lunedì 12 settembre 2011

Indagine sull’opera di Antonio Errico

«Ma fare il conto degli anni cosa serve. Gli anni cosa contano»

Il tempo e la memoria

Lori Marra


Dolcezza e furore. Vaghezza e indeterminatezza dei contorni, confusi e sfocati tra vita e non vita, tra Amore e Morte, ragione e delirio, tra un autunno al suo finire e un inverno al cominciare.

Verità celate o appena accennate, intraviste, in una serie di piani di lettura che ora si intersecano e si intrecciano, ora si contrappongono e si negano. Consiste in questo la vis poetica di Antonio Errico; nei suoi scritti non dà risposta ad interrogativi, anzi pone il dubbio, spesso lacerante; afferma e ritratta, in un continuo rimescolio di pensieri; non comunica, ma esprime stati d’animo e sensazioni che dalla sfera intima e personale si dilatano a comprendere un più ampio respiro universale, riuscendo ad annullare lo iato tra vita e poesia.


Il tempo e il mare

Tanti sono i nuclei tematici della sua poetica. In particolare il tempo, nel suo essere scorrere ineludibile, trascolorare della memoria, passato, nostalgia, ricordo, diventa la chiave di lettura della sua interiorità. La memoria, in particolare, come scrive ne “Le ragioni della passione” (Kurumuny, 2010) «è quel territorio dell’appartenenza che si attraversa incessantemente per verificare il grado di riconoscimento di sé e della storia che ci riguarda». E parte integrante dell’identità e della storia di Antonio Errico è il mare, costante punto di approdo del suo ritorno al passato, all’antico, all’archè della sua esistenza; depositario di memorie, speranze, solitudini, attese, nostalgie: «Il mare non racconta», dice infatti Palinuro in “Favolerie” (Manni 1996), e quindi non tradisce; «siamo noi che raccontiamo al mare. É specchio scuro fondo silenzioso che chiude dentro di sé ogni sussurro, ogni urlo, i segreti delle storie che noi gli confessiamo». Ma il mare non è solo interlocutore muto. Antonio Errico lo sente e lo percepisce come palpito di nostalgia, anelito di lontananza, desiderio di infanzia, leggerezza, libertà e incoscienza. In consonanza con il suo temperamento ne coglie il fragore, la sonorità maestosa, la profondità inquieta e insondabile, come se ne conservasse nell’animo il ricordo nostalgico del disertore di “Stralune” (Manni 2008) che rievoca quando era figlio che disubbidiva e si allontanava da casa nei pomeriggi d’estate per andare a tuffarsi dalla parte più alta della montagna spaccata a strapiombo sul mare.


La sostanza degli anni

Tuttavia il tempo, la memoria, i ricordi sono aspetti della vita che Antonio Errico vive in maniera conflittuale, talvolta contraddittoria, in un crescendo di tensione drammatica. Come scrive in “Favolerie”, il tempo è stagione che passa, è vita che va via inesorabile, è fiume che non si ferma, e gli anni sono solo un attimo, un sospiro.

Cancella tutto il tempo nel suo sopore, cuce ogni strappo, ci consola smemorandoci. Come la risacca che cancella i segni sulla sabbia, cambiandone ogni volta il profilo e il riflesso.

Così per Eleò in “Favolerie”: «Il tempo gli passava sui capelli, sulla sua barba, sopra i suoi dolori, sopra il cuore passò, per cancellare come fosse unguento ogni ferita. Gli cancellò le lacrime, i rimpianti, la solitudine, le parole amare; gli cancellò l’amore e i tradimenti, i morsi dell’anima». E soprattutto è stagione irripetibile. Il passato assume infatti la forma di un tempo concluso e archiviato nella sua irreversibilità ed esclude la possibilità di un ritorno: «A volte ho la tentazione di tornare», ammette il Fanciullo di Puglia ne “L’ultima caccia di Federico Re” (Manni 2004), ma è una malinconia sottile, la debolezza di un attimo, subito smentita e messa a tacere dalla presa di coscienza che non ci sarebbe più nessuno ad aspettarlo; questa la mesta consapevolezza delle sue parole: nessuno avrebbe più nulla da darmi. Nulla potrebbe essere più uguale.


