lunedì 27 settembre 2010

La musica delle pietre

Archeologia/ Il suono segreto del megalitismo

Stefano delle Rose

L'archeologia accademica tende a relegare il fenomeno del megalitismo in un periodo che va da IV al II millennio a. C.; in realtà, grazie alle scoperte di ricercatori indipendenti e appassionati, questa datazione si può arretrare fino al 10-15000 a. C.

Le pietre leggere

Un dubbio però, ancora non chiarito, è come sia stato possibile che in tutto il mondo, culture diverse tra loro e senza contatti reciproci, abbiano utilizzato la stessa tecnica costruttiva, ossia l'uso di enormi blocchi in pietra, il cui peso spesso superava le 100 tonnellate; gli esempi di costruzioni megalitiche sono numerosi: dalla Bolivia, con la perduta città di Tiahuanaco, che un tempo sorgeva sulle sponde del Lago Titicaca, alle Piramidi in Egitto; e ancora, i templi maya e le città fenice di Tebe, Delfi, Micene, Tirinto.

A noi più familiare risultano la civiltà nuragica in Sardegna, quella Etrusca e nel Salento i popoli pre - Messapico e Messapico. Che si tratti di templi, mura, piramidi, menhir, tutti questi popoli sono accomunati dall'uso di enormi pietre, megaliti appunto, nelle rispettive costruzioni.La prima reazione di fronte a queste costruzioni è quella di chiedersi perché siano stati utilizzati enormi e pesanti blocchi e non tagli più piccoli e maneggevoli e come siano stati spostati, le teorie sono molte e diverse tra loro, ad esempio si teorizza l'intervento di civiltà aliene dotate di tecnologie avanzatissime superiori alle conoscenze e ai mezzi utilizzati dall'uomo di quel periodo. Personalmente ritengo un errore continuare a teorizzare usando come parametri le conoscenze e le tecnologie oggi a noi note, sarebbe molto più utile e produttivo riuscire a ragionare in base a ciò che l'uomo dei megaliti aveva sicuramente a disposizione e cioè la natura e la sua energia.

Sentire le “energie”

I nostri antenati erano perfettamente in grado di sentire le diverse energie di cui erano circondati come fossero informazioni ed erano capaci di gestirle e utilizzarle, essendo l'unico modo di sopravvivere. Oggi abbiamo perso tali capacità, avendole affidate alla tecnologia; calendari, orologi, telefoni, antenne sono le nostre energie informanti.

La fisica moderna ha ampiamente dimostrato il carattere vibratorio dell'energia, in qualsiasi forma essa si presenti. In un'ottica vibrazionale, il pensiero è facilmente rivolto al suono quale più facile e immediato strumento per creare energia e dal suono prendiamo a prestito un altro concetto che è quello della risonanza. Nell'Universo tutto risponde al principio della risonanza, ogni forma di energia è in grado di rispondere ad una frequenza simile alla propria.

Possiamo quindi affermare Energia = Vibrazione = Risonanza, sulle quali si basa non solo la musica ma ogni forma di energia attorno a noi e in qualsiasi stato: solido, liquido, gassoso, quindi anche pensieri, colori, odori e naturalmente, suoni.

Le frequenze della Natura

Numerose sono le terapie basate sull'uso di determinati suoni o musiche, sia antiche sia moderne.

In tutte le più antiche culture e tradizioni, a tutte le latitudini, troviamo riferimenti al suono come al mezzo di avvicinamento a Dio o all'Universo, si pensi ai mantra, al canto gregoriano, al suono di una campana. Facciamo un passo indietro e mettiamoci nei panni di un costruttore di megaliti; abbiamo già evidenziato come egli fosse in grado di interagire con le frequenze della natura e quindi risulta logico ipotizzare che fosse anche in grado di riprodurre tramite un suono l'esatta frequenza di risonanza della pietra con cui lavorava.

Nel momento in cui la pietra riceve la giusta frequenza, inizia a vibrare liberando energia, risultando facilmente trasportabile o manovrabile.

