martedì 8 maggio 2007

Vi presento il Salento (2)

Sibilo lungo
partitura composta in occasione del festival della Notte della Taranta ed.2004

[ai padri-madri della poesia salentina ]
versi di Cesare De Santis, Antonio Errico, Vittorio Bodini, Ercole Ugo D’Andrea, Salvatore Toma, Antonio Verri

redazione a cura di Mauro Marino


Cesare De Santis

Chi gloria va cercando, chi amore
chi potenza e ricchezza va cercando,
ma poi dal grano resta la stoppia
ognuno di noi alfine avrà una tomba.
Non vi è fronte e non vi è corona
che eternamente possa governare
poveri noi!
Per tutti c’è la falce dalla morte ne uno può scappare!
Stoppia di grano che dovrà essere arsa
foglia d’autunno che il vento asporta
albero verde o secco che uragano spezza
legno esile o grosso che il fuoco brucia
lucerna che arde e il vento spegne
fumo che va col vento e cenere lascia.

Bello non ebbi, ne bontà e ne grazia,
ne nuovo ebbi
o vecchio o danaroso
tutti alla stessa terra torneremo,
in vari modi sorte ci è comune.
Poveri noi campo di stoppie!
che in mese di settembre furia avvampa;
addio denaro, addio gioia amore
fumo che passa, cenere che resta.



Antonio Errico

( Nobilissimo signore,)

Moltissime cose avrei da raccontarvi di questa terra:
cose ch’io vidi e udii per le contrade,
riferirvi storie di monaci che volano
attratti da forza misteriosa
o di femmine stravolte dalla furia provocata
dicono, da morso di tarantola,
di filosofi sapientissimi e biblioteche di volumi intonsi,
acefali, raspati, libri frugali, sibillini.

Dovrei descrivervi, il puttanaio delle città,
il groviglio, l’arraffio, le risse coi coltelli,
e poi le meraviglie delle chiese, le pitture bizantine,
i mosaici favolosi, i graffiti primitivi,
e lo splendore dei palazzi, la miseria dei tuguri,
e ancora, i covi di marinai franchi, bucanieri,
i laboratori degli alchimisti, gli antri dei veggenti.

A quest’ora, nell’incavo del giorno,
nella crasi della luce, là
nel punto in cui il confine tra cielo e mare si confonde
passano nuvole, come cavalieri che il vento porta al verno, alla bufera.
Passeranno per vuoti, per vapori, per torbide fumee,
si schianteranno su cime di monte, su fondo di dirupi.

Vorrei ricordarlo così com’è il mare.
Sognarlo così per tutto il sonno che già sento negli occhi.

… Vorrei riuscire a raccontarvi il mare,
a descrivervi la luce quando non sfolgora più
quando smuore e si fa tenera,
s’impregna del profumo dei gerani.
Ma, per raccontarvi questo luogo io dirò solo parole.
Voi, legatele, date ad esse un senso,
quale che sia sarà comunque giusto.

Il senso di questo luogo è nell’ambiguità, nel margine impreciso
nell’antinomia, nella contraddizione,
nella mistura di buio e di chiarore.

Questo luogo si sottrae ad ogni descrizione.


Vittorio Bodini

Viviamo in un incantesimo,
tra palazzi di tufo,
in una grande pianura.
Sulle rive del nulla
Mostriamo le caverne di noi stessi
- qualche palmizio, un santo
lordo di sangue nei tramonti, un libro
lento, di pochi fatti, che rileggiamo
più volte, nell’attesa che ci dia
tutte assieme, la vita
le cose che crediamo di meritare.

Hai fatto bene dice a non parlarmi del Sud del Sud
e delle sue brulle capre saltellanti di scoglio in scoglio

O le pallide mani delle capre del Sud

Hai fatto bene dice a non parlarmi del Sud del Sud
e delle sue capre per metà divorate dallo Stato

O le candide unghie delle capre del sud

Hai fatto bene dice a non parlarmi del Sud del Sud
e dei suoi orizzonti un tempo aperti da ogni lato

O le pallide unghie con cui ciascuno si dilania nel Sud

Hai fatto bene dice a non parlarmi del Sud del Sud
e dei suoi braccianti uccisi dalla polizia

O le pallide mani un po’ grassocce dei tribunali del Sud
gli olivi dal cuore umano l’accusare e accusarsi senza pietà.
Il grande Sud delle questioni di principio

Hai fatto bene dice a non parlarmi del Sud.


