mercoledì 26 agosto 2009

Del pesce e dell’acquario

di Antonio ERRICO


La poesia matura con le stagioni, con le passioni, con i giorni che vanno e vengono, matura con le illusioni, con i dolori, con le parole che si crescono come mammole nelle aiuole. Poi matura con la ricerca e con l’attesa della sillaba che vorrebbe essere perfetta, del ritmo che vorrebbe trovare consonanza con il respiro, con il battito del cuore, con la pazienza e la sapienza che si devono avere per trasformare il lievito in pane caldo.

E’ maturata in questo modo la poesia di Ilaria Seclì, nei quattro anni passati dalle “Indolenti dipendenze” (Poet/bar Besa) fino a questo recente “Del pesce e dell’acquario” (Lietocolle).

E’ poeta che tende il linguaggio fino allo spasimo, Ilaria Seclì. Che tenta di violare la soglia del dicibile nella consapevolezza che l’indicibile resterà comunque tale. Ma lei si muove lungo quella soglia: guarda al di là, sbircia o scruta, sospettando che ci possa essere, in qualche punto, un varco, una maglia rotta nella rete, un pertugio che consenta l’incursione. Nel frattempo intercetta suggestioni. Tutti i segnali che le arrivano dalla sponda dell’inespresso si fanno seduzione di poesia sulla poesia, per la poesia. Una sperimentazione pacata, serena, meditata, distante da mode , modelli, artificiosità, pensata soprattutto come un confronto con se stessa, con il proprio universo semantico, con la forma del linguaggio che si è impastata ancora di più con la ricerca del pensiero, con una riflessione profonda, essenziale. Ilaria Seclì cerca costantemente la metamorfosi del significato, l’espansione che sia in grado di tessere relazioni tra concetti distanti, associazioni che annodano elementi provenienti da sfere tematiche senza apparente connessione. Ed è probabilmente questa la caratteristica più interessante, perché più di ogni altra rivela l’azzardo del colpo di dadi, la capacità di stringere nodi espressivi fondamentali, l’abilità nel cambiare registro, di intrecciare l’aulico e il quotidiano, l’eco letteraria con un’immagine della memoria.

Ha una fiducia enorme nella parola, Ilaria Seclì, e al tempo stesso sembra che ne tema il tradimento, l’ammutinamento. Allora la sorveglia, stabilisce con essa un rapporto di reciprocità sostanziale, di scambio vitale, quasi a dire: io ti do il mio tempo, i miei stupori, i miei dolori, l’infanzia, la giovinezza, la passione, le verità che conosco; tu dammi sempre il suono, il ritmo, la significanza profonda, dammi l’armonia, la sfumatura, il riflesso, la forma giusta, quella perfetta, anche, se puoi.

Questa poesia è fatta di stratificazioni: percezioni, sensazioni, emozioni che si accumulano, si fanno una cosa sola, diventano esperienza del tempo e della condizione dell’essere, progetto poetico che oscilla tra la sfera esistenziale e quella culturale, che spesso riescono a sovrapporsi perfettamente, a confondersi.

In fondo non dovrebbe essere altro che questo il mestiere del poeta: arrivare ad un punto da non riuscire a distinguere più tra la vita e la scrittura, a renderle inconcepibili separatamente. E’ mestiere che richiede molto apprendistato, questo. Ilaria Seclì si sta rivelando un’apprendista scrupolosa, una che sa conquistarsi gli strumenti, le tecniche, i segreti. Con gli appassionamenti e i sacrifici che ci vogliono. Sarà poeta di grande mestiere.

martedì 25 agosto 2009

Come se il rimorso...

[nella foto Piero Rapanà e Fernando Bevilacqua]



Ci vediamo a Melpignano!

Non si dà pace l’amico Fernando! Lo prende un nervoso che lo riempie di macchie rosse. Una reazione allergica che necessita di spiegazioni ‘filosofiche’ per quietarsi. Si danna, per questo Mondo che non riconosce più. Per la sua terra salentina che non riconosce più. Per gli ‘umani’ intorno che non riconosce più.
Mi dice: «Se stanno qui a sentire questa musica che raccomanda memoria, accudimento, legami profondi com’è poi che ti travolgono con il loro desiderio di consumare, consumare, consumare? Se scelgono questo mare, questo paesaggio, questi odori com’è che poi tutto tradiscono con carte, cicche, plastica, vetri e con i loro comportamenti sciatti, irrispettosi, tracotanti?».
Non si dà pace! Vorrebbe gridare, scamiciarsi, urlare. Mai dimentico dell’antica dignità delle cose, nella nostalgia lui trova. Ancora trova, la grande barba del sapiente e la semplicità di sua madre. La camicia bianca del padre e l'odore forte della terra. Anche l'avventura trova con le fughe, curiose di stupore.
Si ferma, l'amico Fernando, vulnerabile e sconfortato, come la sua terra salentina fa silenzio. E ascolta, e guarda preso dai corpi, dai suoni! È più forte di lui! Come se quel ‘rimorso’ di cui tanto ha tanto sentito, letto, sperimentato ora riguardasse non più uno solo, o una, innamorata e persa, ma tanti. Tanti. Lui e tutti quelli intorno. Tutti, proprio tutti, nessuno escluso.

