sabato 26 settembre 2009

Sabato 26 settembre, c'è la Festa dei lettori

Il sogno del labirinto
di Antonio Errico

Per tutta la vita sognò il labirinto, Jorge Luis Borges: la biblioteca che esiste ab aeterno ed è infinita, che contiene tutti i libri, la storia minuziosa dell’avvenire, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione della falsità del catalogo autentico, la traduzione di ogni libro in tutte le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri.

In una delle sue Finzioni, intitolata “ La biblioteca di Babele”, Borges racconta che quando si proclamò che la biblioteca comprendeva tutti i libri, gli uomini si sentirono padroni di un tesoro intatto e segreto. Poi alla esuberanza seguì la depressione.

Perché alcuni pensarono che qualche scaffale contenesse libri preziosi e la loro inaccessibilità parve intollerabile; altri che la cosa più importante fosse sbarazzarsi delle opere inutili.

Ma per tutti la biblioteca era l’universo che conteneva ogni vanità e umiltà del mondo, ogni realtà e ogni fantasia, le memorie più profonde e gli irrimediabili oblii. La biblioteca comprendeva tutto il tempo e le spazio, tutti gli inganni, le premonizioni, l’illimitatezza, la finitudine, l’infinito.

Ci sono esistenze piene di libri fin dall’infanzia, che regolano il proprio rapporto con il mondo sul ritmo di una narrazione, che scoprono la realtà attraverso la finzione letteraria, e vivono tutte le esperienze possibili e le storie possibili attraverso le storie e le esperienze che accadono in una scrittura.

Ogni lettore vorrebbe poter dire come Jean Paul Sartre: “ho cominciato la mia vita come senza dubbio la finirò: tra i libri”.

Ogni lettore, in certi giorni, vorrebbe poter fare come Cosimo Piovasco di Rondò che ad un certo punto disse: questo piatto di lumache non lo voglio e non lo voglio. E se ne andò su un albero a vivere e a leggere, e a scambiare libri con quel brigante lettore vorace che era Gian dei Brughi.

Ma da anni e da più parti si proclama la fine del libro e della lettura.

In un saggio intitolato “ Leggere, leggersi”, Franco Ferrarotti pronuncia sentenze lucidamente controcorrente, conseguenze di lunghe, profonde riflessioni. Accende spie che poi spegne e riaccende richiamando con questa intermittenza l’attenzione di chi legge, suscitando interrogativi che riguardano il futuro della civiltà, dei destini individuali e collettivi.

Sono indicatori di grandi equivoci o di sottili e storiche mistificazioni, di forzature o semplificazioni ideologiche che attivano processi di stravolgimento delle strutture e dei sistemi culturali.

Una delle spie di Ferrarotti evidenzia che la confusione dei concetti di progresso e di sviluppo, di scienza e di tecnologia, ha prodotto oltre ad equivoci anche perversioni.

Implicitamente Ferrarotti avverte che si ha necessità urgente e disperata di una cultura, e quindi di un’educazione, che consenta un uso saggio degli strumenti che possediamo, che realizzi la formazione di una personalità e di un pensiero in grado di controllare lo tsunami tecnologico.

Il sociologo prende posizione precisa, inequivocabile. Sbeffeggia le mode. Frantuma il vitello d’oro della tecnologia di massa che da un po’ di tempo tutti ( o quasi tutti) adoriamo. Dice che sta crescendo irresistibilmente l’esercito degli analfabeti alfabetizzati, degli idiots savants aficionados di Internet.

Navighiamo ( o naufraghiamo?) in rete, ci lasciamo sedurre dalla fandonia del tempo reale senza renderci conto che psicologicamente il tempo è la cosa più irreale che ci sia, la più ingannevole.

