lunedì 22 marzo 2010

Fuga dalla notte di Giovanni Bernardini

Antonio Errico

Poi bisogna avere anche buona fortuna per ritrovarsi nella propria vita una compagna come quella che ha Giovanni Bernardini. Che non tradisce mai, e non abbandona, che ti resta accanto in tutte le stagioni: quando è primavera, quando è autunno, quando esplode l’estate o l’inverno gela. Che si sacrifica e ti chiede sacrificio, che ti dà felicità ed è felice, che si concede a te in modo assoluto, che pretende da te una fedeltà infinita. Una compagna tenera, sincera, che giorno per giorno diventa lo specchio della vita, la tua consolazione, il tuo rimpianto, la memoria, la dimenticanza, il desiderio, che a volte ti fa rabbia, a volte tenerezza, che ti dà l’ebbrezza e ti dà il dolore, ti seduce e ti entra nelle vene, e non ha paura del tempo che trascorre, perché più il tempo passa e più cresce l’amore, diventa una cosa sola con le storie che vivi, che hai vissuto. Giovanni Bernardini ha questa fortuna di avere una compagna senza età, che ti fa sentire vecchio quando hai una gioventù che arde e ti restituisce la fantasia di un’ emozione quando hai la convinzione che il cuore sia svuotato. Talvolta si domanda a uno scrittore quand’è che ha cominciato a impastare le parole. Se lo chiedessimo a Giovanni Bernardini, probabilmente sprofonderebbe negli anni dell’infanzia. Perché la scrittura gli è compagna antica. Sempre bella, però. Fascinosa. Essenziale. Come una donna che conosce il suo uomo fino al più indecifrabile degli umori, che sa dirgli tutto anche senza parlare, con uno sguardo rapido, profondo. Che sa donargli tutto anche nell’assenza. Così è la scrittura di Giovanni Bernardini: rapida e profonda, come lo sguardo di un’amante straordinaria; consapevole e complice, maliosa, intrigante, sincera, appassionata. Come un’amante severa e delicata. Così è la scrittura dei sei racconti che escono ora dall’editore Manni con il titolo di “Fuga dalla notte” e una prefazione di Giovanni Invitto che rivela la semantica del titolo e di ciascuno dei racconti del libro, concludendo che quando parla della scrittura che riesce a sconfiggere la morte, “ Giovanni Bernardini parla di se stesso, di ogni scrittore, di ogni libro in cui sono depositate la nostra esistenza e la nostra anima”.

Perché prima di cominciare a raccontare, Bernardini annota in esergo una riflessione sul rapporto tra la scrittura, l’arte in genere, e la morte. Dice che queste sono le maniere per sfuggire all’angoscia della fine. Non alla fine, certo, ma all’ angoscia provocata dal pensiero, alla tristezza – più che alla paura – del vuoto che a un certo punto si spalanca. Allora si gioca a nascondino. Forse uno scrittore non è altro che un bambino che non ha mai smesso di giocare, di cercare rifugi – una soffitta, una cantina - in cui rintanarsi per sorprendere se stesso, soprattutto, e gli altri. Nella solitudine della soffitta, della cantina, nella distanza dal mondo che è fuori, in quella sospensione di tempo, in quello sconfinamento dello spazio, in quel processo di pensiero che astrae e simbolizza, Giovanni Bernardini compie esattamente la stessa operazione di ogni scrittore: scava nella memoria o proietta la fantasia. Anzi, spesso i due movimenti si realizzano in maniera complementare, a volte si sovrappongono, si confondono, fino al punto che non si riesce a distinguere più che cosa appartiene alla memoria e che cosa alla fantasia, dov’è il confine che separa la realtà dalla finzione, il sogno ad occhi chiusi da quello ad occhi aperti, in quale situazione il gioco si trasforma nell’azzardo di un colpo di dadi, qual è il nodo che lega – coscientemente o incoscientemente- l’esistenza alla scrittura. Ma è questa confusione che fa la differenza tra uno scrittore e un grande scrittore. Giovanni Bernardini è un grande scrittore. Sa battere bene il mazzo delle carte. Come il personaggio di uno dei racconti, cerca di conservare i sogni, di proteggerli, perché sa che perderli sarebbe molto triste. Anche la scrittura è un sogno. Forse quello che resiste di più. Un sogno che turba, che commuove. Un sogno che costa quanto tutta la vita. E’ vero che ci sono sogni che non si possono raccontare, che sono così intimi e innocenti che si ha paura che altri li possano sporcare. Mi scrive nella dedica al libro: “ Ancora un tentativo di fuga”. Buona fuga, allora, Giovanni, buona fuga.


venerdì 19 marzo 2010

La poesia di Nichi Vendola











21 marzo giornata mondiale della poesia/


È noto a tutti che Nichi Vendola, prima ancora di ogni altra sua attribuzione, ha posto sempre la poesia come una delle forme più care al suo modo di essere politico e letterato (...) Nei versi di Nichi Vendola c’'è tenerezza, un certo dolore leopardiano e, se si vuole, anche la ricerca di un'’identità complessa, con quell’'essere che si sdoppia, quell'’unicum platonico che, scindendosi, si apre al movimento della diversalità suprema e che, nell’'oltrepassamento della catarsi, trova la condizione accettabile della sopportazione della vita.
C’è dolcezza nella poesia di Vendola, e la vedi quasi sempre emergere da abissi ancestrali quasi come un sommergibile carico di sentimenti, di paure, di difficoltà di dire le cose come stanno, quasi come un urlo che chiede ascolto.

Maurizio Nocera

Oggi, siamo in una situazione di contingenza politica, ed in essa ci sta andando di mezzo anche la poesia. Mi si dirà: e che c’entra la poesia con la politica? Sta di fatto che qualcuno dello schieramento di centro-destra ha trovato da ridire sul ricorso dell’'attuale presidente della Giunta regionale pugliese, Nichi Vendola, alla sua propaganda fatta anche con spot poetici che, presumo, non siano di suo stretto pugno, ma frutto de “La Fabbrica di Nichi”, il cui committente responsabile, almeno per quanto riguarda l’'edizione delle cartoline propagandistiche, è Gaetano Cataldo.

Ovviamente, nella mente dei detrattori della poesia vagola l'’idea che essa non abbia nulla a che vedere con la politica. Chiaramente si sbagliano, oppure sono in malafede e sanno di esserlo, o ancora ignorano la storia del mondo e dell'’umanità, perché è sin dai tempi più remoti che la forma poetica viene usata per fare proposte politiche e per propagandare il proprio programma elettorale.

Si pensi, ad esempio, ai dibattiti elettorali nell'’Atene di Pericle, o nella Roma imperiale e repubblicana, quando gli stessi aspiranti imperatori, o gli stessi senatori dell’'impero o quelli della repubblica facevano a gara fra di loro a chi versificava meglio, persino le stesse arringhe senatoriali, a volte, si facevano a suo di frasi poetiche.

Comunque, i versi criticati dai soloni-ignorantoni del centro-destra sono questi (cito solo quelli che mi sono stati recapitati): «Nascon/ giovan talenti/ con gli spiriti/ bollenti.// Vendola/ la poesia è nei fatti», simbolicamente raffigurato da una lampadina illuminata; «Dai tedeschi/ ai giapponesi/ tutti in Puglia,/ tutti i mesi.// Vendola/ la poesia è nei fatti», simbolicamente raffigurato da una siloutte della regione Puglia; «Ville e soldi/ dei mafiosi/ per progetti/ assai virtuosi.// Vendola/ la poesia è nei fatti», simbolicamente raffigurato da un obiettivo di un mirino di puntamento; «Con l’Apulia/ Film Commission/ lo sviluppo/ non è fiction.// Vendola/ la poesia è nei fatti», simbolicamente raffigurato da una cinepresa; «Giù le mani/ dalla brocca:/ l'’acqua è nostra,/ non si tocca!// Vendola/ la poesia è nei fatti», simbolicamente raffigurato da una goccia d’acqua; «Non si può/ scavare il fondo/ del più bel/ mare del mondo.// Vendola/ la poesia è nei fatti», simbolicamente raffigurato da tre linee-onda di mare; «Cambia l’'aria/ tarantina/ con la legge/ anti-diossina.// Vendola/ la poesia è nei fatti», simbolicamente raffigurato dalla siloutte di una fabbrica.

Come si legge, si tratta di versi innocenti che, escluso gli ultimi due (Vendola/ la poesia è nei fatti) che si ripetono, gli altri sono brevi lemmi in quartine di rima baciata, quasi tutti scritti con intento chiaramente immaginario e ad effetto immediato, per di più rafforzato da un simbolo.

Perché dunque le critiche inopportune ed insensate dei soloni-ignorantoni del centro-destra all'’uso della poesia come forma di propaganda politica? Volesse il cielo che tutte le propagande politiche di questo mondo si avvalessero della poesia come confronto fra gli aspiranti ad un seggio, piuttosto che gonfiarsi spesso le labbra di insulti, calunnie, falsità, improperi, e quant’'altro. E poi perché tali critiche sono state rivolte al modo con cui sta facendo la sua campagna elettorale l'’attuale presidente della Giunta regionale? Non è forse noto a tutti che Nichi Vendola, prima ancora di ogni altra sua attribuzione, ha posto sempre la poesia come una delle forme più care al suo modo di essere politico e letterato?

Non a caso egli scrive poesie, e persino la sua stessa prosa è poetica. Si leggano, ad esempio, il suo libro “”Soggetti smarriti”” (Datanews, Roma 2005), il libro intervista di Cosimo Rossi, “”Nikita”” (Manifestolibro 2005), e il libro a due mani di Ciotti-Vendola, “”Dialogo sulla legalità”” (Manni, San Cesario di Lecce 2005). Vendola scrive testi poetici sin da quando era giovanissimo. È lui stesso che lo dice nella “Premessa” all’'ultima sua raccolta di liriche, ““Ultimo mare”” (Manni editore, San Cesario di Lecce 2003), dove leggiamo: «Rimetto insieme le mie carte, versi e raccolte che sono il distillato di un'’intensa ansia di scrittura. Ho apportato ai testi editi più recenti solo lievi correzioni, per liberare le parole dalla ruggine dei miei rancori e delle nostre cronache. […...]. Le quattro poesie di ““Ultimo mare”” […...] sono come un estremo approdo, un punto della geografia emozionale in cui riprende la navigazione e la significazione medesima del “viaggio” […...]. ““Prima della battaglia”” è l’'opera più antica, pubblicata nel lontano 1983, quando avevo venticinque anni e assai poco pudore [...…]. “ “La debolezza””, dedicata alla memoria cara di Dario Bellezza, vide la luce nel maggio del 1997, ed aveva un’'ambizione ideologica inesausta, nel suo srotolare piccoli codici (quasi degli ideogrammi) di libertà e di esodo del paradigma della forza. “”Lamento in morte di Carlo Giuliani””, scritto di getto dopo i fatti di Genova del luglio del 2001, è nato anche come bisogno di contaminazione tra la ballata popolare e asprezza e oscurità dell’'agire poetico. Sono, per chi abbia voglia di leggerle, le pause insonni del mio tempo perduto: un quarto di secolo a cercare e sillabare orizzonti di senso, a intrecciare ghirlande di dolore, a spiare la meccanica delle onde» (p. 5).

Dunque, quale più evidente e chiara dichiarazione d’'affetto poetico di questa “Premessa” vendoliana che, ancor più, si attesta su una «intensa ansia di scrittura»? Per cui, di quale uso maldestro della forma poetica per una campagna di propaganda fatta anche con i versi, parlano i detrattori di Nichi Vendola e della poesia?