***

Ci vediamo a Melpignano? È oggi che accade! Torna!
La luna è spicchio in cielo. Tenue falce di luna nuova. Fa nascita, auspicio! Confonde col suo mistero un inteso grigio arancio e il sole, vien giù, sprofonda! Si fa Notte.
Ci vediamo a Melpignano, lì c’è la danza, quella che tutti cercano: quel continuo invocare l’amore… il sapore del sale lo assaggio, con la lingua mi lavo il mare!

‘Nnanana nnanana beddhu è l'amore e ci lu sape fa
ballati tutti quanti e ballati forte...

***

Ah! la bua!!! Il male, la malattia. Quale l’antitodo? Alla bua, alla bua! Che dire al tormento, al 'non' che prende e tradisce?
«Amate la vostra dignità di uomini anche se chiusa nell’incertezza della carne» raccomanda accogliente l’oracolo Cristoforo.
Ci siamo,
siam giunti, l’Orda d'Oro ci porta, ecco Melpignano.
«La scorgi la Santa Chiesa? La vedi? È la stessa che apre la Taranta di Mingozzi, ricordi? Il tremolare dei titoli in bianco e nero, il testo di Quasimodo che fa il racconto ed una terra remota appare, bianca, secca secca. Una strada, un carretto e le rovine del Tempio. È questo di adesso che vedi dipinto di luci».
Se assaggio i suoni mi viene sapore di sacro – la teoria delle bancarelle, l'odore di nocciole e di zucchero filato – nutre lo spacco del cuore, il solenne d’una banda. Lo inseguo e trovo angeli sospesi alla luce con quelli di ieri senza nome nell'inchiostro della cronaca: angeli neri, persi nel mare, nell’abbandono.

Non c’è sorriso e c’è! Non c’è identità e c’è! Non c’è paura e c’è.

Ogni cosa impasta il suo credo. E lo vedi il terrore mischiato alla gioia. È tutto sul bilico! È questa vertigine la cultura: ogni atto è essenziale. Ogni cosa vale, scrive. Anche ciò che presto si dimentica è prova.
«Non senti i suoni ‘legati con gli spaghi’? Gli stornelli del ringraziamento?». “La ricchezza mia è la sanità” cantano e il vecchio Aloisi ringrazia i medici del reparto di Ortopedia dell’Ospedale di Galatina (di Galatina, dove opera Santu Paulu) che gli hanno permesso di salire sul palco della grande Notte. “Na, e na, e na” le voci alla stisa fanno il graffio e quelle dello spettacolo s’insinuano. “Che vita infamata è stare carcerata per un'eternità” oppure senti “ca se eri l'amante miu nu me tarantava ieu”. Ecco la chiave: se eri l'amante mio... io ero salva. L'amore ancora, il sentire profondo che le evita d'essere tarantata, d'essere posseduta dalla mancanza.
La terra salentina è tarantata adesso, è 'lei' nel cercare. Non ha quiete, non ha passo di danza che possa salvarla, non c'è l'indiavolata del violinista barbiere ad accogliere. Non ci sono più i passetti del perdimento sul damasco di Maria, nell'intimo della casa. Quella rappresentazione, quella tragicità, quella volontà di un oltre di quiete.

Non c'è! Manca! Adesso quel ri-morso, cerchio del dolore, s'è fatto largo, capiente. È festa soltanto. Soltanto festa?

