giovedì 6 ottobre 2011

Arrigo Colombo, Io canto poesia

Poesia Un'intervista al filosofo e poeta Arrigo Colombo a cura di Manuela Mastria

Sull’estrema soglia, è il titolo del suo ultimo lavoro poetico edito da LietoColle. Come nasce quest’opera? Nella nota al libro, lei stesso afferma che si tratta di una serie di ‘Varizioni’, ‘Canzoni’ ed ‘Inni’.

Il libro nasce casualmente. “Sull’estrema soglia” è una raccolta breve. Io avrei atteso. In passato ho pubblicato due volumetti che sono appunto le ‘Variazioni’ e le ‘Canzoni’, che sono i miei due modi di fare poesia. Per “Sull’estrema soglia” ho raccolto tre ‘Variazioni’, tre ‘Canzoni’ e tre ‘Inni’ che fanno parte, questi ultimi, di un progetto di “Inni alla Notte” a cui sto lavorando e che ho derivato da Novalis e che dovrebbero essere in tutto una ventina.

Anche questo libro torna su alcuni temi cari alla sua ricerca teorica e poetica. A questo proposito Guido Oldani, nell’introduzione, parla di una poesia colta, ma che non ha bisogno di tradire alcuna citazione. Una scrittura che, svela il suo legame con la musica, la sua derivazione musicale. Quali sono le fonti che l'hanno ispirata, oltre a Novalis, da lui stesso citato?

Se dovessi fare la storia della mia poesia, il primo autore che incontro durante il primo ginnasio è Pascoli. Pascoli, fortemente sensibile, fortemente musicale. Poi D’Annunzio, che è il mago della parola, in un certo modo. Il terzo è Leopardi. Sono questi i tre autori da cui muove la mia poesia. Poco dopo, però, incontro Eliot, in quando un mio amico mi passa un dattiloscritto del “Mercoledì delle ceneri”. Lo leggo e ne rimango fortemente impressionato. Continuo a leggere Elliot e lo leggo a tal punto e con tale insistenza che ad un certo momento non posso leggerlo più, mi ha come saziato. Sono stato diversi anni senza toccarlo. Naturalmente da queste letture nasce il mio modo di fare poesia. La poesia italiana è dominata dal frammento. Io, invece, ho bisogno di un discorso ampio. Per questo scrivo poemetti essenzialmente. Ad un certo momento mi viene l’idea della ‘Variazione’. Seguo molto la musica. Anche quando scrivo di filosofia devo sempre ascoltare musica (musica che conosco già e che quindi vibra nell’anima e stimola il pensiero). La mia poesia ha sempre una forte musicalità. Questa derivazione quasi musicale del fare poetico nasce da alcune riflessioni legate alla possibilità propria della musica di enunciare un tema, poi ripeterlo, poi variarlo, poi riprenderlo. Da qui l’idea delle ‘Variazioni’ poetiche che riprendono sempre lo stesso tema e che sono in quattro o cinque tempi. Questo risulta chiaro, per esempio, nella prima ‘Variazione’ che compare sul mio ultimo libro dal titolo “Sul tema della luna cadente”. Come si può vedere, queste variazioni sviluppano un tema che va, di solito, verso la catastrofe, perchè esprimono il nulla delle cose. Io sono profondamente credente. Dio è tutto, mentre l’uomo stesso è nulla. È un’idea heideggeriana. Io sono uno studioso di Heidegger, ho studiato a Friburgo, dove c’era la sua scuola. L’uomo è l’essere di un nulla di sé. Tutto ciò che comincia ad essere non può essere per se stesso, altrimenti come si darebbe l’essere? Sull’insieme di queste idee nascono le ‘Variazioni’.

Nella sua formazione e nella sua ricerca, la poesia ha sempre rivestito un ruolo fondamentale, essendo, insieme al pensiero, l’altro momento e modo del disvelarsi dell’essere. Cosa significa per lei fare poesia? Qual è la relazione che tiene assieme la sua ricerca filosofica e quella poetica? Quale il filo rosso che lega le due esperienze?