È evidente che si tratta di soloni-ignorantoni super presuntuosi abbarbicati alla scranno non della politica, ma a quello del sottobosco politicastro; gente che ha trasformato la politica, appunto, che è la più antica e nobile arte della filosofia del buon governo, in politicantismo, cioè in quella truculenta forma di potere assolutistico-arrogante che, in questi tristissimi anni di potere massmediatico fortemente personalizzato su di un solo ed unico individuo arrivista, imbroglione ed ignorante, ha travolto antichissimi valori come la bellezza, l’'onestà, la correttezza, l'’umiltà, la disponibilità, altro ancora. Ed in cambio di che cosa? Sempre ed unicamente per quello sporco, spregevole, maledetto dio, che è il denaro. Vogliono denaro, sempre denaro, ed ogni costo, anche se questo può significare passare sul cadavere della proprio madre. E ci passano, ah!, se ci passano su quel cadavere. Il denaro serve loro per comprare tutto, vogliono comprare tutto, e fra tutti costoro, ce n’è uno, imbrillantinato e truccato persino negli indumenti intimi, che non si vergogna di possedere quel tanto di tutto che ognuno di noi può immaginare; non si vergogna di presentare una dichiarazione dei redditi gonfia quanto il pianeta pur sapendo che ci sono milioni di lavoratori italiani ridotti ormai all'’estrema miseria e alla fame. I soloni-ignorantoni detrattori della poesia vogliono comprare persino il sapere.

Sessant’anni fa, Bertolt Brecht scriveva [Questo voglio dir loro]: «Mi chiedevo: perché parlare con loro?/ Comprano il sapere per venderlo./ Vogliono sentire dove c'’è sapere a buon mercato/ da vendere a caro prezzo. Perché/ dovrebbero voler sapere ciò che/ parla contro la compra e la vendita?// Vogliono vincere,/ contro la vittoria non vogliono saper nulla./ Non vogliono essere oppressi,/ vogliono opprimere./ Non vogliono il progresso,/ vogliono il vantaggio.// Sono obbedienti a chiunque/ prometta loro il comando./ Si sacrificano affinché/ resti la pietra sacrificale.// Che devo dir loro, pensavo. Questo/ voglio dir loro, decisi».

Nichi Vendola non ha scritto poesie politiche come questa di Brecht citata, e neanche come quelle, tanto per fare qualche esempio, di Mao Tse Tung od Ho Chi Min, oppure come quelle di Vladimir Maiakovskji (si pensi all'’immortale poema “Lenin”), o ancora come quelle, tanto per citare uno dei grandi poeti italiani, di Vittorio Sereni; ma poesie che scavano nell’'animo umano, che vanno alla ricerca dei tanti, molti perché della difficoltà della vita, quando essa deve essere affrontata partendo da una delle tante comprensibili diversalità umane. Nei suoi versi c’è tenerezza, un certo dolore leopardiano e, se si vuole, anche la ricerca di un'’identità complessa, con quell’'essere che si sdoppia, quell'’unicum platonico che, scindendosi, si apre al movimento della diversalità suprema e che, nell’'oltrepassamento della catarsi, trova la condizione accettabile della sopportazione della vita.

C’è dolcezza nella poesia di Vendola, e la vedi quasi sempre emergere da abissi ancestrali quasi come un sommergibile carico di sentimenti, di paure, di difficoltà di dire le cose come stanno, quasi come un urlo che chiede ascolto.

Per tanti versi, soprattutto nelle poesie giovanili, leggo le liriche di Nichi con la stessa sofferenza con cui leggo l’amato Isidore-Lucien Ducasse, noto con lo pseudonimo di Lautrémont, morto a Parigi appena ventitreenne il 24 novembre 1870. Nel suo più importante libro, “Poesia” (Sampietro editore, Bologna 1966), Isidore-Lucien scrive: «Esiste un solo genere di poesia./ C’è una convenzione affatto tacita tra l’'autore e il lettore: il primo si dà malato e accetta il secondo come infermiere. È il poeta che consola l’'umanità! I ruoli possono essere invertiti a piacere» (p. 20).

Poi egli dà il senso del suo verso in una strabiliante prosa poetica. Questa: «Si sogna soltanto quando si dorme. Sono parole come sogno, nullità della vita, periodo di transizione sulla terra, la preposizione forse, il tripode dissestato, che hanno insinuato nelle vostre anime questa poesia madida di languore, simile al marciume. Passare dalle parole alle idee: non c’è che un passo./ I turbamenti, le ansie, le depravazioni, la morte, le eccezioni nell’'ordine fisico o morale, lo spirito di negazione, gli abbrutimenti, le allucinazioni servite dalla volontà, i tormenti, la distruzione, i disordini, le lacrime, le brame mai sazie, gli assoggettamenti, la penetrante potenza immaginativa, i romanzi, l’'imprevisto, quel che non bisogna fare, le proprietà chimiche del misterioso avvoltoio che spia la carogna di qualche illusione morta, le esperienze precoci e abortite, le tenebre a guscio di cimice, la terribile monomania dell’'orgoglio, l’'inoculazione di profondi stupori, le orazioni funebri, le invidie, i tradimenti, le tirannie, le empietà, le irritazioni, le acrimonie, gli insulti aggressivi, la demenza, il tedio, gli spaventi ragionati, le strane inquietudini che il lettore preferirebbe non provare, le smorfie, le necrosi, le trafile insanguinate attraverso le quali si fa passare la logica ridotta agli estremi, le esagerazioni, la mancanza di sincerità, le noie, le sciocchezze, il cupo, il lugubre, i parti peggiori degli omicidi, le passioni, i clan dei romanzieri di corte d’'assise, le tragedie, le odi, i melodrammi, gli estremi presentati per sempre, la ragione impunemente fischiata, gli odori di pulcino bagnato, le insulsaggini, le rane, i polpi, gli squali, il simun dei deserti, quel che è sonnambulo, losco, notturno, sonnifero, nottambulo, viscoso, foca parlante, equivoco, tubercolotico, spasmodico, afrodisiaco, anemico, orbo, ermafrodito, bastardo, albino, pederasta, fenomeno da baraccone e donna barbuta, le ore spaventose dello scoraggiamento taciturno, le fantasie, le acrimonie, i mostri, i sillogismi corruttori, le oscenità, chi non riflette come il bambino, la desolazione, questa mancinella intellettuale, i cancri profumati, le cosce delle camelie, la colpevolezza di uno scrittore che rotola sul declivio del niente e si autodisprezza con grida di gioia, i rimorsi, le ipocrisie, le prospettive vaghe che vi tritano nei loro impercettibili ingranaggi, i pericolosi sputi sugli assiomi sacri, la gentaglia e i suoi stimoli insinuanti, le caducità, le incapacità, le bestemmie, le asfissie, i soffocamenti, le sfuriate davanti a questi carnai immondi che arrossisco a nominare: è giunto il momento di reagire contro ciò che ci offende e ci umilia così dall’alto» (pp. 20-22).

Oggi, proprio come scriveva centoquarant’a anni fa Lautremont, c'’è veramente tanto che ci offende e ci umilia dall’'alto di un governo immondo e disumano. Per questo ha ragione Nichi Vendola quando, in una delle sue più belle poesie della raccolta “”Ultimo mare””, inserita nella sezione “”Lamento in morte di Carlo Giuliani”” (eravamo a Genova nel 2001 e la polizia, quella volta presente in città su mandato e direttive del cavaliere calvo e bassotto), scrive: «”Genova”// Lascia ch’'io pianga muto/ senza quel tuo limone/ limone asfalto e sputo/ astio del venerdì// la morte all'’imbrunire/ lontano dal cancello/ chiuso dentro l’'imbuto/ di un altro carosello// di carri armati e irati/ di un celerino a uccello/ ti spezzano i carati/ del sogno tuo degli anni// l’'ora del manganello/ rintocca nei tuoi panni/ l’'ostia di nuovi giorni/ si frange a questo luglio// arca del mai partire/ arco del tuo finire/ freccia dentro uno scoglio/ fumogeni a morire».

mercoledì 17 marzo 2010

A Luigi Magiulli











Il Salento - Cultura e Territorio/ Luigi Maggiulli

La vita e l'opera di Luigi Maggiulli personaggio illustre nato nella messapica Muro Leccese. Storia significativa nel e del Salento da ricordare nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia 1860-2010. Maggiulli fu fondatore, assieme a Sigismondo Castromediano e altri noti eruditi salentini, della Deputazione Archeologica di Lecce.

Di una mente eletta
Maurizio Nocera


«Alla mia diletta consorte, Leonetta Papadia, ai miei carissimi figli Pasquale e Giuseppe, ed ai miei nipoti Vitantonio e Giuseppe Donato Cacciatore, nati dalla mia dilettissima figlia Giuseppa, morta trentenne, lascio alcune memorie, che riguardano la mia vita sociale e letteraria. Da esse prendano esempio per proseguire le tradizioni della famiglia Maggiulli, che lasciò sempre nella società orme incancellabili di moralità, onestà e rettitudine».

Così scriveva il 21 giugno 1898 Luigi Maggiulli, storico e fondatore, assieme a Sigismondo Castromediano e altri noti eruditi salentini, della Deputazione Archeologica di Lecce, su un quaderno di appunti, al quale probabilmente teneva allegato il suo testamento olografo, nel quale è possibile leggere alcuni dati essenziali di sé. Ecco alcune parti di quel documento: «Col presente testamento olografo, scritto per intero, datato e sottoscritto di proprio carattere, io qui sottoscritto Luigi Maggiulli del fu Giuseppe, nato e domiciliato in Muro Leccese, intendo col medesimo disporre del mio patrimonio. Preliminarmente, revoco e annullo ogni altra disposizione testamentaria da me fatta, e voglio che la presente sia la sola che debba regolare la mia eredità dopo la morte./ 1°) Istituisco e nomino per miei eredi e legatari universali, sopra tutti i miei beni immobili, mobili, mobilia ed affetti mobiliari diritti, azioni e ragioni che formano la quota disponibile, i miei affezionati figli maschi a nome Pasquale e Giuseppe; e ciò a titolo di prelegato anteparte con dispensa di collazione./ 2°) Al resto dei miei beni che formano la quota legittima e riserva, chiamo per miei eredi tutti i miei amatissimi figli a nome Pasquale, Giuseppe e Giuseppa: e questi saranno i soli che rappresenteranno la mia personalità giuridica. Però siccome la mia carissima Giuseppa, nell'andare a marito con il Sig. Vincenzo Cacciatore di Miggiano s'ebbe in dote Lire Trentaquattromila, così voglio che la somma fosse computata su ciò che le potrà appartenere sull'intera quota di legittima o riserva./ 3°) Lego alla mia carissima compagna Leonetta Papadia, oltre la porzione che l'aspetta per legge sulla quota di legittima della mia eredità, la somma di Lire Quattrocento, da essere pagate dai miei eredi e legatari universali Pasquale e Giuseppe in ogni fine di Agosto di ciascun anno; però questo legato sarà soddisfatto finché conserverà il letto vedovile./ 4°) Lego al Comune di Muro Leccese, mia patria, la somma di Lire Ottocento che sarà pagata un anno dopo la mia morte dagli eredi universali Pasquale e Giuseppe; e ciò per una volta soltanto. Il Comune poi disporrà di questa somma di Lire Ottocento come meglio crederà./ 5°) Se i miei eredi e la mia compagna, si ricorderanno dell'affetto che a loro mi legava, spero che non mancheranno di farmi pompe funebri secondo il mio grado, e di pregare sempre per l'anima mia./ 6°) Impongo poi finalmente ai miei figli, di amare e rispettare la madre loro, udire i suoi consigli, e consolarla nella sua vecchiezza; come del pari i loro zii Giovanni e Tommaso, miei carissimi fratelli./ Questo è il mio testamento olografo, scritto e datato e sottoscritto da me stesso, in Muro Leccese, oggi nove Febbraio, dell'anno Milleottocentosettantasette 9 Febbraio 1877.// Luigi Maggiulli fu Giuseppe.// Col presente codicillo da me scritto, datato e sottoscritto, aggiungo quanto in appresso al sopracitato testamento./ Siccome la fu prediletta mia figlia Giuseppina, ebbe in dote nei suoi capitoli matrimoniali la somma di Lire Trentaquattromila come legittima, così voglio, che venendo i suoi figli in divisione con i miei eredi, e trovandosi un di più sulla quota legittima assegnata, questo avanzo intendo di assegnarlo sulla disponibile. Questa è la mia volontà, per prevenire qualsiasi futura questione.// Muro Leccese, tredici Febbraio Millenovecentocinque, 1905.// Luigi Maggiulli fu Giuseppe.// Col presente codicillo da me scritto, datato e sottoscritto, revoco ed annullo il Legato di Lire Ottocento, largito al Comune di Muro Leccese, che andrà in beneficio di tutti i miei eredi. Questa è la mia volontà.// Muro Leccese, nove Febbraio Millenovecentotto, 1908.// Luigi Maggiulli fu Giuseppe».