***

“La patria e l'amicizia è il primo amore”, qualcuno canta dal palco e sulle corde leggere delle mandole e dei violini corre ciò che mischia. «Li senti i nomi?»
Fabrizio, la Fernanda, il maestro Stifani. Anche loro angeli. Custodi del nostro altroculturale. Vogliono che sia sostanza di coraggio. Non è questo la festa? Rinnovamento: osare, sempre vivi, esserci! Cercare quello che non sappiamo, che forse non sapremo mai, ingoiato nei segreti della notte d'ognuno. Mistero di grilli, di cicale addormentate e di stelle, a volte cadenti, a portare desideri, il mai, il forse. La speranza insomma che mai rimorso dovremo avere per il non che manca all'amore.
I minatori di Santa Fiora, l'angelica d'Africa, e la furia di stella Z ci aiutano a rifare la Puglia. Ehi! L'acqua nu la menare, provaci. Proviamoci a salvarla e con lei... il 'ragazzino'!

***

Lasciato Fernando, rifletto: il repertorio e gli interpreti. Questi gli ingredienti della Notte della Taranta. Un cammino di dodici anni che ha scommesso sulla certezza di crescere. E via via la crescita c'è stata, indubbia, assoluta. Unica, in una scena ormai affollata di eventi che inseguendo confondono, strafanno, senza alcuna economia e chiarezza di orizzonte. Dodici anni. S'invoca il cambiamento. Utile? Forse sì, forse no! Il passo preso dalla ricerca e dagli interpreti dimostra d'essere emancipato e libero da qualsiasi soggezione al suono “solito” della Tradizione. E allora, accordarsi alla ricerca, che muove le produzioni d'ognuno di loro, può essere via da praticare per un rinnovamento sostenibile ed attento all'essenziale.

Mauro Marino

giovedì 6 agosto 2009

Locomotive Jazz Festival









Raffaele Casarano


Mauro Marino

Sapete che dicono certi saputi ed eccentrici Assessori alla Cultura o Sindaci con delega all'alto compito dell'intrattenimento nel nostro “bel” Salento: «E' troppo difficile, troppo intellettuale, non capiscono, c'è bisogno di qualcosa di più popolare...».
Questa la considerazione che hanno dei loro concittadini senza valutare la naturale conseguenza logica: evidentemente li hanno votati senza capire ciò che facevano. Ma lasciamo perdere!
Certi ho detto, non tutti, per nostra fortuna, alcuni osano e accolgono, con umiltà le proposte, le sanno valutare e rischiano l'incontro con la comunità e con il pubblico. Si fidano, si fanno “ignoranti” loro, per poter crescere, fare l'esperienza, imparare!

***
Molti amici artisti ed operatori culturali sostengono che il problema è che ad un certo punto s'è creata confusione e il compito amministrativo si è sovrapposto al compito ideativo e creativo.
Dovremmo tornare indietro, alla mancanza, al “che si fa stasera?”. Se c'è un inizio e da trovarsi nell'Effimero di Renato Nicolini, li le radici di questa lento degenerare. L'assessore alla cultura di Roma - nel periodo 1976 - 1985, nelle amministrazioni guidate da Giulio Carlo Argan, Luigi Petroselli ed Ugo Vetere - poteva permetterselo, era capace, intuitivo, attento e competente. Creativo egli stesso, architetto ed anche drammaturgo e sappiamo, quanto gli architetti danno, al di là del far case. Insomma la sua Estate Romana è stata l'inizio di un uso del 'fatto' e del 'fare' artistico finalizzato alla rappresentazione delle città e dei territori.
Così il marketing territoriale è entrato a far parte di una vulgata che via via ha moltiplicato sagre, feste, festival, rassegne, notti bianche/ rosa/verdi e pubblico. Pubblico, pubblico, tanto pubblico, sempre più confuso, perso, vagante ed incompreso nei gusti e nelle necessità!
Ci vorrebbe una decrescita anche in questo, qualcuno suggerisce. Un tornare indietro. I fenomeni, anche quelli più importanti e virtuosi, deperiscono, vanno rinnovati e l'Epoca impone una profonda riflessione anche sul senso della Festa.
A Sogliano Cavour evidentemente ci sono degli amministratori capaci di riflessione, di quelli che conoscono la discrezione e mantengono la giusta distanza dall'accadere delle 'cose', mediatori utili di processi culturali. Di quelli capaci di regalare alla loro comunità e al pubblico ospite 2280 minuti di piena libertà!

Tutta colpa del jazz, del Locomotive Festival e di Raffaele Casarano.

