guerra decennale e il lungo vagare per un mare che lo accosta o lo allontana dalla patria, sola meta cercata. Genti feroci ed esseri mostruosi sconvolgono il ritorno annientando progressivamente gli amati compagni, sino alla sopravvivenza dell’unico, eroico protagonista. Solo le donne, custodi di porti diversi e lontani, offrono tregua e conforto, seducono, trattengono ma, alla fine, accettano l’abbandono con dolente rassegnazione. Voci di sirene che cantano e sognano invano…

Niente è diverso

se non esisti più

o non sei stato mai:

ciò che è trascorso

sia vile o illustre

è come mai avvenuto.

Solo riscatto al nulla

la parola,

tenue respiro

tra indistinte voci,

traccia di vane ombre.

Ma forse è un dono,

l'unico concesso

per tutti i posti vuoti

in questa scena.

Ulisse è uno,

canto di molte vite,

respinto e amato,

pur sempre, alfine,

degno di perdono.

Tante le donne,

vittime o regine,

forme diverse

d'una vita sola.


(in uscita nella collana dei Voli di i Libri di Icaro)

sabato 7 giugno 2008

Un racconto di Elisabetta Liguori

L’eternità del tatuatore


C’è un cartello sulla vetrina, poco sopra la grande maniglia antipanico, con orari, nomi, e foto pubblicitarie. Non soltanto una filosofia di vita, un intero mondo. Quando entro l’aria mi assorbe e d’improvviso mi pare di non produrre più alcun rumore. Lui deve essere Alex: una specie di creativo gestore di forme e profumi, fermo al centro dell’androne d’ingresso coi pantaloni larghi e l’ orlo di una mutanda nera, bene in vista.

Si fa solo per appuntamento, signora. (piega la testa, storce il labbro)

Nel senso? (piego anche io, sembriamo due scimmie allo specchio)

Nel senso che io le dico quando venire, e lei viene.

Alex ha un copricapo a forma di scodella rovesciata, con intarsi d’uncinetto. Dietro di lui s’avvoltola un enorme dragone rosso batik, accanto alla luce di una candela. Nei refoli d’ingresso che sanno d’incenso si muovono entrambi.

E cosa facciamo di bello? Cosa esattamente?(io, innocentissima donna)

Me lo deve dire lei, signora.

Un consiglio? Da uno del mestiere (ammiccante cambio di posizione della borsetta, da un omero all’altro, oplà).

Mah! Dipende.

Io lo vedo che Alex mi occhieggia le caviglie. Lo vedo e sono in pensiero per i miei capillari rotti. Molto in pensiero. Non vorrei mai che si dicesse che una con le vene varicose bluastre tutto intorno ai polpacci, e su a risalire pure sotto la gonna, invece che dal chirurgo vascolare, vada a farsi consolare da un tatuatore. Lo vedo e istintivamente mi siedo, accavallo le gambe e imbraccio quel mio solito piglio suadente, come se Alex e il dragone dipinto alle sue spalle fossero ciascuno emanazione dell’altro e io avessi in bocca un vecchio flauto. Vorrei che partecipasse anche lui della mia ormai imminente trasformazione, invece il ragazzone resta in piedi. Sopra di me. Insisto. Ormai sono pronta. Con la punta della lingua mi sfioro gli incisivi tra un sorriso e l’altro. Ho faticato tanto e vorrei che anche lui sapesse, quindi in ultimo mi mordo il labbro.

Caro il mio bel serpentone con la scodella in testa, non muta espressione di una sola oncia. Il tatuatore immobile. Un morsetto appena che raccolga la giusta stilla di saliva fresca e gliela porga come ad una divinità, ma lui, niente. Alex aspetta che sia io a decidere. Una rosa, una polena, una farfalla, un cuore trafitto da un pugnale, il nome di battesimo di qualcuno. Per me andrebbe bene qualsiasi cosa, purché lui mi contamini col suo veleno colorato e permanente. Che lo faccia ora e per sempre.

Un’idea nata per caso.

Merico mi aveva detto qualche tempo fa che la sua bionda danzatrice di copla e flamenco ne aveva uno sulla caviglia destra ed un altro poco sotto l’ombelico, più piccolo. Durante i corsi serali del venerdì li esibiva fiera in vorticose contorsioni. Merico giurava di averli visti animarsi, battere armonici come un doppio cuore. Me lo aveva confessato una sera, smozzicando un panino al prosciutto cotto con le briciole sul mento e la rucola tra i denti e, chissà perché, la cosa m’era rimasta scolpita nella testa. M’ero detta: lo faccio anch’io, di certo! Quando poi sul tardi m’ero ritrovata a lavare i soliti piatti della sera, m’ero corretta: forse.

