sabato 26 dicembre 2009

Tutto questo silenzio











Elisabetta Liguori, Rossano Astremo/ Tutto questo silenzio, Besa

Antonio Errico

Quanto più il lettore tenta di non farsi intrappolare dall’intreccio, e cerca di stabilire una distanza con la narrazione in modo da avere una visione complessiva, per cercare di maturare un’opinione circostanziata e lucida, tanto più si ritrova intrappolato negli accadimenti che si incastrano, si annodano, si aggrovigliano. Una scrittura sola per due autori: “Tutto questo silenzio”, un romanzo di Elisabetta Liguori e Rossano Astremo, edito da Besa. Straniamento. Leggerezza. Corporalità. Iperrealismo e antirealismo insieme. Condensato metaforico. La consapevolezza dell’ambiguità della realtà come principio teorico per l’indagine dei fatti, per lo scavo nella loro struttura semantica, nei loro enigmi. Il sospetto, il dubbio, il rifiuto di qualsiasi condizione aprioristica costituisce il metodo della ricerca e della narrazione. Lo spettacolo della quotidianeità – tragedia, commedia, tragicommedia - che si manifesta in grumi psicologici, in ossessioni malcelate che ad un certo punto esplodono. Il fondale che Liguori e Astremo scandagliano è quello dell’inconscio, o del rimosso, delle verità profonde che non si vedono, che non perdonano, che tarlano il pensiero, lo dilaniano, lo perforano.

Sotto lo scorrere in superficie dei fatti, nell’apparente ineluttabilità degli avvenimenti, si agita l’inquietudine mostruosa di personaggi che si confrontano con un’angoscia quieta, pacata, ma stravolgente. Non pensano nemmeno di opporsi a quella vertigine di alienazione che li priva di ogni equilibrio, al gorgo di incomunicabilità che li risucchia. Si lasciano andare nel nulla senza nessuna resistenza, si nascondono nel grigiore, si scagliano contro l’altro, soprattutto contro se stessi, con tutto l’ odio disperato e cieco che hanno dentro. Si dividono in due categorie: i pesci arpionati e i pescatori. Sono figure con una personalità contratta, contorta, nevrotica, con una visione del mondo che non va oltre le pareti di un appartamento, reclusi in una soggettività egoistica, senza spiraglio, senza scampo. Sanno, o più esattamente sospettano, che la salvezza dell’uomo è possibile solo se si riesce a sentirsi pietosamente simili a un altro. Ma talvolta – o spesso - questa sensazione si avverte quando è troppo tardi, quando la specularità con l’altro non può più realizzarsi perché si è oscurata. Così Mirko si sente pietosamente e dolorosamente simile a qualcuno quando il dramma che taglia in due la sua vita si è già consumato, dopo che ha ucciso a sassate una prostituta bionda e forte come un giunco: si sente simile al volo che quella creatura fa oltre la balaustra nel buio di uno squallido posto di mare. Simile nell’orrore e nel ridicolo. Poi si scopre simile a Carlo, il fratello: simile nella allucinata disperazione. Sono esistenze inchiodate a qualcosa: “un muro, una cornice, un destino qualunque”.

Tutto questo silenzio è un viaggio nei gironi infernali dell’esistere nella contemporaneità. O forse dell’esistere e basta. Ma la contemporaneità rappresenta probabilmente in modo più evidente, plastico, le scene del dramma. Fa vedere meglio – perché è più crudelmente viva - l’ostilità oscura, la guerra sotterranea che coinvolge e sconvolge i destini nella loro solitudine traumatica, irrimediabile. Paralizzati da una sorta di predestinazione, i personaggi di questo romanzo costituiscono la smentita vivente che l’uomo sia l’artefice della propria fortuna. Falso. Completamente illusorio. L’uomo è trascinato da una forza invisibile e incomprensibile, rapito da una benedizione o da una maledizione, non va da nessuna parte per scelta progettata e consapevole.

“Tutto questo silenzio” finisce che dei personaggi non si sa più niente. Mirko viene condannato a settemilatrecento giorni di carcere. Vent’anni. La somma dei giorni della vita della figlia. Si sa questo e nient’altro. E’ come se si disperdessero in un deserto in cui nessuna narrazione li potrà mai raggiungere, dove nessuna consolazione potrà lenire il dolore muto, raggrumato. Non hanno più esistenza. Sono nati insieme al racconto. Muoiono insieme al racconto, lì, sepolti nelle pagine. A loro non appartiene nulla se non questa scrittura, se non questo gesto di pietà che gli ha dato fiato, se non lo sciabordio di parole sulla battigia della loro vita che per il tempo che dura il narrare apre uno spioncino nella cella del loro silenzio, irrimediabile e terribile.

sabato 12 dicembre 2009

Senza storie di Luisa Ruggio













Antonio Errico

Certo che ha ragione Raymond Carver quando dice che è difficile essere semplici, e ha ragione Karen Blixen che bisogna scrivere una storia semplice con la massima semplicità perché nella semplicità di una storia ci sono già abbastanza complessità, ferocia e disperazione.

Hanno ragione Carver e Blixen e fa bene Luisa Ruggio a metterli in epigrafe a due dei racconti che compongono il suo “ Senza storie”, edito da Besa.

