martedì 27 dicembre 2011

Per Rina Durante a Seseno

di Luisa Ruggio

Per tutta la vita, Rina Durante sognò di tornare sull’isola di Saseno. Ci provò a lungo a mettere di nuovo i piedi sul suolo del suo passato, della sua infanzia per l’esattezza. Acquattata nelle acque della sua memoria, quell’isola albanese si è ingrandita, fino a diventare un mito. Immaginate che cosa deve essere stato vivere su un’isola abitata soltanto da militari, praticamente deserta, negli anni Trenta. Non so se avete presente un’atmosfera del genere, uno spazio ritagliato via dal mondo, intorno soltanto una geografia marina, l’eco che ne deriva si cristallizza in un immaginario magnifico. E’ uno di quei frammenti biografici che sembrano inventati da un romanziere, e invece è proprio vero. Su quell’isola, di fronte alla baia di Valona, all’imbocco del Mare Adriatico, la scrittrice salentina Rina Durante imparò a leggere e a scrivere; fu sua madre a istruirla, le sue sorelle, invece, studiavano per corrispondenza, non c’era altro modo. Se questo fosse un film, potrebbe cominciare con un piano sequenza lento: il rettangolo delle finestre di una casa illuminata internamente dall’albore dei lumi, mentre sull’isola cala la notte. Chi ha conosciuto Rina Durante sa che quando lei raccontava la sua infanzia a Saseno, prestava la sua mimica al vento per dire gli alberi oppure le distese di ginestre o ancora la visita inattesa di un marinaio che, per un momento, mandò all’aria la solitudine delle sue sorelle, improvvisamente prese dalla voglia di passarsi un filo di rossetto sulle labbra. E se questa storia da sola non bastasse, eccone un’altra: ad anni di distanza dalla scomparsa di Rina Durante (il 26 dicembre del 2004), la fotografa e regista salentina Caterina Gerardi si è messa sulle sue tracce e ha ripercorso, pronta a filmare, la strada d’acqua che da Valona porta a Saseno. Lo ha fatto perché ha deciso di trasformare in un progetto il desiderio mancato della Durante. Si tratta di un docu-film e un libro, in lavorazione, in grado di dire la stagione estrema di una grande voce del nostro Novecento, ancora non adeguatamente conosciuta. Così, l’isola di Rina è diventata l’ossessione di un’altra Caterina (la Gerardi, per l’appunto), che dal Salento è partita – dove la scrittrice tornò insieme alla sua famiglia, per stabilirsi a Melendugno, a ridosso della seconda guerra mondiale – dopo aver inseguito per tre anni la concessione del permesso per visitare Saseno due volte. Un viaggio necessario per capire, fino in fondo, chi era quella bambina che, una volta finiti i libri a disposizione sull’isola, cominciò a covare l’idea di scrivere. Hanno questo di bello le idee, che quando sono buone ti portano lontano e poi attirano in quel punto, come magneti, anche alcuni altri che incontri. Caterina Gerardi non ha resistito a quel richiamo, si è lasciata guidare, per così dire, giocando a moscacieca con i ricordi di Rina Durante. “Il progetto è una promessa fatta a me stessa. Dovevo andare in quest’isola che lei raccontava; volevo ripercorrere le sue tracce d’infanzia, ho chiesto per tre anni il permesso all’Ambasciata italiana in Albania, loro rinviavano di continuo. E’ stato molto difficile. Si tratta di un’isola che per gli albanesi resta un sogno, - spiega la Gerardi - dopo aver ottenuto l’autorizzazione, sono partita con Ada Donno che sta curando il libro parallelo al docu-film. La seconda volta sono tornata a Saseno per filmare, con me c’era anche la giornalista Rosella Simone, una delle firme che ho deciso di coinvolgere in questo progetto. La Marina Militare ci guidava sull’isola, il luogo negli anni si è trasformato. Nel 1930 non c’era niente a parte gli alloggi per i militari, dopo cinquant’anni di regime le cose sono cambiate.” Pia, la sorella novantenne della scrittrice Rina Durante, ha raccontato a Caterina Gerardi tutto quello che ricorda della casa sull’isola, una sorta di cartografia dello spirito affidata alla bussola della regista che custodisce, come Pollicino, una mappa soltanto pensata, utile per ritrovare la strada di casa. “Attraverso i racconti di Pia, mi sono fatta un’idea mia di come quella loro casa d’infanzia poteva essere. Sull’isola, ho cercato di mettere insieme i pezzi di un mosaico fatto di storie e memorie. Ho cercato una casa con caratteristiche particolari: doveva traguardare la discesa che portava al Comando dove lavorava il padre di Rina Durante che, negli anni Trenta, a Saseno, era il Capoposto. E poi dovevo individuare anche una scorciatoia per arrivare al mare. Dopo tanto cercare, credo di averla trovata, ho adottato quella che secondo me è stata la casa di Rina Durante.”

Caterina Gerardi, a Saseno, ha cercato di filmare il più possibile, nel libro che accompagnerà il docu-film, ci saranno anche i testi scritti dalla Durante sulla sua parentesi albanese. “Nel 1980, Rina fu mandata in Albania dal Sindacato dei Giornalisti, in quell’occasione tentò di tornare sull’isola ma non ottenne il permesso.” Viene da pensare che, forse, anche per questo, la Durante si metteva spesso alla guida della sua barca per prendere il largo. Saseno, infatti, è nel Canale d’Otranto, certe volte si vede anche ad occhio nudo dalla costa salentina. Stasera, a Melendugno, la Cooperativa che gestisce la Biblioteca – Centro Studi dedicata alla Durante, ha deciso di ricordarne l’anniversario della scomparsa con una serata ricca di testimonianze, sarà proiettato anche il filmato firmato dalla Gerardi e che fa il verso all’opera della scrittrice e giornalista salentina, “Come farò a diventare un mito”.

La tenacia di Caterina Gerardi non può passare inosservata, alla fine la sua ricerca dell’isola l’ha portata in riva alla stessa Rina Durante. La regista tornando dal suo viaggio, infatti, ha scoperto che: “L’isola le assomiglia e lei assomigliava all’isola, per via della difficoltà di scoprirla, per la bellezza delle cose essenziali, il mare, la luce, la vegetazione. Questa sensazione di libertà che la attraversa come un vento che entra in ogni cosa. Alla fine di tutto, per me l’isola è Rina. L’isola è il suo ritratto”.

lunedì 26 dicembre 2011

La poesia del meno che niente di Uccio Giannini

Poeti Uccio Giannini


Domani mercoledì 28 dicembre 2011, alle ore 18.00, presso il Museo “P. Cavoti” di Galatina, l’Università Popolare “Aldo Vallone” presenta il volume di poesie di Uccio Giannini, Pindinguli, Zaranguli e Scisciariculi, a cura di Gianluca Virgilio, Edit Santoro 2011. Letture di Gregorio Caputo. Pubblichiamo in questa pagina una riduzione dell’Introduzione al volume.


Il matematico poeta

Gianluca Virgilio


Uccio Giannini, Pantaleo per l’anagrafe, è nato il 23 febbraio 1928 a Galatina, dove è morto il 4 settembre 2010, all’età di ottantadue anni. Primo di dieci fratelli, il padre commerciante di biciclette, la madre casalinga, si è maturato presso il Liceo Classico “Pietro Colonna” di Galatina ed ha poi conseguito l’8 aprile 1960 la laurea in Matematica e Fisica presso l’Università degli Studi “Federico II” di Napoli. Si è sposato il 23 aprile 1962 con Maria Teresa Carrozzini, con cui ha vissuto per quarantotto anni, unito dall’amore reciproco e per la figlia Simona. Ha insegnato Matematica nelle scuole locali, divenendo preside dell’Istituto Industriale di Galatone.