Con le mani a bagno maria m’ero ricordata di averci già pensato anni prima, ma senza esito. M’era ritornato alla mente un hippy alto come una sequoia che una trentina d’anni prima mi aveva detto che per farsi tatuare era opportuno sostenere un preventivo esame d’ammissione al marchio. Come per l’adesione ad un club esclusivo, far valutare da un tecnico, nel dettaglio, motivazioni, desideri, possibilità epidermiche, reale adesione psichica, attitudini. L’esame era da sostenersi su alcuni vecchi Permaflex sventrati, stesi sul pavimento unto d’olio d’un garage di proprietà esclusiva della sequoia stessa. Un tipo simpatico, paterno, competente, con le treccine al posto della barba e tante parole odorose di muschio e ricordi. Non m’ero mica presentata quella volta. A ripensarci, tra le mie mani tuffate a fondo della scolatura dei piatti sporchi e le bucce di patata a galleggiare tutt’intorno, trenta anni dopo, avevano cominciato a danzare corpi di donna, volute di fumo barocco, camice a scacchi fuori moda, canotte da culturista, ergastolani con le mani rinsecchite e strani simboli neri tra un dito e l’altro, e sbarre e catene e cellulite a strati porosi e caviglie stritolate da nervi viola, raccolti a mazzi.

M’ero detta: sono in galera adesso? E allora sia.

È per questo che sono andata da Alex. Adieu corpi nivei, immacolati labirinti, vecchie borghesi lavagne mute, adieu arterie pollose, tremuli rigagnoli d’ozio, autostrade sanguigne ostruite. Adieu segni di natura. Meglio l’arte, l’artificio. C’era Alex. Me ne aveva parlato la mia amica Paola, che gestiva un bar accanto al suo laboratorio. Prima un bel tatuaggio, poi un po’ di palestra e da quelli l’avvio dignitoso verso la rivoluzione, aveva giurato Paola ed io m’ero decisa, dopo aver bevuto tre caffè ed un Martini freddo.

L’appuntamento è dunque per giovedì prossimo. Ho tre giorni interi per capire meglio. Merico dice sempre che ho bisogno di troppo tempo per vivere. E che tempo, così tanto in generale, non ce ne è per nessuno. Per una madre certe frasi sono come le opere di uno scalpellino: minuzie che segnano nel profondo. Mio figlio ha ragione: tre giorni per me sono pochi. E troppi insieme.

Facciamo domani? (speranzosa, faccio segno di sì col collo per invogliarlo, e inverto l’ordine delle mie gambe accavallate).

Non so se è possibile, signora (oh, che grazioso musetto da coniglio peloso!). Mi faccia controllare un minuto.

Alex si sposta dietro il bancone decapato, tra teschi neri e lingue di fuoco magenta. Tira fuori un libro mastro con segnalibro a forma di coda di geco. Lo apre più o meno nel centro e segue i righi con l’indice e la testa bassa, come fanno i bambini alle elementari. Dice domani ok, dice forse, dice speriamo, dice magari quello del percing delle due mi da buca. Mi dice mi chiami a mezzogiorno. E mi saluta stringendomi la mano. L’anello di argento che gli serra il pollice a triplo giro mi scarica addosso duecentoventi volt. Quando esco dall’antro dell’artista scodellato la porta fa dlingl dlongl alle mie scarpe col tacco basso, mentre l’elettricità, a contatto con l’aria esterna, gradualmente si riduce.

Adesso ho un nuovo numero di cellulare nella borsetta. Una specie di torcia accesa nella tasca davanti, quella con la zip.

Alex ha la stessa età che aveva mio marito quando mi infilò la fede al dito e mi disse: lo vedi come è tonda? senza interruzioni, gira all’infinito, è per questo che adesso io e te siamo fottuti. Non più di 23 anni. Ci metterei la mano sul fuoco: l’ho visto dagli occhi. Hanno lo stesso languore e la stessa cupida stupidità. Ogni volta che ripenso a mio marito mi sembra di avere la testa montata all’indietro. Lo rivedo che si muove frenetico e dinoccolato verso di me e poi lo ripenso d’improvviso rigido, immobile. Duro come una scopa, dopo l’infarto del miocardio che lo gettò storto sul pavimento del tinello, intorno alle dieci di sera, oramai troppi anni fa. Merico rassomiglia a suo padre, la stessa fronte levigata, gli stessi riccioli crespi sulle tempie, ma non ad Alex, sebbene l’età sia quella. Sono circondata da ventenni. Tutti diversi, però, a parte gli occhi. E so di non essere veloce abbastanza da distinguere l’uno dall’altro.