Un aspetto poco noto e poco studiato del megalitismo è il suo rapporto con questa determinata forma di energia che è il suono, interpretando quest'ultimo come la primordiale forma di espressione energetica esprimibile dall'uomo. Ma quale sarà la frequenza segreta del megalitismo?

Il primo approccio è legato al materiale, che nel caso del Salento è il calcare con il quale vennero eretti menhir, dolmen e mura e nel quale furono scavate grotte, ipogei, chiese rupestri, attraverso lo studio delle caratteristiche chimico-fisiche dei minerali che lo compongono. Ma altrettanto importanti sono anche la forma e le dimensioni del manufatto oggetto di studio.

Per quanto riguarda il suono, si sta procedendo sia con suoni espressi a voce, in particolare con il canto armonico, che attraverso suoni prodotti da tecnici specializzati nel campo della musica. Come si può capire è fondamentale un approccio multidisciplinare in cui fisica, chimica, musica e tecniche energetiche antiche, operano con l'unico obiettivo di entrare in risonanza con il megalitismo salentino.

mercoledì 15 settembre 2010

Marcello Buttazzo, Serenangelo

Poesia/ Marcello Buttazzo

Marcello amava nel mentre scriveva versi. O fermava versi intanto che amava. Mi parlò di questa nuova raccolta insieme a lei… Poi un giorno, tempo dopo, quando lei non c’era più, mi chiese se potevo annotare un mio pensiero su quei suoi versi. Mi disse, testualmente, che soltanto io potevo farlo. Lusingato risposi, ma perché? Perché sei un poeta del cazzo! Questa fu la sua risposta. Risi (e anche lui… avevo compreso) e non commentai. In primavera mi consegnò la bozza di Serenangelo (Manni Editore, 2010, pagine 92, € 12,00) e, di getto, scrissi (a mo’ di prefazione) quel che segue.

Vito Antonio Conte

È aprile quando leggo l'ultima pagina di questa nuova raccolta di versi (che ho aperto in primavera) di Marcello Buttazzo. Sto in campagna. Nella splendida campagna di questa stagione. Nella campagna che qui (specialmente) esplode di colori, di gemme, di tanti fiori, di bianco, di verde, di giallo, di arancio, di rosso, di turchese, di lilla, di violetto e d'altre sfumature che bisogna soltanto vedere per comprenderne l'autentica bellezza. La Natura che scintilla, s'incendia, sprizza, dona, culla, crea vita, nuova vita. Di vita che si schiude nelle variopinte farfalle, nei destati piccoli sauri, nel vellutato calabrone, nelle formiche volanti, nelle infaticabili api. Terra e cielo che rinascono, oltre le altre stagioni. Ogni stagione ha le sue peculiarità, come l'esistenza. Quella di Marcello Buttazzo è esplosa la primavera di un anno addietro, dopo infinite stagioni di torpore, di lunghi forzati giorni bui, di notti maledette, d'albe ingannatrici, di contatti sfiorati e mai vissuti pienamente se non nel doloroso ricordo d'un altro tempo che, come fantasma maligno, annientava il presente irrimediabilmente. Stagioni rotte dalle parole, uniche compagne per lenire quello stato di apatia dell'anima in conflitto coi sensi. Il dolore per quel ch'è stato e non c'è più.

Per quel che sarebbe potuto essere e non è stato. Contorni del sogno appena abbozzati e già confusi nell'invadente oscurità del nulla. E se quel sogno si chiama AMORE, la rabbia resta appiccicata alla pelle anche quando tormentatamente l'hai sputata fuori da quel dentro che fatichi a riconoscere. Quel dolore che (se quel sogno chiamato AMORE era l'ultimo rimasto) non va più via. E non sai più pregare. Non sai più bestemmiare. Vorresti soltanto sparire. In quel mare levantino che (soltanto lui) può capire, grande com'è, il tuo grande essere perduto. Aspettando l'alba che (soltanto lei) può lenire lo strazio della notte con quella carezza che passa tra pensieri sfuggiti a ogni controllo. Nell'attesa di un segno che dica che quella sospensione in bilico tra vivere e morire non vale nessun AMORE. Ché l'amore è tutto e niente. Ché cambia la vita. Ché dona la vita. Ché toglie la vita.

