lunedì 30 novembre 2009

Irene Leo: Sudapest

Poesia/ L'esordio di Irene Leo: Sudapest

L’arte è semplice: dar vita ai pensieri sotto forma di parole. Pensieri, quindi, non meri significati: tinte , sensazioni, deformazioni dell’anima , ultrapercezioni, temperature, rumori.

Vincenzo Ciampi

Si dice che l’incipit conti molto, in un libro. Se è così, quello di “Sudapest” (di Irene Leo; Besa Edizioni – Poet Bar, pagg.60,) è decisamente accattivante : “Corre il tempo su pattini a rotelle, le vedo, sfuggite a qualche mente distratta,stridule di pietra calcarea bianca. Polvere sugli intarsi delle ombre finemente concesse allo sguardo. Scoscesa la veste su anche sottili e dorate di sole, quelle di voci infantili e tiepide, affacciate all’albore della signora vita”.

C’è il Salento, non più luogo della memoria, ma della vita quotidiana: con le sue assenze e il suo accento, che si legge e si ascolta non fra le parole ma fra le immagini e i suoni. C’è il trionfo di una sinestesia prevaricante, perché la Leo non è mai monosensoriale, neppure nelle virgole: i suoni si vedono, le parole si guardano, gli uomini si odorano, i cieli si toccano. Sensuale e terrena, ma con lo sguardo sempre catturato dall’aria, senza distinzione fra prosa e poesia, nel realismo integrale dell’immaginazione. Narrazione povera di fatti ma ricca di eventi, atemporale, perché tutto è sospeso eppure vivente. Personaggi maschili come specchio di un’anima femminile, ovviamente barocca ma senza frivolezze, abituata a cibarsi di pane e poesia fin dall’infanzia.

Dialoghi secchi captati da ricettori ipersensibili nascosti nell’anima, come una spia del tempo e del luogo; embrioni di storie e di ricordi, che un giorno verranno raccontate, quando la scrittura accetterà la banalità del tempo e del luogo; storie per ora solo annunciate, e racchiuse nella sintesi che vuole essere poetica sempre e comunque, senza se e senza ma, anche omettendo di produrre versi, perché è questa l’inclinazione, musicale e fantasiosa, della scrittrice.

“Sudapest” racchiude il germe di storie future , ed è scritto su un pentagramma neppure troppo occultato .“Sonate”, infatti, sono definiti, i capitoli, o i quadri, affidati all’intepretazione della lettura – la Leo scrive per leggere, prima ancora che farsi leggere – che non sarà mai uguale ogni volta che sarà reiterata, come avviene per i pianisti di talento. Provare per credere.

Contrasti. Modalità espressive che da liriche diventano crude, senza passare per la prudenza del preavviso: “Quando apri le ali ancora e ancora, non trovi il mio corpo come nido a sorreggere le tue sottili braccia bianche di luna, né le rose asperse tra profumi di noi, e liquidi di pelle madida di amore a rendere loro vita”. Ma, poco dopo: “Le mie dita, invece, sono già ferite da scheggia di cane, dove mai più sorgerà primavera. Il miracolo non accade...”.

L’arte è semplice: dar vita ai pensieri sotto forma di parole. Pensieri, quindi, non meri significati: tinte , sensazioni, deformazioni dell’anima , ultrapercezioni, temperature, rumori . Esprimibili in nessun altro modo che questo. La concatenazione logica che dà luogo al linguaggio arriva dopo, perché i significati sono già catturati nel momento che precede l’atto della scrittura. Scrittura che quindi ne fluisce già depurata e libera dall’ansia di spiegare e raccontare. Scrittura ad alta definizione.

Sessanta pagine sono poche, e sono abbastanza. Poche per mantenere le promesse, abbastanza per renderle ambiziose, e giustificare l’attesa di percorsi più lunghi, lavori più strutturati. In “Sudapest” c’è l’autosufficienza del fatto compiuto, e la scommessa di future imprese. Si giustifica da solo, è scrittura pura, che non cerca compiacenza del lettore, si offre senza compromessi, non evoca similitudini di vita, non parla a chi legge di lui stesso. Non nasce per piacere, bensì per l’impellenza di esistere. Energia che, com’è noto, può stemperarsi solo sulla carta. Un atto di altruismo, dopotutto, oltre che di libertà.

mercoledì 18 novembre 2009

Salvatore Toma e l’amore per la natura

A me Dio piace indovinarlo/ in una pietra qualunque,/ in un'infanzia serena,/ in un frutto maturo,/ nell'onda del mare,/ che come la morte cancella il mio nome".

