mercoledì 28 ottobre 2009

Giuseppe Greco, la lingua dialettale

Poesia/ Giuseppe Greco“Traini te maravije/ Misteri te culori te tanti jaggi. Poisie”


Un libro di 48 pagine di testi e 48 di immagini in quadricromia delle stesse liriche nella composizione colorata. Giuseppe (Pippi) Greco tiene a precisare che si tratta di una «raccolta d’opere di segni-colori-parole, tecnica mista/ dialetto di Parabita/ dialetto e italiano/ italiano».


Giuseppe Greco, in questi anni, mi sono abituato a vederlo vivere come un umile fraticello (nel senso francescano) che compone i suoi versi in vernacolo per poi presentarli ai suoi occasionali lettori e aspettare da loro un giudizio. Mai che l’abbia visto fregiarsi di questa o di quest’altra onorificenza; perfino gli stessi primi premi, da lui vinti in importanti concorsi di poesia, li cita con discrezione, quasi sotto voce.


La meraviglia nella lingua

Maurizio Nocera


C’è stato un tempo in cui Giuseppe Greco si faceva chiamare Josè Amaz Greco, con l’accento sulla o, quasi a dare un senso di esotico al suo nome. Tutti noi, a quel tempo, giovani come lui (ma forse lo siamo ancora – almeno nella mente – con i nostri 60 anni suonati) conoscevamo Josè per la sua bravura nel dipingere e disegnare, e soprattutto nel ritrarre gli amici. Tanto era il suo amore per l’arte che sarebbe stato ovvio per lui finire ad insegnare in una scuola come gli è poi accaduto di fare per 35 anni nell’Istituto Statale d’Arte parabitano.

Parabita, l’antica messapica Bavota, è la sua amata città, culla e madre di non poche genialità non solo nel campo dell’arte (penso al pittore e critico e storico dell’arte Enrico Giannelli, nato sì ad Alezio nel 1854 ma vissuto per tutta la vita e poi morto a Parabita nel 1945), ma anche in quella dell’umane lettere (penso al grande Ascanio Lenio, detto il Salentino che, nel 1531, pubblicò a Venezia il poema epico-cavalleresco “Oronte gigante ”), e culla anche di buoni poeti come, ad esempio, Rocco Cataldi, Cesare Giannelli, Tommaso Ravenna, altri ancora.

Quand’eravamo giovani, sapevamo poco dell’attività poetica di Giuseppe (Pippi) Greco, e lui, per la verità, data l’indole schiva ed essendo piuttosto defilato, nulla ci faceva trapelare. Ma, ad un certo punto della nostra vita, egli ha cominciato a donarci, quasi in modo giustificativo, delle bustine di plastica porta-santini, solo che al posto delle immaginette c’erano dei versi incorniciati ora di colori a pastello ora acquerellati. Sempre come si fa con i documenti importanti, Giuseppe poneva, a fine lirica, il suo nome e cognome, il giorno e non poche volte anche l’ora di composizione. Il motivo vero di questo suo comportamento non era tanto nel farci sapere che lui componeva versi, ma verificare le nostre reazioni rispetto a quello che di lui andavamo leggendo.


Bustine di versi

Per anni, forse a partire dal 1983, data della sua prima bustina – “’U specchiu sape” –, ho esortato Pippi a pubblicare in un libro le sue liriche in vernacolo. La risposta era sempre la stessa:

«Ma sai, con questa poesia ho vinto tale premio in quella città, con quell’altra ho vinto tal’altro premio, ...». E per quanto riguarda la pubblicazione, anche in questo caso, sempre delle mezze risposte del tipo: «Ma, mo’ vediamo»; «Sì, è vero, ci devo pensare seriamente»; e giù altre giustificazioni. Mai un dato certo, mai una risposta concreta. Poi, ad un certo punto – anno 2008 – finalmente Pippi mi telefona e mi dice: «Ho stampato il libro. È stata l’associazione “Progetto Parabita” che l’ha proposto e curato».

«Finalmente!», dico io, «Finalmente Pippi Greco. Quanta attesa e quanto difficile mi è parso questo parto!».

Ma perché Pippi ha atteso tanto a pubblicare? Fondamentalmente – almeno così io penso –nonostante i numerosi premi ricevuti come migliore poeta in vernacolo e migliore interprete e lettore della stessa, si è sempre considerato non all’altezza di una pubblicazione vera e propria. Ovviamente, chi lo conosce e chi lo ha letto sa che questa è una condizione tipica di chi veramente crede e ama quel che fa, senza nessun trionfalismo, senza nessuna enfasi.

Per quanto mi riguarda, in questi anni, mi sono abituato a vederlo vivere come un umile fraticello (nel senso francescano) che compone i suoi versi in vernacolo per poi presentarli ai suoi occasionali lettori e aspettare da loro un giudizio. Mai che l’abbia visto fregiarsi di questa o di quest’altra onorificenza; perfino gli stessi primi premi, da lui vinti in importanti concorsi di poesia, li cita con discrezione, quasi sotto voce.