È strano come i termini essenziali di una vita possano essere racchiusi in così poche parole, che dicono tutto e non dicono niente. Le opere di uomini, che in vita si affaticarono tanto, sembrano consumarsi e disperdersi alla loro morte, e di esse sembra non rimanere più nulla.

Ma Uccio Giannini non fu solo quello che si è detto. Egli fu anche un poeta, poiché seppe rappresentare con simpatia e grande umorismo un passaggio epocale della nostra società, dalla civiltà contadina a quella consumistico-industriale, e tutto questo da una posizione periferica, quale poteva offrirgli una cittadina come Galatina, piuttosto lontana dai grandi movimenti letterari moderni.


La poesia per radio

Giannini non fu un letterato di professione e dunque non ebbe mai la boria del letterato, fu semplicemente un uomo che i familiari e gli amici amano descrivere – ad essi mi affido, non avendolo mai conosciuto di persona - come una persona tranquilla, amante degli scherzi e della convivialità, col culto dell’amicizia, entro cui concepiva il gioco poetico; un gioco che seppe condurre con agilità e leggerezza, senza mai cadere nel pedantesco e senza mai perdere di vista il fine e il destinatario per cui scriveva: divertire una comitiva di amici e di parenti, oppure un pubblico di concittadini, che nelle sue poesie vedeva rappresentato e deformato satiricamente il proprio mondo e la propria vita. Molti ricordano nei primi anni Ottanta le trasmissioni radiofoniche di "Radio Orizzonti Activity", la domenica mattina, quando, dopo la messa, Giannini si divertiva a far ridere gli amici che, accesa la radio, seguivano da casa i suoi mottetti dialettali, che poi avrebbero avuto la loro continuazione in famiglia, a tavola, come sano condimento del pranzo domenicale. La convivialità delle riunioni di famiglia nei giorni di festa, un compleanno, una ricorrenza religiosa, una cena con gli amici, è la cornice entro cui è nata la poesia di Giannini. Una poesia, dunque, con un destinatario preciso, il parente, l’amico, il concittadino, chiamato alla spensieratezza di un’ora, che avrebbe riso delle sue facezie e con lui si sarebbe divertito, prima di ritornare, come Giannini, alle serie occupazioni di ogni giorno.


La produzione poetica

Tra il 2002 e il 2003 Uccio Giannini raccolse alcune sue poesie in due fascicoli, intitolati «Pindinguli e Zaranguli» e «Scisciariculi».

«Pindinguli e Zaranguli» contiene tredici poesie datate tra il 1979 e il 1999 e disposte in ordine cronologico. «Scisciariculi» contiene trentatré poesie, datate tra il 1979 e il 2002, anche queste datate e disposte in ordine cronologico. I due fascicoli sono stati trascritti al computer su commissione di Giannini, secondo la testimonianza della moglie. Ciascuna raccolta è seguita da un elenco dei titoli delle poesie (l’elenco della prima raccolta è scritto al computer, quella della seconda è autografo). La famiglia di Uccio, inoltre, ha rintracciato tra le sue carte altre dieci poesie, scritte a macchina. Di queste poesie solo «L’arvulu de Natale» e «Consigli a nu fiju» sono datate, rispettivamente 1983 e 1991. Forse a Giannini non passò mai per la testa di pubblicare l’intero corpus delle sue poesie, cui dava – o almeno sembrava dare – scarsa o nulla importanza. Per questo forse definì le sue poesie in dialetto galatinese (lo sono quasi tutte, eccetto pochissime in lingua italiana, che si contano sulle dita di una mano) "Pindinguli", "Zaranguli" e "Scisciariculi".


La poesia è "meno che niente"

"Pindingulu" vale per il Rohlfs (ad vocem) frangia, pendaglio, ossia ciò che è inutile, a cui non si assegna alcuna funzione essenziale, ornamento di cui si potrebbe fare a meno (...). Nell’accezione in cui viene comunemente usato l termine ha valore negativo, come accessorio di poco conto, orpello inutile, ecc. Giannini lo usa, oltre che nel titolo, una sola volta, in un testo del 1983 dal titolo «L’arvuru di Natale», dove i "pindinguli" stanno ad indicare degli addobbi che si appendono all’albero di Natale. Sul termine "zaranguli" il Rohlfs non mi è d’aiuto e neppure il Garrisi (Dizionario Leccese-Italiano): entrambi non riportano la voce; ma a Galatina è conosciuta la voce "zarangu", usata nell’espressione "Nu n’aggiu ssaggiatu mancu zarangu", che vale "Non ho mangiato neanche niente". "Zarangu" è un "niente", e "zaranguli", il suo diminutivo, è un meno che niente (Piero Vinsper docet). Il titolo "Pindinguli" e "Zaranguli" nell’insieme varrebbe "pendagli e cose da nulla", una sorta di dittologia con cui il poeta ha voluto designare la materia dei suoi versi.

Il secondo titolo, "Scisciariculi", significa propriamente fiori di camomilla (si veda anche qui il Rohlfs, ad vocem), una pianta molto comune nelle nostre campagne, che vale poco a causa della sua facile reperibilità e abbondanza. In senso traslato, il termine è usato per indicare oggetti tanto comuni da non avere alcun valore (vedi la frase dialettale: "Ce bbindi, scisciariculi?", "Cosa vendi, merce senza valore?"). Pure questo termine non compare nelle poesie, se non nel titolo di uno dei due fascicoli. Credo che dal significato dei titoli che Giannini volle dare alle sue poesie emerga chiaramente la volontà del poeta di presentare il suo lavoro in modo semplice e dimesso, come un "corpus" di composizioni di poco conto e senza valore.


Poesia son le cose

Indubbiamente, diminuire il tono della propria poesia può essere un buon modo per captare la benevolenza del lettore-ascoltatore, per avvicinarlo alla poesia. In essa i protagonisti sono gli oggetti spesso desueti della nostra quotidianità o di quella dei nostri padri. Questi oggetti e strumenti, ma possono essere anche piante e animali, ci parlano di se stessi e ci raccontano la loro storia proprio nel momento in cui essa è definitivamente conclusa, cioè quando essi sono resi inservibili dalla comparsa di una nuova tecnologia oppure di nuove usanze e modi di pensare indotti dalla modernità. Si pensi alla poesia «Lu Stricaturu», nella quale assistiamo ad un dialogo serrato tra un ormai consunto "stricaturu", ovvero l’asse su cui le donne lavavano i panni, e la moderna lavatrice; oppure alla poesia «La presunzione», nella quale discutono un plebeo "zangone" e una nobile "cicureddha", con la rivincita finale dello "zangone"; e ancora il dibattito tra la lancetta dei minuti e quella delle ore in «Le lancette dell’oruloggiu»; e in «Na busta dicìa», dove appunto prende la parola una busta per lettera; e «L’apparenza», in cui gareggiano in superiorità un pozzo e una cisterna; e in «Dignità e superbia», dove la disputa è tra il vecchio cavallo e il nuovo trattore; e gli esempi potrebbero continuare.