Nella nave vita

In “Favolerie” Eleò sa bene che non si ritorna mai, che tutto cambia: «Come si possono trovare intatti i pensieri, i segreti, si può guardare solo da lontano o nascosti dietro le spalle del tempo che è passato, perché felice può essere solo la memoria di ciò che è stato prima di partire», quella che ciascuno conserva.

É il tema del nostos, cifra dell’Odissea, caro anche a Cesare Pavese. É un Ritorno quello che narra e descrive ne “La luna e i falò”, fatto di fili di memoria, nostalgie e disillusioni. Il protagonista torna nei luoghi della sua infanzia, ma solo il paesaggio delle Langhe ha conservato il suo aspetto di una volta; da qui il suo interrogativo: «di tutto quanto, della Mora, di quella vita di noialtri, che cosa resta?»; tanti, troppi sono i volti svaniti nel tempo; tutto è amaramente mutato, svuotato; il passato rivive solo nel suo ricordo.

Il tempo infatti non offre mai una possibilità di sopravvivenza di storie e di creature a loro stesse. É la drammatica presa di coscienza del disertore di “Stralune”, disertato da chi gli è appartenuto, nel deserto affettivo che ha trovato al suo ritorno, in una realtà che acquista la dimensione di un luogo perduto. Le parole del padre (o almeno di chi reputa tale) sono il riflesso della sua coscienza: «Hai capito che quello che vedi è solo la scorza; che ormai è solo un tempo finito».

Come constata amaramente Thomas Eliot, «nella vita di un uomo non torna mai lo stesso tempo»; e la finitezza, l’irrecuperabilità del tempo trascorso ha una cadenza quasi ossessiva nell’ animo del protagonista di “Stralune”. Glielo ricorda quella che è stata la sua amante: «Se c’é un altro è perché tu ora sei passato, non puoi più tornare»; ne è consapevole egli stesso; così Antonio Errico dà voce ai suoi pensieri: «Sapeva che non avrebbe potuto innamorarsi un’altra volta, che non ci poteva essere nessuna ripetizione del tempo». Questo perché la vita è un continuo navigare e, come medita tra sé e sé Palinuro in “Favolerie”, «ha senso solamente il tempo sconosciuto ha senso navigare senza meta” ha senso il “bisogno di scordarsi, di scordare, per non giungere mai in nessun porto».


Con il guerriero smemorare

La memoria infatti può essere ingannevole. Talvolta può diventare elemento scomodo e ingombrante e questo succede quando riporta a galla un passato di ombre, di insoddisfazioni, un passato inutile, inconcludente, stupido. É il caso del generale Turno in “Favolerie” che, davanti alla sconfitta personale e alla perdita del suo regno per mano di Enea, si abbandona alla resa, anche a quella dei ricordi: «Io ho bisogno di scordare. Non voglio più memoria». Questa è la sua volontà, dinanzi al sangue di una guerra persa, come non voler vedere i fasti di ciò che si era di fronte alla miseria di ciò che si è diventati. D’altronde, come scrive Antonio Errico ne “Le ragioni della passione”, «la memoria è anche una ricostruzione semantica della propria condizione di uomo»; rifiutarla e rinnegare la delusione di un presente in cui non ci si riconosce, equivale a rifiutare la propria identità, poiché «l’identità non è altro che un esito della memoria».

Pallante in “Favolerie” sa che un guerriero non ha sogni, non ha ansie, memorie, come se tutto ciò rappresentasse il lato debole dell’essere uomo. Diventare ombra smemorata, dunque, apprendere, come suggerisce Federico, la saggezza della dimenticanza, non avere più ricordi, poiché spesso, con le parole di G. Ungaretti, i ricordi sono «un inutile infinito», ingombrante zavorra, labile confine tra rimpianto e rimorso.

«Scorda il ricordo» diventa allora l’imperativo, come nelle parole di Calcante in “Favolerie”. Così il disertore, nelle pagine conclusive di “Stralune” vorrebbe dormire e dimenticare, e nella preghiera finale chiede esplicitamente «Non mi indurre nella tentazione della memoria, del rimpianto».