Momento poetico e filosofico sono paralleli nella ricerca umana, secondo il mio parere. Non c’è molta differenza. Sono due modi di esprimersi, di cercare la verità. Per me la filosofia è la ricerca della verità, della verità divina. È un impegno morale per il bene dell’umanità. La ricerca sull’Utopia che si sviluppa dall’82 diventa la ricerca del progetto dell’umanità che è il progetto di una società di giustizia e di una società fraterna, più ancora. La poesia è la sublimazione del discorso umano. È lo stesso pensiero che si esprime altrimenti. Noi parliamo di intuizione poetica, ma ad essa deve fare seguito un distacco. La scrittura deve attendere. Un pomeriggio andando sul terrazzo, guardo verso est e vedo una cortina di nubi. Al termine di questa cortina, c’era posata proprio la luna, che, sembrava, che dormendo dovesse scivolare giù, dovesse cadere. Qui ho l’intuizione poetica. Dopo, però, viene il tempo che questo fermento nell’animo, nell’inconscio abbia il tempo di crescere e di arricchirsi da sé. Solo dopo si arriva alla decisione di scrivere. Come del resto dice Leopardi nella sua famosa lettera a Melchiorri, in cui spiega il suo modo di fare poesia. C’è una prima fase torrenziale della scrittura, un torrente di lava che esce fuori da sé. Il momento successivo, invece, è quello dell’elaborazione del discorso poetico, ed è una fase piuttosto faticosa. Leopardi addirittura diceva che questa fase gli comportava settimane di lavoro. Per me non è così. Capisco, allo stesso tempo, che questo processo implica del tempo perché è qui che il discorso poetico deve costruirsi nelle sue peculiarità. È questo che rende differente il discorso quotidiano o filosofico da quello poetico. Il costruirsi del discorso poetico deve essere dominato dal ritmo, dalla musicalità, da quelle che in passato erano chiamate le forme retoriche. Per questo amo l’iterazione, l’accumularsi della parola (come il mettere 3 o 4 aggettivi di seguito), l’inversione, oppure l’allitterazione (questi due suoni simili che seguono l’uno all’altro). Nella poesia amo cioè, che la parola ritorni. Amo sentire la parola, gustarla...

Nell'1985 ha fondato, insieme a Walter Vergallo il Laboratorio di Poesia nell’Università di Lecce, luogo di confronto, scambio con i maggiori poeti salentini. Il laboratorio ha poi dato vita ad un prolifico giornale di poesia, L’Incantiere. Altra importante esperienza è Salentopoesia, festival in cui la poesia sposava altri linguaggi artistici, dal teatro, alla musica, alla danza. La sua idea e la sua pratica di un fare poesia si è declinata negli anni nella costante necessità della lettura e dell’incontro pubblico. Compito del poeta è, dunque, cantare la poesia in un corpo a corpo tra chi fa esercizio di scrittura e chi è chiamato all’ascolto?