Giannini utilizza in tutti questi casi una figura retorica che i professori chiamano prosopopea o personificazione, consistente nell’ animare l’inanimato, ovvero nel dare la parola agli oggetti, alle piante e agli animali che naturalmente ne sono privi. Le cose desuete sembrano svegliarsi dal torpore in cui la nostra incuria le ha confinate e prendersi la rivincita nei confronti degli uomini, ridotti per una volta al silenzio. Gli oggetti, le piante, gli animali, come nella favola antica, nella poesia di Giannini parlano, ma non contro gli uomini, ma degli uomini e per gli uomini. Così, per riprendere gli esempi su menzionati, raccontano l’avvento del nuovo e rimpiangono l’antico (la lavatrice e lu stricaturu ne «Lu stricaturu»), stigmatizzano la presunzione di chi crede di essere nobile e superiore agli altri (la cicureddhra e lu zangone ne «La presunzione»), rivendicano l’eguaglianza di tutti dinanzi alla morte («Le lancette dell’orologgiu»), la durezza della vita e la necessità di mantenersi onesti («Na busta dicìa»), l’inganno delle apparenze (il vecchio pozzo e la cisterna nuova ne «L’apparenza»), la dignità di chi ha lavorato con dedizione e la superbia di chi incarna una facile idea di progresso (il cavallo e il trattore a confronto in «Dignità e superbia»)...


L'esito morale

Come si comprende da questi pochi esempi, la poesia di Giannini ha sempre un esito di natura morale, poiché veicola degli insegnamenti utili all’uomo, che servono alla sua edificazione morale. Tuttavia questo fine, col suo contenuto didascalico e gnomico, non sovrasta mai e non si impone al lettore in modo pedantesco, come unica ragione del testo, bensì è sempre presentato come la conclusione logica di una storia narrata naturalmente con una verve scrittoria che non esitiamo ad avvicinare alla “licenza fescennina” della letteratura arcaica romana. L’equivoco, il lazzo osceno e lùbrico, la battuta salace, l’allusione sessuale, la strizzata d’occhio complice, il motto arguto e impudico, la battuta sguaiata e popolaresca che erano propri dei fescennini antichi, sono anche le costanti modalità espressive della poesia dialettale di Giannini, che affida ad esse l’efficacia del racconto, la sua immediata ricevibilità. Non si perda mai di vista il summenzionato contesto conviviale in cui Giannini recita le sue poesie e, appunto, l’oralità della comunicazione tra il poeta e il suo pubblico. (...) Il nostro lettore ha già capito entro quali termini si muove la poesia di Giannini, ovvero tra morale della favola e espressionismo popolaresco, di un popolo che non ha peli sulla lingua e riconduce ogni cosa alla corporalità di cui siamo fatti.

Ma la cifra che identifica meglio la poesia di Giannini, a mio avviso, è un’altra, ed è riscontrabile nel grande senso di nostalgia, sempre ben controllato, che aleggia in alcune composizioni poetiche come «La votte de lu tata», in cui il poeta racconta la triste fine di una botte, o «La cazzarola», surclassata dalla moderna pentola a pressione (identica situazione narrata in «Dignità e superbia» e ne «Lu stricaturu», di cui si è già detto). In realtà il rimpianto d’un mondo contadino ormai definitivamente tramontato, ripensato come un’età dell’oro lontana e perduta, pervade tutto il corpus poetico di Giannini, divenendo la sua motivazione principale. (...)


Dolersi del "progresso"

È bene notare che, accanto al rimpianto del passato, non c’è in Giannini un pregiudiziale rifiuto del presente, bensì una considerazione piuttosto dolente del “progresso”, che ha portato con sé la fine dei valori nel rispetto dei quali egli è stato educato: la frugalità del vivere, la sincerità, il culto del focolare domestico e del duro lavoro in campagna, ecc. Tutto questo è ormai passato e Giannini lo sa. Ma al suo posto non è nata una società migliore, bensì un mondo in cui l’ingiustizia la fa da padrone, in cui i farabutti sono mescolati alle persone perbene. (...) Le recriminazioni contro un mondo ingiusto sono presenti spesso nelle composizioni di Giannini come contenuto fondamentale della sua moralità. Che fare, dunque, contro questo mondo malvagio?

A questo mondo così ingiusto il poeta reagisce nel solo modo in cui un poeta può reagire, ovvero assegnando alla scrittura poetica il compito di recuperare e riproporre i valori del passato, secondo modalità che un giorno la madre gli ha insegnato. (...) Col cuore ha scritto sempre Giannini, col cuore del popolo, utilizzando il nostro dialetto - sempre ravvivato dalla rima -, uno strumento linguistico che è riuscito a padroneggiare con grande spontaneità e che gli ha permesso di rimpiangere il passato senza farsi travolgere dalla nostalgia, bilanciando sempre situazioni favolose, di cui fu ricca la sua capacità inventiva, e sana antica morale, fondata su un senso innato della giustizia. Questo ha fatto Giannini, ha respinto l’ingiustizia del mondo con quell’arguzia e quell’umorismo di cui dicono siano ricche le genti salentine. Per questo motivo, i suoi familiari, gli amici e i concittadini lo ricordano e lo ricorderanno anche in futuro.

venerdì 9 dicembre 2011

Diventare "ortesi"

Scritture meridiane Anna Maria Ortese
di Santa Scioscio

"Per me il nome di Anna Maria Ortese è “Corpo Celeste”. Quando l’ho conosciuta era un inverno condiviso, nella sala lettura del DCA. Incomprensibile nello smarrimento, il corpo celeste sembrava un inspiegabile sospiro, e irraggiungibile nella lontananza che deglutisce. In fondo era solo una lettura e un ascolto che mi imponevo. La lettura condivisa riscaldava e apriva il suono della possibilità… quella di silenzi, che fossero lontani dalla scena dell’impronta nello specchio; la voce del vissuto altrui descritto in quelle righe si faceva pian piano possibilità di credere in speranza. La curiosità muove, così la fedeltà all’essere donna, me!

Così il silenzio, da quella scrittura, mi ha fatta “più” e tinta di celeste… di un cielo squarciato di possibilità. Per me il nome di Anna Maria Ortese è Corpo Celeste: “ortese” è il suo masticare la quotidianità, “ortesi” gli orecchi di conchiglia spiaggiata che raccolgono e raccolgono, e tengono finché il vento non respira dentro e mi semina la voglia di viaggiare nell’incontro. Ortese è tutto ciò che accade fuori e dentro, che è mai dimenticato, è tutto ciò che lucidamente rapito è restituito con atto di intera fedeltà

Mi tuffo nella lettura solo come chi ha paura del mare sa fare, esattamente come un sogno, nel concreto spingersi verso altezze più elevate, più claustrofobiche, più... Dove si respira il canto seminatore. Ogni parola letta è un passo in su, ogni seme è trapiantato, innestato alla volta di un’ondata di schiuma bianca bianca, che porta più in là con “la lente scura” che intravede il passato, e l’attuale, nello scherno nostro, che intravede malinconia e vergogna… “ortesi” sono gli occhi che vedono attraverso la lente scura; e scrutatori sono i luoghi che cercano lo sguardo, denudando le frontiere dell’apparenza. Gli occhi sono concretezza di inchiesta, riempimento fotografico, calore vicino, illimitato fascino di ascolto è “la lente scura”.