In Salvatore Toma c'è “una tensione del corpo verso le parole che precede ogni immaginario. Le parole si fanno vita, esistenza tesa alla poesia come la corda tende l'arco alla sua massima potenza. La poesia, come massima espressione della vita.

Francesco Aprile

La fine come inizio non poteva che essere il risultato di una voce eterna, da consegnare all'etereo sentire di un palpito nell'aria. Nella poetica di Salvatore Toma, retoricamente parlando, si intrecciano la morte, l'amore, la natura. Ma c'è consapevolezza, parole che raccontano di una morte che si fa Uno ed esclude il molteplice per poter essere in Dio. Due stati di morte. Quello apparente, quello reale. Quello apparente è una fuga, motivo di catarsi come lo è, all'interno della sua scrittura, l'aspetto animale, il volo degli uccelli. La morte come l’inizio della vita vera. Nascere, crescere e morire per poi essere liberi. Nel gesto estremo stanno i germi della vera vita, della libertà, del riconoscere-conoscere se stessi fino in fondo, in maniera diversa, nuova. “...Ci ho messo una croce e ci ho scritto sopra, oltre al mio nome, una buona dose di vita vissuta. Poi sono uscito per strada a guardare la gente con occhi diversi...”.

Ma c'è anche un'altra morte e coincide con l'idea di Dio raccolta dalla Corti nel postumo "Canzoniere della Morte". "La mia idea di morte si fa chiara/ in questo vuoto, come l'idea di Dio./ A me Dio piace indovinarlo/ in una pietra qualunque,/ in un'infanzia serena,/ in un frutto maturo,/ nell'onda del mare,/ che come la morte cancella il mio nome".

Dio che è in ogni pietra, in un'infanzia serena, è il Dio che ha in sé tutte le perfezioni. Dio che, come un'onda, cancella il nome di ogni essere dopo la morte, è il Dio che è Uno, a cui conviene l'essere puro e non la molteplicità. Ma c'è una nuova religione in Toma, l'uomo e la natura si fanno enti spirituali, una religione animale, senza croci e spine, ma solo col sogno di un volo come liberazione. Toma ci consegna un naturalismo tribale, una sorta di pietas verso gli animali, un ritorno al primitivismo, seguendo le vie primigenie surrealiste, fuggendo da esso, però, nella mancanza di una scrittura automatica, ma scrittura pesata e forgiata dalla natura, dall'amore per gli animali, dal suo cogliere l’attimo.

"Quando sarò morto/ che non vi venga in mente/ di mettere manifesti:/ morto serenamente/ o dopo lunga sofferenza/ o peggio ancora in grazia di Dio./ Io sono morto/ per la vostra presenza".

Autore raffinato, nascosto dietro finta sciatteria metrica, di una scrittura selvaggia che è un continuo manifestarsi e adagiarsi di vita fiabesca, che altro non può fare se non stagliarsi fra natura e parole. In Toma accade che il mondo reale si evolva cattivo, come la società ed il suo essere arida, cinica, oscura. E l'unico rifugio è un volo, una fuga nel mondo "animale", "naturale", come lo sguardo di un bambino, l'essere in rapporto col fiabesco lungo le corde di uno sguardo che ammicca costantemente allo stupore, invaghito delle fughe nell'incanto. Il regno animale come catarsi.

La sua è una poetica dell'incanto, dove natura, morte, amore, altro non sono che la manifestazione suprema del suo stupore, il punto massimo di un'esistenza conscia di una tensione del corpo verso le parole che precedono ogni immaginario e, anzi, si fanno vita, esistenza tesa alla poesia come la corda tende l'arco alla sua massima potenza. La poesia, come massima espressione della vita. Ed è a questo punto che natura, amore, morte, si fondono nella poesia, in una vita che è poesia stessa, massima espressione della parola in versi.

"Il poeta esce col sole e con la pioggia/ come il lombrico d'inverno/ e la cicala d'estate/ canta e il suo lavoro/ che non è poco è tutto qui./ D'inverno come il lombrico/ sbuca nudo dalla terra/ si torce al riflesso di un miraggio/ insegna la favola più antica".

Il poeta è, così, natura, e dunque amore, perché in Toma solo l'amore regna verso la natura, e, poi, è morte, favola e stupore. L'incanto della favola più antica. Parole in cui vita e morte coincidono: “Alla deriva/ c’è invece il mare/ il mare aperto infinito/ alla deriva/ c’è finalmente la vita/ filtrata digerita/ c’è la leggerezza/ del corpo vuoto”.

