lunedì 13 agosto 2007

Manifestarsi nel suono

Rossano Astremo su La poesia detta

Oggi pensavo a quell'e-mail che ti scrissi un annetto fa, subito dopo l'ultima edizione della Notte della Taranta, dove ti dissi che forse l'unico grande evento che mancava nel Salento tanto osannato era un Festival di Poesia. Un territorio come il nostro, patria di Bodini, Pagano, Toma, D'Andrea e Verri, un territorio che negli ultimi anni ha allevato giovani poeti ora apprezzati nel resto d'Italia, meritava il suo Festival. Ci siamo scritti per un po', ci siamo confrontati su una possibile idea di evento, e poi la tua caparbietà, la tua voglia di fare e di portare avanti con forza e testardaggine tanti progetti contemporaneamente hanno portato a "La poesia detta".
Oggi pensavo anche a questa tre giorni che ci aspetta. Mi sembra di individuare una duplice linea di azione nei confronti della poesia orale che si alternerà a Martignano. Da un lato una linea interna alla parola, ossia che nasce dal testo scritto per farsi suono, una lettura in cui è la parola "performata" ad occupare la scena, e dall'altro lato una linea esterna alla parola, nella quale il testo scritto diviene suono non isolato, in cui la parola non è "performata" ma "rappresentata", in cui il corpo non si genuflette al potere del testo, ma agisce, interviene, si fa anch'esso significato.
Pensavo al mio essere sul palco la stessa sera di Giuseppe Semeraro, di Roberto Corradino, di Gabriella Rusticali, tutti attori di grande valore ed esperienza peri quali la poesia è intimamente connessa al loro agire sul palco.
Anche laddove sabato sera Giuseppe, Roberto e Gabriella si limiteranno a leggere i loro testi, il lavoro che negli anni hanno fatto sul loro corpo interverrà impercettibilmente ad orientare il senso del loro dire.
E pensavo alla mia esperienza di lettore, consumata negli anni nei piccoli e per me fondamentali palchi del Salento e della Puglia. Leggere per me è stato ed è terapeutico. La mia poesia si palesa a me stesso nella forma orale, una volta cantata, sussurrata, urlata, detta. Il libro "L'incanto delle macerie", come sai, è stato un work in progress durato tre anni, un accumulo di frammenti che mutavano ogniqualvolta mi capitava di leggerli in pubblico. È lì che trovavo il giusto equilibrio, quello che Sara Ventroni, in un'intervista che le ho fatto qualche giorno fa, chiama "la presenza di due forze di cui non potevo non tenere conto: un forza "bianca", centripeta, che voleva tenere le parole scritte al di qua della sonorità, nel recinto visivo della pagina, e una forza centrifuga (rossa?, blu?) che le chiamava a rendersi vive, in un certo luogo, in un certo contesto e a fare quello che è nella loro natura: manifestarsi nel suono". Ho trovato questa frase perfetta per spiegare il mio rapporto con la poesia e la necessità di "cantarla" ad un pubblico che spero, in questa tre giorni, sia il più numeroso possibile.

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