***

Corpo Celeste”, libro di Anna Maria Ortese, edito da Adelphi, “racchiude scritti che vanno dal 1974 al 1989 meditazioni, memorie, conversazioni, illuminanti della loro trasparente ragione questa terra "perché non sia più quel luogo buio e perduto che a molti appare", e anche perché Ortese abita luoghi lontani dalle risse del mondo, solitario, indomabile folletto di percorsi di foresta e di acque cristalline, creatura di luce e orizzonti incontaminati, il cui sguardo d'acqua bagna le rive esauste della terra in una rivisitazione che ne coglie l'immane ingiustizia”.

Intervista a Piero Marsili Libelli

Intervista a Piero Marsili Libelli fotografo - Lecce, 08.12.2011

Pierpaolo Spada


Piero Marsili Libelli, cosa faceva prima di diventar fotografo?

Ho studiato, poco. Avevo un padre con tre lauree, nobile, senese, decaduto. Abitavo a Milano, e praticamente, la sera, per guadagnare dei soldi, facevo il cameriere. Insieme a un amico, che tutt'ora lo è: Al Bano Carrisi. Poi, in quel periodo vidi un film di Antonioni che si chiamava Blow Up e decisi da quel momento di fare il fotografo. Mi dissi: voglio fare il fotografo”.

Quando è riuscito ad avere la sua prima macchina fotografica?

Questa è una storia lunga. Una storia peccaminosa che, però, ti racconto. Vidi Blow Up, il giorno dopo ero vestito esattamente come il protagonista del film. Però, non avevo la macchina fotografica. Abitavo a Milano, in via Brera. In un bar famoso, che io frequentavo, il Bar dell'Angolo, che ancora oggi c'è, una notte alle tre, entrai, c'era un giapponese completamente ubriaco che dormiva su un divano, con vicino una borsa. Lì, mi chiedo: ora o mai più. Ho guardato bene questa borsa. Mi sono fatto un esame di coscienza, ma non me ne fregava un cazzo. Ho preso la borsa e sono uscito, salutando tutti gli amici. E quindi. Il giorno dopo, avevo anche la macchina fotografica al collo che non sapevo, ancora, esattamente, cosa fosse. Non sapevo cosa fossero diaframmi, tempi ecc. Dovevo studiare e ho cominciato a comprare tutti i giornaletti specializzati e a studiare”.

Come ha usato quella macchina per la prima volta? Quale è stata la sua prima esperienza da fotografo?

Foto agli amici, alle amiche. E poi costava, fotografare costava. Dovevi comprarti il rullino, dovevi svilupparlo, dovevi vedere il provino, dovevi scegliere la fotografia. Non mi potevo sfogare molto, capito? Ero attento a spendere poco ma a imparare, comunque, tanto”.

L'arte non è stato quindi il suo punto di partenza.

No, assolutamente. L'arte è stata un'invenzione degli ultimi tempi. Però, quando io capì che questo era il lavoro della mia vita, che volevo vivere di questo lavoro, volevo campare con questo, guadagnare con questo, un giorno, siccome via Solferino era lì, mi presentai, chiesi di parlare con il direttore del Corriere della Sera, mi inventai un'altra storia. Non potevo inventarmi molte cose, avevo 18 anni. Però, mi venne in mente questa cosa: dissi, guardate io vivo a Parigi, faccio il fotografo a Parigi, vorrei venire ad abitare a Milano, sapere. Insomma, ho cominciato a presentarmi non come un semplice ragazzotto. Parigi faceva un certo effetto. Il direttore mi disse “va bene, ti metto alla prova”. Mi mise a fare la cronaca nera, tra Varese, Saronno, con un giornalista gay. E quindi fotografavo i morti dalla mattina alla sera, sulle autostrade, rapine, tutta questa roba. Le foto venivano, anche perché i morti stanno fermi”.

Poi ha deciso di dire basta. Perché?

Perché nella vita si va avanti. Era semplicemente il mio cammino, stavo camminando. Quando vedevo già delle mie foto sul giornale, io dicevo “ho fatto delle foto”. Mi interessava arrivare a questo, che le mie foto avessero una funzione. Io in quel momento stavo facendo il fotografo. Riconosciuto da altri, stavo entrando in una professione. Avevo la prova che stavo facendo il fotografo”.

Era partito con il mito di Antonioni e un giorno è riuscito a incontrarlo. Come è accaduto?

Finisco questo periodo di cronaca nera a Milano, parto al militare, vado a Palermo. Sempre queste storie d'amore che mi hanno distrutto la vita. Torno dal militare, decido di trasferirmi a Roma. A Roma, mia sorella aveva un amante avvocato che era amico di un redattore de L'Espresso. Mi presentano a L'Espresso. Per anni ho collaborato con questa rivista come fotografo di tutto il tempo sperimentale degli anni '70 e 80, da Carmelo Bene in poi. Faccio la mia prima mostra e arrivano degli amici che conoscevano Michelangelo Antonioni, i quali ho pregato di invitarmi Antonioni. E, guarda caso, quella sera, a questa mia prima mostra, arrivò Antonioni a braccetto con Marco Ferreri. Antonioni si presentò, disse “io sono Michelangelo Antonioni”, e io, naturalmente, risposi “lo so, io sono Piero Marsili”, mi fece i complimenti. Il giorno dopo, mi invitò a casa sua. Mi disse: “Che fai domani?”, io dissi “niente!”. Mi invitò a casa sua. Appena arrivato mi disse “ho un regalo per te”. Andò nella stanza e portò una scatoletta con una macchina fotografica, una Canon degli anni Sessanta, ancora tutta imballata, precisa, perfetta. Era di David Bailey, il fotografo che lo aveva ispirato per fare Blow Up e la regala a me. Quindi, puoi immaginare...Con Michelangelo, poi siamo diventati amici. Era molto curioso di quello che facevo. Gli piaceva andare nelle cantine, nei teatrini. Una volta mi pregò, addirittura, di portarlo alla festa di tutti gli impiegati della Coin, pensa un po'”.

A conti fatti, ritiene sia stato questo l'incontro che l'ha portata alla ribalta?

No, a me alla ribalta no mi ci ha portato nulla. Non c'è una ribalta. La ribalta sarà quando ribalterò dall'altra parte. Qui non si parla di successo. Lo sai bene, per noi fotografi, come per voi giornalisti, non c'è successo. In questo lavoro non finisci mai, non diventi famoso, non è il sommo attore. Noi lavoriamo sempre nei bassi fondi del mondo e continuiamo a esistere. Se la ribalta è questa, è solo quella di esistere. C'è l'esserci. Un continuare a ricercare, confrontarsi, a stare dentro la storia, questo è importante per noi, non siamo mica attori”.

Stare nella storia. Bene: quale è il suo rapporto con la fotografia digitale?

La fotografia digitale è stata una scoperta, straordinaria, non sono un romantico dell'analogico. L'analogico mi piace, venite a vederlo alla mostra. Ma non m'interessa più di tanto, il digitale è straordinario. Chi avrebbe mai pensato di scattare una foto e di poterla poi spedire in giro per il mondo in due secondi?”.

E adesso si ritrova a Lecce per esporre una mostra che ha come filo conduttore la libertà. E' una mostra autobiografica, una metafora della sua vita?

La “Libertà” non me la sono inventata io. Lo hanno inventato loro il titolo. A me non piace molto. Certo, se vai a vedere la mia mostra, vedi sicuramente un uomo libero. Libertà non c'è. Te la fai tu da solo. Non me la possono dare come compitino. Un giorno mi hanno fatto una domanda: lei che rapporto ha con la luce? E' come chiedere a un cuoco “che rapporto ha con il gas?”. Libertà è una parola grossa, non si mette come manifesto”.