La tecnologia – sostiene Ferrarotti- è una perfezione tecnica priva di scopo che lasciata a se stessa si risolve in una perfezione del nulla. Eppure noi, in un eccesso di dementia precox, le abbiamo venduto le nostre anime. Abbiamo pigramente creduto nell’ineluttabilità del suo potere; ci siamo acriticamente, indiscriminatamente, ipocritamente, opportunisticamente lasciati richiamare e irretire dalle sue sirene.

Così giorno dopo giorno abbiamo buttato via i libri.

In un passo della Tempesta di Shakespeare, Calibano parlando di Prospero dice: “ è sua abitudine dormire il pomeriggio. Allora lo puoi uccidere, dopo avergli preso i libri. Puoi sfondargli il cranio con un ceppo, o sventrarlo con un palo, o tagliargli la gola col coltello. Ma prima prendigli i libri. Senza i libri è uno sciocco come me”.

Resta una possibilità di salvezza. L’ultima, forse: la scuola. Perché è solo qui che si ha l’interesse di far crescere intelligenze ( che vuol dire esistenze) che sappiano sentire la responsabilità ( pesante) di custodire significati insostituibili, profondi, essenziali.

mercoledì 23 settembre 2009

Davide Barletti nella troupe di fromzero.tv

Abruzzo, storie dalle tendopoli

Dal 15 settembre su WWW.FROMZERO.TV tutta Italia ed il resto del mondo potranno seguire le storie di chi dalle tendopoli della Croce Rossa Italiana, in Abruzzo, affronta l'emergenza e cerca di ricostruire una nuova normalità. E' la serie web di documentari “FromZero” che per mesi seguirà le vite dei nostri connazionali ed operatori d'emergenza in Abruzzo.
Ogni giorno su
www.fromzero.tv potremo essere al fianco di 12 protagonisti accompagnandoli nelle loro conquiste e fatiche quotidiane, tra sconforto e speranze, compleanni, esami a scuola, problematiche di gestione del campo verso un nuovo inizio. Seguiremo Luigi e Patrizia nel loro giro per la città ancora fantasma per prendersi cura dei gatti abbandonati dopo il terremoto, con Sergio, il cuoco, seguiremo la gestione della grande cucina da campo della Croce Rossa Italiana. Aspetteremo con Rosa ed Antonello la graduatoria per le case del Governo e vivremo la difficoltà di trovare lavoro durante la ricostruzione. Con Nicoletta porteremo tra le tendopoli i libri, con il Bibliobus, l'autobus-biblioteca. Seguiremo gli sforzi di Concetta per ricostruire casa e rimettere in moto la sua piccola azienda. Al fianco del capo-campo della Croce Rossa Italiana Ignazio,vedremo la gestione e le difficoltà nel pianificare lo smantellamento delle tendopoli, diventate l’ unico punto di riferimento per la popolazione ma inadatte all’inverno.
Lontano dal buonismo, attraverso lo sguardo di un team di autori e registi documentaristi
“From Zero” farà un quadro lucido, umano e sfaccettato della realtà della ricostruzione.
La storia di ogni protagonista sarà a puntate, un
mini documentario di 3 minuti girato in alta definizione per immergersi nella realtà del dopo disastro senza i ritmi e i luoghi comuni della cronaca e del reportage. From Zero è realizzato da una squadra di registi documentaristi che vivendo e producendo dalla tendopoli, evitano sia l'informazione mordi e fuggi che quella dettata da esigenze di parte, per raccontare il quotidiano.
La tecnologia della rete verrà utilizzata per condividere e conservare un prezioso
archivio della memoria “on line” in tempo reale. Le case di produzione indipendenti “MOVE productions” e “Pulsemedia” portano per la prima volta in Italia, la “multipiattaforma”: un mix tra serie documentaria e sito internet (seguendo una nuova tendenza nel campo della produzione internazionale). www.fromzero.tv consentirà l’accesso gratuito agli episodi e la possibilità di interagire col sito per creare una web community che accompagni con la propria partecipazione la ricostruzione in Abruzzo.
Autore e produttore della serie è Stefano Strocchi, produttore e documentarista e la sua “Move productions” (Torino), con lui la casa di produzione multimediale “PulseMedia” di Roberto Ruini ed un ricco team di registi e montatori provenienti dal mondo del documentario italiano tra cui Davide Barletti e Giotto Barbieri.Il progetto è patrocinato dalla Croce Rossa Italiana che ospita per i mesi di produzione in tendopoli la squadra, la Regione Abruzzo, Provincia dell’Aquila, Film Commission Torino Piemonte, Abruzzo Film Commission.