Da qui la preghiera del padre al figlio disertore: «Dimentica tutto. Ricorda solo tutto ciò che ti può liberare dal desiderio del ritorno». Occorre dunque sedare il cuore di fronte alla tentazione del salto all’indietro, affascinante e ingannevole canto delle Sirene, richiamo ancestrale, ineludibile, soprattutto nell’autunno della vita quando forse, più che gettare lo sguardo in avanti, fa meno paura guardare a ciò che è stato. É questa la consapevolezza del padre di Enea in “Favolerie”: «Sapevo che si ritorna quando annotta; sapevo che si ritorna quando il fiato comincia a farsi grosso». Ma le stagioni tramontano e il presente tradisce inesorabilmente e dolorosamente il tempo andato, le assenze si sommano, le voci si spengono e cresce la solitudine di chi sopravvive. Amaro il rimpianto del padre in “Stralune”: «Avrei dovuto cercarti per impedirti di tornare, per non farti vedere come siamo cambiati», per risparmiare al figlio il dolore di un presente appassito e consunto.

Forse solo gli occhi si sottraggono all’ingiuria del tempo, al suo potere di solcare il viso, di snaturare e cancellare i tratti originari. Così, nostalgica, la madre del disertore in “Stralune” ricorda il suo uomo qual era poco prima che questi la abbandonasse: «Ho pensato che la bellezza gli si era stretta tutta intorno agli occhi. Gli occhi l’ avevano salvata dalle frustate delle rughe sulla fronte».

Anche i nomi si sottraggono alla stessa cancellazione impietosa.

Sono un modo di contrastare la morte, la scomparsa assoluta, poiché ogni nome, nel suo essere ultima scaglia di memoria, ha un valore pregnante e rappresenta una vita, un’esistenza.

Il generale Turno in “Favolerie” si interroga da sempre, senza trovare risposta, sul loro valore, chiedendosi se “i nomi abbiano una storia, se sfuggano allo scuro che si spande sulle avventure degli uomini” o se precipitino anch’essi nel vuoto e nel silenzio.


Il conto degli anni

Stessa amara meditazione sul potere inesorabile del tempo di recidere i volti e le vite in Vittorio Bodini, presenza poetica viva negli scritti di Antonio Errico (donde la ripresa testuale del verso «e sola luce accesa era una sala da barba», quale riaffiora nella memoria confusa di uno dei personaggi di “Stralune”): «Tutto nella memoria /cade a pezzi, sprofonda/ senza rumore/nelle botole dei morti»; e anche per il poeta, mentre ogni aspetto del passato si sgretola e si frantuma, i nomi sono l’unico appiglio della memoria, ciò che resta nell’inesorabile svaporare degli anni: «Ma gli anni? Dove sono gli anni? I volti amati si sfrondano delle loro vicende, non restano che i nomi». Forse è proprio per questo che il tempo fa paura, in quanto sottrazione che azzera, oblio e dimenticanza, come traspare dalle parole dell’orologiaio in “Favolerie”: «Noi abbiamo paura del tempo. Ci fa paura il sole che tramonta, il muro che si scrosta, il volto che si perde, la voce che si tace, l’inchiostro che scolora, la memoria che si ingombra». Anche il disertore non si sottrae a questo d’animo e vorrebbe fuggirlo: «Pensò che voleva soltanto dormire. Perché era stanco degli anni, dei suoi anni, degli anni degli altri, stanco di contarli, stanco di temerli».

«Ma fare il conto degli anni cosa serve. Gli anni cosa contano», sono le parole che Antonio Errico presta a Federico, formula iterata, specchio di un’angoscia cadenzata, un volersi ribellare alla freddezza di un numero che inchioda.

Gli anni, in fondo, sono il modo in cui si srotola la vita di ciascuno, metodo convenzionale per riconoscere e fermare in un numero il fluire silenzioso del tempo, scandendone le tappe. Ma già Seneca asseriva che l’intensità di una vita non necessariamente cresce in maniera esponenziale con la sua durata e forse, misurare una vita col semplice computo degli anni non è il modo migliore per rendergliene ragione. Così il disertore: «Pensavo che non è con il conto degli anni che si calcola il tempo di una vita. Pensai che per contare il tempo di una vita bisognerebbe misurare la distanza tra il primo giorno e l’ultimo con le pulsioni che hanno regolato ogni istante, con i brividi che hanno attraversato le vene. Pensai che bisognerebbe misurare quella distanza con la pazienza e il tremore di ogni attesa, con ogni notte torbida e ogni alba serena, lacrima per lacrima, sorriso per sorriso, con tutto quello che si è pagato a prezzo caro, con quello che si è avuto per dono immeritato, con ogni passo d’incontro, con ogni sguardo d’addio».