Ha lo spirito e il temperamento di un giovane, ma lei ha dei rimpianti?

Sì, quello che il corpo mi sta lasciando”.

E un progetto futuro?

Sto cercando di vendere la mia casa a Trastevere, che non ce la faccio più. E c'è nell'aria, io e mia moglie che è una grande costumista, si chiama Catia Dottori, negli ultimi vent'anni ha fatto i più bei film italiani, abbiamo l'idea di venire a Lecce. Ma non lo so se ce la farò, perché il barocco è veramente tosto per la mia testa”.

giovedì 17 novembre 2011

Raffaele De Giorgi, nelle parole...

Antonio Errico

Non è orizzontale lo sguardo di Raffaele De Giorgi. E’ obliquo, trasversale, attratto dal richiamo dell’analogia; poi è uno sguardo che si muove nei territori culturali in verticale: discende, scava, sprofonda, fino a raggiungere il punto in cui ha origine il fenomeno, dove matura una condizione dell’essere e dell’esistere, prende forma l’idea del tempo e delle cose, la concezione del limite e dell’illimitato, del finito e dell’infinito, del possibile e dell’impossibile, del vero e del falso, della verità e della menzogna, della realtà e della finzione. E’ uno sguardo che indaga gli eventi e gli elementi del sociale, i motivi e i moventi dei fatti, le cause e gli effetti, che scandaglia i fondali della conoscenza, che perfora la superficie dell’apparenza per rivelare quello che è in relazione a quello che sembra, che stringe i piani del significante e del significato, della forma che si separa dalla sostanza e della forma che corrisponde alla sostanza.

De Giorgi penetra nelle parole per rintracciarne il senso, i sensi essenziali, radicali: quelli che costituiscono l’autenticità, la differenza. Quelli che strappano le maschere. Quelli che rivelano i trucchi, gli imbrogli, i colpevoli artifici. Parole come identità, memoria, Sud, spalancano voragini semantiche nelle quali il suo sguardo si inabissa.

Ricordavo di aver letto una scrittura di Raffaele De Giorgi che diceva di Lecce. Mi erano rimaste certe atmosfere, certe immagini. Ma per quello che dovevo fare mi servivano le parole: quelle parole precise. Ho cercato tra gli articoli di giornale che ritaglio e conservo, e non c’era. Poi ho cominciato, per intuizione, a rileggere uno dei suoi libri, “Futuri passati”, edito da Pensa. Una scrittura secca. Idee taglienti. Un’argomentazione da accerchiamento. Nuclei concettuali che si espandono, si diramano, coinvolgono altri nuclei. Frammenti che si ricompongono in una struttura coerente, coesa, perché appartenenti ad un progetto unitario, ad una visione complessiva, ad un pensiero organico, rigoroso. Uno stile che sintetizza tutte le categorie di cui parla Italo Calvino nelle “ Lezioni americane”: leggero, rapido, esatto, visibile, molteplice. Un linguaggio che non si concede mai una morbidezza, sempre teso all’essenziale, al confronto senza mediazioni. Nitido. Implacabile. A pag. 58 trovo quello che cercavo su Lecce, ma non mi soffermo; ormai sono nel flusso, attraverso il passo, vado oltre. Perché quello che cercavo diventa meno importante di quello che non cercavo e che riscopro.

Di tanto in tanto, nel corso della lettura, si presenta – indiscreta, inopportuna – la domanda su quale sia il genere di questo libro. Banale domanda, perché ignora la circostanza che il genere rappresenta la convenzione di un’accademia che non ha passione. Mentre questo è un libro tramato di passione, di un lucido ed inquieto sentimento degli esseri e delle cose. Contempera l’analisi del filosofo con l’andamento del narratore. Le parti che compongono questo libro sono le riflessioni di uno studioso proposte con le forme del narratore, probabilmente perché pensate, elaborate, con il metodo scientifico del ricercatore e con lo scarto dalla comune grammatica della visione che caratterizza il processo di pensiero dell’ inventore di mondi.

Allora viene in mente, inaspettata eppure inevitabile, quella figura del narratore come persona di consiglio di cui parla Walter Benjamin nel saggio sull’opera di Nicola Leskov contenuto in “ Angelus Novus”; e nonostante questa parola, oggi, possa sembrare inadeguata ai tempi e incoerente con i comportamenti individuali e collettivi, con l’edonismo a prezzi stracciati, con la superficialità allarmante, con l’indifferenza insolente, vorrei azzardarne l’uso ed affermare che le riflessioni, le argomentazioni, le esemplificazioni di Raffaele De Giorgi si caricano del senso di un consiglio che coinvolge le sfere dell’essere con gli altri, tra gli altri, possibilmente per gli altri. L’altro è un vecchio con le mani bruciate dal freddo che dice “ per me è sempre Natale quando ti vedo”. L’altro è un bambino che dorme e “forse sogna parabole, forse esempi, forse racconti che dirà a quell’umanità che gli sta davanti , perché spezzi le catene che le bloccano la parola”. L’altro è un ragazzo solo “ schiacciato dal mondo. Soffocato dal mondo, dagli altri, dagli adulti”. L’altro è ogni creatura alla quale non vogliamo rassomigliare, che non sappiamo ascoltare, a cui non riusciamo a parlare. E’ la nostra coscienza che abbiamo voluto ammutolire. Così il consiglio più profondo di Raffaele De Giorgi dice che è urgente ritrovare quella parte di noi che vive segretamente con il cuore dell’altro.


giovedì 3 novembre 2011

Pietro Gatti - Nel rifugio della parola

Antonio Errico

Da quale luogo scrive Pietro Gatti: da quale antro, culla, tana, caverna, anfratto, rifugio, labirinto. In compagnia di chi scrive Pietro Gatti: di quali ombre amorose, di quali affettuosi fantasmi, di quali memorie lievi, di quali figure lancinanti.

Per che ragione scrive. Forse per la rivelazione di una verità custodita dalla terra da cui tutto ha avuto origine, in cui tutto avrà fine. Oppure per una sortilegio, un miracolo, un trasognamento. Oppure per un dolore segreto, per un pianto sommesso quasi fosse un lamento di madre. Oppure per fare il conto, il resoconto - talvolta aggiungendo un poco, sottraendo sempre molto – del tempo giusto, di quello inevitabile, del tempo imposto: dell’ora, dell’istante in cui la luce si rapprende, le creature si dissolvono, le cose si trasformano in forma confusa, pallida sembianza, e le case, le strade, le piazze, i campanili, le chiese, la campagna, si allungano o si restringono, si dilatano, si deformano, si sciolgono nell’aria. Scrive per questo, forse. O scrive per una resurrezione dell’infanzia, per rimanere a parlare ancora un poco con gli amici, o per ricordare, o per dimenticare, o per rinnovare un incantesimo, un prodigio.

Oppure scrive semplicemente – angosciosamente- perché pensa di poter placare l’ansia di tornare indietro indietro, di dimenticare la fanghiglia degli anni. Scrive per potersi raggomitolare al buio, senza sentire voce, senza vedere luce. Per sentirsi richiamare da una parola d’amore, per farsi consolare da una carezza lunga.

