giovedì 17 novembre 2011

Raffaele De Giorgi, nelle parole...

Antonio Errico

Non è orizzontale lo sguardo di Raffaele De Giorgi. E’ obliquo, trasversale, attratto dal richiamo dell’analogia; poi è uno sguardo che si muove nei territori culturali in verticale: discende, scava, sprofonda, fino a raggiungere il punto in cui ha origine il fenomeno, dove matura una condizione dell’essere e dell’esistere, prende forma l’idea del tempo e delle cose, la concezione del limite e dell’illimitato, del finito e dell’infinito, del possibile e dell’impossibile, del vero e del falso, della verità e della menzogna, della realtà e della finzione. E’ uno sguardo che indaga gli eventi e gli elementi del sociale, i motivi e i moventi dei fatti, le cause e gli effetti, che scandaglia i fondali della conoscenza, che perfora la superficie dell’apparenza per rivelare quello che è in relazione a quello che sembra, che stringe i piani del significante e del significato, della forma che si separa dalla sostanza e della forma che corrisponde alla sostanza.

De Giorgi penetra nelle parole per rintracciarne il senso, i sensi essenziali, radicali: quelli che costituiscono l’autenticità, la differenza. Quelli che strappano le maschere. Quelli che rivelano i trucchi, gli imbrogli, i colpevoli artifici. Parole come identità, memoria, Sud, spalancano voragini semantiche nelle quali il suo sguardo si inabissa.

Ricordavo di aver letto una scrittura di Raffaele De Giorgi che diceva di Lecce. Mi erano rimaste certe atmosfere, certe immagini. Ma per quello che dovevo fare mi servivano le parole: quelle parole precise. Ho cercato tra gli articoli di giornale che ritaglio e conservo, e non c’era. Poi ho cominciato, per intuizione, a rileggere uno dei suoi libri, “Futuri passati”, edito da Pensa. Una scrittura secca. Idee taglienti. Un’argomentazione da accerchiamento. Nuclei concettuali che si espandono, si diramano, coinvolgono altri nuclei. Frammenti che si ricompongono in una struttura coerente, coesa, perché appartenenti ad un progetto unitario, ad una visione complessiva, ad un pensiero organico, rigoroso. Uno stile che sintetizza tutte le categorie di cui parla Italo Calvino nelle “ Lezioni americane”: leggero, rapido, esatto, visibile, molteplice. Un linguaggio che non si concede mai una morbidezza, sempre teso all’essenziale, al confronto senza mediazioni. Nitido. Implacabile. A pag. 58 trovo quello che cercavo su Lecce, ma non mi soffermo; ormai sono nel flusso, attraverso il passo, vado oltre. Perché quello che cercavo diventa meno importante di quello che non cercavo e che riscopro.

Di tanto in tanto, nel corso della lettura, si presenta – indiscreta, inopportuna – la domanda su quale sia il genere di questo libro. Banale domanda, perché ignora la circostanza che il genere rappresenta la convenzione di un’accademia che non ha passione. Mentre questo è un libro tramato di passione, di un lucido ed inquieto sentimento degli esseri e delle cose. Contempera l’analisi del filosofo con l’andamento del narratore. Le parti che compongono questo libro sono le riflessioni di uno studioso proposte con le forme del narratore, probabilmente perché pensate, elaborate, con il metodo scientifico del ricercatore e con lo scarto dalla comune grammatica della visione che caratterizza il processo di pensiero dell’ inventore di mondi.

