giovedì 3 novembre 2011

Pietro Gatti - Nel rifugio della parola

Antonio Errico

Da quale luogo scrive Pietro Gatti: da quale antro, culla, tana, caverna, anfratto, rifugio, labirinto. In compagnia di chi scrive Pietro Gatti: di quali ombre amorose, di quali affettuosi fantasmi, di quali memorie lievi, di quali figure lancinanti.

Per che ragione scrive. Forse per la rivelazione di una verità custodita dalla terra da cui tutto ha avuto origine, in cui tutto avrà fine. Oppure per una sortilegio, un miracolo, un trasognamento. Oppure per un dolore segreto, per un pianto sommesso quasi fosse un lamento di madre. Oppure per fare il conto, il resoconto - talvolta aggiungendo un poco, sottraendo sempre molto – del tempo giusto, di quello inevitabile, del tempo imposto: dell’ora, dell’istante in cui la luce si rapprende, le creature si dissolvono, le cose si trasformano in forma confusa, pallida sembianza, e le case, le strade, le piazze, i campanili, le chiese, la campagna, si allungano o si restringono, si dilatano, si deformano, si sciolgono nell’aria. Scrive per questo, forse. O scrive per una resurrezione dell’infanzia, per rimanere a parlare ancora un poco con gli amici, o per ricordare, o per dimenticare, o per rinnovare un incantesimo, un prodigio.

Oppure scrive semplicemente – angosciosamente- perché pensa di poter placare l’ansia di tornare indietro indietro, di dimenticare la fanghiglia degli anni. Scrive per potersi raggomitolare al buio, senza sentire voce, senza vedere luce. Per sentirsi richiamare da una parola d’amore, per farsi consolare da una carezza lunga.

Scrive per pregare. Forse scrive per tutto questo. Forse per tutt’altro. Ora l’opera di Pietro Gatti è contenuta in due volumi editi da Manni con le affettuose cure di Donato Valli e le note biobibliografiche di Gerardo Trisolino.

Lo spazio antropico da cui scrive Pietro Gatti è Ceglie Messapica; lo spazio psicologico è un abisso: di nostalgia, di rimpianto, di desiderio contratto. Un luogo a volte scuro, a volte luminoso, centro di un universo esistenziale, luogo dell’anima e luogo del destino, mondo reale e mondo immaginario, microcosmo e universo, logos e mythos, villaggio dove tutto ha inizio e conclusione, dove i ricordi sono appesi a un chiodo arrugginito “ come la giacca in casa del povero”, terra che aspetta “ con la pazienza della fame seduta sul gradino” , dove una nascita e una morte hanno lo stesso peso, dove un sussurro e un grido sono una risposta al vento pacato o furioso.

Da quell’abisso di dentro, da quel villaggio sepolto proviene la voce che si fa poesia, che è un’ombra tra le ombre, che rassomiglia a una voce di bambino che sbava parole senza senso, a una voce malata che si rompe quando tenta d’alzarsi, che si spaventa al rumore di un’altra voce, voce di un tempo lontano, voce di malinconia. Questa è la poesia di Pietro Gatti. Questo vorticare di suoni, balenare di riflessi, proiettarsi di visioni. E’ la parola che s’impasta con le cose “ ingiallite al buio come il grano per il sepolcro” , che assorbe l’inquietudine racchiusa in uno sguardo, che si modula, si flette, si contorce nello sforzo – nello spasimo – di farsi natura, di essere garofano, calandrella, filo di vento, lucertola, pulviscolo, e luce : “ che emani luce ogni parola, pure che mi stia piangendo il cuore”.

Solo il dialetto poteva dare a Pietro Gatti una parola con sostanza di natura; solo una lingua delle viscere, del tempo remoto. Solo il dialetto poteva consentirgli di trovare la coincidenza perfetta tra il pensiero e il linguaggio, tra l’emozione e l’espressione, tra il lessico e la sensazione, di avvertire la parola come respiro, pulsazione del sangue, come elemento biologico.

Il pensiero, la terra, la parola, non hanno differenza, dissonanza, scarto. Appartengono all’essere, alla fisionomia intima, all’identità interiore. Pensiero e parola si generano dalla terra e alla terra ritornano; e la terra sarebbe inespressiva senza un pensiero che la perforasse fino a raggiungerne l’anima, senza la parola che dice quel pensiero che riemerge dalla profondità che custodisce il fuoco e il gelo. Sono di terra i pensieri miei, dice Gatti; e sono di terra anche le mie parole,dice; sono cose di sempre, di ogni giorno, “ rimaste nel sangue, fatte sangue, moti del cuore delle creature antiche”. Con quelle parole racconta il diritto e il rovescio delle storie, la speranza e la disperazione, la concretezza e la fantasticheria.

La conformazione della terra e quella dell’esistenza si rispecchiano, si riguardano, si riconoscono. La poesia racconta questa specularità, questo riconoscimento. Racconta il visibile. Soprattutto l’invisibile: racconta tutto quello che scorre sotterraneo, tutto quello che è stato e non è più. Racconta la memoria che forse non è altro che una pietosa consolazione dell’assenza. Allora la terra di Pietro Gatti non avrebbe potuto avere altro linguaggio se non quello di Pietro Gatti. La terra non è al centro del linguaggio ma è il linguaggio stesso. La compenetrazione è assoluta e rappresenta la condizione che consente l’esistenza dell’uno e dell’altro elemento. Forse si potrebbe dire che in Pietro Gatti la terra e il linguaggio costituiscono la materia della coscienza. Si impasta di una luce di luna, la coscienza, di un ciuffo d’erba, una nuvola, un colore d’aprile, di una mano di bimbo, una nuvola vaga, un desiderio, una vertigine, un profumo, “ e senti che la vita il mondo tutto intero nel profondo ti penetra nel sangue e ti ubriachi di piacere e la vorresti stringere sempre più forte per frantumarla fino a che entrasse dentro l’anima, tutta”.

Ecco, dunque, che non c’è cesura tra l’essere, la terra e la parola che esprime la loro fusione. La poesia prende le forme della terra, ad essa si modella, aderisce. Le assorbe e in qualche modo finanche le sostituisce, così che a un certo punto non ci sono più rondini, sassi, casupole, rovi, fumaioli, ma ci sono le parole che assumono le forme di tutte queste cose.

A un certo punto non ci sono nemmeno i ricordi, ma la poesia che si è fatta dal ricordo, che nelle parole ha assimilato i suoi piaceri e le sue dolenze. A un certo punto, in certi punti di sospensione, d’incantesimo, di magia lessicale capace di trasformare in metafora vaporosa la concretezza più dura, non c’è più nemmeno la vita. C’è la poesia in cui la vita è stata accolta. Forse la poesia che ospita la vita è la condizione che accade ai grandi poeti. Certamente senza che lo vogliano, certamente senza che se ne accorgano. Accade che fuori da quella condizione non si possa vivere, non si sappia vivere. Ogni gesto, ogni respiro, ogni relazione con l’Altro, ogni corrispondenza col Sé, ha origine dal fondo, dal fondiglio, di una parola – una sillaba, un suono - e si conclude dentro una parola, una sillaba, un suono.

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