venerdì 14 maggio 2010

Giovanni Bernardini

È in libreria, da Lupo Editore “Ed io parlo, scrivo e fumo” ultima “fatica” letteraria di Giovanni Bernardini. Alla vostra lettura proponiamo il saggio che introduce il volume

Giovanni Bernardini è nato a Pescara, ha studiato Lettere a Firenze con Giuseppe De Robertis. Dopo la guerra, a Liberazione avvenuta, si laurea a Bari con Mario Sansone nel 1946. Si trasferisce nel Salento a Monteroni, dove vive tutt'ora

È quasi incredibile constatare di quali e quante risorse sia munita la natura umana o piuttosto a quali sotterfugi ricorra a fine d'incoraggiamento. In questa mia condizione di grande disagio fisico (oggi ho registrato un altro calo ponderale di 300 grammi) e psicologico, basta la prospettiva d'una lettura interessante o d'una sigaretta o d'una semplice sistemazione di piccole cose per provare un certo conforto e talora un briciolo di piacere. Natura, imprevedibile maliziosa ruffiana!”

Inquietudini!?

Stefano Donno


Spesso mi sono ritrovato a pensare sull’utilità o meno in generale, degli interventi prefattivi o post-fattivi all’interno di un lavoro editoriale. Generalmente se un libro che possiedo è provvisto di un elemento di tal sorta, sono solito saltarlo senza troppi problemi per andare subito al sodo della questione. Tutt’al più ci ritorno in seconda istanza, ma nella maggior parte dei casi ho un senso di profondo rigetto, vuoi perchè spesso non viene aggiunto alcunché; vuoi perché in qualche caso l’animo dello scrivente il contributo in questione, parla più del suo sentire che di quello dell’autore; vuoi perché in taluni momenti ci si trova dinanzi ad un vuoto sfoggio citazionistico spesso ricco di inutili rimandi; vuoi perché raramente risulta utile e/o propedeutico alla lettura.

Tranne se, ovviamente, la scrittura del pre/fattore o del post/fattore non viene sviluppata con rigore e si attiene scrupolosamente alla volontà di offrire al lettore una mappa quanto più esauriente possibile del percorso da seguire oltre che delle chiavi di lettura in grado di chiarificare cosa ci si debba aspettare da un testo. In questa specifica sede, forse, il mio intervento non sarà di grande utilità, non conterrà chiarissime esposizioni dotte o magnificenti citazioni, ma per quel che mi tocca da vicino, posso dire che farò di tutto per essere totalmente onesto e sincero, innanzitutto per una questione di personalissima onestà intellettuale a cui voglio aderire e a cui ho sempre aderito, poi perché dovrò affrontare un discorso che per più motivi reputo delicatissimo: per prima cosa perché si ha a che fare con del materiale incandescente come il tracciato biografico di una persona, e a monte di tutto perché queste mie parole vanno ad un uomo, prima che ad uno scrittore, che merita il più profondo rispetto sotto ogni aspetto


Singolare voce del Mezzogiorno

Mi riferisco a Giovanni Bernardini, uomo di lettere colto e raffinato, mite nei modi e tonante nella scrittura, facitore di versi intensi e prose robuste. Autore di oltre quindici opere letterarie tra poesia e narrativa, tra cui ricordiamo gli ultimi lavori dal titolo “Nel mistero del tempo”, del 2005 e “ I bruchi ovvero il ragazzo in fondo al mare”, del 2008. Nasce a Pescara, studia Lettere a Firenze con Giuseppe De Robertis, e dopo la guerra, a Liberazione avvenuta, si laurea a Bari con Mario Sansone nel 1946. Si trasferisce nel Salento dove vive tutt'ora, a Monteroni. Ha collaborato come pubblicista a riviste e periodici, i suoi scritti spaziano dai racconti, ai romanzi, ai testi più strettamente di carattere giornalistico sino alle poesie che oltre ad aver ottenuto il favore dei lettori, sono state oggetto di premi letterari, tra cui voglio ricordare quello del 1957: il "Salento".

Oltre che scrittore, Bernardini ha visto crescere generazioni di studenti nei licei leccesi e in più ha ricoperto anche, tra il 1992 e il 1993, la carica di Sindaco del comune dove vive (Monteroni di Lecce).

Giovanni Bernardini è uno protagonisti assoluti della Storia della Letteratura Salentina del ‘900, come dimostrato recentemente dal prof. Lucio Antonio Giannone (ordinario di Storia della Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi del Salento) nel suo ultimo lavoro per i tipi di Congedo dal titolo “Modernità del Salento - Scrittori, critici e artisti del Novecento e oltre” e sicuramente una delle voci più singolari e autentiche della letteratura del Mezzogiorno.