Tutto e niente è l'amore. S'è reciprocità di moti, presenza oltre ogni assenza, gioia che chiami con un sorriso, desiderio che incontra desiderio, occhi che si specchiano negli occhi, parole che dicono tutto (anche l'indicibile). È urlo liberato, scoperta sussurrata, respiro condiviso. È incanto di una via che hai percorso mille volte e che racconta cose mai ascoltate, meraviglia d'un incedere tenendosi la mano e il resto vale zero, sorpresa d'arabeschi prima irriconoscibili nel blu che diventa indaco. Niente e tutto è l'amore. È perdita del quotidiano senso, vuoto di sprofondo senza limite, mancanza incolmabile, giorni inutili, inutili notti, ventre lacerato, sonno insonne, vagare senza sapere per dove, nominarlo in tutti i modi sapendo che nessuna eco porterà la tua voce più lontano della tua testa. E preghi, dimenticando che non sai più pregare. E bestemmi, rammentando nella disperazione tutte le contumelie. Parole che non dicono nulla (neppure il facilmente dicibile). Così è l'amore. Benedizione e maledizione. Tutto questo c'è nei versi di questa raccolta.

Tutto questo ho letto tra i versi di questa raccolta. Tutto questo è contenuto nei versi di questa storia. Prima c'è la storia, poi i versi. La storia, qualunque storia, va vissuta. Poi, puoi dirla. Questo ho visto nelle parole del verseggiare di Marcello Buttazzo. Una gran bella storia d'amore. Anelata, trovata, arrivata come dono, colta e vissuta. Diventata versi. Come d'ultimo regalo.

Ho detto: “gran bella storia d'amore” e avrei potuto aggiungere finita, perduta, smarrita. Non ho aggiunto null'altro volutamente ché qualunque sia o sia stato o sarà l'epilogo, “amore non è morte”, non è fine, mai, neanche quando la solitudine è unica compagna. Questa raccolta si può leggere come un volo di migratori. Arrivano portati dal cielo in primavera a svernare. Sostano su specchi d'acqua, nel canneto, tra le macchie di quei colori, nell'aria frizzante, beandosi di sole di luce di giochi e di canti festosi. Sino all'autunno del sacro fuoco, prima del dondolare delle foglie senza linfa, altri voli svanire. E, poi, freddo inverno i giorni ingrigire le notti incupire.

Ma ci sarà un'altra estate e brucerà la precedente, mai vista che maggio se l'era bevuta. Arriverà l'estate a bruciare il dolore, quell'antico dolore, riemerso a lancinare il tempo. Verrà l'estate a cauterizzare la ferita. Intanto metabolizzi il male. Lo trasformi in bene nel mentre il cuore -una volta ancora spezzato d'amore- ti suggerisce le parole. Parole delicate come fili d'erba e come fili d'erba sapientemente mossi dalla poiesis di Marcello Buttazzo, dal suo creare l'eterna arte come un viaggio alla ricerca del mistero del vivere. Un vivere che -nonostante la visceralità delle situazioni descritte- è reso parola spirituale, com'è nelle corde di Marcello Buttazzo, anche se distante dalle sue precedenti pubblicazioni. Mi spiego: c'è in questa raccolta una latente voglia dell'Autore di liberarsi di tutta la poesia che ha reso in precedenza.

