venerdì 21 maggio 2010

Ed io parlo, scrivo e fumo di Giovanni Bernardini

Il coraggio delle parole
Antonio Errico

Un diario: intimo, viscerale, impudente, impietoso, spietato. Rasoiate sul volto dell’ ipocrisia, dell’insulsaggine, della superficialità, della banalità, dell’insipienza. Un diario senza mediazioni, senza finzioni, un duello all’arma bianca con se stesso, con l’essere, l’essere stato, con i sogni, con gli errori, le passioni, le delusioni, le sconfitte, le vittorie. Una riflessione lucidissima sulla scrittura, sulla poesia. Niente domande. Perché c’è un tempo per domandare e uno per rispondere. Per Giovanni Bernardini ora è il tempo di rispondere, di rispondersi. Con poche parole: quelle che sono carne e sacrificio e sangue, tormento, felicità qualche volta (anche felicità). Parole come sentenze assolute e definitive, che non hanno appello, pronunciate per peccati che non possono avere perdono. Un peccato più grande di tutti, uno irrimediabile, lancinante, quello che a un certo punto si confessa quasi per l’orgoglio di un riscatto, o per liberarsi da un insopportabile sentimento di colpa, il peccato che commettono e la confessione che scagliano verso il cielo certi scrittori, come Fernando Pessoa, che hanno giocato sincero – come diceva Salvatore Toma- , che non hanno mai barato, che si sono consegnati alle parole, che hanno confuso la scrittura con la vita, che hanno sostituito il sangue con l’inchiostro. Questo è il peccato: aver scritto e non aver vissuto; aver immaginato le stelle in una notte di agosto e non averle guardate; aver detto l’amore e non aver amato, o aver amato di meno di quanto si poteva, di quanto si doveva. Ma o si fa così o non si è scrittori. La vita o si vive o si scrive, diceva Pirandello. Questo è il peccato che Giovanni Bernardini adesso confessa ad un giudice che non può essere altri che se stesso, in un libro che si intitola Ed io parlo,scrivo e fumo , edito da Lupo con un intervento di prefazione di Stefano Donno.

Un diario, dunque. Che un po’ ricorda , per certi moventi interiori , il Diario in pubblico di Elio Vittorini. Con una differenza sostanziale, però. Che quello era prevalentemente intellettuale, questo, invece, prevalentemente umano. Attraversato dall’umore nero, da una sincerità a volte pacata, altre volte rabbiosa, da una tristezza senza scampo, dalla stanchezza, dall’horror vacui, dall’inquietudine della vecchiaia, da una sovrastante sensazione di morte.

Tra i tanti libri che Giovanni Bernardini ha scritto, questo è il più coraggioso. Ma un libro con un coraggio così, quasi sfrontato, che non ammette alibi, né blande giustificazioni, lo si può scrivere solo quando si matura una saggezza granitica e amara, quando nessuno ti può togliere quello che hai avuto, quando quello che puoi avere ancora non ti riguarda, quando non ti seduce più nessuna vanità di gloria, quando ogni promessa della vita è un inganno della morte travestita, quando il passato si fa tanto lontano quanto il lumicino che si intravede nel bosco di una fiaba, quando il futuro è soltanto la carta buona che ti viene in una mano di poker. Allora si può scrivere un libro con questo coraggio. Quando si pensa che quelle pagine siano le ultime, che non si avrà mai più possibilità di dire altro. E’ un pensiero che accompagna Bernardini da anni. ( Finora si è sbagliato e io spero che continui a commettere l’errore). Come accade ad ogni uomo, in fondo. Questo diario comincia il 22 novembre del ’52: a ventinove anni, dunque. Si conclude il 31 dicembre del 2009, a ottantasei. C’è tutta una vita, qui dentro. Con quella dolorosa saggezza che serve per scrivere un libro coraggioso, Bernardini dice che di un’intera vita contano solo pochi giorni, anzi poche ore. Poi tutto il resto è silenzio. Così dice, come Amleto morente.

Probabilmente per le parole vale la stessa cosa: sono davvero poche quelle che contano veramente. Contano le parole essenziali, quelle che coincidono con un respiro, con un trasalimento, un batticuore. Contano quelle parole che hanno l’arroganza di sfidare l’indicibile, che non sguazzano nella pozzanghera del già detto, che rifiutano ogni artificio, che sanno essere come una pietra di fionda che frantuma il vetro del luogo comune, che sberleffano l’ imbecille apparenza. Probabilmente contano quelle parole che riescono a riprendersi la vita a cui avevano rinunciato in nome di quella inutile cosa che si chiama letteratura. Come fanno le parole di questo libro.


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