Il libro

Dunque, finalmente il libro. S’intitola “Traìni te maravije/ misteri te culori te tanti jaggi/ Poisie ” (a cura dell’Associazione Progetto Parabita, giugno 2008, pp. 90, suddivise in 48 pagine di testi e 48 di immagini in quadricromia delle stesse liriche ma nella composizione colorata). Giuseppe (Pippi) Greco ci tiene a precisare che si tratta di una «raccolta d’opere di segni-colori-parole, tecnica mista/ dialetto di Parabita/ dialetto e italiano/ italiano». La traduzione del vernacolo è affidata a Giuliana Coppola, che riesce a conferire ai versi un ottimo italiano, mentre la prefazione è di Donato Valli che, infallibile come sempre, riesce a dissotterrare il senso vero del fare arte e poesia dell’autore. Scrive che la poesia di Giuseppe Greco rispecchia una nota di «classica sobrietà […]: poesie vivide di colori (anche il dialetto che usa senza ausili di retorica e di dottrina è, in fondo, un colore della parola), quadri densi di parole, cioè di messaggi e di tensione comunicativa. Le sue poesie si possono contemplare come si contempla un quadro; i suoi quadri si possono ascoltare come si ascolta una musica, una melodia […] Ciò significa che una stessa tensione, una comune suggestione anima le creature di Giuseppe Greco, che altro non sono se non l’oggettivazione dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti. Le sue poesie costituiscono un teatro di apparizioni improvvise: bastano un segno, una traccia, una vibrazione perché gli oggetti inerti si animino di una loro vita e diventino autonomi […]. La loro caratteristica sembra essere, […] una sorta di impressionismo concettuale, cioè una fantasia tutta scontata nella dimensione dell’interiorità e che per questo non sente il bisogno di trasfondersi nella dimensione della forma, che rimane familiare, discorsiva, non perde la classica misura» (pp. 3-4).


Le poesie

Nel leggere le poesie, trovo che solo una di esse (“Sciòscia ” del 14.07.1996, h. 18,57) appartiene al piccolo tesoro di bustine contenenti le liriche colorate, donatemi da Pippi negli oltre 30 anni di nostra conoscenza e amicizia. Tutte le altre non erano di mia conoscenza e ciò mi fa sospettare che di certo la sua produzione va ben oltre la quantità da me intesa. Ce ne sono alcune di un lirismo sublime e di un attaccamento alla vita stupendo. Molte hanno nei loro versi persistenti richiami alle stelle, al cielo e alla luna, un po’ come metafora dei desideri impossibili, un po’ come astri che illuminano il cammino silenzioso e notturno del poeta. Che resta sempre attacato alla sua fede (cristiana) e innamorato ardente della sua terra. In “Salentu ”, scrive: «T’azi a lla mmane e viti lu sule/ ca nsce t’intr’a mmare a lla Palascia e/ la vèspara ca tramonta/ a Santa Caterina/ Brau!/ Stu morzu te terra/ ca se stende ‘mmenzu ‘mmare/ fra la Crècia e la Calabbria/ ‘ntornisciatu te scoji erti e dde/ sàbbia fina fina/ raccoje intr’a llu core chiese ricamate/ a Lecce/ a Vèneri a Paràbiita/ ‘i Màrtiri te Òtruntu/ Caddhrìpuli e Sulitu/ Uscentu e don Tninu/ Lèuca/ San Giseppe te Cupertinu/ e llu sule/ e ccummertazzioni te stelle/ te ‘state e/ qualche fiata l’arcubbalenu culora/ te mare a mmare/ ‘sta terra bbenatitta ca ‘mbrazza/ cinca vene e/ ‘mpuza a lla ‘nchianata/ pe’ lla clorria te Cinca l’ha ‘nventata » (p. 36).

A suo tempo, il possesso del volume che, nella veste tipografica, si presenta come un piccolo gioiello dell’antica arte di Gutenberg, mi portò a verificare i titoli delle poesie del mio tesoretto, scoprendo che le poesie presso di me sono: “’U specchiu sape ” (07.07.83); “’U celu crìggiu ” (1999); “Canisci te stelle ” (15.02.01); “A lla ‘mpete ” (19.11.2001, h. 18,38); “To’ francate ” (10.2.2002, h. 00,16); “’A luna jeu tie l’addhri e lle cose ” (28.7.2002, h. 7,53), stupenda poesia composta di XV brevissime strofe, della quale Mario Marti ha scritto: «elaborata e robusta appare […] come un giuoco di immagini e di movimenti, qua e là difficile da decifrare da parte di chi legge, ma sempre ad alto livello, o quasi sempre»; ”Veni ‘cqua vanda/ ca se vite ‘a luna ” (28.10.03, h. 21,11); “Marìsciu te Natale ” (26.12.03, h. 15,12); “Ttre rose” (29.01.04, h.13,45).