La sua produzione copre sessant’anni di lavoro scritturale fondato sulla ricerca del rigore linguistico organicamente inserito in una latitudine del senso dell’esistenza permeato dall’oscillante caducità e caoticità del vivere, a cui fa da “rassicurante dimora” la certezza di una forza amorevole e protettiva proveniente dal luogo degli affetti e delle memorie: la famiglia.

Bernardini non è uno scrittore periferico, come lui stesso in più di qualche occasione tende ostinatamente di affermare, proprio perchè questa sua “modestia” contrasta con una qualità di stile che solo un vero scrittore e non un semplice mestierante, è in grado di mettere nero su bianco. Questa è ovviamente solo una minima parte di quello che è e rappresenta Giovanni Bernardini. E ci si muove su piani di analisi che appartengono alle categoria della critica letteraria e della sua fenomenologia in questo circoscritto caso specifico. Sull’uomo Bernardini invece è tutto ancora da vedere, da scoprire, un viaggio di cui ancora non si conosce la destinazione. Ma solo per poco, credetemi, solo per poco! Il lavoro che la casa editrice Lupo ha pubblicato, nasce come “progetto di un volume diaristico in 3 parti” ovvero “I parte - Prime cronache”; “II parte – La divisa del paziente con Dopo la divisa”; III parte – Ultime cronache” che lo stesso Bernardini aveva pensato come opera da pubblicare post-mortem. Fortunatamente l’esito di questa pubblicazione vede l’autore ancora in vita, e ancor più interessante diviene l’intera operazione editoriale che così va assumere un’importanza e valenza davvero uniche. Si tratta di una serie di riflessioni, annotazioni, memorie, ricordi che coprono un arco temporale che va dal 1952 al 2009.


Scrittore irrituale

Per l’autore stesso consegnare alle stampe un lavoro di tal sorta, pare quasi inutile come se non potesse accogliere il favore di nessuno, e soprattutto di non essere in grado di suscitare alcun interesse per i lettori e per la critica. Anche in quest’atteggiamento si riconferma quanto in passato sostenuto da Giampaolo Rugarli quando l’ha definito “scrittore irrituale, problematico, imbarazzante per la confraternita dei letterati”. E forse davvero passerebbe inosservato un volume di questa tipologia, se lo si considerasse un mero lavoro di antropologia letteraria, quando in realtà vi è una perfetta sintesi di vita e letteratura, e dunque i linguaggi dei due piani si intersecano e si sublimano vicendevolmente. Insomma Giovanni Bernardini in questa sede diviene un unico organismo di granitica coerenza con il proprio linguaggio e pensiero, portando avanti un discorso interminabile sull'ironia, sull'amicizia, sugli affetti, sulle ipocrisie, sull’amore e la famiglia, sulle malinconie che a volte lo attanagliano.

La sua scrittura in queste pagine diviene più intimista, più introspettiva, più fine e ambiziosa. La sua prosa si fa sempre più pensata , il piano interpretativo a volte più astratto, senza che per questo dimentichi le problematiche dell'uomo: dalla critica all’instupidimento della gente generato dall’intrattenimento televisivo, sino alla guerra in Iraq e l’elezione del Presidente Obama, per poi soffermarsi a ripercorrere con la mente le sue vicinanze letterarie con autori del calibro di Dante Alighieri, Cesare Pavese, Italo Calvino solo per citarne alcuni tra i tanti nominati dall’autore, e etico-civili nonché intellettuali con Norberto Bobbio, passando poi in rassegna luoghi, visi e circostanze del mondo letterario ed editoriale salentino. Incredibile poi come con estrema lucidità descriva nel suo “La divisa del paziente e Dopo la divisa” la condizione del malato in cui si è ritrovato per ben due occasioni e il lavoro di controllo sul corpo del malato (sempre parlando della sua esperienza) all’interno delle strutture ospedaliere e da parte degli operatori ospedalieri stessi, confermando inconsapevolmente con questa testimonianza quanto sostenuto da Michel Foucault nel suo “Sorvegliare e punire” dove spiega come esista una sorta di potere che controlla il corpo nelle caserme, nelle prigioni e negli ospedali dove tutto è concentrato su tre categorie di controllo: supplizio, punizione, disciplina. Giovanni Bernardini con estrema franchezza e puntualità, parla anche in queste sue pagine autobiografiche della provincia, quella salentina, di come tutto sia marginale, di come i rapporti si sfilacciano avendo la consistenza di un’esile bambagia, delle ipocrisie del vivere locale e lontani dai grandi centri culturali italiani, dell’indifferenza che spesso regna in certi circoli culturali e accademici. E lo fa sostenendo dignitosamente l’assunto che il coraggio è comunque dalla parte di chi resta in “hac valle lacrima rum”, e non di chi se ne va. Il peso del trascorrere del tempo, e di come le difficoltà della vita spesso diventano pesantissime anche nei piccoli gesti quotidiani, viene annullato dal rapporto che il Nostro ha con la scrittura, che assolve non solo alla funzione auto- terapeutica, ma diviene strumento per riflettere sulle categorie della prosa e della poesia, e lente d’indagine precisissima del nostro essere nel mondo.