martedì 22 settembre 2009

Il teatro politico di MArio Perrotta

Nell’ambito della XIII esplorazione del Festival Internazionale Castel dei Mondi di Andria è andato in scena - domenica 6 settembre - per la regia di Mario Perrotta “Il Misantropo di Molière o Dell’individuo VS sociale”. In scena, con l'attore leccese che ha curato la traduzione del testo portato in scena, Marco Toloni, Lorenzo Ansaloni, Paola Roscioli, Francesca Bracchino, Nicola Bortolotti, Alessandro Mor e Maria Grazia Solano.

Lo spettacolo apre la “Trilogia sull’individuo sociale” un'indagine che l'attore - nato a Lecce nel 1970 - svilupperà nell’arco di tre anni. Al Molière, presentato in prima nazionale lo scorso giugno per il Festival delle Colline Torinesi, seguiranno nel 2010 “I cavalieri di Aristofane - o Dell’agone politico e della utopia sociale”; e nel 2011 “Bouvard e Pécuchet di Flaubert - o Dell’utopia individuale”.

“...È nello scontro tra Alceste (il misantropo) e Oronte (l'uomo di potere)
che esplode il massimo abuso, dando segno di una società talmente malata di rapporti di interesse da giustificare la misantropia del protagonista”

«Nel Salento, in Puglia, non giro! Non giro! D'altronde si dice “Nessuno è profeta nella propria patria”. E' toccato a molti! Pensate a Carmelo Bene ed è facile rendersi conto di come le cose vanno nel nostro bel Salento». Ma via, animo! C'è sempre un'altra Patria ad accogliere la maestria e certo, Mario Perrotta l'ha trovata!

Così comincia il nostro dialogo con l'attore interprete di tante narrazioni che hanno riguardato il Sud, quello delle migrazioni, in Svizzera, in Belgio. Uno scavo nei punti di crisi e di bellezza di una società in cerca di futuro: gli Italiani cìncali (zingari) così li chiamavano in Svizzera. E' stato quest'anno finalista per i premi Ubu nella categoria Miglior Attore per lo spettacolo “Odissea”.

Lo raggiungiamo al telefono, ospite nelle settimane scorse del Festival Internazionale Castel dei Mondi di Andria in scena con una sua scrittura scenica de Il Misantropo di Molière.

Dopo il tuo lavoro in solo, torni ad una scena agita con altri attori! Una scelta di produzione? O la necessità di tentare una poetica altra, corale: “Otto solitudini in uno spazio vuoto” per questa riproposta di Molière.
Il lavoro in solo è quello che mi ha dato il successo penso però che il teatro sia anche lavorare insieme agli altri e ne avevo bisogno dopo sei anni di solitudine sul palcoscenico. Dopo seicento repliche fatte sono stanco e soprattutto c'è da dire che mi interessava aprire una nuova fase di ricerca e di confronto in un lavoro corale. Oggi il fatto di essere riconosciuto come attore ed autore mi da la possibilità di portare in giro questo Molière. Ho seguito la mia necessità che era ed è quella di lavorare con altre persone in scena. Certamente tornerò a fare delle cose da solo ma spero di riuscire sempre a mantenere vivo il senso di necessità nel progettare e nel fare il lavoro del teatro.
Dal punto di vista dell'economicità questa indagine sul contemporaneo traversando dei “classici” è controtendenza. Il tornaconto di produzione consiglierebbe - in un momento di crisi totale - di fare cose da solo, con un'economia più sostenibile. Molti mi chiedono “hai raccontato la nostra migrazione e l'immigrazione degli altri perchè non continui...”. Ma a me, uomo di teatro, non importa, sono consapevole che questa idea della trilogia, dell'indagine è un'idea completamente sbagliata dal punto di vista del mercato, ma non sono un commerciante, sono un uomo di teatro.
Mi interessa la poesia.

