giovedì 24 gennaio 2008

Una palestra per la salute mentale

da un gruppo di utenti del Centro Diurno del C.S.M. di Lecce


Siamo un gruppo di utenti del Centro Diurno del Centro di Salute Mentale di Lecce.
Sappiamo che da gennaio i nostri operatori dei Centri Diurni hanno i contratti scaduti, che forse per pochi mesi, come succede da anni, gli prorogheranno la convenzione, ma sappiamo anche che il vero ostacolo è la difficoltà nel riconoscere il loro ruolo. Loro sono creativi, artisti, organizzatori di eventi culturali come mostre e incontri di lettura fuori di qui, loro non sono operatori sanitari!
Noi oggi ci siamo riuniti a scrivere perché vogliamo restare così, perché vogliamo informare la cittadinanza riguardo il nostro modo di fare “riabilitazione psichiatrica”.
Noi non la chiamiamo riabilitazione, ma “palestra di vita”, perché se la vita con i suoi insegnamenti e le sue esperienze è un’università per tutti, anche noi ci esercitiamo a farne parte.
La nostra “malattia” (che a volte inizia con un episodio di depressione) non è una malattia irreversibile o contagiosa, ma un momento, forse, di disperazione, legata ad alcuni inconvenienti della vita e ad una eccessiva sensibilità.
La malattia mentale non sarebbe irreversibile se la gente non avesse paura di noi, se la gente non smettesse di credere nelle nostre capacità, se non ignorasse che persino i momenti più terribili oggi possono essere prevenuti o fermati da numerosi modi di cura, come anche il farmaco.
Ma il farmaco non è tutto. Perché anche quando i sintomi si sono alleviati i veri problemi, la vera malattia, il tunnel senza fine, continuano nel momento in cui la gente inizia a giudicare e a isolarci, spingendoci a restare al riparo nelle nostre quattro mura, o peggio nel nostro letto! Strano! visto che i dottori dopo che ci hanno prescritto i farmaci ci consigliano di uscire, di non lasciare da parte i nostri impegni, stare insieme agli altri. Socializzare appunto.
I referenti della socializzazione però non possono essere i nostri medici o le figure degli ospedali che incontriamo per appuntamento per curare la malattia... ma quegli operatori che sanno fare altro, che riescono a stimolare le cose belle che la malattia ha interrotto, quei pensieri che ci danno emozioni positive, come per esempio la fantasia e la creatività, che tutti usano quando vogliono rilassarsi.
Sono ormai tanti anni che questi Centri Diurni ci offrono la possibilità di riabituarci alla vita con ottimi risultati attraverso l’attivazione di laboratori espressivi. Le nostre operatrici non sono personale sanitario, ma sono i nostri collaboratori della fantasia, della creatività, della costruzione di tanti momenti di vita nuovi.
Noi l’abbiamo già detto: ignoriamo le leggi del lavoro ma conosciamo quelle del cuore e dell’anima e sappiamo di non essere soltanto persone da curare (a questo ci pensano già i nostri medici), ma persone che hanno bisogno di emozioni, esperienze belle, partecipazione ad eventi che possono arricchire il nostro presente di tutto quello che il passato ci ha tolto.
Forse noi che abbiamo conosciuto la sofferenza siamo più aperti a sviluppare emozioni di chi non ha mai sofferto.
Così oggi, dopo gli ultimi avvenimenti che riguardano la scadenza del contratto delle operatrici dei nostri Centri, abbiamo deciso di scrivere perché anche noi vogliamo dire la nostra. Perché quello che noi pensiamo non ce lo sta chiedendo nessuno.
Noi rivolgiamo il nostro messaggio a tutti (medici, organizzatori di eventi culturali-artistici, operatori, politici, ecc…) ma anche a chi non conosce veramente il nostro problema e il motivo della nostra proposta: la persona della porta accanto. Proprio quelli che hanno paura di noi! Quelli che con l’arte e la psichiatria non c’entrano niente. Quelli che non ci conoscono ma ci osservano, quelli che non sanno neanche che cosa facciamo nei nostri laboratori, quelli che non hanno voglia né tempo di visitare le cose che organizziamo. quelli che qualche anno fa erano per la riapertura dei manicomi.

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