Scrive per pregare. Forse scrive per tutto questo. Forse per tutt’altro. Ora l’opera di Pietro Gatti è contenuta in due volumi editi da Manni con le affettuose cure di Donato Valli e le note biobibliografiche di Gerardo Trisolino.

Lo spazio antropico da cui scrive Pietro Gatti è Ceglie Messapica; lo spazio psicologico è un abisso: di nostalgia, di rimpianto, di desiderio contratto. Un luogo a volte scuro, a volte luminoso, centro di un universo esistenziale, luogo dell’anima e luogo del destino, mondo reale e mondo immaginario, microcosmo e universo, logos e mythos, villaggio dove tutto ha inizio e conclusione, dove i ricordi sono appesi a un chiodo arrugginito “ come la giacca in casa del povero”, terra che aspetta “ con la pazienza della fame seduta sul gradino” , dove una nascita e una morte hanno lo stesso peso, dove un sussurro e un grido sono una risposta al vento pacato o furioso.

Da quell’abisso di dentro, da quel villaggio sepolto proviene la voce che si fa poesia, che è un’ombra tra le ombre, che rassomiglia a una voce di bambino che sbava parole senza senso, a una voce malata che si rompe quando tenta d’alzarsi, che si spaventa al rumore di un’altra voce, voce di un tempo lontano, voce di malinconia. Questa è la poesia di Pietro Gatti. Questo vorticare di suoni, balenare di riflessi, proiettarsi di visioni. E’ la parola che s’impasta con le cose “ ingiallite al buio come il grano per il sepolcro” , che assorbe l’inquietudine racchiusa in uno sguardo, che si modula, si flette, si contorce nello sforzo – nello spasimo – di farsi natura, di essere garofano, calandrella, filo di vento, lucertola, pulviscolo, e luce : “ che emani luce ogni parola, pure che mi stia piangendo il cuore”.

Solo il dialetto poteva dare a Pietro Gatti una parola con sostanza di natura; solo una lingua delle viscere, del tempo remoto. Solo il dialetto poteva consentirgli di trovare la coincidenza perfetta tra il pensiero e il linguaggio, tra l’emozione e l’espressione, tra il lessico e la sensazione, di avvertire la parola come respiro, pulsazione del sangue, come elemento biologico.

Il pensiero, la terra, la parola, non hanno differenza, dissonanza, scarto. Appartengono all’essere, alla fisionomia intima, all’identità interiore. Pensiero e parola si generano dalla terra e alla terra ritornano; e la terra sarebbe inespressiva senza un pensiero che la perforasse fino a raggiungerne l’anima, senza la parola che dice quel pensiero che riemerge dalla profondità che custodisce il fuoco e il gelo. Sono di terra i pensieri miei, dice Gatti; e sono di terra anche le mie parole,dice; sono cose di sempre, di ogni giorno, “ rimaste nel sangue, fatte sangue, moti del cuore delle creature antiche”. Con quelle parole racconta il diritto e il rovescio delle storie, la speranza e la disperazione, la concretezza e la fantasticheria.

La conformazione della terra e quella dell’esistenza si rispecchiano, si riguardano, si riconoscono. La poesia racconta questa specularità, questo riconoscimento. Racconta il visibile. Soprattutto l’invisibile: racconta tutto quello che scorre sotterraneo, tutto quello che è stato e non è più. Racconta la memoria che forse non è altro che una pietosa consolazione dell’assenza. Allora la terra di Pietro Gatti non avrebbe potuto avere altro linguaggio se non quello di Pietro Gatti. La terra non è al centro del linguaggio ma è il linguaggio stesso. La compenetrazione è assoluta e rappresenta la condizione che consente l’esistenza dell’uno e dell’altro elemento. Forse si potrebbe dire che in Pietro Gatti la terra e il linguaggio costituiscono la materia della coscienza. Si impasta di una luce di luna, la coscienza, di un ciuffo d’erba, una nuvola, un colore d’aprile, di una mano di bimbo, una nuvola vaga, un desiderio, una vertigine, un profumo, “ e senti che la vita il mondo tutto intero nel profondo ti penetra nel sangue e ti ubriachi di piacere e la vorresti stringere sempre più forte per frantumarla fino a che entrasse dentro l’anima, tutta”.

Ecco, dunque, che non c’è cesura tra l’essere, la terra e la parola che esprime la loro fusione. La poesia prende le forme della terra, ad essa si modella, aderisce. Le assorbe e in qualche modo finanche le sostituisce, così che a un certo punto non ci sono più rondini, sassi, casupole, rovi, fumaioli, ma ci sono le parole che assumono le forme di tutte queste cose.

A un certo punto non ci sono nemmeno i ricordi, ma la poesia che si è fatta dal ricordo, che nelle parole ha assimilato i suoi piaceri e le sue dolenze. A un certo punto, in certi punti di sospensione, d’incantesimo, di magia lessicale capace di trasformare in metafora vaporosa la concretezza più dura, non c’è più nemmeno la vita. C’è la poesia in cui la vita è stata accolta. Forse la poesia che ospita la vita è la condizione che accade ai grandi poeti. Certamente senza che lo vogliano, certamente senza che se ne accorgano. Accade che fuori da quella condizione non si possa vivere, non si sappia vivere. Ogni gesto, ogni respiro, ogni relazione con l’Altro, ogni corrispondenza col Sé, ha origine dal fondo, dal fondiglio, di una parola – una sillaba, un suono - e si conclude dentro una parola, una sillaba, un suono.

lunedì 31 ottobre 2011

Eugenio Barba, dal Salento al Mondo










Eugenio Barba a Holstebro in una fotografia di Cassie Werber

Intervista

Mauro Marino e Patrizia Capoccia

Il Salento è stato per lei luogo di partenza di un viaggio lunghissimo che l'ha portata ad esplorare geografie profonde attraverso il contatto con le culture degli uomini. Qual'è il Salento che ha portato e custodito in lei nel suo peregrinare?

La casa senza riscaldamento e senza acqua corrente, le serate invernali intorno al braciere, il sapore dei fichi secchi con le mandorle e un coriandolino di buccia di limone, i geloni che struggevano le mani, le processioni religiose, i pescatori che sparivano remando all’orizzonte, il profumo dolciastro del cimitero, la tombola natalizia, le valigie di cartone nelle littorine del Sud Est, il primo bikini che ho visto al Lido San Giovanni di Gallipoli.

Con la nascita dell'Odin Teatret è possibile parlare di una sorta di processo di “democratizzazione” della professione dell'attore che diventa tale fuori dalla formazione nelle Accademie?

Sia che sia passato da un’Accademia o che sia un autodidatta, l’attore rimane un presunto artista che si lascia assoldare senza nessuna voce in capitolo riguardo alle decisioni artistiche ed economiche, di repertorio e di politica culturale del teatro o della compagnia che lo ha ingaggiato. La sua posizione non si è democratizzata, l’attore continua ad essere un sottoproletario che pur costituendo lo scheletro della professione teatrale, non parla mai in prima persona ed è incapace di imporre le sue visioni e le sue necessità. Con l’Odin non inizia una democratizzazione, ma un processo di individuazione e sviluppo dell’attore non solo come artista ma anche come individuo e come leader di altre persone, di iniziative e progetti indipendenti da quelle del teatro in cui opera. Paradossalmente questo avviene in una rete di relazioni basate sul dare il massimo di se stessi e con un regista che esige l’apice dell’eccellenza in quanto “ombudsman” degli spettatori.