Quando abbiamo pubblicato il numero zero dell’Incantiere abbiamo enunziato due principi: “il principio di spettacolarità e il principio di popolarità”. In realtà la poesia non è lo scritto. Lo scritto è soltanto il tramite di conservazione e comunicazione. Si scrive poesia per poterla comunicare poi, in maniera più ampia. Il vero essere della poesia sta nella parola parlata, sta nel suono, nel canto. La poesia è canto, come giustamente fa Leopardi che chiama Canti le sue poesie. L’essere della poesia sta nel canto, quindi nello spettacolo, cioè è spettacolo, un momento spettacolare. Appunto perché è sublimazione del discorso umano, la parola poetica è musicale, ha questa musicalità intrinseca. Proprio per questo io non parlo mai di reading di poesia, come spesso si dice. No. La poesia non è una lettura, è un canto, anche quando si legge. Siccome la poesia è spettacolare di per se stessa, noi facciamo spettacoli di poesia. Quest’idea dello spettacolo deve coniugare un altro principio che è quello della popolarità. La poesia è ritenuta di solito un’espressione d’elite, di nicchia. Invece, essendo una sublimazione del discorso umano, deve essere comunicata molto alla gente. La gente deve gustare molta arte, molta poesia, deve formarsi un gusto poetico, non deve accontentarsi di un modo banale di vivere. Se pensiamo al lavoro umano, per tanti secoli, il lavoro umano era rappresentato dal lavoro contadino. Poi è subentrato il lavoro industriale. In America negli anni ’70-’80 eravamo giunti ad un punto che la forza lavoro impiegata nell’agricoltura era passata dal 50% al 5% in cento anni, poi è scesa ancora al 3%, fino ad arrivare all’1,5% di oggi Le cose sono cambiate con l’avvento dell’industrializzazione. Nel settore industriale la macchina è autonoma, ha bisogno solo di una fonte di energia. In futuro le fabbriche saranno grandi automi e faranno tutto da sé. Resterà solo un margine di lavoro umano. Il lavoro, come detto, passa nel terziario. Il terziario deve espandersi. Parigi è una città di 13 milioni di abitanti (il comune è stato ristretto a 3 milioni di abitanti, ma questa è stata un’operazione politica). C’era una sola Opéra, ora c’è anche l’Opéra Bastille. Cosa fanno 13 milioni di abitanti con due teatri o con una sola Sala da Concerto? Se vogliamo che l’uomo si umanizzi, che diventi più umano e sviluppi le sue meravigliose potenzialità, deve svilupparsi il terziario e quindi il mondo della cultura, dell’arte e del teatro. Anche qui a Lecce ci dovrebbero essere più compagnie teatrali, se solo questa città fosse stata più sensibile al teatro. La poesia, come la musica (soprattutto quella classica che è uno dei livelli più alti) deve arrivare alla gente. La gente deve sentire poesia, altrimenti le manca una parte importante. La gente ha bisogno di essere sensibilizzata.

Si può oggi fare poesia? Fare una poesia che dica delle contemporaneità, della “stringenza” del presente? Quali sono gli autori contemporanei a cui guarda?

Io trovo strana questa domanda. Se si possa oggi parlare di poesia. Non capisco questo scetticismo nei confronti della poesia. Certo che c’è una poesia che dica del presente. È chiaro che io leggo gli autori contemporanei. Ho cominciato da Pascoli e D’annunzio e poi Eliot però ho letto Ungaretti, Montale, Sanguineti, Zanzotto. Tutti i maggiori poeti del Novecento non solo italiano ma anche francese, inglese, americano. La lettura di “Foglie d’erba” di Whitman, per esempio, è stata importante o quella di Emily Dickinson che è inglese. Quindi un poeta deve nutrirsi di poesia.Io che faccio poesia prima di cominciare a scrivere leggo i poeti e anche quando ho finito leggo ancora dei poeti. La poesia è la sublimazione del discorso umano ed è necessaria in ogni tempo. Certo nel nostro tempo corre il pericolo di banalizzarsi in forme di linguaggio o in forme visive banali, ma anche in questo caso i grandi film, il vero cinema sono altra cosa. Io amo molto il cinema e vedo molto cinema perché nel cinema c’è in atto una storia, un’umanità. Questo è ancor più evidente nel teatro, dove c’è anche una presenza e una comunicazione diretta. Insomma, tornando a noi, la poesia è di sempre. La poesia nel Novecento non ha attraversato una vera crisi, a differenza dell’arte visiva. L’arte visiva attualmente non c’è. Quella che prima era pittura, scultura, disegno, è diventata installazione. Finalmente c’è stato Maffesoli storico francese che ha scritto un grosso libro, di oltre settecento pagine che ha avuto il coraggio di dire che l’arte, che è stata grande nei Millenni, ora non c’è più. Quindi bisogna cambiare strada, radicalmente.Noi proprio questo problema abbiamo affrontato due anni fa nel nostro “Manifesto per una nuova poesia- per una poesia più compiutamente umana” Questo manifesto è stato presentato a Milano, a Cagliari, è stato pubblicato e discusso due anni fa in SalentoPoesia (che come si sa è strutturato in due serate di poesia e in una mattinata di laboratorio a cui partecipano i poeti).

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