Traversare generazioni

Al termine della lettura di questi passaggi consegnati da Bernardini alla Storia, mi soffermo a pensare a quante volte gli stessi pensieri mi siano passati per la testa, e che non è una questione di età l’essere sensibili, onesti, generosi, amorevoli, ma è un fatto di humanitas nel senso più alto del termine, proprio come la intendevano i latini e cioè quella concezione etica basata sull'ideale di un'umanità positiva, fiduciosa nelle proprie capacità, sensibile e attenta ai valori interpersonali e ai sentimenti. Un modo di vedere le cose oggi come oggi assolutamente inappropriato, dove gli spazi e il tempo concesso ad ognuno di noi si riducono all’osso, e nemmeno gli affetti trovano più posto e una loro dignità. E mi soffermo a pensare come le coincidenze nel mondo editoriale spesso hanno una loro vita propria: questa mia piccola introduzione è sincera e priva di false celebrazioni, proprio perché ho letto, stimato e conosciuto Bernardini sin dai miei primi passi nel mondo culturale di questo territorio, quando nei primi anni ’90 partecipavo agli incontri di poesia dell’Incantiere a Lecce presso l’Ateneo vicino l’Obelisco, insieme anche a Walter Vergallo, Arrigo Colombo, e Carlo Alberto Augieri, o di quando andavo a trovare a casa Ennio Bonea in via Zanardelli nel capoluogo salentino, e mi consigliava di leggere dopo Vittorio Bodini, Salvatore Toma, e Antonio Verri, proprio lui, il Nostro. Due generazioni che si incontrano sulle pagine di un libro, due vite che si uniscono attraverso una calorosa e affettuosa stretta di mano, carica di reciproca stima e rispetto. Queste sono righe che ho scritto ascoltando in Internet su YouTube una canzone, quella di Francesco Guccini contenuta nel suo album “Via Paolo Fabbri 43” dal titolo “Canzone quasi d’amore”. Eccone alcuni versi: “Non starò più a cercare parole che non trovo/per dirti cose vecchie con il vestito nuovo, per raccontarti il vuoto che, al solito, ho di dentro/ e partorire il topo vivendo sui ricordi, giocando coi miei giorni, col tempo.../ O forse vuoi che dica che ho i capelli più corti/ o che per le mie navi son quasi chiusi i porti; /io parlo sempre tanto, ma non ho ancora fedi,/non voglio menar vanto di me o della mia vita costretta come dita dei piedi.../Queste cose le sai perchè siam tutti uguali/e moriamo ogni giorno dei medesimi mali, /perchè siam tutti soli ed è nostro destino/ tentare goffi voli d' azione o di parola, /volando come vola il tacchino... /Non posso farci niente e tu puoi fare meno, /sono vecchio d' orgoglio, mi commuove il tuo seno/ e di questa parola io quasi mi vergogno, ma c'è una vita sola, non ne sprechiamo niente in tributi alla gente o al sogno.../ Le sere sono uguali, ma ogni sera è diversa /e quasi non ti accorgi dell' energia dispersa/ a ricercare i visi che ti han dimenticato/ vestendo abiti lisi, buoni ad ogni evenienza, inseguendo la scienza o il peccato.../ Tutto questo lo sai e sai dove comincia/ la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia/ perchè siam tutti uguali, siamo cattivi e buoni/ e abbiam gli stessi mali, siamo vigliacchi e fieri,/ saggi, falsi, sinceri... coglioni!” Anche questa è per così dire un'invettiva come forse tutto questo lavoro del Nostro: Guccini rivendica infatti nella canzone il diritto di non dover "cercare parole che non trovo", rivendica la scelta di non dover dire "cose vecchie con il vestito nuovo", non nasconde di saper raccontare solo "il vuoto che al solito ho di dentro".

Questa è la mia dedica a Giovanni Bernardini, questa è la mia dedica ad un uomo ed a un grande scrittore che ha da sempre instaurato un dialogo immenso, silenzioso con la letteratura e i suoi più illustri rappresentanti, e con la vita resistendo, resistendo, e resistendo!

Dopo ciò da queste pagine il lettore potrà pretendere molto … può farlo, non rimarrà deluso!

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