Allora viene in mente, inaspettata eppure inevitabile, quella figura del narratore come persona di consiglio di cui parla Walter Benjamin nel saggio sull’opera di Nicola Leskov contenuto in “ Angelus Novus”; e nonostante questa parola, oggi, possa sembrare inadeguata ai tempi e incoerente con i comportamenti individuali e collettivi, con l’edonismo a prezzi stracciati, con la superficialità allarmante, con l’indifferenza insolente, vorrei azzardarne l’uso ed affermare che le riflessioni, le argomentazioni, le esemplificazioni di Raffaele De Giorgi si caricano del senso di un consiglio che coinvolge le sfere dell’essere con gli altri, tra gli altri, possibilmente per gli altri. L’altro è un vecchio con le mani bruciate dal freddo che dice “ per me è sempre Natale quando ti vedo”. L’altro è un bambino che dorme e “forse sogna parabole, forse esempi, forse racconti che dirà a quell’umanità che gli sta davanti , perché spezzi le catene che le bloccano la parola”. L’altro è un ragazzo solo “ schiacciato dal mondo. Soffocato dal mondo, dagli altri, dagli adulti”. L’altro è ogni creatura alla quale non vogliamo rassomigliare, che non sappiamo ascoltare, a cui non riusciamo a parlare. E’ la nostra coscienza che abbiamo voluto ammutolire. Così il consiglio più profondo di Raffaele De Giorgi dice che è urgente ritrovare quella parte di noi che vive segretamente con il cuore dell’altro.


giovedì 3 novembre 2011

Pietro Gatti - Nel rifugio della parola

Antonio Errico

Da quale luogo scrive Pietro Gatti: da quale antro, culla, tana, caverna, anfratto, rifugio, labirinto. In compagnia di chi scrive Pietro Gatti: di quali ombre amorose, di quali affettuosi fantasmi, di quali memorie lievi, di quali figure lancinanti.

Per che ragione scrive. Forse per la rivelazione di una verità custodita dalla terra da cui tutto ha avuto origine, in cui tutto avrà fine. Oppure per una sortilegio, un miracolo, un trasognamento. Oppure per un dolore segreto, per un pianto sommesso quasi fosse un lamento di madre. Oppure per fare il conto, il resoconto - talvolta aggiungendo un poco, sottraendo sempre molto – del tempo giusto, di quello inevitabile, del tempo imposto: dell’ora, dell’istante in cui la luce si rapprende, le creature si dissolvono, le cose si trasformano in forma confusa, pallida sembianza, e le case, le strade, le piazze, i campanili, le chiese, la campagna, si allungano o si restringono, si dilatano, si deformano, si sciolgono nell’aria. Scrive per questo, forse. O scrive per una resurrezione dell’infanzia, per rimanere a parlare ancora un poco con gli amici, o per ricordare, o per dimenticare, o per rinnovare un incantesimo, un prodigio.

Oppure scrive semplicemente – angosciosamente- perché pensa di poter placare l’ansia di tornare indietro indietro, di dimenticare la fanghiglia degli anni. Scrive per potersi raggomitolare al buio, senza sentire voce, senza vedere luce. Per sentirsi richiamare da una parola d’amore, per farsi consolare da una carezza lunga.

Scrive per pregare. Forse scrive per tutto questo. Forse per tutt’altro. Ora l’opera di Pietro Gatti è contenuta in due volumi editi da Manni con le affettuose cure di Donato Valli e le note biobibliografiche di Gerardo Trisolino.

Lo spazio antropico da cui scrive Pietro Gatti è Ceglie Messapica; lo spazio psicologico è un abisso: di nostalgia, di rimpianto, di desiderio contratto. Un luogo a volte scuro, a volte luminoso, centro di un universo esistenziale, luogo dell’anima e luogo del destino, mondo reale e mondo immaginario, microcosmo e universo, logos e mythos, villaggio dove tutto ha inizio e conclusione, dove i ricordi sono appesi a un chiodo arrugginito “ come la giacca in casa del povero”, terra che aspetta “ con la pazienza della fame seduta sul gradino” , dove una nascita e una morte hanno lo stesso peso, dove un sussurro e un grido sono una risposta al vento pacato o furioso.

Da quell’abisso di dentro, da quel villaggio sepolto proviene la voce che si fa poesia, che è un’ombra tra le ombre, che rassomiglia a una voce di bambino che sbava parole senza senso, a una voce malata che si rompe quando tenta d’alzarsi, che si spaventa al rumore di un’altra voce, voce di un tempo lontano, voce di malinconia. Questa è la poesia di Pietro Gatti. Questo vorticare di suoni, balenare di riflessi, proiettarsi di visioni. E’ la parola che s’impasta con le cose “ ingiallite al buio come il grano per il sepolcro” , che assorbe l’inquietudine racchiusa in uno sguardo, che si modula, si flette, si contorce nello sforzo – nello spasimo – di farsi natura, di essere garofano, calandrella, filo di vento, lucertola, pulviscolo, e luce : “ che emani luce ogni parola, pure che mi stia piangendo il cuore”.