Questo testamento, chiaro e leggibilissimo nella grafia e nelle intenzioni dello scrivente, presenta un solo punto oscuro: con l'ultimo codicillo il Maggiulli revocava immotivatamente al Comune di Muro Leccese il precedente lascito di lire 800. Non è qui il caso di tentare supposizioni sul ripensamento dell’Autore.

Nel testamento olografo, Luigi Maggiulli non fa alcun cenno alle sua attività di scrittore di storie patrie e non dice nulla sul grande apporto che egli diede alla nascita e all’ulteriore sviluppo di istituzioni importanti a Lecce e provincia come, ad esempio, la Deputazione e lo stesso Museo archeologico, oggi intitolato a Sigismondo Castromediano. La sua ampia opera di ricerca ebbe inizio dall'indagine sulle sue origini e sull'identità della propria famiglia; a questo fine egli spaziò in diversi campi dell'umano sapere: dall'archeologia alla numismatica, dagli studi biografici alle storie municipali, dalle belle lettere all'araldica.

L'ambiente in cui il Murese era nato gli facilitò il lavoro di ricercatore: la sua famiglia, oltre ad essere benestante, era dedita da secoli allo studio ed alle pubbliche professioni. In casa Maggiulli, infatti, gli studi di teologia, giurisprudenza e medicina si tramandavano da padre in figlio ed i libri si trasmettevano da generazione in generazione, con l'aggiunta di sempre nuove acquisizioni. Luigi, dunque, crebbe, tra i libri degli avi Pasquale e Tommaso e dello stesso padre Giuseppe, che presto perdette a causa di una morte improvvisa. La madre, Giuseppa Mongiò dei Gigli, anch'essa proveniente da una famiglia benestante e rinomata in Terra d'Otranto, rimasta vedova, non si perdette d'animo ma, con nobile contegno, affrontò la vita e soprattutto l'educazione dei figli. Il Nostro fu affidato alle cure dei PP. Gesuiti nel Collegio di Lecce, dove apprese i primi rudimenti delle lettere e delle scienze. Quindi, fu mandato a Napoli a studiare giurisprudenza presso i noti professori Boci e Scategni. Nella città partenopea, però, Maggiulli non si fermò molto e non riuscì neanche ad addottorarsi perché, scoppiati i Moti del 1848, appena ventenne (era nato il 9 ottobre 1828), fu costretto a ritornare a Muro Leccese dov'era ad attenderlo la madre, divenuta ormai anziana e sola.

Nella sua «patria», come spesso amava chiamare il suo paesello di Muro Leccese, Luigi si dedicò subito a studiare e a scrivere, non trascurando nel contempo la cura del patrimonio familiare che, nel 1851, in seguito al matrimonio contratto con la nobile Leonetta Papadia, s'era esteso ancora di più

Leonetta Papadia era figlia di Ignazio, medico-cerusico dello stesso Muro Leccese, a sua volta figlio e nipote rispettivamente di Giacinto e Giuseppe Antonio Papadia, il primo, principe per più di trent'anni (fino al 1797) dell'Accademia degli Ecclissati della stessa Muro; il secondo, invece, fondatore della stessa Accademia nel 1732. Per tali contingenze, quindi, Luigi Maggiulli, oltre ad acquisire una nuova fetta di patrimonio mobiliare ed immobiliare, acquisì anche una buona parte della ricca biblioteca dei Papadia. Nel palazzo seicentesco di questi ultimi, dove si era trasferito, iniziò il suo lavoro di studioso e di pubblico amministratore.

Numerose furono le cariche pubbliche ed onorifiche di cui godette. A partire dal 1855, a soli 27 anni, fu nominato giudice conciliatore per il Circondario di Gallipoli e tale carica mantenne per oltre un quarantennio, fino al 1899. A più riprese, ma complessivamente per un intero trentennio, dal 1856 al 1891, fu sindaco di Muro e solo di propria iniziativa abbandonò la carica, dimettendosi. A partire dal 1869 il governo sabaudo lo volle delegato prima e presidente poi della Commissione consorziale di Maglie; il Consiglio Provinciale di Terra d'Otranto lo ebbe suo membro dal 1874 e di questo organismo egli fu anche segretario consecutivamente per più di cinque. Nel 1889 fu uno dei soci fondatori del Comitato per la ferrovia Maglie-Leuca. Ma, oltre ciò, fece pure parte di altre numerose commissioni circondariali e provinciali come, ad esempio: la Commissione scolastica per il Mandamento di Maglie, la Commissione per la cura della Biblioteca Provinciale di Lecce, la Commissione per la commemorazione del IV Centenario dei Martiri d'Otranto, la Commissione d'inchiesta per le Opere Pie del Circondario di Gallipoli, la Commissione per il ricevimento del re Umberto I a Lecce, la Commissione per gli Scavi e Monumenti di Terra d'Otranto, per la quale assunse anche l'incarico di Ispettore governativo.

Numerose furono anche le Congregazioni di Carità che lo elessero socio fondatore o socio onorario, e per i suoi meriti letterari e storici diverse Accademie d'Italia lo vollero come loro corrispondente: l'Istituto Archeologico Germanico di Roma nel 1860, la Società Magnetica nel 1869, il Circolo letterario e scientifico “Giovan Battista Vico” di Napoli nel 1870 per la sezione lettere, l'Accademia scientifica “Pico della Mirandola” nel 1871, l'Accademia araldico-genealogica italiana nel 1873, la Società delle Giovani Italiane nel 1873, la Società Italiana di Storia e Archeologia di Firenze nel 1875, l'Accademia “Araolla” di Cagliari nel 1876, l'Accademia Imperiale di Archeologia di Mosca nel 1884, la Società “British Athenorum” di Londra nel 1894.

Il decreto reale 12 maggio 1866 elevò il Luigi Maggiulli a Cavaliere dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, quello del 10 settembre 1894 lo nominò Cavaliere Ufficiale della Corona d'Italia, l'altro, dell'8 dicembre 1897, lo elevò a Commendatore della Corona per meriti letterari e scientifici. Egli ricevette inoltre la cittadinanza onoraria del Comune di Otranto nel 1893 e fu l'unico cittadino di Terra d'Otranto ad avere l'onore, il 21 luglio 1874, ad essere invitato a partecipare con i suoi scritti al Comitato Letterario di Avignone per il V Centenario della nascita del Petrarca. Nella seconda metà dell'800 e nei primi anni del '900, in tutta Terra d'Otranto non nacquero Società Operaie, Agricolo-Operaie ed altre, che non vedessero il Murese come socio.



Le opere scientifico-letterarie

Luigi Maggiulli s’impegnò molto nella ricerca storica ed archeologica sulle origini del Salento. La prima opera che diede alle stampe fu la “Necrologia di Giuseppe Ferramosca di Muro ”, in cui tracciò la figura e l'opera del noto medico-chirurgo e ostetrico murene, del quale scrisse che fu «filosofo e letterato modesto / la cui vita / nota per fortezza di animo / per profondi studi sulla scienza / con assidua opera / sostenne ed onorò la Patria» (cfr. L. M., “Necrologia di G. Ferramosca di Muro”, Tipografia Garibaldi, in-8° oblungo, Lecce, 1867, pp. 16).

A questa prima pubblicazione seguì una “Lettera aperta all'illustre Duca Sigismondo Castromediano”, pubblicata integralmente sul «Cittadino Leccese», con la quale comunica al patriota salentino di «coltivare lo spirito con studi, (per i quali) scrisse una monografia della (sua) patria, ed un piccolo cenno, non ancora compiuto sulla “Nummografia salentina ”, con un breve ragguaglio storico delle città che tennero zecca nei tempi antichi greci, romani, svevi, aragonesi, ed angioini, ed infine altri piccoli lavoretti da nulla». Con la stessa lettera il Maggiulli comunicava al Castromediano di avere ritrovato alcune scritte messapiche, grazie alle quali si diceva «certo che è del decoro dei moderni Salentini di far rivivere le vetuste loro glorie, d'illustrare i monumenti, decifrarne gli antichi linguaggi, raccontarne la storia, interpretarne la nummografia, e dopo tutto ciò sviscerare la glossografia popolare, raccogliere e dare alle stampe lavori filosofici, storici, filologici, ecc. ecc. della Provincia. Uniscansi - continuava oltre - in fratellevole consorzio gli amanti di tali studi, vicendevolmente si aiutino nello scabroso cammino, e faranno opera di sentito patriottismo». La risposta del Castromediano non si fece attendere e sullo stesso numero del giornale esortò il Murese a pubblicare «i suoi lavori già compiuti» (cfr. «Il Cittadino Leccese», anno VII, n.3, 10 maggio 1867).

Maggiulli si mise all'opera e in soli tre anni, dal 1867 al 1870, completò la “Monografia numismatica della Provincia di Terra d'Otranto ” (Tipografia Garibaldi, Lecce, 1871), opera che, non appena vide la luce, fu immediatamente recensita dal «Corriere di Gallipoli», dove si scrisse che «l'erudito scrittore, appoggiandosi all'autorità dei più accreditati archeologi e valenti numismatici, è giunto a diffondere più viva luce sulle antiche vicende della nostra terra natale, e segnatamente sulle antichissime città, venerando avanzo di vetusta grandezza, Taranto, Brindisi, Lecce, Oria, Ceglie, Balesio, Carovigno, Otranto, Ostuni, Gallipoli, Manduria, Ugento, Soleto, Nardò, Vereto, Galatina, di cui classifica le monete delle rispettive zecche» (cfr. «Corriere di Gallipoli», anno I, n. 21, 16 aprile 1870).