La vita e la morte che coincidono sono la paura più grande per lo stesso Toma, l’impossibilità di tornare al passato, raggiungerlo, ripetersi, lo strazio più grande per il suo amore, per la sua donna, dove le sue parole si tramutano, da parole per la sua donna assumono i connotati del suo dilaniarsi l’anima alla ricerca di ciò che il tempo sacrifica sull’altare della vita/morte. L’equilibrio è un ammiccare al vento, la pace degli intenti è un susseguirsi di sé allo scoppio di un’emozione, rintracciarsi nella luce del sole al mattino, nella luce del sole al tramonto, nella luce della luna la sera, sotto un corpo percorso da stelle ed un cielo di piante, fiori erba. Dissolversi nello scorrere dell’acqua di un fiume, sfociare nel mare e ritrovarsi nuovo, raggiungersi e scoprirsi nascosto nel fondale marino invaso da pesci e desideri di luna ondeggiante, nei capricci dei palpiti assopiti che si risvegliano sotto i colpi della brezza nell’incessante ricerca dell’attimo trafugato dalle parole, in una continua versificazione della vita/morte, dei piaceri/dispiaceri. Contare paure che si dissimulano ai quattro venti, lungo le pieghe della felicità di un bambino, nella naturale dolcezza di un cielo che scopre tutta l’essenza di un incantato indovinarsi fra le forme delle nuvole.

Salvatore Toma, è nato a Maglie l'11 maggio del 1951. Poeta, muore il 17 marzo 1987 per via di una cirrosi, declino alcolico del corpo. Dal 1970 al 1983 pubblicò sei raccolte in versi: Poesie, Ad esempio una vacanza, Poesie scelte, Un anno in sospeso, Ancora un anno, Forse ci siamo. Maria Corti, curò l’edizione del “Canzoniere della Morte”, pubblicato postumo da Einaudi.

martedì 17 novembre 2009

Oh! Novecento

Nel libro “Modernità del Salento. Scrittori, critici e artisti del Novecento e oltre”, di Antonio Lucio Giannone edito da Congedo, una raccolta di interventi, articoli, brevi saggi, recensioni, di questi ultimi anni, che lo studioso ha riunito in volume, dividendo il lavoro in tre sezioni: 'Attraverso il Novecento', più vasta delle altre, contiene quattordici scritti sulla letteratura e la critica salentina; 'Tra letteratura e arte', contiene sette scritti che prendono in esame i complessi rapporti tra artisti e letterati salentini; 'Critica, narrativa, poesia', raccoglie dodici brevi recensioni, e può essere considerata come la parte in cui meglio si rivela la propensione dello studioso alla critica militante.