Solo il dialetto poteva dare a Pietro Gatti una parola con sostanza di natura; solo una lingua delle viscere, del tempo remoto. Solo il dialetto poteva consentirgli di trovare la coincidenza perfetta tra il pensiero e il linguaggio, tra l’emozione e l’espressione, tra il lessico e la sensazione, di avvertire la parola come respiro, pulsazione del sangue, come elemento biologico.

Il pensiero, la terra, la parola, non hanno differenza, dissonanza, scarto. Appartengono all’essere, alla fisionomia intima, all’identità interiore. Pensiero e parola si generano dalla terra e alla terra ritornano; e la terra sarebbe inespressiva senza un pensiero che la perforasse fino a raggiungerne l’anima, senza la parola che dice quel pensiero che riemerge dalla profondità che custodisce il fuoco e il gelo. Sono di terra i pensieri miei, dice Gatti; e sono di terra anche le mie parole,dice; sono cose di sempre, di ogni giorno, “ rimaste nel sangue, fatte sangue, moti del cuore delle creature antiche”. Con quelle parole racconta il diritto e il rovescio delle storie, la speranza e la disperazione, la concretezza e la fantasticheria.

La conformazione della terra e quella dell’esistenza si rispecchiano, si riguardano, si riconoscono. La poesia racconta questa specularità, questo riconoscimento. Racconta il visibile. Soprattutto l’invisibile: racconta tutto quello che scorre sotterraneo, tutto quello che è stato e non è più. Racconta la memoria che forse non è altro che una pietosa consolazione dell’assenza. Allora la terra di Pietro Gatti non avrebbe potuto avere altro linguaggio se non quello di Pietro Gatti. La terra non è al centro del linguaggio ma è il linguaggio stesso. La compenetrazione è assoluta e rappresenta la condizione che consente l’esistenza dell’uno e dell’altro elemento. Forse si potrebbe dire che in Pietro Gatti la terra e il linguaggio costituiscono la materia della coscienza. Si impasta di una luce di luna, la coscienza, di un ciuffo d’erba, una nuvola, un colore d’aprile, di una mano di bimbo, una nuvola vaga, un desiderio, una vertigine, un profumo, “ e senti che la vita il mondo tutto intero nel profondo ti penetra nel sangue e ti ubriachi di piacere e la vorresti stringere sempre più forte per frantumarla fino a che entrasse dentro l’anima, tutta”.

Ecco, dunque, che non c’è cesura tra l’essere, la terra e la parola che esprime la loro fusione. La poesia prende le forme della terra, ad essa si modella, aderisce. Le assorbe e in qualche modo finanche le sostituisce, così che a un certo punto non ci sono più rondini, sassi, casupole, rovi, fumaioli, ma ci sono le parole che assumono le forme di tutte queste cose.

A un certo punto non ci sono nemmeno i ricordi, ma la poesia che si è fatta dal ricordo, che nelle parole ha assimilato i suoi piaceri e le sue dolenze. A un certo punto, in certi punti di sospensione, d’incantesimo, di magia lessicale capace di trasformare in metafora vaporosa la concretezza più dura, non c’è più nemmeno la vita. C’è la poesia in cui la vita è stata accolta. Forse la poesia che ospita la vita è la condizione che accade ai grandi poeti. Certamente senza che lo vogliano, certamente senza che se ne accorgano. Accade che fuori da quella condizione non si possa vivere, non si sappia vivere. Ogni gesto, ogni respiro, ogni relazione con l’Altro, ogni corrispondenza col Sé, ha origine dal fondo, dal fondiglio, di una parola – una sillaba, un suono - e si conclude dentro una parola, una sillaba, un suono.