Ci pare che la vera chiave del cambiamento proposta dall'Odin Teatret sia strettamente legata alla figura dell'attore e alla sua ricerca interiore. In che ruolo si colloca il pubblico in questa dimensione? E di fronte a che tipo di performance si trova lo spettatore quando è al cospetto dell'Odin?

Non ho mai lavorato con i miei attori pensando alla loro ricerca interiore. Piuttosto come lavarli dal modo di pensare che avevano assorbito nella loro famiglia, nella scuola, con gli amici. Questo disinquinamento è avvenuto attraverso il training: esercizi fisici e vocali che non apprendevano a recitare, ma a reagire con tutto il corpo. Questa partecipazione dell’intero organismo presuppone un continuo stato di allerta, di imprevedibilità, di guizzo immediato somatico e mentale. Il loro corpo intero pensa, non le loro idee, i loro pregiudizi, quello che è giusto o sbagliato. Le reazioni degli attori sono segni fisici, radicate in esperienze storiche e archetipiche e provocano un impatto con lo spettatore a livello di sistema nervoso, di cervello limbico e rettile. Quindi non attraverso categorie concettuali o estetiche, anche se in una fase successiva subentra il giudizio e la riflessione.

Cosa chiedeva il Mondo al Teatro quando lei ha iniziato e cosa chiede oggi? Che differenze, se ci sono state, ha riscontrato rispetto a quando ha iniziato a fare questo mestiere? Come sono cambiati nel tempo gli elementi che girano intorno al teatro, vale a dire la formazione degli attori, i gusti e le esigenze del pubblico, il ruolo delle istituzioni?

Nel 1960, quando ho iniziato, esisteva un solo modello di teatro basato essenzialmente sull’intrattenimento. Persino il teatro di Brecht, che in quegli anni iniziava a scuotere il letargo della nostra professione, voleva intrattenere. In questo periodo appaiono il Living Theatre e il laboratorio di Grotowski, gruppi autodidatti come l’Odin, le Théâtre du Soleil, e gli americani Open Theater. Bread and Puppet, San Francisco Mime Troupe, Performance Group e altri. Il teatro non vuole essere più diversione ma immagina di cambiare la vita, sia di chi lo fa che di chi vi assiste. In questa decade avviene un’esperienza unica nella storia del teatro europeo: una generazione rivendica nella creazione di gruppo una maniera di vivere e di trasformare la società. Questa aberrazione – perché il teatro è sempre stato un mestiere per intrattenere magari attraverso la provocazione – è durata una quindicina di anni. Dalla metà degli anni Ottanta, è continuata la frammentazione, con numerosi artisti di teatro eccellenti: Si è perduto, però, lo spirito generale di palingenesi. Gli spettatori non sono mai mancati, anche se oggi il teatro diventa sempre più anacronistico rispetto ad altre forme di spettacolarità e raduno. Un fatto interessante, però, è osservare le nuove generazioni che persistono a scegliere il teatro. Qual è il senso di questa professione per loro?

giovedì 27 ottobre 2011

Mino De Santis - Un fuoco che canta

Musiche dal Salento Continua a soffiare forte il “vento dal basso” de lu Scarcagnizzu di Mino De Santis, oggi, venerdì 28 ottobre alle 21.30, l'appuntamento con il cantautore salentino è alla Saletta della Cultura di Novoli. A presentare il concerto, la “cronaca” di una sera a Sternatìa con le canzoni di un menestrello irriverente

Maira Marzioni

È domenica. Siamo a Sternatìa. Stasera c'è la festa del peperoncino, non la solita sagra estiva, ma una piccola manifestazione, pochi banchini nelle due vie principali del centro ognuno con una diversa specialità culinaria, ma tutti a base di peperoncino. Siamo qui per ascoltare Mino De Santis. Dopo i cantori di Zollino il presentatore annuncia Mino, lui imbraccia la chitarra si siede e inizia a suonare. Dopo le prime due canzoni, canta “Arbulu te ulie”. “Siccome non so quanto potrò cantare, faccio questa perché mi sembra importante in questo momento. C'è qualcuno in questi giorni che vorrebbe espiantare ulivi per metterci il fotovoltaico”. Una canzone necessaria. Intorno intanto timidamente qualcuno si siede, qualcun altro se ne va in cerca di pizzica, un bambino si piazza davanti al faccione di Mino e sorride dondolando, mentre lui canta. A un certo punto inizia a piovere, prima poche gocce e poi di più. Alcuni se ne vanno, altri irriducibili prendono la sedia e si mettono sotto al gazebo, dietro a Mino che canta. Lui si guarda intorno un po' spaesato e va avanti. Iniziamo ad avvicinarci tutti. Si decide di girare le casse all'interno, ci addossiamo a Mino che ha giusto lo spazio per la sedia e la chitarra. La serata cambia forma. Non c'è più il vuoto davanti all'artista, ma un gruppetto di gente che sfida l'acqua e ascolta. Le facce più belle sono quelle che quasi gli stanno in collo. Signori anziani con la pelle segnata, che ammaliati ascoltano questo cantore anomalo, menestrello irriverente che dice senza aver paura di dire. Uno di loro se ne sta con la faccia seria e scura sotto a un cappello da baseball, in giacca e pantaloni pesanti, annuisce e batte le mani convinto, ad ogni fine di pezzo. All'arrivo di alcuni versi in molti sorridono, scattano applausi nel mezzo della canzone, gesti di approvazione. Vicino al signore scuro, c'è Uccio, Mino lo conosce. “Questa te la dedico Uccio, mi ricordo che ti piacque”. Lui si toglie il cappello e ascolta. A un certo punto arriva un ragazzo dal viso sorridente e dolce, un bonaccio, con un flauto di legno che non suona, ma che appoggia solo alla bocca sdentata. “Questa è una canzone sulla libertà, che costa...”, dice Mino. “E quanto costa?” chiede lui. “Tanto”. Arriva da dietro una voce: “Ma tu ce l'hai già la libertà!”. Non so dire se sia stato il mio sguardo artefatto da quella situazione bella e surreale, ma giurerei di aver visto le sue labbra cantare i versi di Mino: “La libertà è un boccone bollente, finché ddafridda t'ha catutu nu tente e n'immensa casa per chi casa non ha, tutta la piazza della città”. Alla fine della canzone Mino è felice e la piazza è una casa. Le facce che stanno attorno hanno tutta l'aria di sentirsi raccontate dalle sue parole. “Forse state scomodi in piedi, magari faccio l'ultima”. Ne sono susseguite altre e poi altre, a richiesta oppure no. Nessuno se ne è più andato, qualcun altro si è avvicinato. Il signore e la moglie dapprima titubanti alla fine applaudivano al ritmo della chitarra. Una ragazza giovane che faceva parte dello staff della festa si è avvicinata sorridente, guardava gli altri contenta, in piedi. È tornata persino la signora che cercava disperatamente la pizzica. Quelli della seconda fila e oltre non vedevano la faccia di Mino, né le mani grosse sui tasti della chitarra, ma è come se leggessero le note nelle espressioni degli altri, spartiti di carne che per una volta non si è temuto di guardare, magari di sottecchi. Stavamo tutti là stretti come si sta attorno a un fuoco che canta, ad accorgerci che era bastata una pioggia a far diventare le parole di uno quelle di tutti. La gente di Sternatìa ha abbracciato Mino per una sera e lui ha ricambiato. Il vento dal basso che sa scompigliare, senza perdere la tenerezza.

lunedì 24 ottobre 2011

Cesare Padovani














Lo scorso giovedì 20 ottobre 2011, è stato presentato a Parabita, nell’Aula Magna del Liceo Artistico il libro di Cesare Padovani e Vittorio D'Augusta “Farfalle/Aforismi Crisalidi/Inchiostri”, per i tipi della casa editrice cesenate il Vicolo. Sono intervenuti ad introdurre l'autore Giovanni Invitto e Luciano Provenzano.