Non ho neppure deciso dove farlo. Il tatuaggio. La spalla sinistra, l’interno del polso, l’incavo della nuca? Ci sono frazioni del proprio corpo che bisogna mandare a memoria, altrimenti il tempo se le ingoia.

E per farlo ci vuol qualcosa che del tempo se ne sbatta.

E se poi, per qualche ragione, non dovessi riuscirci? Il colore che svanisce, l’ago che si rompe, la luce che se ne va, io che ho un calo di zuccheri, non so, una circostanza qualunque. Quando mio marito morì nessuno aveva mai neppure ipotizzato che potesse accadere. Sembrava dovessero campare all’infinito, lui e le sue api in giardino, lui è la sua poltrona a righe nel soggiorno, lui e la sua cassetta della posta con la chiavetta piccola e il postino delle tre che arrivava col motorino e sotto il casco urlava il suo nome, lui e le sue tre cravatte rosse da bancario lieve del lunedì, in pausa pranzo. L’eternità a questo serve in famiglia. A non liberare pensieri inutili. Nessuno mai l’aveva mai messa in dubbio, l’eternità di mio marito, pur nel suo silente rimpicciolire.

Forse dovrei ritornare da Alex subito e accertarmi che domani si possa fare davvero. Il tatuaggio. Insistere come sanno insistere le donne, quando ne hanno voglia. Forse dovrei rientrare e sorridergli ancora una volta, tacchettando come un’intera tribù africana che prega, dentro i suoi occhi golosi di birra a doppio malto.

Ma è quasi buio. Le strade s’inzaccherano troppo a novembre e il fango sul travertino del centro storico mi rallenta. Cerco un posto adatto ad una telefonata. Compongo il numero.

Pronto? (una voce femminile, puberale ma decisa, almeno un paio di scalini più su della mia da pasionaria zoppa).

Mi scusi (m’arrampico, meglio darle del lei, non si sa mai, distante ma amichevole). Vorrei parlare con Alex. Per quel lavoretto piccolo piccolo. Il tatuaggio, sì. Ho bisogno di confermare con sicurezza l’appuntamento che m’ha dato. Sa, devo organizzare le mie cose (esaustiva, meticolosa, ma disinvolta) Me lo può passare, grazie?

Mio padre si chiama Mauro.

Oh…(suo padre? La prole eterna del tatuatore?)

Non fa tatuaggi.

Ah, No?? (autentico stupore)

Fa il chirurgo.

Ah. Estetico? (con simulato interesse)

No, cardio. Cardiochirurgo (rigorosa la mia fanciulla).

Oh, bene. Sono contenta. Una cosa seria. Un chirurgo è…sempre un chirurgo.

Buonasera.

Sì. Infatti… Buonasera (cortese, ma decisamente frammentaria).

Ha ragione Merico. L’eternità non è una cosa seria. Quanti anni avrà avuto la ragazzina? L’eternità è solo una misura. A questo punto sono più confusa di prima, mi tocca ammetterlo, forse è perché continua a piovere da giorni. Forse solo per questa ragione.

martedì 3 giugno 2008

E fu Poesia. Ovvero, rime ed anime della Biennale


di Irene Leo

enzo mansueto


La Poesia. Questa bizzarra ed assurda ammaliatrice che ti trancia il respiro facendone bocconi delle tue parole, di te. Ammantata di forte vento e di sospensioni mistiche, di nonluoghi, di voci, di occhi, di silenzi, di rumori, di anime. La Poesia, un giorno si presentò alla mia porta, vestita di stracci grondanti e miseri. Aveva gli occhi tristi, cercava casa. Cercava me. Io poco più che ragazzina, le aprì la porta le tesi la mano, l'essere, tutto il mio essere. Ella mi attraversò da poro a poro. E quel giorno morì la parte vuota di me. Cominciai a guardare ogni luogo comune con irriducibile diversità. Mi spiego. E' come vivere negli abissi scoscesi della notte, in una qualche anfratto inutile e troppo sicuro per poi rendersi conto che ciò che dai per certo e reale, è solo parvenza. Oltre il buio, nell'albore pieno poi, dinnanzi a te si spiega un altro senso, più vero. Più aulico, più difficile. E così Poesia una volta entrata nelle vene, cresce e ti usa meravigliosamente. E non c'è strazio più assoluto, più spinoso, più detestabilmente scavante. Meravigliosa morte, meravigliosa vita. E' un'energia orribile e focale, che rende tutto ciò che leva, a volte. Li riconosci quelli che ne hanno tatuato a caldo il nome sulla pelle. Perchè emanano un scorcentante mistero dal loro dire, ed il mondo, lo masticano lentamente tra molare ed incisivo, sottraendo ai famelici e agli stolti preziose verità.