Anche il periodico «Brindisi», giornale dell'omonima città, recensì l'opera del Maggiulli con un articolo di Pietro De Simone (in sigla P. D.), galatinese, professore ginnasiale nelle scuole brindisine, che scrisse: «Fatti, fatti noi dobbiamo oggi desiderare se veramente amiamo la gloria della nostra terra natìa. E fatti ci porge l'operetta del signor Maggiulli. Ogni moneta che egli ci descrive è già per se stesso un fatto parlante, una bella pagina della nostra storia, una viva immagine del pensiero dei nostri più antichi cittadini […] Quante memorie! Quanta storia! Insomma egli è certo che ogni moneta, ogni medaglia che ci descrive è potente incentivo a farci tosto schierare innanzi alla mente la storia del nostro paese» (cfr. «Brindisi», anno II, n. 52, 24 aprile 1870).

Anche il «Giovambattista Vico» (cfr. anno II, n. 10, 10 maggio 1870) di Napoli recensì l'opera del Maggiulli, riportando integralmente l'articolo di Pietro De Simone, mentre il «Cittadino Leccese» uscì con un lungo saggio-articolo a firma dello stesso Castromediano il quale, dopo aver descritto puntigliosamente il contenuto del libro, si chiedeva: «se mai [con quest'opera] il Maggiulli raggiunse la perfezione? No! Francamente - si risponde il Castromediano - e l'autore, il mio dotto amico, di leggieri mel concede, essendosene egli medesimo accorto, per cui già prepara una seconda edizione [quella appunto del 1871] più studiata e più completa. Domandiamo di più? - si chiede ancora il Duca di Cavallino - son veramente dei nostri luoghi tutte le medaglie descritte nella “Monografia ”? Per ragioni intimamente da me sentite, ma che non so ripetere, inclino pel sì. Molti numismatici anche per tali le scopersero e le stabilirono; ma vi ha di coloro che durano nelle dubbiezze, e negano. Riuscirebbe di somma importanza a noi se alle pruove finora addotte altre se ne aggiungano più convincenti ed ineluttabili. L'autore è abile abbastanza per rendere quest'altro servizio alla patria. Tale operetta era necessaria? - si domanda infine il Castromediano. Sì, perché mancava. Fu bene accolta? Lo prova la stessa esaurita edizione di 200 copie in soli dieci o dodici giorni» (cfr. «Il Cittadino Leccese», anno IX, n.43, 3 giugno 1870).

La “Monografia numismatica” fu infine recensita da «Civiltà Cattolica» (cfr. «La Civiltà Cattolica», XXI, vol. 11, Roma 1870) in una sua speciale sezione bibliografica.

Contemporaneamente al lavoro per la seconda edizione della “Monografia numismatica”, più completa e riveduta su consiglio del Castromediano, Luigi Maggiulli pubblicò una seconda lettera aperta ad Enrico Lupinacci, anch'essa apparsa sullo stesso numero del «Cittadino Leccese» (cfr. «Il Cittadino Leccese», IX, n.43, 3 giugno 1870) col titolo “Le Caverne di Leuca”, in cui, partendo dalla recensione sull'opera antropologica e archeologica di Ulderico Botti, egli gettava nuova luce sulla situazione di alcune caverne del Basso Salento tutt’ancora da essere esplorate.

Nel 1871, ancora per i tipi dell'Editrice Salentina e per la Collana di Salvatore Grande, con la collaborazione di Sigismondo Castromediano, Maggiulli pubblicò “Le iscrizioni messapiche”, corredate da dieci tavole illustrative. Questo suo studio fu subito recensito dal «Bollettino dell'Istituto Germanico di Roma», dal «Brindisi», dal «Cittadino Leccese» e, qualche anno dopo, anche dal «Partenope» di Napoli (cfr. «Brindisi», III, n.4, 2 novembre 1871; «Il Cittadino Leccese», del 18 ottobre 1871; «Partenope», nn. 5/6 del 1878).



Monografia di Muro Leccese

Nel 1871, Luigi Maggiulli pubblicò l'opera per la quale aveva speso molte energie e l’intera sua vita, la “Monografia di Muro Leccese” (ristampata nel 1984 dalle Edizioni del Centro di cultura sociale e ricerche archeologiche "San Domenico" di Muro Leccese, Editrice Salentina, Galatina 1984, pp. XXI-XL).

A proposito di quest’opera, Mario De Marco, curatore della riedizione, ebbe a scrivere: «Divenuta ormai un’edizione rara e pressoché introvabile, la “Monografia di Muro Leccese” fu pubblicata, in 16°, nel 1971, dalla Tipografia Editrice Salentina di Lecce. Lo studio, di 301 pagine, costituiva il vol. XIX della “Collana di opere scelte edite ed inedite di scrittori di Terra d’Otranto”, ideata e diretta da Salvatore Grande. Tale Collana, osserva Michela Pastore [cfr. “Saggio di Bibliografia salentina ”, Mandria, 1962, pp. 50.-60), “rappresentò un interessato e riuscito tentativo di dare alle stampe una raccolta degli scritti più importanti della nostra Regione”. Tale intento ha avuto un certo seguito con le iniziative del Centro Studi Salentini di Lecce e con le pubblicazioni degli editori Capone (Cavallino) e Congedo (Galatina), i quali per la più parte hanno dedicato e dedicano la loro attività alla diffusione di studi di storia patria. i ventidue volumi della Collana diretta da Salvatore Grande uscirono tra il 1867 ed il 1873. Tuttavia la loro edizione non seguì alcun criterio né contenutistico né cronologico, ma di volta in volta furono scelti autori ed opere ritenuti interessanti e meritevoli di essere diffusi. La “Monografia di Muro Leccese ”, data alle stampe dal Maggiuli (Muro Leccese, 1828-1914) all’età di 43 anni, viene ora finalmente ripubblicata a cura del centro di Cultura Sociale “. Domenico”, sorto nel 1980 e si offre non solo agli abitanti di Muro ma ai Pugliesi tutti, restituendo il suo notevole apporto per la conoscenza delle memorie patrie e per l’acquisto di quella identità storico-sociale in cui oggi il Salento ampiamente si scopre e si riconosce» (Muro Leccese, 1984, pp. VII-VIII).

Fu ancora il «Brindisi» (cfr. anno IV, n.2, 10 marzo 1872) a dare la notizia, mentre «La Civiltà Cattolica» di Roma la presentò scrivendo che «scarse per ventura sono le memorie dei tempi antichi di Muro Leccese; ma queste con molta cura raccolte dal Ch. Cavaliere Luigi Maggiulli, sono dal medesimo con accurata critica illustrate e disposte nella presente “Monografia”. È un atto di bell’amore di patria, il quale se tutti coloro che ne hanno facoltà, imitassero in egual modo per la patria loro, gran lustro ne verrebbe, non meno alle storie delle singole città, che all'universale d'Italia» (cfr. «La Civiltà Cattolica», anno XXIII, serie VIII, vol. VI, quaderno 524, Roma 1872).

Dal 1871 al 1876, Luigi Maggiulli non diede alle stampe nessun'altra opera e, per quante ricerche fatte sinora, non è stato rintracciato neanche un intervento su alcun giornale. In quegli anni sembra che il Murese si dedicasse esclusivamente a tessere una rete di corrispondenze con i più prestigiosi studiosi del tempo. Solo nel 1876, egli diede nuovamente alle stampe una pubblicazione. “Documenti storico-municipali che riguardano Maglie ” (Tip. Garibaldi, Lecce 1876).

Nel 1879 sue pubblicazione appaiono sulla stampa locale riguardanti “I nostri Municipi. Lettere critico-economiche ”. Si tratta di otto lettere che il Maggiulli pubblicò su «Il Risorgimento di Lecce» (cfr. anno IV, nn.7, 8, 11, 13, 21, 27, 28, 30, 1879).

E così andò avanti per tutto il 1879, fino a quando, cioè, non scompare nuovamente e si confina nella sua Muro, intento a riordinare le carte, a studiare i menhir e i dolmen dei paesi vicini, ad esercitarsi a piccoli scavi archeologici insieme agli amici della Commissione per gli scavi di Terra d'Otranto, in particolare con Luigi G. De Simone, Cosimo De Giorgi e Sigismondo Castromediano, per conto del quale comincia a comprare oggetti antichi da sistemare nell'istituendo Museo di Lecce.

Nel 1887, sul n. 3 di «Cultura Salentina», apparve pubblicata la “Biografia di Pompeo Delli Monti ” e, sempre sulla stessa rivista, l'anno dopo, pubblicò “Bonafede Gerunda, o Lecce nel 1799 ”. Ricordo storico, che il suo amico Vito Domenico Palombo (Calimera 1854-1918) trasformò in opuscolo, dandolo alle stampe nella stessa sua città.

Nel 1889, in occasione della visita di re Umberto I, assieme ad altri studiosi salentini, pubblicò un opuscolo illustrato con diversi suoi saggi: “Giurdignano, il Cenobio Brasiliano e la Basilica delle Cento Porte ”; “Otranto. Cattedrale e Monte della Minerva ”; “Castro. Il Castello ”.

L'attività di Luigi Maggiulli, in quel momento, sembrava non avere più pause. Una dietro l'altra diverse pubblicazioni videro la luce sotto forma di opuscoli: “Polimetro per l'onomastico della Signora Contessa Luisa Frisari-Tamborrino ” (Tip. Ed. Salentina dei Fratelli Spacciante, Lecce 1890); “Sigillo della Chiesa MetropoIitana di Otranto ” (Tip. degli Eredi Simone, Lecce, 1891); e “Per le nozze di Serena Garzia” (Tip. Vecchi, Trani 1891) offre l'opuscoletto con l'elenco dei Governatori di Terra d'Otranto dal 566 al 189119.



Otranto. Ricordi

Finalmente, nel 1893, il Maggiulli diede alle stampe una delle sue opere fondamentali per la conoscenza della storia del Salento: “Otranto. Ricordi” (Tip. Cooperativa, Lecce, 1893, pp. 474).

Per la stesura di questa monumentale opera, il Maggiulli aveva lavorato per più di trent'anni. Si tratta di un vero e proprio capolavoro del Murese. Il libro ricevette unanimi consensi e apprezzamenti e subito fu recensito da «La Civiltà Cattolica» con le seguenti considerazioni: «L'opera è divisa in tre parti: storia politica, religiosa e municipale di Otranto. Nella prima, il Ch. Autore non divaga, come fanno tanti altri scrittori, pei quali il loro Municipio sembra esser solo un'occasione per fare lunghi discorsi di Storia generale; ma è sobrio e discreto. Nella medesima parte ci sono importanti notizie sopra alcuni momenti, sulle famiglie più notabili e delle scuole antiche e moderne della città. Nella seconda parte (storia religiosa) è la serie degli Arcivescovi, con una succinta notizia delle loro gesta attinte a buone fonti, con cenni sui monasteri delle città, ed una relazione sul grande avvenimento che forma la più bella gloria di Otranto, cioè il martirio incontrato il 14 agosto 1480 da ben 800 cittadini di Otranto, che preceduti dal loro Arcivescovo preferirono morire, anziché abbracciare l'immonda setta di Maometto. La terza parte (storia municipale) si stende sopra gli Statuti della città. Una buona parte del volume è destinata ai documenti, dei quali usò l'Autore nel corso della sua storia. Alla fine si trovano varie carte, che danno la pianta di Otranto, diverse monete, ed il fac-simile del Codice CCXVI della Biblioteca dell'Università di Torino, che riguarda San Nicola di Casole. Come si vede tutto il lavoro è sodo e di buon polso, e vi si ammirano la perspicacia ed il giudizio dell'Autore nella disamina dei fatti, ed il suo bell'animo di schietto e vero cattolico. Chiudiamo con due piccole osservazioni - conclude la recensione della rivista - che nulla tolgono al merito dell'Autore. A pag. 334, con un punto di domanda, esprime il dubbio se sotto l'indicazione O. Card. di S. Maria in via Lata, venga designato il Card. Ottaviano Ubaldini. Il dubbio non ha ragione di essere (V. POTTHAST, Regesta Pont., Roma, 11, 1473). La bolla d'Innocenzio Clara devotio, del 21 gennaio 1252 è detta inedita. Essa fu pubblicata dal Rainaldi» (cfr. «La Civiltà Cattolica», anno XLV, serie XV, vol. IX, quad. 1049, 3 marzo 1894, p. 602).