Gianluca Virgilio

Sono passati nove anni dall’inizio del nuovo secolo, e già possiamo affermare quanto i nostri antenati salentini di cento anni fa difficilmente avrebbero potuto dire in riferimento al secolo che li precedette, ovvero che la periodizzazione e storicizzazione del Novecento è cosa fatta. Voglio dire che noi disponiamo, grazie agli studi condotti da un cinquantennio in avanti nell’Università del Salento, di una ben precisa narrazione storiografica, suscettibile certamente di aggiunte e aggiustamenti, ma ormai ben delineata nella sua periodizzazione e nelle sue figure fondanti, che gli studi di contemporaneistica hanno messo in luce con non poche pubblicazioni specialistiche. Si legga, a questo proposito, l’ultimo libro di Antonio Lucio Giannone, Modernità del Salento. Scrittori, critici e artisti del Novecento e oltre, Congedo Editore, Galatina 2009, pp. 236, e si avrà la riprova di quanto ho appena detto.
Giannone, come molti sanno, è professore ordinario di Letteratura italiana contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università del Salento. Chi meglio di lui potrebbe fornire ragguagli sul canone - si prenda il termine senza alcuna accezione prescrittiva - della letteratura novecentesca salentina?
Il libro di cui parlo è frutto di una raccolta di interventi, articoli, brevi saggi, recensioni, ecc., perlopiù di questi ultimi anni, che lo studioso ha riunito in volume, dividendola in tre parti: la prima, Attraverso il Novecento (pp. 13-143), più vasta delle altre, contiene quattordici scritti sulla letteratura e la critica salentina; la seconda, Tra letteratura e arte (pp. 145-184), contiene sette scritti nei quali Giannone prende in esame i complessi rapporti tra artisti e letterati salentini; la terza, Critica, narrativa, poesia (pp. 185-221), raccoglie dodici brevi recensioni, e può essere considerata come la parte in cui meglio si rivela la propensione dello studioso alla critica militante.
Quale Novecento letterario, artistico e critico, dunque, è quello che Giannone delinea per il Salento?
Il Capitano Black
Alle origini del Novecento letterario salentino figura Giuseppe De Dominicis (detto il Capitano Black). Giannone analizza l’ultima raccolta del poeta di Cavallino, “Spudhiculature”, ovvero “briciole”, del 1903, due anni prima della morte del poeta, rinvenendone il “motivo conduttore che accomuna le varie liriche… il tema della condizione umana” e “una concezione pessimistica e sconsolata dell’esistenza, che a lui sembra caratterizzata, oltre che da caducità e fragilità, da innumerevoli problemi di ogni tipo: fame, miseria, malattia, infermità fisiche e mentali, passioni rovinose come l’amore che può portare alla morte…” (p. 15). Il critico individua in particolare, in alcune delle ultime poesie, “un De Dominicis per certi aspetti sorprendente, con una sensibilità decisamente più moderna e aperto a una problematica e a suggestioni tipicamente novecentesche” (p. 18).
Il Futurismo
Ma è soprattutto col Futurismo che la modernità fa irruzione nel Salento. E qui si fa sentire lo studioso del Futurismo (si ricordi che Giannone ha scritto L’avventura futurista. Pugliesi all’avanguardia (1909-1943), Fasano, Schena, 2002): “…Lecce anzi, nonostante la posizione periferica e decentrata, può vantare una sorta di primato nella ricezione del movimento marinettiano rispetto a tutte le altre città del Sud e, per certi aspetti, anche rispetto a Napoli. Infatti, fin dal 1909, l’anno stesso di fondazione, questo movimento, oltre ad essere ben conosciuto e ampiamente discusso su numerosi periodici salentini, aveva già i primi adepti e simpatizzanti. Nel 1910, inoltre, a un giovane critico della provincia, Mimì Frassaniti, in contatto epistolare con Marinetti e altri futuristi, si deve il primo, organico tentativo in campo nazionale di delineare le caratteristiche del movimento in uno studio rimasto inedito. A Lecce, ancora, negli anni immediatamente seguenti, operava uno dei primi, misconosciuti seguaci della pittura futurista in tutta Italia, Antonio Serrano” (p. 27).
Dopo il Futurismo, Michele Saponaro, lo scrittore di San Cesario che tanto successo ebbe in vita e che, dopo un lungo periodo di oblio, oggi torna ad essere studiato. Scrive Giannone: “Ora però è giunto il momento, appunto, di “riscoprire” Saponaro. Tanto più che l’Università del Salento possiede da qualche anno il prezioso Archivio dello scrittore, donato dai figli Giovanni e Silvia attraverso la mediazione di Tondo (...), nonché tutti i suoi numerosissimi volumi, recentemente acquistati e conservati, insieme all’Archivio, presso la Biblioteca del Dipartimento di Filologia, linguistica e letteratura” (p. 46). Di Saponaro, Giannone studia lo scrittore di novelle e romanzi, ma anche il biografo (di Foscolo, Leopardi, Carducci, Mazzini), l’organizzatore culturale e il direttore di riviste, oltre che l’autore e il critico teatrale, ben consapevole che “siamo solo all’inizio di questo lavoro di riscoperta e valorizzazione che non deve interessare solo gli studiosi - scrive Giannone -, ma si deve estendere agli studenti, agli insegnanti, ai lettori salentini perché un autore come Saponaro sia conosciuto e apprezzato come merita in campo nazionale ma anche e soprattutto nella propria terra” (p. 53).