C'è una forte presenza di erotismo, di carnalità, di sensualità, di sensi espressi e fatti ardenti abbracci in questi versi. A differenza delle precedenti raccolte, dove la tematica, per quanto fosse sempre (principalmente) l'amore (e le sue conseguenze), era qualcosa di molto simile a un'idea, a un ricordo, a un miraggio, che la forza del verso rendeva viva, qui c'è una storia (che potrebbe anche essere inverosimile, ma non lo è) più forte dei versi, che i versi faticano a contenere e a narrare. Lì il verso era medicina. Qui diventa mezzo per fermare l'esplosione, per immortalare un momento già dotato di sua potenza. A risentirne è il linguaggio e lo stile: riconoscibile, ma molto più immediato rispetto al passato. E, paradossalmente, più ricco di assonanze, di allitterazioni, di aggettivi sostantivati, di lemmi ricercati (al limite dello sperimentalismo), di neologismi, di trovate fantastiche per dire la favola e le cadute della vita reale; caustico in certi pezzi, nonostante i continui rimandi; gradevole, sia pur nelle reiterazioni situazionali; ironico (finalmente) anche nei versi dove il dolore sale senza rimedio: “...mi hai detto: / «La nostra storia / è appesa a una nuvola». / Tu, angelo mio, / sei un miracolo / di meteorologia.” Anche dove il desiderio s'apre all'indefinito: “Tacqui / e avevo / una rosa di passione / piantata nel cuore”. Anche dove il poetare diventa ermetico rifugiando frangenti in metafore coniugate col ritmo del naturale scorrere delle cose: “Inciela / mantiglie / dorate trecce / di frumento / tremula carne / rincorro”. Il risultato è un'opera carica di pulito lirismo che trasuda passione pagina dopo pagina, emblematicamente rinvenibile in questo pezzo (come gli altri privo di titolo: il che dà continuità ai versi che rendono questo libro fruibile come un lungo racconto) cantato (come tutti gli altri) a e per Serena: “Acqua chiara, / trapassa pianamente / la mia malinconia. / Giallo sole / sei la mia ninfea, / coriacea resisti / agli insulti del tempo. / Stamane / portami / i tuoi occhi / su una cornucopia / di more selvagge. / Portami / stanotte / il tuo fiore / ch'io lo possa / colorare di luna.”

martedì 7 settembre 2010

“Il segreto della miniatura” di Renzo Limone, Manni Editore

L'occasione di R.
Vito Antonio Conte

Roberto è “solo uno studioso con qualche velleità di dongiovanni”! Roberto è, suo malgrado, il protagonista del libro che ha vieppiù appesantito un paio di giorni d’inizio agosto di questo mio Tempo. La definizione è dello stesso Autore (la trovate a pagina 73). L’Autore è Renzo (noto come Oronzo, il cui diminutivo dovrebbe essere Ronzo e non Renzo, ch’è –invece- diminutivo di Lorenzo) Limone. Il libro è “Il segreto della miniatura” (Manni Editore, Collana “Occasioni”, pagine 183, € 16,00), esordio narrativo (com’è riportato nella quarta di copertina) del citato Renzo Limone. Gli esordi andrebbero sempre (comunque?) incoraggiati. È vero. A meno che non si dica ciò per “convinzione”. Nel qual caso, sarebbe bene ricordare che “Le convinzioni, più che le bugie, sono nemiche pericolose della verità” (Nietzsche, riportato in esergo dall’Autore, a pagina 5).

E allora, di questo libro, dirò la verità, nient’altro che la verità, tutta la verità, lo giuro!

La storia, che ha - nelle intenzioni espresse - svolgimento nel canovaccio del “giallo” e, all’interno di questo genere letterario, nella specie del thriller, si rivela essere – invece - “occasione” (mai “Collana” fu più appropriata) per denunciare (nelle intenzioni reali?) un’ingiustizia subita (vera o presunta che sia). Questo è risaltato immediatamente a me (che non conosco personalmente l’Autore, né le sue vicende personali, se non da lettore – a volte distratto - di quotidiani locali…) nel mentre ero alle prese con “Il segreto della miniatura”.