Anche la stampa locale si interessò alla suo libro: lo recensirono «Il Vessillo Cattolico» (cfr. anno II, n. 11, Lecce 18 marzo 1893); «Il Maglie Giovane» (cfr. anno I, n. 7, 5 novembre 1893); «Il Corriere Meridionale» (cfr. anno IV, n. 40, Lecce, 2 novembre 1893).

Proprio quell'anno 1893, a Maglie aveva visto la luce il giornale «Il Maglie Giovane», diretto da Achille Pellizzari. Maggiulli ne divenne subito uno dei più assidui collaboratori, pubblicando su di esso i seguenti articoli: “Antonio De Ferraris, detto iI Galateo ”; “La Biografia di Capece Francesca, Duchessa di Maglie ”; “Lettera aperta al prof. Carl Diehl a Nancy ”; “Lettera di risposta a Carl Diehl ”. Questa corrispondenza è tratta delle “Memorie su S. Nicolò di Casole ”; la “Biografia di Oronzo Pasquale Macrì ”; quella di “Oronzo De Donno, seniore, di Maglie ” (cfr. «Il Maglie Giovane», anno I, nn.3-12, 1893).

Sul «Messaggero Salentino» recensì invece “Superstizioni, pregiudizi e tradizioni in Terra d'Otranto ”, con una lettera aperta al prof. Giuseppe Gigli di Manduria, che ne era l'autore (cfr. «Messaggero Salentino», anno III, n. 12, Lecce, 13 aprile 1893).

Nel 1893, Luigi Maggiulli ha già 65 anni e i suoi interessi storici e scientifici si infittiscono sempre più. A chiunque sarebbe parso duro mettersi a scrivere una nuova storia municipale, non questo accadde però al Murese, il quale si mise al tavolo di lavoro e, in soli tre anni, dal 1893 al 1896, compose la splendida “Monografia di Castro ” (Tip. Pietro Galatino, Galatina, 1897).

La rivista dei Gesuiti «La Civiltà Cattolica» recensì questa nuova opera scrivendo che essa, «oltre all'importanza speciale che ha per la città di Castro nel leccese, aiuta a conoscere le molteplici e luttuose vicende storiche delle Province Meridionali d'Italia» (cfr. «La Civiltà Cattolica», serie XXVII, vol. II, quad. 1861, Roma l898).

Nel 1896, Maggiulli diede alle stampe l'opuscolo “Cenni biografici del prof. Deodato Rao di Miggiano ” (Tipografia Lazzaretti, Lecce, 1896), e sulla «Gazzetta delle Puglie» fece pubblicare una “Lettera aperta diretta al Direttore riguardante la nomina da farsi del Direttore del Museo di Lecce ” (cfr. «Gazzetta delle Puglie», anno XVII, n. 4, Lecce, 30 gennaio 1897).

Nel 1903 iniziò la collaborazione con la «Rivista Storica Salentina», sulla quale pubblicò i seguenti articoli: “Il Commercio di Otranto ”; “Un profeta salentino del secolo XIII ”; “Studenti e Professori Salentini nell'Università di Padova ”; “Le Costituzioni politico-amministrative salentine ” (cfr. «Rivista Storica Salentina», anno 1903, Fascicoli 2°, 3°, 6° e 7°).

Nel 1905 il Maggiulli è ormai in età avanzata: ha già compiuti 77 anni, ma ancora la forza di dare alle stampe alcune sue ricerche biografiche e municipali, fra cui queste: “Biografia di Nicola De Donno ” (Ed. Salentina, Lecce, 1905); “Biografia di Achílle De Donno ” (Ed. Salentina, Lecce, 1905); “Morciano ed i suoi tempi più notevoli ” e “Colonie in Terra d'Otranto ”, entrambi pubblicati nell'opera collettanea “Per le feste del Gonfalone di Lecce ” (giugno 1896).



Gli inediti

Luigi Maggiulli visse fino all’età di 86 anni, 60 dei quali dedicati interamente alla cura delle sue opere. Ebbe perciò il tempo di pubblicare quelle che più aveva a cuore, tant'è che lo stesso figlio Pasquale, anch’egli sulle stesse orme scientifico-letterarie del padre, non mostrò in seguito alcuna urgenza di raccogliere gli altri suoi scritti per far vedere loro la luce, o perché erano rimasti incompiuti o perché si trattava soltanto di revisioni o approfondimenti di testi già pubblicati.

Pertanto, Luigi Maggiulli ha lasciato alcune opere inedite meritevoli di essere qui menzionate, fra cui una “Bio-bibliografia Salentina ” incompiuta, una “Monografia su Maglie ed i suoi più notevoli ricordi ”, in parte pubblicata in articoli sparsi, una “Illustrazione sopra un vaso ritrovato in Muro nel podere Giallini 1'8 dicembre 1859 ”, che egli aveva spedito per la stampa all'Istituto Archeologico Germanico di Roma, e che tuttavia non vide la luce, una “Illustrazione sopra una statuetta di bronzo, un vaso frammentato, ed un'iscrizione messapica ritrovata in Muro ”, relazione anch'essa spedita per la stampa all'Istituto Germanico di Roma, che ne fece solo una comunicazione sul proprio «Bollettino» (cfr. «Bollettino», n. XI, 1859, p. 213).

Oltre a questi lavori citati, egli ha lasciato ancora inedito i seguenti saggi: “Discorso tenuto nella sala della Società Agricola-Operaia ‘Pasquale Ruggieri’ di Nociglia ”; “Modeste ricordanze per la dolorosa occorrenza del trentesimo giorno della morte di Salvatore Frisari dei Duchi di Scorrano e Conte di S. Cassiano ”; “Il passato, il presente, il futuro Parlamento, conferenza letta dal Maggiulli nel Circolo Cittadino ‘L'Unione’ di Maglie il 18 novembre 1883 ”; “Brevi cenni sulla Cattedrale di Ugento ”, che egli spedì per la stampa al Vicario Gigli di Ugento nel 1877, ma che non vide la luce, e probabilmente si trova ancora negli archivi di quella Diocesi. Altri scritti inediti sono: “All'Illustrissimo Monsignor Fra Rocco Cocchia, Arcivescovo di Otranto. Omaggio poetico ”, scritto che il Maggiulli inviò ad Otranto il 20 aprile 1884 e anch'esso ancora conservato negli archivi della Cattedrale idruntina; “Bozzetti storici sui PP. Cappuccini nati in Terra d'Otranto, che presero parte alle Missioni Cattoliche ”, articolo inviato all'Arcivescovo di Otranto e da questo utilizzato, citandone la fonte, nell'opera “Le missioni cattoliche di Rocco Cocchia ”; “Lettera con osservazioni critiche su di un'iscrizione messapica ”, che il Maggiulli inviò il 2 agosto 1898 al segretario dell'Istituto Archeologico Germanico di Roma per una eventuale pubblicazione e che sicuramente oggi è ancora presso quegli archivi. “Quarant'anni di governo acefalo, i passati ed il presente Parlamento ”, relazione tenuta nel Circolo di Maglie il 12 aprile 1902; “Genesi storica di Terra d'Otranto ”, conferenza tenuta a Maglie nella sala del Collegio Capece il 19 dicembre 1902.



I corrispondenti e i biografi

Luigi Maggiulli, storico, letterato, archeologo, numismatico, conferenziere e polemista, ebbe assidue corrispondenze nell’arco della sua attività letteraria e scientifica. A partire dal 1859, e fino all'anno della morte, mantenne contatti epistolari con numerosi illustri personaggi stranieri, nazionali e locali: con Giulio Henzen, segretario dell'Istituto Archeologico Germanico di Roma; con Enrico Brunn, altro segretario dello stesso Istituto; con Ernesto Curtius, archeologo e filologo tedesco di fama internazionale; con Ferdinando Gregorovius, storico; con Teodoro Mommsen, altro storico e padre della moderna epigrafia; con Armando De Quatrefages, naturalista e archeologo, nonché membro dell'Istituto Archeologico Francese di Roma.

Corrispose inoltre con Giulien Gay, anch'egli membro della Scuola Francese di Roma; con Carlo Diehl, membro della Scuola Archeologica Francese di Atene; con Francesco Lenormant, membro dell'Istituto di Francia, a Parigi; con l'abate gesuita Antonio Bresciani, storico e letterato; con Giulio Minervini, archeologo e numismatico di Napoli, fondatore di numerose Accademie.

Ancora, ebbe sodalizio epistolare con Giustiniano Nicolucci, antropologo e archeologo dell'Università di Carpi; con Domenico Promis, bibliotecario e conservatore del "Medagliere del Re"; con Giovanni Bovio, economista e statista, ingegnere a Roma; con Felice Bernabei, archeologo di Roma; con Camillo Boito, architetto e storico dell'arte di Roma; con Carlo Padiglione, genealogista e storico dell'arte di Napoli; con Giovanni Spano, senatore, storico e celebre archeologo di Cagliari; con Luigi Pigorini, archeologo e professore di archeologia preistorica, direttore del Museo Nazionale preistorico ed etnografico di Roma; con Angelo De Gubernatis, filologo, linguista e biografo di fama internazionale; con Giovanni Cozza-Luzi, bibliotecario della Vaticana; con Nicola Barone, sotto-archivista di Stato, Napoli; con Camillo Minieri-Riccio, archeologo e storico di Napoli.

La serie delle sue corrispondenze coinvolge anche Bartolomeo Nogara, messapografo di Milano; Giulio Carocci, giornalista e critico d'arte di Firenze; conte Luigi De Castellinard, segretario dell'Ordine Mauriziano di Roma; Rinaldo Ruschi di Pisa, letterato; Adolfo Parascandolo di Napoli; patriota Agostino Bertani di Genova; numismatico Padre Gaetano Foresio di Cava dei Tirreni; Angelo Angelucci, storico di Torino; Federico Nicolai, letterato di Firenze; Ettore Pais, archeologo di Pisa; Giustino Fortunato, deputato meridionale e storico; Sigismondo Castromediano, patriota del Risorgimento salentino e suo amico personale per lunghi anni.

Questo elenco potrebbe continuare, poiché sono stati veramente tanti gli uomini illustri che intrattennero rapporti epistolari con il Murese che, ancor vivente, venne biografato più volte. Della sua vita e della sua opera letterario-scientifico scrissero il prof. Paolo Zincada nella sua “Bio-bibliografia generale italiana ” (Tipografia P. Zincada, Firenze, l887, pp. 109-110); Nicola Bernardini in “Scrittori Salentini. Note bio-bibliografiche ” (Tipografia Campanella, Lecce 1889, pp. 56 58); Angelo De Gubernatis nel suo “Dictionnaire International des Ecrivains du jour ” (Louis Niccolai Editore, Firenze 1891, p. 1413); Domenico Giusto nel “Dizionario bio-bibliografico degli Scrittori Pugliesi viventi ” (Tipografia L. De Bonis, Napoli, 1883, pp. I23-26).