Bodini, Bene e la concezione del Barocco
E poi ecco due autori centrali del canone novecentesco salentino, Vittorio Bodini e Carmelo Bene (quest’ultimo, a mio avviso, un po’ negletto dagli studiosi locali), accomunati, secondo il critico leccese, da alcuni punti di convergenza: la concezione del barocco, l’interpretazione della figura di Giuseppe Desa da Copertino, i fatti di Otranto del 1480, che Giannone mette in luce al fine di “offrire un contributo al dibattito sulla identità salentina” (p. 55). Su tutti, mi piace riferire l’interpretazione bodiniana del barocco, così come è riassunta dal critico: “Come interpreta il barocco leccese Bodini? Non tanto e non solo come uno stile architettonico e artistico che ha dato a Lecce la sua inconfondibile fisionomia ma come una condizione dello spirito in cui si riflette il senso del vuoto, l’horror vacui, che i leccesi cercano di colmare con l’esteriorità, l’ostentazione, l’oltranza decorativa, tipica delle chiese e dei palazzi della città” (p. 56). Si consideri, a questo proposito, che Giannone ritiene misconosciuta a livello nazionale l’opera di Bodini “che continua ad essere sistematicamente ignorata dalle più importanti antologie della lirica italiana contemporanea (Sanguineti, Mengaldo, Cucchi-Giovanardi, Segre-Ossola)” (p. 191). Lo studioso richiama anche il giudizio di Bodini sulla rivista di Girolamo Comi, “L’Albero”, avente per lui “una chiara impronta ermetica e un carattere astrattamente universalistico” (p. 61). Ragion per cui Bodini fonda nel 1954 a Lecce la rivista “L’esperienza poetica” (cfr. le pp. 61-63).
Le riviste
Proprio alle riviste è dedicato il cuore pulsante della prima parte del libro. Giannone pensa che la storia delle riviste possa ben rappresentare il “panorama dell’attività letteraria nel Salento”, di cui egli fornisce una precisa periodizzazione. Il centro cronologico di questa periodizzazione è il 1970, anno della morte di Bodini, “che dagli anni Trenta agli anni Sessanta aveva caratterizzato la vita culturale leccese con la sua forte personalità e le sue iniziative. Inoltre, perché nel 1970 ha inizio la nuova serie dell’ “Albero”, che – scrive Giannone – deve essere considerata la più importante rivista letteraria salentina (e forse meridionale) del secolo appena trascorso.” (p. 83). Questa nuova serie de “L’Albero”, a cura di Oreste Macrì e Donato Valli, che va avanti fino al 1985, continua “la migliore tradizione letteraria salentina riallacciandosi ai periodici leccesi degli anni Quaranta, da “Vedetta mediterranea” a “Libera voce”, fino al “Critone” (p. 83). Accanto alla nuova serie de “L’Albero”, poi, negli anni Settanta “si formano gruppi e gruppetti d’avanguardia ed escono alcune riviste che si collocano nell’area della più avanzata sperimentazione” (p. 103). Il riferimento è a “Gramma” e a “Ghen” (pp. 103-108), e poi ancora al “Pensionante dei Saraceni” e “l’Incantiere” (p. 121), di cui lo studioso ricostruisce la genesi e i modelli, cita i fondatori e i redattori.
Vittorio Pagano
Girolamo Comi, Vittorio Bodini, Vittorio Pagano restano i nomi più citati (a Pagano è dedicato il paragrafo 6 della prima parte, pp. 65-72), a proposito dei quali lo studioso esprime il suo rammarico per la mancata o incompleta valorizzazione sul piano nazionale: “E se Comi e Bodini purtroppo, nonostante il loro indubbio valore, sono spesso assenti in dizionari, storie letterarie e antologie scolastiche, Pagano poi, in queste opere, non figura mai” (p. 65), scrive con rammarico Giannone; aggiungendo che, se Comi viene solitamente inserito nella cosiddetta “linea orfica”, insieme ad Arturo Onori, e Bodini in una linea sperimentale, tra ermetismo e neorealismo…, di questo scrittore [Pagano] risulta difficile stabilire esattamente la collocazione” (p. 66). Eppure è Pagano che, curando il supplemento letterario del “Critone” a partire dal giugno 1956, “prende il testimone proprio da Comi anche in questo tipo di iniziativa. Pagano ristabilisce il legame culturale tra Lecce e Firenze, nato ai tempi della “terza pagina” di “Vedetta Mediterranea”, redatta da Vittorio Bodini e Oreste Macrì, e dà al supplemento una chiara impronta postermetica…” (p. 120).
Paolo, Politi e Rizzo