Racconti brevi. Frammenti di una narrazione composita, coerente, coesa, che trova i nodi narrativi in un linguaggio lavorato fino al punto da diventare trasparente e cristallino, in un processo di rivelazione del sé che spesso si ritrova e si riconosce nel confronto con l’altro e con le storie che si intrecciano intorno, che maturano dentro, che passano negli occhi come un’alba o un tramonto, che ti saltano addosso ad un angolo di strada, che ti accerchiano in una notte di insonnia, che ti siedono accanto nel vagone di un treno. Racconti attraversati da uno sguardo un po’ ingenuo e un po’ scaltro - comunque stupefatto - sulla semplicità feroce e disperata delle storie che accadono o che si sognano o che si fantasticano.

La modalità di composizione di questi racconti - per esempio l’incipit, la comparsa dei personaggi, gli improvvisi cambi di prospettiva – fanno pensare che Luisa Ruggio non cerchi le storie ma che da esse si lasci intenzionalmente trovare.

La materia del racconto è la vita di ogni giorno. Ma è come se fosse stata liberata dal peso del reale, guarita dal dolore del tempo, sottratta alle costrizioni dello spazio. Raccontando Luisa Ruggio prende le occasioni dell’esistere e le ricolloca in una sospensione di spazio e di tempo che le salva dal transeunte, dall’effimero, dal nulla che aggredisce ogni storia, con tutta la sua bellezza, con tutto il suo stupore.

La brevità della misura è la traduzione in una forma della brevità del tempo che si concede alla vita e al suo racconto. Come se tutto si consumasse in una vampa. Come se ogni giorno non fosse altro che un incontro con se stessi al bar degli appuntamenti mancati. Lì “ dove i viaggiatori vanno a scrivere le lettere che andranno smarrite. Le sole che contino qualcosa, quelle in cui non si mente neppure una volta”, quelle che i rigattieri comprano quando “ è ormai troppo tardi per quegli strani sembianti del cuore umano”. E’ vero: si impara che tutto quello cui siamo abituati può finire in un attimo, così: si apre una crepa nel cuore, si spalanca un vuoto di sguardi. Si impara che l’inutile tentativo di fare un bilancio delle storie che si sono vissute, per le quali si è avuta la febbre di una passione, per le quali si è stati sempre in veglia in un continuo sogno, si schianta contro un senso interdetto, una negazione meravigliosa e tragica.

Allora tutto scompare all’improvviso, si dissolve, sprofonda nella botola della dimenticanza.

Chi volesse tentare di salvare qualcosa ( qualcuno?) può farlo soltanto attraverso le parole di un racconto.

Questo fa Luisa Ruggio: racconta per salvare. Chi ha fatto strada assieme e poi a un certo punto l’ha cambiata. Chi non vorrebbe mai dimenticare e chi si strappa il cervello per farlo. Racconta per salvare quelli che si girano e se ne vanno, quelli che quando ti prendono sono come una poesia, che quando ti lasciano ritornano poesia. Quelli che si abituano alle presenze e poi alle assenze, quelli che non si smette mai di aspettare, quelli che rinunciano perché hanno ragioni infinite, quelli che rinunciano perché non ne hanno.

Luisa Ruggio racconta per salvare chi resta da solo e ha paura che i fantasmi si prendano beffa di lui, che lo stordiscano, che gli mettano paura. Per questo motivo racconta.

venerdì 4 dicembre 2009

Il mio corpo è un incendio

Le “sfide” di Puccetto nelle sale del Castello Carlo V a Lecce

Da oggi sabato 5 dicembre (vernissage alle 19.30) sino al 6 gennaio 2010 le sale del Castello Carlo V ospitano la pittura di Antonio Rocco D’Aversa.

E’ pittura viva quella di Puccetto. Pittura che viene dall’urgenza del corpo, una necessità espressiva che muove poesia mutandola in colore, in concreto atto di attacco: questo è un’imbrattamento. Una lotta, una sfida! Osare è cifra fondante in quest’agire. Motivo d’un riscatto che oggi abita le stanze paludate di un ‘castello’...

A pensarci bene solo una “t” è di troppo per dire ‘casello’ - il luogo dove quest’arte si fa opera - che sempre reggia è, se ci abita l’arte, il cercare, l’impazienza, la ribellione, il contemplare! Recinto d’una regalità ‘fatta’ dell’odore forte delle trementine e delle vernici, scandita dal trillo d’un telefono a muro, di bachelite nera, che annuncia il passaggio dei treni.

Eppure quello è un mondo fermo, nonostante il trafficare del passaggio a livello. Un mondo custodito tutto intero nella sua purezza che cova ingegno per far furba la mano e sagace l’occhio nel guardare in divenire.

Antonio Rocco D’Aversa è poeta, di scritture fini che mischiano la lingua e la declinano nell’incanto di visioni prossime a pochi. E’ miracolo il suo versificare, come miracolo è l’equilibrio che le sue “pezze” accolgono nel calibro del graffio, della pennellata data con le mani, nello stridere d’una punta sulla superficie. Scive Puccetto: La mia pelle è una terra/ Il mio corpo un sentiero senza destino/ La mia vita è un errore/ La mia mano una radice disposta sull'orizzonte/ L'odio è una bocca piena di sabbia/ La mia pelle rubata al tempo/ Nel pozzo profondo esistono immagini/ E un grido che nessuno ascolta/ Io sono affascinato dal pozzo poiché è là che e mie grida mi abbandonano/ Il mio corpo è blu e non riflesso di luce/ Io sono un secolo di silenzio e di argilla/ Un campo tracciato dalla notte/ Il mio corpo è un incendio. (m.m.)

martedì 1 dicembre 2009

Ciao Bruno Brancher, sia quiete adesso, soltanto quiete!

Nella foto di Fernando Bevilacqua
Antonio Verri, un vecchio, Antonio Toma e Bruno Brancher