Notizie biografiche di Maggiulli diedero anche diversi giornali, fra i quali: «L'Avvenire» di Maglie» (cfr., «anno I, n. 31, Maglie, 28 novembre 1897); «La Gazzetta delle Puglie» (cfr. anno XVII, n. 38, Lecce, 4 dicembre l897); «Il Corriere di Napoli» (cfr. anno XXVI, n. 34, 1-2 dicembre 1897); «Il Propugnatore» (cfr. anno XXXVII, n. 43, Lecce, 8 dicembre 1897); «Il Corriere Meridionale» (cfr. anno XII, n. 43, 12 dicembre 1901); «L'Unione Lombarda» (cfr. anno I, Milano 18 giugno 1904).

E inoltre, è citato e biografato da Amilcare Foscarini, nel suo “Saggio di un Catalogo Bibliografico degli Scrittori Salentini ” (Lazzaretti Ed., Lecce, 1894, pp. 184-85); da Giuseppe Gigli nella sua opera “Lo stato delle lettere in Terra d'Otranto ” (Tipografia Salentina Spacciante, Lecce, 1890, p. 25); e da Teodoro Rovito, nel “Dizionario dei Letterati contemporanei ” (Napoli, 1907, p. 150).

La morte

Nel 1914, quando il 20 maggio, all'età di 86 anni, morì nella sua Muro, Luigi Maggiulli aveva accanto al letto funerario i soli figli Pasquale e Giuseppe. L'adorata moglie Leonetta era morta molti anni prima di lui, nel giugno 1899, e così era accaduto anche alla sua sfortunata e amata figliola Giuseppa, morta trentenne qualche tempo prima della madre.

Tutta Muro pianse la morte del suo illustre figlio e la notizia del luttuoso evento si propagò veloce nel resto di Terra d'Otranto e nel Paese intero. Ci furono attestati di stima e ammirazione di cui il Murese aveva sempre goduto. Diversi giornali e riviste pubblicarono necrologi. Il giornale «La Democrazia», di Lecce, lo ricordò con queste parole: «Luigi Maggiulli appartenne alla esigua ed infaticabile schiera di coloro che - animosi ed amorosi - seppero svegliare dai silenzi delle tombe e dagli archivi le memorie della famiglia Japigia e ricondussero intellettualmente la terra di Archita e di Aristossene, di Ennio e di Pacuvio, di Galateo e di Vanini, di Briganti e di Palmieri, di Romano e di Pisanelli, al seno palpitante della patria risorta […] Insieme a Francesco Casotti, a Sigismondo Castromediano, a Luigi G. De Simone, a Giacomo Arditi e a Cosimo De Giorgi, [egli] ha la gloria di avere disvelato a noi stessi le glorie e le miserie, i miti e le leggende, i ricordi e le speranze di nostra gente, e di avere portato anche oltre i confini della patria il fascino irresistibile di una storia e di un'arte, in cui si fondono gli elementi più varii dell'etnografia, della coscienza e della bellezza [...]. L'opera del Maggiulli - conclude «La Democrazia» - è varia, multiforme, complessa, tale da destare maraviglia e venerazione» (cfr. anno XV, n. 18, Lecce, 22-23 maggio 1914);

Il giornale «Cronache Salentine» scrisse che Luigi Maggiulli fu «uomo insigne per dottrina, lasciando di sé imperituro ricordo in varie opere pregevolissime che illustrano la nostra Provincia. Storico, archeologo, numismatico, uomo politico, il Comm. Maggiulli è stato larghissima parte della vita pubblica del Salento ed ha fatto parte di quella schiera preclara di uomini che hanno collaborato pel nostro Risorgimento. Ogni altra lode alla memoria dell'illustre patriota e scienziato riesce inutile» (cfr. anno III, n. 18, Lecce, 23 maggio 1914).

Il giornale «La Provincia di Lecce» scrisse: «Mercoledì mattina... si spegneva serenamente il Comm. Luigi Maggiulli, uno dei più illustri nostri scrittori di storia e archeologia, e uno degli ultimi superstiti di una piccola schiera di studiosi che mezzo secolo fa formavano, senza averne il riconoscimento ufficiale, una specie di Società di Storia Patria» (cfr. anno XX, n. 20, Lecce, 24 maggio 1914).

Il giornale «Terra d'Otranto» riportò la notizia ricordando ai suoi lettori che «i libri di [L. Maggiulli] trattano dell'architettura e della cultura messapiche, delle origini della colonizzazione greca e romana, del dominio bizantino, normanno, svevo e aragonese, delle incursioni barbariche, degli avanzi bibliografici ed artistici del Rinascimento [... libri] che sono di grande meraviglia e venerazione» (cfr. il giornale del 26 maggio 1914).

Il giornale «Il Corriere Meridionale» pubblicò in prima pagina un necrologio redatto da Pietro Palumbo, il quale scrisse che era morto «il Nestore degli scrittori salentini... [e che l'ambiente e il tempo in cui visse e operò il Maggiulli] era stata un'epoca luminosa, quella costituzionale riboccante di inni, di bandiere e di speranze, nella quale l'entusiasmo aveva affogato gli studi seri e positivi; poi il dodicennio aveva annientato, annebbiato maggiormente le intelligenze giovanili; poi nel '60, quando i martiri alzarono il capo dal sepolcro, e si fece l'Italia, e ritornò il sentimento patrio, ed un socio animatore risollevò anche i buoni studi trascurati e tralignati. In Terra d'Otranto rinacque la coscienza di conoscere la propria Storia. Due secoli innanzi questa, ultimo segnacolo dell'Umanesimo togato romano, aveva assunto forma di leggenda mercé l'opera del Palma e del Tafuri. Era nata la Cronaca fatta a disegno o interpolata, destinata a documento di future elucubrazioni. Subito sorse un manipolo di studiosi, decisi a riesaminare le fonti storiche e fondare una nuova e sincera scuola storica salentina. Primeggiarono il Maggiulli, il Castromediano [...] il barone Casotti. Più tardi anche Cosimo De Giorgi, Luigi De Simone. Si cominciò a frugare i vecchi e polverosi archivi, a studiare l'ubicazione di Rudia, ad esumare vasi messapici e pergamene. Spuntò in embrione il pensiero di una Commissione Conservatrice dei Monumenti, delle Relazioni periodiche di archeologia, di un Museo [...] Il Maggiulli - continua oltre il Palumbo - vi soffiò dentro spendendo tutta la sua attività nel miglioramento di tali imprese. Si può dire, senza far torto alla memoria del buon Castromediano, che il Museo fu iniziato ed ingrandito per opera del Maggiulli [...] I primi (suoi) studi abbracciarono specialmente le memorie della sua Muro [...] e poi quelle della Provincia con la raccolta di quelle iscrizioni messapiche, non dissepolte dal Mommsen, come vorrebbero i Tedeschi, ma da uno deí nostri scienziati quale fu il giudice Tomasi [...] Né il Maggiulli si fermò a queste dotte monografie, ma continuò con alacrità, con impegno straordinario, sino agli ultimi suoi tempi, quando dalla sua Muro, dove si era confinato, tra il profumo delle opulenti campagne, manteneva gli entusiasmi giovanili dei suoi primi studi» (cfr. «Il Corriere Meridionale», anno XXV, n. 21, 28 maggio 1914).

Il giornale «L'Ordine» pubblicò un articolo di Luigi Maroccia, il quale ricordò il Maggiulli come una «mente eletta, galantuomo del vecchio stampo, nobile figura che compendiava, come in una triade sacra, quel che di meglio possa rifulgere in un uomo, cioè integrità di vita, culto alla scienza, affetto alla patria [...] Per noi del Salento - scriveva ancora il Maroccia - con Maggiulli si è spenta una gran luce, una delle luci più smaglianti che in quest'ultimo trentennio abbiano brillato nel periodo intellettuale del movimento storico di questa classica regione pugliese. Egli non è più: e la funerea parola trova un'eco dolorosa in tutte le anime innamorate del bello, si ripercuote, come rintocco di mestissima squilla in quanti ravvisarono in lui un uomo impareggiabile per la mite dolcezza del carattere, per l'acutezza mirabile dell'ingegno, per la vasta e soda cultura, studiosamente e volontariamente celate nelle amabili divagazioni di un conversare piacevole e arguto» (cfr. anno VIII, n. 20, Lecce, 29 maggio 1914).

Il giornale «La Gazzetta delle Puglie», con un articolo a firma di Simplicio ricordò il Maggiulli in prima pagina: «Morto il Duca Castromediano, che fondò il nostro Museo […], Luigi Maggiulli meritava d'essere invitato a succedergli senza le formule del concorso. Ma l'ignavia degli incoscienti lo trascurò, e se non sbagliamo, attraversò questo suo giusto desiderio. Resta però il fatto che nessuno meglio di lui meritava l'onore di succedere, in quel posto, al Duca Castromediano [...]. Egli non si ribellò [...]. Continuò a lavorare tranquillo nella sua casa ospitale [...] Che non sia tardi - si auspicava Simplicio - ad erigere un busto marmoreo all'illustre estinto, non nel suo piccolo paesello, Muro Leccese, ma qui in Lecce, nel Capoluogo della Provincia, poiché Luigi Maggiulli compì i suoi lavori, le sue opere col fine di farne onore all'intiera provincia» (cfr. «La Gazzetta dette Puglie», anno XXXIV, n. 20, Lecce, 30 maggio 1914).

Il giornale «Il Martello», organo dell'omonima libreria leccese, infine, sotto la rubrica "Figurine dei tempi passati" e a firma di Pietro Palumbo, scrisse lamentandosi che «sotto l'impressione dolorosa della notizia della morte di questo valentuomo, la stampa ne ha parlato in modo fuggevole ed in fretta, in guisa che il profilo di lui ne è uscito ristretto ad un solo lato, quello del contributo da lui portato alle cognizioni storicbe della nostra regione. Senza dubbio questo è uno dei lati più simpatici della sua vita; perché sotto le sue continue ricerche è venuta fuori gran copia di documenti per lo innanzi o dispersi o dimenticati [...]. Tutti conoscono il Maggiulli storico, il Maggiulli archeologo - afferma Palumbo - pochi o nessuno sa il cuore ch'egli ebbe come negli anni suoi più virili ebbe animo fermo, temprato a sentimenti di patriottismo di buona lega, e carattere adamantino. Era un uomo tutto di un pezzo. Un moderato di quelli di cui si cominciava a perdere, sin d'allora, la stampa; onesto, di convincimenti chiari, accessibile ed amico anche degli avversari» (cfr. «Il Martello», anno X, n. 15.3, Lecce, 6 giugno 1914).

È probabile che altri giornali o riviste abbiano ricordato il Maggiulli, ma quello che ho sopra riportato suppongo essere sufficiente a dimostrare la notorietà, almeno dalle nostre parti, di cui il Murese godette. I suoi studi non caddero del tutto nel dimenticatoio, in quanto fu suo figlio Pasquale a darne continuità, contribuendo prima con nuovi e ricchi studi sulla Terra d'Otranto, quindi riuscendo nella difficile opera di conservazione di tutto il patrimonio culturale della famiglia.

martedì 16 marzo 2010

A Salvatore Toma

Il 17 marzo di 23 anni fa Salvatore Toma, di Maglie, saliva sul più grande albero di quercia del Salento, dal quale non sarebbe mai più ridisceso.


FUCITI FUCITI VAGNUNI, LU TOTU È MORTO!

Sciàmu sciàmu vagnuni!
Fucìti fucìti tutti quanti!
Vagnuni, gente fucìti!
Pòpulu de Maie curri curri!
Dicìane ca lu Totu è mortu.

- Ci è è mortu? Ci è mortu?