Ora, considerato, come scrive M. Kundera, che un romanzo “non è una confessione dell’autore, ma un’esplorazione della vita umana”, assodato questo, rimarrebbe da indagare quanto di Antonio Errico si celi dietro i suoi personaggi, quanto di lui si nasconda nei dissidi tormentati e laceranti del disertore, quanto di lui si sovrapponga al vorticoso delirio di Federico, alla sua accesa passionalità, ai suoi accenti di disarmante e inaspettata dolcezza; a quali sue paure dia voce mediante un personaggio enigmatico ed endofasico quale il protagonista di Stralune.

Ma questa è tutta un’altra storia.

Il Salento estremo di Rocco Normanno

















Un'opera di Rocco Normanno


Per Vittorio Sgarbi, Normanno, è l’ultimo dei caravaggeschi che è come dire che egli guarda e rappresenta la realtà di oggi come Caravaggio vedeva e rappresentava la realtà del suo tempo. La stessa realtà in abiti diversi


Nel sé, tenere l'arcano

Gigi Montonato

Rocco Normanno per esprimersi è come se avesse scelto un contesto protettivo. Nel suo caso, Caravaggio, il pittore dei contrasti di luce violenti; maledetto per la sua vita disordinata e criminale. Ma la scelta, quale che sia, è rivelatrice, confacente.

Rocco è un mite. Lo è sempre stato. Ho un ricordo personale. Se mi sbaglio, spero che mi corregga. Mi recavo a scuola, una mattina di novembre del 1981. Insegnavo a Ruffano e sulla via che da Taurisano porta verso quel paese, col sole accecante di fronte – qui, nel Salento il sole basso è un laser – quasi investivo un bambino, di sei o sette anni non di più. Lo urtai con la fiancata della mia 126. Scappò via. Una persona mi disse che era figlio di Guerrino Normanno, che abitava nei paraggi. Conoscevo bene compare Guerrino, spesso ero stato a casa sua per chiamarlo a giornata nel mio giardino. Mi preoccupai di sincerarmi se gli avevo fatto male. Lo trovai a casa con la mamma. No, non è niente, professore; va tutto bene. Rimasi colpito dalla sua serenità e mitezza. Qui, nel basso Salento, a Taurisano, i bambini in genere sono come la luce del sole, vivaci, sfrontati, dispettosi. Il rione “Matonna”, dove i Normanno avevano le loro case, è come un paese nel paese. Abitato tradizionalmente da famiglie di contadini, giornalieri di campagna, una volta con dieci-dodici figli a testa e a volte anche di più. Fino all’età di undici-dodici anni i maschi vivevano per strada, dediti ai giochi più vari, capaci di ogni sorta di acrobazia, di scalare muri alti anche tre metri per entrare nei giardini privati, salire su alberi di sette-otto metri per raggiungere le primizie e andare per lamie da un capo all’altro dei caseggiati.

Fu per me come una meravigliosa scoperta, quando, alcuni anni dopo, nel 2006, ebbi il catalogo di una personale di pittura, tenuta a Piacenza, con la presentazione di Vittorio Sgarbi. Il pittore era Rocco Normanno, da Sgarbi considerato “l’ultimo dei caravaggeschi moderno”. Che è come dire che egli guarda e rappresenta la realtà di oggi come Caravaggio vedeva e rappresentava la realtà del suo tempo. La stessa realtà in abiti diversi.

Nato nel 1974, poteva essere quel bambino di trent’anni prima, che, per poco, non avevo messo sotto. Le immagini erano stupefacenti. Sembrava che il Merisi si fosse reincarnato in Normanno, Caravaggio in Taurisano, e si fosse espresso con volti nuovi, diversi, del luogo, quasi tutti famigliari. Sconvolgenti certe scene bibliche per la crudezza delle immagini e nello stesso tempo disarmanti per la normalità dei volti. In “Giuditta e Oloferne” sembra proprio che le due donne stiano svolgendo una pratica domestica, abituale, invece stanno scannando un uomo; una lo tiene per i polsi, l’altra con una mano gli tiene ferma la testa e con l’altra sta per tagliargli la gola. Raccapricciante. Anche nel “Davide e Golia” colpisce il contrasto tra la serenità dei volti dei protagonisti con l’enormità del gesto anche qui ripetuto del taglio della gola. Quello del contrasto tra il volto, quasi disteso e rassicurante, e il gesto enorme e brutale è una costante, con qualche eccezione, come in “Caino e Abele” e “Medea”, dove al gesto si accompagnano la violenza facciale e la drammaticità della scena. Altra costante è il mancinismo prevalente dei personaggi: il gesto risolutivo lo compiono quasi sempre con la sinistra.