Si tratta di poesie il cui significato è di un’intensità profonda. Il poeta si specchia nelle profondità abissali del cosmo per riemergere con un’umanità viva e attenta al senso della vita, al senso delle cose, della natura e di quanto di più sacro c’è per ogni buon fedele del suo Dio, e Giuseppe (Pippi) Greco è veramente un buon uomo, soprattutto un buon cristiano, la cui religiosità tocca punte di armonia sublime. Leggere “Marìsciu te Natale ” è come assistere silenzioso e assorto ad una funzione religiosa dove il parto del Bambino lo senti vicino come vivo e presente: «’A luna come ‘u sule tante fiate/ se manìscia/ cu sse mmasura sula/ a mmenzu ‘ttante stelle/ sparpajate cusì/ oltre ogni ‘ndoru/ te luci te lanterne/ ‘mpise susu susu a ccraticciate/ intr’a teatri ‘perti intr’a a nnui/ ‘na fiata l’annu/ Tie/ a mmanu ‘na francate te culori/ cu pitti maravije/ ‘ncartate/ comu ricali/ pe’ nnui/ ca ddisegnamu ùli te comete e/ nne prasciamu/ a rretu ‘lli Re Mmaggi/ manu cu mmanu mentru/ ‘ luna/ ne ùnge tutt’e sire te misteri/ te luce janca janca ».


Il cielo grigio

Ma c’è una poesia in bustina che mi ha fortemente impressionato. È del 1999. Il titolo: “’U celu crìggiu ”. In essa, il poeta esprime un desiderio, che è poi il desiderio della nostra umanità, e cioè di come noi umani possiamo cambiare in bene la nostra vita, come tentare di creare un mondo nuovo con colori che meglio si addicono alla nostra dimensione di specie. Il punto di riferimento di Giuseppe Greco è Dio nella sua immensità di creatore dell’universo e così come Dio seppe fare, il poeta ci dice di fare anche noi come lui, sia pure nel nostro piccolo, cioè crearci un nostro piccolo luogo, dove sia possibile sentirci più adatti. È possibile che qualche volta alcuni colori (occasioni della vita) possono non piacere o sembrare meno adatti alla nostra condizione di vita, ma non possiamo negarli, perché essi fanno comunque parte della nostra quotidianità e noi abbiamo la possibilità, quando essi non ci piacciono, di osservarli sotto altri aspetti, con altri occhi, con una prospettiva propria e nuova.

Nei primi versi Greco scrive che il contrasto del cielo grigio è di madreperla quando si staglia oltre l’alto del verde degli ulivi, mentre a fine poesia, annota che se a qualcuno quel grigio non dovesse piacere, può sempre immaginarselo come dipinto di celeste. Si tratta di una metafora che ci dice che noi possiamo stare bene se stiamo bene con noi stessi e se quel “noi stessi” sta bene con gli altri. Oltre la metafora. ci è data la possibilità di guardare tutte le cose, anche quelle che non ci piacciono ma, se sappiamo guardarle bene, non dovrebbe esserci difficile scoprire che in esse c’è anche qualche cosa di buono e di utile. Tutto ciò che ci circonda, in primo luogo l’immensità del cielo poetico, altro non è che il riflesso del nostro stato d’animo. Se un giorno ci sforzeremo di essere felici anche il cielo grigio diventerà sopportabile e, nella nostra immaginazione, si tingerà di celeste.

Il cielo grigio sono i nostri sentimenti di tristezza e malinconia, ciononostante il poeta ci consiglia di avere fiducia e tanta voglia di vivere perché, prima o poi, le difficoltà si supereranno. Bisogna colorare di rosa la vita comunque essa sia, solo così possiamo vederla sotto luci diverse. La poesia – sempre – rispecchia la bellezza del creato, che si vede essenzialmente di giorno. Infatti di giorno si possono notare piccole ed insignificanti meraviglie che non potremmo notare di notte come, ad esempio, il vagabondare delle nuvole. Le piccole opere sono le più grandi in quanto noi dobbiamo sapere ammirare la bellezza dell’ambiente che ci circonda. Nella vita non bisogna demoralizzarsi come quando fuori dalla finestra vediamo il cielo grigio, perché siamo noi a dargli alcune sfaccettature di colore. Basta volerlo, in fondo anche nel buio si può aprire una luce. L’importante non è quello che troviamo alla fine della salita… l’importante è quello che troviamo mentre la saliamo. I cieli grigi arrivano dentro di noi quando meno ce l’aspettiamo. A volte hanno la furia di un uragano, a vote sono lievi come brezze. Ma non si possono negare perché dopo ogni grigio c’è sempre un cielo sereno.


U celu criggiu


U celu crìggiu è ccomu ‘e matreperle

se vite cchiui te jernu quandu ‘u verde

te l’àrbuli t’ulie ete cchiu’ verde

e cquandu ‘u celu crìggiu

se strazza ìssutta ‘mmare

e dduma tanti russi e gialli e rrosa

ddisegna le nuveje vacabbonde

nui fuscimu a ssusu ìi monti erti

cu bbitimu ‘i quatri t’u Signore

e nne ‘nguacchiamu te luce te tanta luce

a lla nchianata

ma a ttie ci nu tte piace

u celu crìggiu

pija t’intr’a ttie

nu picca te celeste e

ddani ‘na llappata.

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