Lu Totu,
quiddhu ca se facìa chiamane ndianu;
lu Totu Toma,
lu fiju te l'Antonia,
l'indifiuri de dha rretu a lla chiazza Capece.

Sciàmu sciàmu, cummare!
Curri curri, fija mea!
Oh, sorte noscia!
Acchia ci pena dha mamma!
Acchia ci pena dha famija!

Sciàmu sciàmu, vagnuni!
Fucìti fucìti tutti quanti!
Vagnuni, gente fucìti!
Pòpulu de Maie curri curri!
Dicìane ca è mortu ssulu intra n'oscu niuru e bbandunatu.

- None cummare, none!
Nu stìa ssulu.
Dicìane ca c'èrane ncerti cani?!
- La matonna cu nde iuta!
- La matonna cu nde uarda!

Sciàmu sciàmu!
Fucìmu fucìmu!
Pùveru fiju,
ci sorte nd'à tuccata:
puru ssulu ìa murire.

Dicìane ca nu tanìa ancora 36 anni.
Dicìane ca era beddhu,
puru moi ca ìa misu nu picca te panza.
Acchia ci pena dha mamma!
Acchia ci pena dha famija!

- Ma comu è mortu? Comu è mortu?
Era malatu?
E dde ce malatia è mortu?

None, none, cummare mea,
nun'era malatu.
Dicìane ca facìa puru na vita a ll'aria perta,
sempre intra lu oscu stìa,
e poi mangiava e puru vivia.

Dicìane ca l'hanno purtatu a Gagliano,
a llu spitale.
N'amicu mèticu e do' amici de Lecce:
unu cu nna bbarba ca scioca sempre a curri,
e naddhu zallu pilatu e vanitusu.

Dicìane ca cose te fecatu èrane.
Ma nu se sape bonu ci ccosa.
Forse èrane puru cose de capu.
Oh sorte noscia!
Acchia ci pena pe dhi tre fiji e dha mujere!

Oh, Cristu ci porti le cinque piache,
benatittu fiju te Maria,
proprio dha pena ivi dare a dha mamma?
E ci pena! E ci pena!
Mo' nu nde basta lu luttu a vita.

Pòveru fiju, pòveru fiju,
ci ssorte t'à tuccata.
Sempre sulu intra a Maie scìa,
mo' cu na bicicletta scasciata,
mo' cu na moturetta 'mbriacata.

Benatitti li santi te lu purgatoriu,
e benatitta signuria,
virgine santissima Maria,
propriu a dhu giovane l'ia bbutu tuccare sta triste sorte?
A nu criaturu giovane e bbeddhu.

Sciàmu sciàmu vagnuni!
Fucìmu, fucìmu tutti quanti!
Vagnuni, vagnone fucìti!
Gente, pòpulu de Maie curri curri!
Ci disgrazia nd'ia tuccare.

Lu Totu è mortu,
lu fiju te l'Antonia,
l'indifiuri de dha rretu a lla chiazza Capece,
lu Totu Toma
quiddhu ca se facìa chiamare ndianu.

Matonna mea, ci pena!
Madonna te lu Càrmunu!
E puru tie, matonna Ndulurata!
Ci digrazia, ci disgrazia,
nd'ia tuccare a stu pùveru paese!

Fucìmu, fucìmu!
Sciàmu, sciàmu tutti quanti a llu oscu te le 'ciancole'!
Dìciane ca ddhai stìa te casa!
Addhai turmìa puru la notte.
Ci curaggiu ca tanìa, mancu lu tiàulu timìa!

Dicìane ca stìa a menzu a ll'animali:
li cani e certi chizzi puru.
Pùveru fiju, pùveru fiju!
Nu facìa male a ciuveddhi.
E ncerte fiate era puru carbatu.

Certu, era nu pocu fanàticu cu l'animali,
suprattuttu cu certi ucieddhi - nde piacìane le cuccuascie.
Dicìane ca se facìa chiamare ndianu,
ma nu facìa male a ciuveddhi.
Sulu cu li cacciaturi se la pijava nu pocu.

Focu, focu nosciu!
Ci disgrazia, ci disgrazia!
Pùvera dha mamma ca sta se lu chiange.
Pùveri ni fiji ca sta lu cèrcane,
e dha mujere, rimasta vèduva e bbandunata!

Sciàmu sciàmu vagnuni!
Fucìti fucìti!
E fucìmu tutti quanti!
Vagnuni, gente fucìti!
Pòpulu de Maie curri curri!

Lu Totu è mortu,
- lu Totu Toma,
quiddhu ca se facìa chiamare ndianu,
lu fiju te l'Antonia,
l'indifiuri de dha rretu lla chiazza Capece.

Fiju, fiju, fijuuuuuuuu,
la mamma toa, cu lu niuru sempre n'piettu t'àe chiantu sventuratu,
quiddha mamma toa ca scìa sempre cu le cote addulurate,
e ca mo' puru iddha à ddhafriscatu.
Fiju, fiju, fijuuuuuuuu.

L'Antonia à ddhafriscatu,
la notte puru pe iddha è rrivata,
quiddha mamma toa, Totu,
ca indìa li fiuri a rretu a lla chiazza Capece,
e ca lu niuru de lu luttu tou nu ssia mai llivatu.

Fiju, fiju, fijuuuuuuuu,

Maurizio Nocera


[Traduzione: Correte Correte Ragazzi, Salvatore è morto!// Andiamo andiamo ragazzi!/ Correte corrette tutti quanti!/ ragazzi, gente correte!/ popolo di Maglie corri corri!/ Dicono che Salvatore è morto.// - Chi è morto? Chi è morto?// Salvatore/ quello che si faceva chiamare indiano:/ Salvatore Toma,/ il figlio dell’Antonia/ la fioraia che sta dietro alla piazza Capace.// Andiamo andiamo, commare!/ Corri corri, figlia mia!/ Oh, sorte nostra!/ Chissà quale pena per quella mamma!/ Chissà quale pena per quella famiglia!// Andiamo andiamo, ragazzi!/ Correte correte tutti quanti!/ Ragazzi, gente correte!/ Popolo di Maglie corri corri!/ Dicono che è morto solo in un bosco nero e abbandonato.// - No, commare, no!/ Non stava solo./ Dicono che c’erano alcuni cani!/ - La madonna che ci aiuti!/ La madonna che ci guardi!// Andiamo andiamo!/ Corriamo corriamo!/ Povero figlio,/ che sorte gli è toccata:/ anche solo gli doveva capitare di morire.// Dicono che non aveva nemmeno 36 anni./ Dicono che era bello,/ anche adesso che aveva messo un po’ di pancia./ Chissà che pena quella mamma!/ Chissà che pena quella famiglia!// - Ma come è morto? Come è morto?/ Era malato?/ E di che malattia è morto?// No, no, commare mia,/ non era malato./ Dicono che faceva anche una vita all’aria aperta,/ sempre nel bosco stava,/ e poi mangiava e pure beveva.// Dicono che l’hanno portato a Gagliano,/ all’ospedale./ Un amico medico e due amici di Lecce:/ uno con una barba che gioca sempre a curli,/ e un altro zallo pelato e vanitoso.// Dicono che cose di fegato erano./ Ma non si sa bene che cosa./ Forse erano pure cose di testa./ Oh, sorte nostra!/ Chissà quale pena per quei tre figli e la moglie!// Oh, Cristo che porti e cinque piaghe,/ benedetto figlio di Maria,/ proprio quella pena dovevi dare a quella mamma?/ E che pena! E che pena!/ Adesso non le basta il lutto vita.// Povero figlio, povero figlio,/ che sorte gli è toccata./ Sempre solo a Maglie andava,/ mo’ con una bicicletta scassata,/ mo’ con una motoretta ubriaca.// Benedetti i santi del purgatorio,/ e benedetta Signoria,/ Vergine santissima Maria,/ proprio a quel giovane doveva toccare questa triste sorte?/ Ad una creatura giovane e bella.// Andiamo andiamo ragazzi!/ Corriamo, corriamo tuti quanti!/ Ragazzi, ragazze correte!/ Gente, popolo di Maglie corri corri!/ Che disgrazia ci doveva toccare.// Salvatore è morto,/ il figlio dell’Antonia,/ la fioraia che sta dietro alla piazza Capace,/ Salvatore Toma/ quello che si faceva chiamare indiano.// Madonna mia, che pena!/ Madonna del Carmine!/ E pure te, Madonna dell’’Addolorata!/ Che disgrazia, che disgrazia,/ dovea capitare a questo povero paese!// Corriamo, corriamo!/ Andiamo, andiamo tutti quanti al bosco delle “ciancole”!/ Dicono che là stava di casa!/ Là dormiva anche di notte./ Che coraggio che teneva, neanche il diavolo temeva!// Dicono che stava in mezzo agli animali:/ i cani e certe civette pure./ Povero figlio, povero figlio!/ Non faceva male a nessuno./ E alcune volte era pure educato.// Certo, era un po’ fanatico con gli animali,/ soprattutto con certi uccelli – gli piacevano le civette./ Dicono che si faceva chiamare indiano,/ ma non faceva male a nessuno./ Solo con i cacciatori se la pigliava un po’.// Fuoco, fuoco nostro!/ Che disgrazia, che disgrazia!/ Povera quella mamma che se lo sta piangendo./ Poveri figli che se lo stanno cercando,/ e quella moglie, rimasta vedova e abbandonata!// Andiamo andiamo ragazzi!/ Correte correte!/ E corriamo tutti quanti!/ Ragazzi, gente correte!/ Popolo di Maglie corri corri!// Salvatore è morto,/ - Salvatore Toma,/ quello che si faceva chiamare indiano,/ il figlio dell’Antonia,/ la fioraia che sta dietro alla piazza Capace.// Figlio, figlio, figlioooooooo,/ la mamma tua, col nero sempre in petto ti ha pianto sventurato,/ quella mamma tua che sempre con le gote addolorate,/ e che adesso anche lei si è riposata./ Figlio, figlio, figlioooooooo.// L’Antonia si è riposata,/ la notte anche per lei è arrivata,/ quella mamma tua, Salvatore,/ che vendeva fiori dietro alla piazza Capace,/ e che il nero del lutto tuo no si era mai tolto.// Figlio, figlio, figlioooooooooo]

venerdì 12 marzo 2010

“Scassata dentro” di Enzo Mansueto (D’If edizioni)











Gianpaolo G. Mastropasqua

Dopo le performance epilettriche di Ian Curtis e l’ultimo estremo atto, l'uomo che r-esisteva si rifugiò nella notte, l'unica madre-vedova dark dove i lumi di punk antecedenti avrebbero abitato per essere ricordati eternamente, lottando e sputando contro-elettronica pensante contro i vampiri ultracorporei delle coscienze azzeranti. Ipnotico, ferale, ironico, disturbante e affilato come una costante lama dolce nelle tempie si muove il tessuto poetico nelle periferie perturbanti delle forme canoniche della metrica, scorporandosi al suo interno, nell'asse parallasse del testo o sulle ali di Pornography e Disintegration scassandosi nel rimare assolutamente moderno, metropolitano e global, nel remare nelle perdite corporali, scardinando lo scardinante nel continuum di una fusione musicale aderente come una pelle notturna, amplificante nel suo cono d'ombra, dove chitarre ritmano in verticale stridore "sul bagnasciuga elettrico del sonno" e i violini possono piangere la notte o giocare con le fisarmoniche clownesche de "l'estate barese" o proseguire nel turbine con-fuso "alla stazione" feroce dove "un branco di bambini/ azzanna un vecchio, lo morde sui gradini". Perfetta la recitazione tutt'altro mansueta dell’Autore che il nostro sommo Bene suppongo avrebbe amato, compiuta ed efficace la mappatura sonora che unisce l’inchiostro al bianco del foglio, collante all'horror vacui, riempimento d'atmosfere minimali e fraseggi ciclici compatti fino al dettaglio più remoto, un lavoro magistrale.