Questa riproposta di Molière è il primo impegno di una trilogia che si confronta con drammaturgie dense e significative per il nostro contemporaneo. Un trilogia politica?
L'ingombro del sociale, la sua invadenza e la solitudine dell'individuo. Il misantropo di oggi gioca in difesa? E' un eroe che gioca la sottrazione dal dovere, dalla regola, anche dall'odio forse? E' rivoluzionario in una società, la nostra, dove non c'è più il “noi”? Un Misantropo che si fa “militante dell’etica” ha scritto Rossella Battisti su L’Unità. Ritirarsi, negarsi è un po' vincere?

Non mi piace la banalità di far coincidere il teatro civile con il racconto la nostra storia contemporanea. Si fa teatro civile anche con Molière, con Shakespeare. Certo se uno ripropone questi autori per fare museo come fanno la gran parte dei grandi nomi dei nostri palcoscenici, i “vecchioni” che dovrebbero essere in pensione da un pò, non c'è storia, è come imbalsamarli.
Molière, Shakespare non sono dei “classici” la loro scrittura è “universale”, va oltre il tempo e allora, affrontare questi testi in senso politico si può.
Io uso Molière per riflettere sul mio tempo e siccome oggi una delle cose che ci attanaglia di più è l'abuso di potere e quello che comporta lì lo trovo descritto così bene che non vedo perché mi devo mettere a scrivere io quando Molière offre una sostanza drammaturgica ancora generante.
Somigliamo molto alla corte di Re Sole.
Non è un caso se abbiamo un premier che invece di fare il Presidente del Consiglio si crede un Re. Penso che niente si confà di più a lui che chiamarlo Re Sole, ne sarebbe senz'altro felicissimo. Somigliamo molto all'ambiente in cui nasce Misantropo, quello contro cui si scaglia Molière con la sua commedia. La reazione del protagonista se pur “integralista” - è un talebano dell'etica, ma scopre il fianco alla seduzione, cosa che lo rende più umano - le istanze di Alceste (il misantropo, il protagonista), sono assolutamente condivisibili a differenza degli altri malati di Molière.
l'Avaro, il Malato Immaginario, il Borghese gentiluomo, son “malati” di cui nessuno condivide l'approccio all'esistenza, le istanze di Alceste sono invece eticamente profonde, il problema è che un integralismo etico di quel genere porta al solipsismo. Egli però tradisce ogni sua istanza etica di fronte alla pratica dell'amore. E quindi lo demitizzi, sei portato a non credergli più, non sai bene dove collocarlo il suo atteggiamento. Ma le sue istanze le condivido totalmente è chiaro che però bisogna saper vivere al mondo. Sapere che tutto è relativo, almeno nelle cose umane e quindi bisogna imparare ad essere un pò meno integralisti. Viviamo in un mondo dove c'è assenza di valori etici almeno così appare quello che ci proprinano - c'è poi tanta gente che lavora con dedizione e costanza ma purtroppo non la vediamo, non ha visibilità.