Noi e i Miti
Luciano Provenzano


Cosa può rappresentare una rubrica di attualità-politica-cultura, su un quindicinale – è “Chiamami Città”, pubblicato a Rimini - dedicata ad una rivisitazione di figure ed eventi mitologici attualizzati per circostanze e accadimenti odierni, condotta dal nostro caro Cesare Padovani, e diventata ora – accogliendo i vari interventi apparsi nell'arco di alcuni anni – un libro – o perlomeno parte di esso? Sarà la stravaganza di una residuale visione del mondo nel market culturale di una società globalizzata in cui un po' di tutto si concede a tutti? O è l'insidioso tentativo da parte di una cultura altra – arcaica solo fino ad un certo punto – di operare una colonizzazione culturale all'interno del pensiero attuale, e dalla quale occorre affrancarsi per non cadere in retrospettive favolistiche che nulla hanno a che fare con l'evoluzione dei tempi e i traguardi di civiltà che ci attendono? Avviare con tre domande siffatte un intervento costituisce – mi rendo conto – il pegno per dover fornire ad esse una risposta, ma visto che ci siamo, ci provo. Conoscendolo e leggendolo, si può anzitutto dire che non è affatto una stravaganza il ricorso di Padovani al mito per interpretare il mondo, oggi, e quanto in questo accade. Lui ci crede realmente e, il suo, è uno studio metodico che lo porta a cercare le radici da cui i miti si sono generati, e per questo – ormai da quasi quarant'anni – dedica lunghe permanenze e peregrinazioni ai mitici luoghi della Grecia. È un'urgenza la sua, una convinzione profonda: quei miti rappresentano la culla della nostra civiltà; la loro rivisitazione ed attualizzazione può significare incontrare un po' più se stessi, parti smarrite di sé, aprire finestre sulla propria infanzia, riconoscere il flusso onirico che ci ha attraversati e che è parte di noi, una parte che andrebbe riscoperta e dignitosamente valorizzata per come merita.

Il Mito e la Contemporaneità
C'è chi ritiene - come Umberto Galimberti, ma non è il solo - che vi sia un rischio in una rivalutazione del mito, oggi. Ma il vero rischio andrebbe invece visto in quel che è stato ed è, molto spesso (da cui il diffuso disagio personale di tanti e sociale in senso lato) lo strappo dalle proprie radici culturali, quasi che l'evoluzione sociale e culturale possa affrancarci dalle immagini che hanno lungamente pervaso il cammino millenario di generazioni, apparendo oggi come residuali, quasi prive di senso, se non addirittura pericolose, mentre invece il discorso rende necessario ricercare e vivere una integrazione fra quest'onirico-mitologico che alberga in ciascuno di noi e la personalità adulta che ci sembra d'aver conquistato sia per l'età a cui ciascuno è giunto – parlando fra adulti – e sia a livello filogenetico per il grado di civiltà che ci sembra d'aver oggi raggiunto. Può effettivamente, comunque, intravedersi un dosso: se adulti, il voltarsi indietro a guardare nell'infanzia potrebbe costituire rischio a divenire statue di sale, come per la moglie di Lot nella Bibbia, allorquando si voltò a guardare la città che svaniva? Come dire, restare intrappolati da questo sguardo all'indietro tanto da non riuscire più ad andare avanti? Ma è questa visione del tempo - per la quale il dopo si contrappone al prima - che andrebbe messa in discussione: l'essere adulti come infanzia definitivamente superata; il grado di civiltà raggiunto come definitivo stacco da arcaiche visioni di vita e comportamenti. Non si tratta neppure di andarsi ad attestare sui corsi e ricorsi storici di Giambattista Vico. Qualche passo oltre è possibile e necessario.

Il molto tempo fa
È a livello ontogenetico che possiamo individuare che qualcosa di ieri – o di molto tempo fa – oggi, e un po' per sempre, sarà parte di noi. Realmente ciascuno comprende in sé la storia e le generazioni che hanno portato ad essere ciò che si è. Nella nostra mente, localizzato nel cervello limbico, è depositato il patrimonio di svariati mondi e stati interiori che fin dai primordi e per tutte le generazioni che ci hanno preceduto ha lasciato una traccia in ciò che noi in questo momento siamo. E se scopriamo – o perlomeno ci rendiamo conto di questo – la nostra vita può realmente cambiare. Possiamo essere nuovi, rinnovare cioè il nostro essere come abitudini, comportamenti, modi di comunicare, soltanto alla luce di ciò che da sempre siamo, per quel che abbiamo avuto in dote, il carattere di se stessi. Ed a questo punto, bestemmia!, occorre fare i conti con l'animalità di sé, gli istinti anche brutali, la sessualità, gli appetiti, la rabbia, la violenza che in sé stessi si sviluppano. Anche evidentemente gli aspetti belli di sé, ma questi sono – a ben guardarli – il frutto del percorso di civiltà: all'inizio è il kaos; la bellezza del sentimento è il frutto di un ordine per il quale anzitutto si percepisce se stessi come soggetti di relazione, in grado da ciò di soddisfare i bisogni.
La materia dei Sogni
Non è da ritenersi però affatto lineare il percorso per il quale dagli istinti e bramosie primordiali si giunge alla relazione soddisfacente e appagante. Perfino il riconoscimento della dignità di figli di Dio implica che la capacità di relazione la si sia acquisita. Ma nel passaggio, fra l'istinto animale ed un essenziale grado di relazione umana cosa troviamo mai? Semplicemente e banalmente delle immagini interiori: i sogni, le fantasie stratificate erette a miti di come l'immagine di un dio parla con un fiume, o due immagini di dei parlino fra loro, o personaggi forse esistiti che abbiano realizzato storie impresse nell'immaginario collettivo e da questo trasformate, per tanti versi, appunto, in mito. Senza il mito, in definitiva, rischia di sfuggire, di fatto, l'istinto che ci pervade, diventiamo animali domestici sullo zerbino di una quotidianità senza tempo e la ciotola di croccantini a tutte le ore: da sempre saziati e privi di prospettiva. Anche il sesso non è più un problema - vedasi il tipo di servizi offerti a domicilio, anche per zona geografica immediatamente individuata attraverso l'IP del proprio computer. E cosa ci diremo in quell'istante? Una dopo l'altra in serie (erano dodici ma è riuscito solo con dieci in quella notte, dice di sé quel tale che per non inquinare il dialogo ora neppure dico!). Ma cosa ci diremo in quell'istante? Se Psiche ed Eros si guardano negli occhi, se si vuol dire o sentire di sé e dell'altro(altra) di più e sempre più, scoprirsi fino all'inverosimile, oltre la pelle ed i pensieri, penetrare l'intimo più intimo di sé e dell'altro, in definitiva, se non abbiamo un'immagine intermedia che abbracci l'istinto e lo riveli nella relazione siamo irrimediabilmente persi, come quei due, Psiche ed Eros, che da tempo teneramente si amavano, ma che, allorquando si guardarono negli occhi, più non s'incontrarono.