Ho visto. Ho ascoltato. Ho assorbito luce ed ombra.

Sì è accaduto. Era un venerdì-qualunque?-, c'erano luci blu a contornare l'incarnato dei presenti, ed io ho veduto entrare Madama Poesia tra la gente, con la gente. Era viva a tratti malinconica, beffarda, ironica, emozionata, calda, stillante.

Nel padiglione 169 della Biennale dei giovani artisti dell'Europa e del Mediterraneo , si facevan fogli di Poesia. Come il caro Antonio (Verri) amava dire e fare. E credo fosse con noi. Chè in fondo la rima, il verso tornito e stridente, la musica, a che servon se non a superare limiti umanamente temporali. Questo insegna Poesia, a credere oltre, a sfiorare l'eterno, a piegare le gabbie, le conformità, e le regole del respiro.

Ecco, io ero con la mia Poesia, o meglio ella mi condusse là quella sera, al cospetto di una multivarietà così tangibile da raggrumarsi sulla lingua e negli occhi in maniera prepotente.

Ho sempre amato le retrofile, i dietro le quinte, la penombra, per carattere forse, ma Poesia mi ha insegnato che urlare il proprio senso è giusto, che si deve dare tutto di se stessi tra le parole, a costo di apparire "nudi" completamente dinnanzi a tutti. Ma senza vergogna.

Avevo tra le mani i fogli bianchi con su ciò che avrei letto.

Ed una penna, mai censoria, ed un sorriso, quello di Antonio (Natile) che mi era seduto accanto e che osservando gli autori, prendeva idealmente appunti per "sempre nuova è l'alba", rassegna poetica nocese, prossima alla sua realizzazione. Ed io che lo esortavo a riguardo, in una maniera martellante che rasentava l'insopportabile: "Dovrà avere la stessa alchimia, dovrà avere la stessa luce"!

E poi l'energia di tutta la psychè di tutti i poeti. Non v'è stato istante in cui io non abbia sentito amiche tutte quelle voci. Alcune già lette, alcune già abbracciate seppur idealmente, altre accarezzate concretamente con gli occhi. E quando venne il mio turno ed il mio nome, fu pronunciato, mi avvicinai al leggìo. E dimenticai. Dimenticai realmente il "mio nome", ed il cosa, ed il quando, e persi il verso dei miei fogli, ed andai a memoria ad un tratto, facendo finta di leggere. Io ero nelle mani di Poesia, io ero il suo mezzo, ero l'arpa percorsa dal vento, la fiamma che brucia, la cicala te marisciu, la pennula te pummidori 'mpisa e russuta, ero quel niente che rende ricchi, quello della mia terra, della mia "Sudapest".

Forte la grazia avvertita. Forte la consapevolezza del senso, e chiara la difficoltà che la strada richiede. Ma come in tutte le più belle storie d'amore, le cose difficili amplificano soltanto il valore e la preziosità degli istanti. Lo so, correrò il rischio dinnanzi al tuo occhio, oh lettore, di apparire densa di enfasi. Ma sono innamorata della scrittura, e del suo profumo di inchiostro e carta e mare ed infinito, semplicemente.

E' un viaggiare questo scrivere. Splendidi compagni di viaggio ho avuto modo di avvicinare nel loro modus libero ed unico di "versificare" e qui riportati rigorosamente in ordine sparso ( e mi scuso se qualche nome sarà sfuggito, non vogliatemene vado a memoria o quasi):

Antonio Natile, Antonio Vito Conte, Giovanni Santese, Gianni Minerva, Marthia Carrozzo e Margherita Macrì, Piero Rapanà, Massimiliano Manieri, Anna Maria Mangia, Renato Grilli Rocco Nigri e Nadia Martina, Tiziano Serra, Giampaolo Mastropasqua, Angelo Petrelli, Guido Picchi, sotto la regia attenta di Enzo Mansueto e Mauro Marino.

Mi ha sorriso venerdì 30 maggio al padiglione 169, della Biennale di Bari, Madama Poesia e quando accade, tutto cambia, tutto si spoglia di opacità. Quando accade, le altezze del volo ti sfiancano il respiro ma ti rinfrancano il cuore.