Quel che è detto di Pagano a proposito del suo mancato riconoscimento sul piano nazionale, potrebbe essere ripetuto di molti altri scrittori, per esempio Salvatore Paolo (gli è dedicato il paragrafo 7 della prima parte): “Questo ovviamente, precisiamolo subito, non vuole essere un discorso di carattere campanilistico o provincialistico, non tende cioè a rivendicare le grandezze di glorie e gloriuzze locali, ma è invece un discorso di tipo metodologico, cioè un invito a studiare la letteratura di una regione periferica come il Salento in maniera critica, senza farne l’apologia, e mettendola sempre in rapporto con la cultura nazionale, secondo una prospettiva policentrica dello svolgimento della letteratura italiana” (p. 73). Insomma, il pericolo di scadere nel provincialismo c’è, e Giannone lo sa bene. Ma forse è necessario correre questo pericolo, e schivarlo grazie a un surplus di pensiero critico, se si vuole agganciare il treno della storia e non rimanere esclusi dalle correnti moderne della cultura italiana ed europea.
La prima parte del volume si chiude con due saggi: l’uno dedicato a Francesco Politi germanista e traduttore (pp. 123-131) e l’altro a Gli studi novecenteschi di Gino Rizzo (pp. 133-143). Di entrambi gli studiosi, Giannone segue il curriculum di studi, mettendo in luce scelte, predilezioni e metodo.
L'arte salentina e la letteratura
Nella seconda parte dell’opera, uno scritto sulla Scuola d’Arte di Lecce (pp. 147-152) è l’occasione per una periodizzazione dell’arte leccese dai primi del Novecento al secondo dopoguerra e oltre; il secondo dopoguerra, considerato come il periodo di “maggiore vivacità in campo culturale” (p. 154). Sono poi passate in rassegna alcune figure emblematiche dell’arte salentina novecentesca: Luigi Gabrieli, Mino Delle Site, Cosimo Sponziello, Sandro Greco, Pietro Liaci e Giovanni Valletta. Commentando l’opera pittorica di Luigi Gabrieli, Giannone così scandisce i tre diversi momenti dell’arte leccese novecentesca: “…Gabrieli, nato nel 1904, appartiene alla seconda generazione dei pittori salentini del ‘900, insieme a Temistocle De Vitis, Pippi Starace, Gaetano Giorgino, tutti del 1904 e Mario Palumbo (1905). La prima è stata quella di Geremia Re e Vincenzo Ciardo, i due maestri riconosciuti della pittura salentina del Novecento, nati entrambi nel 1894. La terza generazione, quella di Della Notte, Carlo Barbieri e Fernando Troso (1910), Roberto Manni (1912), Delle Site (1914), Suppressa e Sponziello (1915)” (p. 154). A proposito di Sponziello, Giannone richiama l’attenzione sugli “intensi sodalizi” che caratterizzarono i rapporti tra artisti e scrittori tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta del Novecento: “Di quell’esaltante stagione [Sponziello] fu anzi uno dei protagonisti accanto a Nino Della Notte, Aldo Calò, Lino Paolo, Suppressa, Luigi Gabrieli e agli scrittori Vittorio Bodini, Vittorio Pagano, Luciano De Rosa, con i quali quegli artisti sono stati legati spesso da intensi sodalizi” (p. 171). Per venire poi agli ultimi tre decenni del secolo scorso, caratterizzati da “un vivace sperimentalismo”, nei quali la ricerca artistica salentina “continua a dimostrare una sorprendente vitalità, a ulteriore conferma – aggiunge Giannone – della singolare vocazione culturale di questa terra, che ha saputo recepire con prontezza e a volte con originalità i principali movimento artistici e letterari contemporanei, dal futurismo al novecentismo, dall’ermetismo al neorealismo, fino alla neoavanguardia” (p. 183).
Nella terza parte del volume, lo studioso leccese recensisce alcuni libri pubblicati da autori locali negli ultimi anni, sempre stando molto attento a cogliere l’aspetto caratterizzante l’opera e lo scrittore. Così, per fare solo qualche esempio, di Emilio Filieri è messa in luce “la concezione policentrica della storia della letteratura italiana” (p. 193), alla quale va il pieno consenso di Giannone, di Giuseppe Minonne “la vocazione pedagogica del narratore” (p. 197), dei racconti di Maddalena Castagneto Guidorizzi l’aspetto “lirico, evocativo, che lascia le situazioni nel vago, nell’indistinto…” (p. 199), ecc.
In conclusione, bene ha fatto Giannone a raccogliere in volume i disiecta membra della sua produzione sulla letteratura, l’arte e la critica salentina. Il libro, infatti, risulta utile al lettore non solo perché gli permette di entrare nel laboratorio degli studi di letteratura contemporanea dell’Ateneo leccese, ma anche perché gli suggerisce una ben precisa linea di svolgimento della letteratura e dell’arte salentina; di un Salento affacciatosi, forse un po’ tardi, alla modernità, che ora la critica letteraria e la ricostruzione storiografica rivendicano come fondamento identitario di un popolo.