L'8 settembre esce il tuo nuovo libro “Il paese dei diari”, lo presenti, con Francesco De Gregori (che riceve quest'anno il premio Città del diario), il 13 settembre a Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo, dove ha sede l'Archivio Diaristico Nazionale, fondato nel 1984 da Saverio Tutino. Lì si conservano i diari, le memorie e gli epistolari degli italiani, fino ad oggi 6000 storie di vita. Perchè questo tuo interesse? La vita, le storie, sappiamo nutrono l'attore, la drammaturgia, il teatro ma c'è anche qualcos'altro custodito nel segreto delle autobiografie, nel privato, nell'intimo di narrazioni scritte per non essere pubbliche?
Trovo l'emozione tradotta in scrittura! Sapendo di non essere letti in un diario si scrive a cuore aperto, si scrive anche l'inconfessabile. Trovi il punto di vista particolare, questa è la cosa che per un teatrante è molto importante. Trovi l'approccio ad un evento storico - interpretato e riconosciuto dalla storiografia in un certo modo - in una visione totalmente personale, una versione parziale che proprio in virtù di questo limite è straordinariamnete teatrale!
Credo che non si da teatro se non c'è un punto di vista.
Se devi raccontare la Storia come ce la raccontano gli storiografi posso ricorrere ad un buon libro di Storia. Se invece devo raccontare l'immigrazione con il mio punto di vista, non avendo vissuto quella vicenda in prima persona, devo andare a cercare le storie piccole delle persone, i loro vissuti, il loro sentire, la loro intimità. Poi, qualcuno può appuntare che quello che fai storiograficamente non è affidabile! Ma che importa! Io, in teatro, devo veicolare emozioni e quello cerco nelle storie.
Per questo ho frequentato Pieve Santo Stefano, per cercare storie.
Poi è venuto “Il paese dei diari”.
All'Archivio avevano visto i miei spettacoli, letto ed apprezzato il mio precedente libro, (“Emigranti express”, edito da Fandango. Ndr) ascoltato la trasmissione che ne è nata (in onda su Radio Due e finalista al Prix Italia, premio internazionale per la radio, televisione e web nel 2007. Ndr) da tutto questo lavoro è venuto il Premio Città del Diario che mi è stato assegnato nel 2008. Era la quarta edizione dopo Marco Paolini, Ascanio Celestini e Rita Borsellino è toccato a me!
Da questa frequentazione e conoscenza è venuta la richiesta di scrivere un libro sulla storia dell'Archivio! A loro piaceva insomma il mio modo di scrivere, io ho proposto un romanzo - non potevo fare un saggio, tracciare un profilo “biografico”, l'avrebbe fatto meglio un giornalista - e allora ho pensato che era meglio raccontare mischiando. Ci sono le figure che realmente vivono l'archivio, c'è Saverio, che è Tutino, l'artefice ci sono le storie dell'archivio e c'è la parte romanzata.

martedì 8 settembre 2009

Carlo Michele Schirinzi / Tangenziale Sud

Arte Contemporanea

Sarà inaugurata giovedì 10 settembre al Museo Nuova Era di Bari, “Tangenziale sud”. personale di Carlo Michele Schirinzi. La mostra che si chiuderà il 30 settembre è a cura di Antonella Marino.
Il 24 settembre alle ore 19.30 l’autore presenterà la videoperformance “Chant”.
L'artista salentino con il video “Prospettiva in fuga” parteciperà alla “Festa del Cinema di Roma” nell’evento collaterale dedicato al cinema sperimentale “1° Fish Eye – International Experimental Film and Video Festival” e ad ottobre, con il video “Notturno Stenopeico” al “31° Cinemed - Festival International Cinéma Mediterranée” a Montpellier in Francia”.

Proponiamo alla vostra lettura la nota critica che accompagna la mostra.

A Kemy
Antonella Marino

È dedicata a Kemy la personale di Carlo Michele Schirinzi che inaugura la nuova stagione espositiva di Museo Nuova Era. Forse non tutti ricorderanno: Kemy era la giovanissima prostituta nigeriana investita e uccisa da un’auto durante un inseguimento con la polizia sulla “tangenziale sud” di Bari, litorale San Giorgio, nel 2008.