Scassata dentro è la Luna, questa madre-terra degli ultimi poeti, scassata è la parola che resta, venduta e sottomessa agli ultracorpi pene(n)tranti, violentata fino all’osso, ipnotizzata, anestetizzata e incenerita dall’impero elettro-catodico.

I nuovi mostri, questi ultracorpi instancabili, hanno nomi familiari e affidabili come padri (televisione, telegiornale, varietà, reality, rete, pubblicità), come padri di famiglia che dopo l’ultimo acquisto sessuale di minorenni in zone scolastiche (vedi Scassata), ritornano ai familiari spettatori col sorriso erettorale stampato sulle labbra, del tutto indifferenti, come una questione morale in questi marci tempi, riposizionandosi “al noto microclima./Con la minestra pronta per la figlia,/ la madre esatta e un ombra strana strana”. Non c’è scampo, quindi, forse l’unico, il definitivo e crudele antidoto rimasto per l’elettrica telecianosi, in grado di agire magari omeopaticamente o come un anticorpo anti-ultracorpo sarebbe un terapeutico, disperato, vecchio elettroshock di massa!Ma per Mansueto “Non c’è l’anticorpo. Farmaco./ Nessun sollievo al sintomo. La tarma/elettrica lavora nella piaga”. Scassata dentro, deformata è ormai la vita (“nel chiuso della notte,/nel chiuso in una capsula spaziale/col cruscotto spaziale/ di faro in faro a tondo”) fino al fondo di una notte fonda, che come fusa affonda girando in tondo in una tangenziale tonda nell’attesa disillusa e furibonda di una fondante alba profonda.

lunedì 8 marzo 2010

Fuori i secondi











Ora lo so che leggere chi ami è più doloroso


Elisabetta Liguori

Vito Antonio Conte ha mandato in stampa all’inizio dell’anno una nuova raccolta di scritti per Luca Pensa Editore, dal titolo evocativo “Fuori i secondi” ed io da allora mi tormento. Mi tormento perché ormai lo so bene che non potrò far finta di nulla. Non potrò restare indifferente e non rendermi conto di quanto sia cambiata la mia vita negli ultimi dieci anni. Oggi non leggo per leggere, oggi leggo per capire, per confermare, oggi leggo per sopravvivere.

Quello di Vito Antonio Conte è esattamente quello che io definirei un manuale di sopravvivenza, infatti. Il manuale di chi sa. Perché diciamolo una volta per tutte: non è che la lettura fortifichi gli animi come a volte si è detto (mentre altre volte si è sostenuto che la scrittura renderebbe più inquieti). Non è vero, ché (ecco lo vedete: uso le causali come fa Vito Antonio e già divento come lui) ci sono letture che mettono in discussione ogni percorso, ogni ricerca. E dall’ultimo passo equivoco poi tocca ricominciare a costruire sovrastrutture, corazze, schermi. Ricominciare sempre, a prescindere dagli esiti.

La lettura degli scritti di Vito Antonio Conte, in particolare, riporta alle origini. Rende innocenti e come tale più fragili. E’ nudità che si espone e restituisce alla vista le radici, come acqua che cade dall’alto abbondante e, nutrendo la pianta, scopre svuota il vaso che la contiene.

Non a caso il luogo principe in cui gli eventi (i pochi), i pensieri (i tanti), le suggestioni contenuti in questa raccolta, trovano corpo è il motel. Il non luogo per eccellenza. Non un “dove” fisico ma un concetto astratto. Un’entità che si oppone agli abituali luoghi antropologici, proprio per il suo non essere identitaria, relazionale in senso sociale, né storica. Un luogo nudo nel quale, meglio che altrove, si può far scrittura. Scrittura radicale. Per comprendere immaginiamo qualcosa di simile a quanto teorizzato da Marc Augè. O qualcosa di vicino allo sguardo di Hopper. Immaginiamo una sosta, un transito, un ristoro solitario. E un uomo che vi scrive dentro. Immaginiamo la scrittura generata da quella nudità, scaturita per reazione grazie alla sensibilità estrema e modernissima (la surmodernità di cui scriveva Augè appunto) che caratterizza alcuni scrittori, a volte incapaci di affidarsi a confini temporali angusti o a banalizzazioni geografiche. Immaginiamo di trovarci in luogo bianco dove tutte le diversità diventano una, semplice, sola vita. Un luogo primitivo ma attuale, colto nell’istante più precario e a quello inchiodato. Immaginiamone lo stordimento e la gioia. Il piacere assoluto e breve. Per Vito Antonio Conte è “non luogo” anche un cellulare, una bicicletta, l’Orient Express, una via come quella dei Cavamonti nella Valle della Cupa. Immaginiamo forme pure, simboliche, incorporee, del sé. Ecco, è quel non luogo a parlare: il poeta è solo un fruitore. La sua unica responsabilità resta quella nei confronti di se stesso e del proprio viaggiare. Nei viaggi di Conte, le luci sono coperte dai foulard. Le parole non hanno maiuscole. La musica canta il mondo. Tutto si muove naturalmente senza fini imposti, al ritmo del respiro e del cuore, e non ha alcun senso chiedere e chiedersi: come stai? Qui la scrittura semplicemente sta. È nelle cose. Si muove con le cose. Le strade sono note, si attraversano con il naso all’insù.

E’ il camminare che conta. Non la strada, ma è il ritmo dell’andare, che fa da guida alla narrazione.

Questo andare costruisce una certa idea di uomo.

Passo dopo passo, l‘uomo di Vito Antonio Conte ha le sue intuizioni jazz (qualcosa che ricorda le acrobazie musicali del sommo maestro Paolo Conte). C’è il mondo in quelle intuizioni. Tondo ed enorme. Come molti di coloro che si dedicano alla scrittura per necessità vitale, Vito Antonio Conte si sforza di raggiungere quella intuizione, di toccarla con le dita nella terra nuda, ma è fatale: ogni volta che egli si avvia sulla sua bicicletta, col vento che gli dà coraggio e abbrivio, finisce sempre per scoprire che l’intuizione è dietro di lui. Irraggiungibile, inviolabile.

Un giorno ti lasciai per un interno folle miraggio e me ne andai lontano. E me ne andai per ogni suolo estraneo cercando amore. E l'amore cercai, l'estate e il verno… e sempre andai cercando amore. Corsi cercando amore, ma l'amor non scorsi, e da casa tornai malato in cuore”, sussurra il Bell’Antonio di Brancati rivelando la sua impotenza. La stessa impotenza della bellezza torna nelle pagine di Vito Antonio Conte con lo stesso struggimento. Non è ovviamente un’impotenza sessuale, ma ugualmente dolorosa, sommersa e dolce. A volte sorniona, a volte incantata. Perché, moderno Sisifo, il vero poeta può raccontare soltanto la sua illusione.

sabato 6 marzo 2010

“Le ragioni della passione” di Antonio Errico per Kurumuny


Di un'avventura

Francesco Aprile


"Sono solo vittima del mio piacere". Recita così, ad un certo punto, la voce di Davide Toffolo (fumettista, cantante/chitarrista, artista visuale) in una strofa di "In amore con tutti" pezzo contenuto nel penultimo album in studio dei Tre allegri ragazzi morti.

Non so se la band di Pordenone sia il termine di paragone adatto, forse non lo è. Ma è la citazione. La frase che Toffolo urla a ricollegarmi come un déjà vu all'ultimo libro di Antonio Errico, Le ragioni della passione, edito da Kurumuny. Perché è così.

Antonio Errico è vittima del suo piacere. La scrittura. E da questo piacere si genera il verso, dalla fragranza poetica, l'incedere leggero formalizzato nello scrivere prosaico, nella forma del saggio, ma dalla potenza di una poesia, l'esplosione di tutta una serie di profumi e sapori che solo nel verso e nella sua audacia, nel suo non spegnersi mai nel feroce sopire del tempo, trovano la via esplicita all'estrinsecazione di un potenziale semantico - che è proprio della vita e delle parole/vita nel ritmo danzante. La poesia. Ed il suo svolgersi in forme diverse.

Il saggio di Antonio Errico è, proprio come canta Toffolo nel brano prima citato, "adatto al tempo che cambia". L'esuberanza della scrittura che sa farsi, manifestarsi, come armonia di sabbia nel turbinio del vento, come onda che non si infrange mai. Un gioco di parole. Un'avventura, come arrampicarsi, tendendo braccia e gambe fra le pareti di due montagne. Il pensiero adiacente al cuore. Un discorrere che è un fluire di parole, misto di sangue - cuore - e variabili aleatorie - pensiero. La passione e le sue ragioni, viceversa, la ragione e le sue passioni, attraverso il dialogo con l'altro e la passione per il suo insegnamento. È l'altro il motivo principale di questa passione. L'altro preposto all'apprendimento. In apertura. Un clown, leitmotiv delle prime pagine. La passione sulle corde della follia, ricordando Dino Campana ed i Canti Orfici. La strettoia da imboccare per tendere la mano e sollecitare l'altro, nell'adiacenza fra cuore e pensiero.

«Solo il cuore segreto sopravvive. Il Clown sa che bisogna superare la prova esistenziale... sfondare i confini, scardinare le categorie, trasgredire quando e quanto è necessario, abolire ogni differenza... il cuore segreto che sopravvive è il cuore della creatività».

Il clown che supera tutto ciò è l'insegnante, maestro, professore, docente, che scardina la convenzione, nelle coincidenze della ragione e della passione per essa e, viceversa, riuscire ad accedere alla fiducia dell'altro, in uno scambio reciproco.

Poi, esiste il tempo della memoria. Diceva Hume che quando vediamo un oggetto abbiamo - nella nostra mente - la sua immagine. L'impressione. Allo stesso modo, allontanandoci dall'oggetto, riusciremo a conservarne l'immagine, meno precisa, sfocata, ne avremo, così, l'idea. Il ricordo. Questo è ciò che fa, poi, Antonio Errico nelle pagine del suo libro. Si fa carico e carica l'azione dell'insegnamento di nuove attribuzioni, come fosse una rideterminazione semantica del termine, affidando all'azione in sé il compito del curare una memoria nello studente, coltivare la cultura della memoria, di un sapere inserito in un contesto ed in relazione ad altri contesti, che fugge dal concetto di memoria come elenco «non si può insegnare una memoria che dice di sé come una sorta di vuota autocitazione», ma che trova le sue fondamenta in un sapere che sappia affondare nelle proprie radici, perché il nostro sapere personale è frutto di un sapere passato globale ed andrà ad influire, attraverso la formazione di un nuovo sapere globale - in linea coi tempi di una realtà in cui la conoscenza è senza spazio e tempo, che si muove alla velocità di un click verso un sentire globalizzato - sul sapere personale di altre persone in un futuro più o meno vicino. Perché l'uomo «esiste e conosce fin quando può avere memoria». Nel momento in cui finiscono la conoscenza e la memoria personali «si entra negli spazi e nei tempi della storia». Nel continuo di tutta una serie di conoscenze innate «così, la bellezza è già conoscenza che ci appartiene», e nel flusso dell'esperienza come mezzo per fondare le nostre personali conoscenze. Nell'incontro con l'altro.