mercoledì 26 agosto 2009

Del pesce e dell’acquario

di Antonio ERRICO


La poesia matura con le stagioni, con le passioni, con i giorni che vanno e vengono, matura con le illusioni, con i dolori, con le parole che si crescono come mammole nelle aiuole. Poi matura con la ricerca e con l’attesa della sillaba che vorrebbe essere perfetta, del ritmo che vorrebbe trovare consonanza con il respiro, con il battito del cuore, con la pazienza e la sapienza che si devono avere per trasformare il lievito in pane caldo.

E’ maturata in questo modo la poesia di Ilaria Seclì, nei quattro anni passati dalle “Indolenti dipendenze” (Poet/bar Besa) fino a questo recente “Del pesce e dell’acquario” (Lietocolle).

E’ poeta che tende il linguaggio fino allo spasimo, Ilaria Seclì. Che tenta di violare la soglia del dicibile nella consapevolezza che l’indicibile resterà comunque tale. Ma lei si muove lungo quella soglia: guarda al di là, sbircia o scruta, sospettando che ci possa essere, in qualche punto, un varco, una maglia rotta nella rete, un pertugio che consenta l’incursione. Nel frattempo intercetta suggestioni. Tutti i segnali che le arrivano dalla sponda dell’inespresso si fanno seduzione di poesia sulla poesia, per la poesia. Una sperimentazione pacata, serena, meditata, distante da mode , modelli, artificiosità, pensata soprattutto come un confronto con se stessa, con il proprio universo semantico, con la forma del linguaggio che si è impastata ancora di più con la ricerca del pensiero, con una riflessione profonda, essenziale. Ilaria Seclì cerca costantemente la metamorfosi del significato, l’espansione che sia in grado di tessere relazioni tra concetti distanti, associazioni che annodano elementi provenienti da sfere tematiche senza apparente connessione. Ed è probabilmente questa la caratteristica più interessante, perché più di ogni altra rivela l’azzardo del colpo di dadi, la capacità di stringere nodi espressivi fondamentali, l’abilità nel cambiare registro, di intrecciare l’aulico e il quotidiano, l’eco letteraria con un’immagine della memoria.

Ha una fiducia enorme nella parola, Ilaria Seclì, e al tempo stesso sembra che ne tema il tradimento, l’ammutinamento. Allora la sorveglia, stabilisce con essa un rapporto di reciprocità sostanziale, di scambio vitale, quasi a dire: io ti do il mio tempo, i miei stupori, i miei dolori, l’infanzia, la giovinezza, la passione, le verità che conosco; tu dammi sempre il suono, il ritmo, la significanza profonda, dammi l’armonia, la sfumatura, il riflesso, la forma giusta, quella perfetta, anche, se puoi.

Questa poesia è fatta di stratificazioni: percezioni, sensazioni, emozioni che si accumulano, si fanno una cosa sola, diventano esperienza del tempo e della condizione dell’essere, progetto poetico che oscilla tra la sfera esistenziale e quella culturale, che spesso riescono a sovrapporsi perfettamente, a confondersi.

In fondo non dovrebbe essere altro che questo il mestiere del poeta: arrivare ad un punto da non riuscire a distinguere più tra la vita e la scrittura, a renderle inconcepibili separatamente. E’ mestiere che richiede molto apprendistato, questo. Ilaria Seclì si sta rivelando un’apprendista scrupolosa, una che sa conquistarsi gli strumenti, le tecniche, i segreti. Con gli appassionamenti e i sacrifici che ci vogliono. Sarà poeta di grande mestiere.

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