Non é evidentemente questo specifico episodio ad ispirare il giovane artista salentino. Kemy è un simbolo o meglio una sineddoche: sta per le tante vittime di quella “transumanza umana” che da anni approda sulle nostre coste e varca i nostri confini nell’illusione di una vita migliore. Kemy rappresenta quel sogno, quasi sempre frustrato. Un sogno che ha mutato la visione geografica, facendo del nostro Mezzogiorno la terra promessa dei profughi, quasi una nuova frontiera. A questa Puglia come nuovo West (raccontato dal cinema a partire da “Lamerica” di Gianni Amelio o “Aprile” di Nanni Moretti), alla “no man's land” di Carmelo Bene in “Nostra Signora dei Turchi” Schirinzi guarda con taglio non cronachistico o documentario, ma attraverso un lavoro profondo sul linguaggio.
Una metaforica “dissolvenza incrociata” su un duplice registro notturno/diurno, costituisce così la struttura della grande proiezione doppia e circolare che avvolge la parete frontale nell'ambiente d’ingresso. Le dissonanti note di Abat-jour (nella versione del 1965 interpretata da Luciano Virgili), rivisitata e disturbata da Stefano Urkuma De Santis, fanno da colonna sonora alla scia lasciata dal motore di uno scafo che solca il mare e che divide verticalmente l’inquadratura. La scena si sposta poi sull’asfalto della strada, ripreso sempre con lo stesso punto di vista centralizzato: sintesi di una “Prospettiva in fuga” che allude ai drammatici viaggi migratori come ricerca appunto di una nuova prospettiva, di fatto però impossibile.

Questa “impossibilità di modificare la propria esistenza”, non ha tuttavia per Schirinzi un valore solo storico e contingente, ma assume un significato più ampio. È il senso d’impotenza che caratterizza in generale la condizione umana, sul solco di un pensiero che dall’assurdo di Beckett vira al grottesco di Jarry, passando per le provocazioni dell’amato conterraneo Bene, e la sostituzione del dramma con la farsa.
Ciò è evidente nell’altro video, proiettato al piano sottostante. Il titolo, Arca di concentramento, rimanda ancora al tema migratorio, alle moderne arche destinate “ai turisti forzati dei naufragi storici”. Con riferimento ad una sorta di diluvio universale, lo scroscio d’acqua di un temporale (come “le docce ad Auschwitz”) bagna le scene di un vecchio filmato porno anni venti. Mentre nei fotogrammi bianco-nero disturbati da salti e inceppi, il reiterato abbraccio di due corpi denuncia “il disperato tentativo di ogni contatto”, la difficoltà di instaurare un vero rapporto (sdrammatizzata da un inatteso twist, sul finale).
Una tematica, quella del “rapporto mancato”, che ritroveremo anche nella videoperformance “Chant”, proposta durante la mostra il 24 settembre. Qui Schirinzi proporrà una “rivisione voyeurestica” del film di Jean Genet Un chant d’amour (Francia 1950) giocando con le dita sul proiettore che trasmette il frammento in cui i due uomini carcerati cercano invano di amarsi attraverso il muro che separa le due celle.
Con sempre maggiore padronanza dei suoi mezzi Schirinzi attinge e mescola ancora una volta repertori alti e bassi, riferimenti colti e popular, mischia pornografia (come “superamento dell’erotismo”) e sacralità, materiali di archivio e attualità. I testi vengono però destrutturati e spesso letteralmente martoriati con graffiature sulla pellicola e sui negativi, quasi a tentare di cavarne il non-senso nascosto.
Operazione colta e poetica al tempo stesso, esplicita nel grande polittico fotografico in otto pezzi, Dissolvenza in chiusura, sempre al piano inferiore: una “trasfigurazione” che parte dalla celebre immagine della Morte della Vergine di Caravaggio, e con successivi passaggi la cancella, approdando dal chiaroscuro al bianco, dalla presenza, o dal suo simulacro, al nulla…

Il Museo Nuova era è in Strada dei Gesuiti 13, 70122 Bari
Orario di visita: 18:00 – 20:30
www.museonuovaera.it
La mostra è inserita nel circuito “Settimana della Creatività Giovanile 2009”
Con il patrocinio di Comune di Bari, Assessorato alle Politiche Giovanili