Ercole Ugo D’Andrea

(Ditemi il secolo)

Neri su gialli

Son mille spilli d’agonia del mondo
Le stagioni mi passano sul cuore
Come fanciulle scalze
Giardini con febbre vanno al mare
Il silenzio, è un naturale linguaggio

spezzato
dall’inciviltà delle macchine
Eros affina la caviglia
fino all’altra faccia della morte
Non ditemi ieri, oggi ditemi il secolo
Ch’io l’ appunti come stella fredda
come stella morta
o il sonno
sul suo guanciale di pietra
e d’acqua verde che repentina
lentissima, la scava
Ditemi del gregge e la caverna, semmai
la melograna e la rosa

Salvatore Toma
(La mia è una donna favolosa)

Vorrei ficcarmi le dita allo stomaco
spaccarmi le costole
spezzarle con grandissimo dolore
aprirle
so che non verrebbero fuori
visceri fegato cuore
verrebbe fuori
neve alberi fuoco
vento pioggia
perchè io sono fatto così
vegetale e libero.

Io non sono cervello
ossessioni inibizioni
società paure
io sono la vita
vita libera libertà foreste
gioia di esistere.

La mia
è una donna favolosa.
In nessuna parte
del mondo avrei potuto
trovare un simile mostro
di pazienza e di amore.

La mia, è una donna favolosa.
Pur di non perderla rinuncerei ai miei versi.

darei tutto perché oggi si ripetesse
quel tessersi dolcissimo
di carezze e di sguardi
di tremiti
oggi ridotti ad un tollerarsi
con violenza con rabbia
con ingiurie.

Che cosa si può fare per tornare indietro?
ringiovanire dimenticare
invecchiare illusi alla rovescia
riproporsi…

… ringiovanire per quelle mani
per quel suo frusciare in un corpo
come un rinascere.

… qualcosa ci deve essere
che si può fare
qualcosa di mai tentato.
Si ritrovano civiltà perdute
statue sui fondali
brocche, monili
come posso ritrovare il mio passato
se non è sottoterra
e se non è sepolto in mare?
il guaio è che è dentro di me
dove non mi posso tuffare.

… È il passato che mi dilania
questo essere stati
senza possibilità di ripetersi

di dirgli una parola.
Ma allora il vero in che consiste?
dov’è? io non lo vedo.

Io vedo solo noie
rumori, dolori
incredibili cose
disonestà, infamie
iI tutto passeggero.

Antonio Verri

C’è da disperarsi è così luccicante.
Senti, dissi, ti lascio la città,
proprio non mi va di scrivere se poi tutto si dilegua,
faccio fatica a seguire.
Voi lo sapete parlavo di un gran fiume
e non riuscivo a contenermi
io, continuamente parlavo
vi lascio la città non so che farmene
è tutta vostra, una volta era rossissima, porosa
e si rifletteva nel mio occhio

Vi lascio la città consumate quel che vi pare, guardate bene
correte, consumatevi
Io ho cercato, ancora cerco in qualche modo
E poi ancora ho gridato:

c’è un pomeriggio e ci sarà la domenica
e sul mio Declaro quel giorno annotavo
le mie grida; loro continuavano a correre
e io continuavo a gridare, a non capire.

Vi lascio la città,
non siamo più credibili,
c’è un nascere di chicca in chicca, esaltazione, tagli,
offerte di fondazione,
un caro inghiottirsi,
inarrestabile, un libro vuoto come un imbuto,
un fondo blu, un gran fiume
e questo incredibile scorrere, continuo, monotono
avanti, oddio, tutti pronti!

Al mercato, nelle piazze
in ogni piattaforma, sui terrazzi,
nelle caserme, nelle ovazioni, coperti, schermati,
rosolati da lampade per ogni stagione,
mentre sconfinano i gerghi
e il blu sconfina e i pùrpuri in ogni cosa il pomeriggio
e domani chissà se la domenica…
prendetevi la città, se volete continuate a credere
a rincorrere il gran libro, pensatelo possibile,
voi potete credere ad un gran libro:
per mio conto è solo una stupida balena
che col suo clamore ha invaso la rambla…

Cambia, cambierà

di molto, il volto della campagna,
degli aggregati umani, di interi paesi:
è cambiato dal dopoguerra ad oggi,
cambierà ancora
tra due, tre generazioni.
E cambieranno naturalmente anche abitudini,
modi di lavoro, rapporti…
ecco,
quel che non cambierà mai
sarà l’idea del dialogo con la terra
che l’uomo ha stabilito dal tempo dei tempi,
il grosso respiro. Il sibilo lungo
che si può udire solo di mattina,
mirando nella vastità dei campi,
con accanto, sentinelle silenziose, gli alberi d’argento…

La poesia odora è poesia da tutte le parti
ed io mi fingo lo specchio in cui trafugo
quei sogni accorti che ti racconto


son qua adesso ma sono dappertutto
col piede dondolante su questo nero ferrato a Galatina
in questa calma ( Cristo, ma come faccio ? ) gonfia di allori

rotta dal grido corto di un mio padre
… ma grida a me o saluta il treno, come sempre?


Eccolo, adesso è una pagliuzza anche lui
rassetta oro, quel che c’è da rassettare
cala la cappa ai conigli, gioca di nascosto col gatto
sperde nel lucore le sue pene, la sua rabbia…
adesso corre il mio vecchio
ci parliamo nel regno di camomilla…
dove gonfia l’ortica se la luna fa sperra.

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