Non faccio fatica a credere che Roberto sia stato manipolato all’interno di una vicenda ordita per invidia, gelosia e, soprattutto, interessi di potere con sacrificio della sua posizione sociale. Ché ciò accade quotidianamente, ché le sorti di questo pianeta sono determinate da pochi! Da quei pochi (meglio sarebbe dire: da quelle poche famiglie) che detengono il potere. Per il loro esclusivo profitto. Reiteratamente mi sono soffermato su questo perenne cancro sociale. Roberto fa di questa questione tema principale della sua esistenza in quel determinato frangente della sua vita ch’è narrato in questo libro. È plausibile pensare che ciò valga anche per l’Autore se è vero, come da più parti è stato affermato (e io concordo), che un libro (anche quando non è dichiaratamente autobiografico) contiene sempre (in un modo qualsiasi) qualcosa che appartiene al vissuto del suo Autore.

E, all’evidenza, non parlo di storie di spionaggio, controspionaggio, omicidi, suicidi e donne a non finire tra cui si dibatte (pavoneggiandosi) Roberto, ma basta coniugare il contenuto del libro con le due “parti” dell’ultima di copertina per comprendere quel che dico. Fantasia e realtà. Questi due elementi, ben combinati (insieme a altro…), fanno una buona scrittura. Gli stessi elementi (altrimenti combinati…) fanno l’esistenza. Buona o cattiva, non spetta a me dirlo. Lungi da me ogni intenzione di fare dell’inutile e pernicioso moralismo. Né quello di dare giudizi su alcuno e/o alcunché. Dico quello che penso. E parimenti scrivo. Sempre e comunque. Senza ritenermi il depositario di alcuna certezza… Tornando al libro, devo dire che, tra le cose buone (alcuni tratti in cui è ravvisabile il tentativo di esteriorizzare spaccati dell’umana esistenza di carattere universale…), pure notate, nel suo insieme non mi ha entusiasmato. Su diverse pagine della mia copia ho annotato: “ma dai?!?”. Questa espressione sintetizza, per me, quel che non funziona. In ultima analisi (evitandovi parole circa la trama, la struttura, il linguaggio, i dialoghi, e ancora…), non m’è piaciuta la “scrittura”. Senza stile. Spesso forzata, per niente liquida (fluida), accidentata nel suo scorrere e densa di ricorsi a espedienti meta-letterari che appesantiscono lo svolgimento della storia. Inadeguata alle vicende narrate e ai personaggi. Sfilacciata in ripetute descrizioni di luoghi, ambienti e altre ultroneità. Incapace di reggere la tensione (e in un thriller non dovrebbe accadere!) per effetto di sovrabbondanti romanticherie, ridicole sdolcinerie, patetici sentimentalismi e saccenti passaggi di ego del protagonista. Quel Roberto ch’è troppo “pieno di sé” per essere “vittima” quale pure vuole apparire, facendo di tale suo stato una delle armi per scardinare cuori e gambe di donne e misteri reconditi in seno a organizzazioni occulte e non, sparse ai quattro angoli del mondo.

Roberto è uno dei pochissimi (lui sì) depositari dei segreti della vita e della storia e queste sue conoscenze lo porteranno alla soluzione dell’enigma della pseudo-interpolazione che si rivelerà essere l’intrigo internazionale del secolo. Ma alla fine del viaggio comprenderà anche un’altra cosa: un altro viaggio è iniziato: quello che (forse) potrà condurlo alla scoperta dell’altro da sé (che poco o niente ha che fare con lo status sociale!). Questa volta con un amico fidato. Un cucciolo di San Bernardo (o, come ha detto un altro uomo, di San Bastardo…). E, forse, la donna giusta. Quel che più conta nella vita: una donna con la quale andare verso l’armonia. Quel che manca in questo libro: non c’è armonia tra realtà e fantasia. Troppo profondo lo iato tra luoghi e persone e finzione letteraria. Non c’è –in questa storia- quel magico collante dell’invenzione ch’è dato dal verosimile, sicché il lettore (qual io sono) possa entrare nella storia dinamicamente –vivendola- e non subire reiterate cadute negli inciampi di una struttura narrativa spezzata (non da proficui interrogativi, ma) da continui “ma dai?!?”.

Molto meglio (ho annotato in una “glossa”…) un vecchio esame universitario che, se ben ricordo, si chiamava “Esegesi delle fonti del diritto romano”!