Ovvio che le più celebri tele del Caravaggio sono ri-create da Normanno. Gli elementi specifici della re-invenzione sono essenzialmente riconducibili al realismo. Gli ambienti, i vestiti, gli oggetti, le armi appartengono al tempo presente, come del resto nelle opere del Caravaggio, dove, a parte il tema, tutto il resto si consuma nella realtà del tempo.

L’ho rivisto di recente a Taurisano nella manifestazione “Arte in Terra”. Ancora tre tele di carattere caravaggesco, con cui ha vinto il Premio dell’Edizione 2011. Mi ha fatto graditissimo omaggio di una sua elegante brochure che raccoglie i suoi “Dipinti dal 2003 al 2009” (Gipsoteca Libero Andreotti, Pescia, 2009).

E’ probabile che la scelta caravaggesca risponda a criteri estetici, che Normanno in Caravaggio abbia trovato la sua miniera di temi e di modi; e può essere solo una fase del suo percorso pittorico. Negli ultimi soggetti, infatti, appaiono temi e personaggi, forse non del tutto nuovi, ma di sicuro riconducibili alla ricerca. Il contrasto si riaffaccia ancora, ma è meno dissonante e trova equilibrio nell’analisi psicologica. Ne “Il Suicidio”, quadro con cui Normanno è presente nel “Padiglione Italia” della 54. Biennale di Venezia nell’ex Convento leccese dei Teatini, la “Biennale diffusa” di Sgarbi, la donna appare serena, eppure ha nella destra il pugnale di morte. Nella “Vecchia con la bambola” il contrasto diventa addirittura icona di una condizione, demenza senile in recupero di un’infanzia tradita.

Il Normanno, che mostra la sua più genuina appartenenza sotto le suggestioni forti, bibliche o mitologiche, è quello delle donne, riprese in una femminilità positiva “Madonna col bambino”. Ma anche quando sono delle peccatrici: “Maddalena penitente, “Salomè”, hanno una dignità che rivela consapevolezza del vissuto e compostezza interiore. Perfino nell’avvertito pericolo esistenziale, “Tossica”, la femmina è rispettata nel portato naturale della seduzione.

Produzione meno impegnata sotto il profilo culturale e più rispondente ad esigenze forse anche di committenza, sono “Ragazzo con casco e tulipani”, “Marte a riposo”, “Eva” (Fiona May,) e le tele d’ambientazione borghese: “Il Collezionista”, “Gli Antiquari”, “Nicolo e Giulio”, “Collezionista di ventagli” e le “Nature morte”.

Qua e là si affacciano richiami diversi, tentazioni, che accennano ad una sorta di ricerca di 'exit strategy' da una fase che potrebbe considerarsi conclusa. “Mercurio a riposo” propone motivi surrealisti che ricordano un certo Dalì, mentre in “Narciso” affiora, anche se contenuto, qualche motivo barocco, che nel Caravaggio è di stagione.

È sempre difficile e rischioso individuare le vie dell’arte, seguire il percorso artistico di qualcuno o addirittura prevederne gli esiti. Tanto più quando si ha a che fare con uno come Normanno, la cui tecnica è talmente raffinata e virtuosa che potrebbe egli percorrere la strada che volontà ed esigenza gli indicano volta per volta. Oltre tutto viene da una terra estrema, per oggettiva fisica collocazione, dove nella staticità di fondo si agitano contraddizioni enormi e da mattina a sera cambiano i venti e rendono inutili le previsioni; dove nella stanca da controra meridiana possono agitarsi violenze incredibili e contrasti estremi. Normanno è stato scelto, per un arcano dono di natura, ad avere in sé tutto della sua terra ed una straordinaria capacità di rappresentarlo.