***
«Ma, il jazz è cosa popolare o un genere di elite?» si chiedono da uno schermo.L'uno e l'altro, mi rispondo. Lo stemma di Sogliano porta in campo blu il sole ed una mezza luna! Due temperamenti, due modi d'essere! Due diverse tensioni comunicative tenute in uno scudo di cielo.Il jazz è così: cosa della poesia, sua declinazione! Portarlo a tutti è il sogno di Raffaele Casarano: «La necessità di esprimersi (...) la disperazione crea l'intenzione» frammenti che colgo in una clip a lui dedicata. Partire e tornare è essenziale se vuoi crescere una sensibilità. Muoversi, incontrare. Non c'è arte senza l'incontro, lo scambio, il mischiare le sensibilità. Non c'è arte se non si sceglie poi, di stare, di fermarsi, di scegliere, non c'è costruire se non si fa il luogo. Questa la cifra ispirativa del ‘suo’ Locomotive Jazz Festival che è andato in scena il 4 e il 5 agosto scorsi.
***
La morbida e rigorosa tromba fusion del maestro Cuong Vu accoglie il primo pubblico di una serata che ha tutte le caratteristiche per diventare emblema d'un modo di concepire e di mettere in scena un progetto culturale. L'andamento lungo di un tema ci lascia liberi come i versi quando non costringono al senso quando non legano le parole.
Loro, la folta truppa di artisti, ha incominciato già al mattino col da fare: la vernice di una mostra di arte pubblica nei giardini che accolgono il festival, un buffet tutto salentino per colazione e poi nel pomeriggio, in viaggio, con “From station to station” progetto dell'ospite e mentore Paolo Fresu - cittadino onorario di Sogliano Cavour - realizzato in collaborazione con le ferrovie Sud Est. Finiranno all'alba sulla collina di San Mauro di fronte il mare di Gallipoli!
Cascano i suoni ti vengono incontro in andature progressive volte all'accogliere. Ecco, il jazz invade, si fa popolare. Una frase, un frammento di uno standard sollecita il “so” comune.
Voglio fare il musicista mi dicevo da bambino! Ma non è dono dato a tutti il dialogo con uno strumento. C'è come un “mistero” che è prima dello studio. Voglio fare il musicista... per avere silenzio intorno, per giocare l'essenza e l'essenzialità, il segno e il segnale della libertà.
Arrampicarsi sulle note e caracollare giu. Un pentagramma della vertigine portato dentro, nel dentro sensibile, nel sentire che s'accorda con l'altro. Senza bisogno di didascalie, di citazioni, di conseguenza posso parlare del mondo e dell'intero intorno con la musica. E la guerra non fa rumore ed una ninna nanna inquieta e non fa dormire. E scopre!
Claudio Muci dice 'cantando' che non c’è bisogno di proteggere la tradizione, bisogna perdere e ritrovare la materia dell'origine, dell'inquietudine che ci abita che trova senza sapere d'aver trovato.
L'indeterminato è vitalità, è purezza! L'insignificanza è cosa sacra. Non ci rimane altro che prepararci, sempre prepararici e tenere orecchie 'pulite' alla musica!

mercoledì 5 agosto 2009

Notte della taranta 2009












Angelique Kidjo, tra gli ospiti del concertone del 22 agosto


Notte della Taranta 2009

Dal 7 al 22 agosto torna nel Salento La Notte della Taranta, il grande festival dedicato al recupero e alla valorizzazione della pizzica salentina giunto quest’anno alla XII edizione. Il Festival toccherà le piazze dei comuni della Grecìa Salentina (Calimera, Carpignano Salentino, Castrignano dei Greci, Corigliano d’Otranto, Cutrofiano, Martano, Martignano, Soleto, Sternatia e Zollino), di Alessano, Galatina e Cursi.

Il concertone finale, sabato 22 agosto, nel piazzale dell’ex Convento degli Agostiniani a Melpignano, con l'Orchestra Popolare “La Notte della Taranta”, diretta per la terza edizione consecutiva da Mauro Pagani. Ospiti della serata saranno Alessandra Amoroso, Eugenio Finardi, Angelique Kidjo, Noa e Mira Awad, Simone Cristicchi e il coro dei Minatori di Santa Fiora, Z-Star.


Lui aveva sempre spiegato ai suoi ragazzi a scuola che quando la parola sua se ne andava a festa, era come una arrampicata senza legacci verso l’estasi, che in cima rompa il vaso e tutto l’urlo s’arrovescia in terra, laddove s’apre libero, spampana e allaga.

Lo scrittore tarantato

Elisabetta Liguori

Il professore aveva sempre un fazzoletto rosso al collo.

Gli angoli annodati come orecchie tese sotto il pomo d’Adamo s’erano fatti lisi, ma lui lo levava di rado e sua moglie protestava. Non aveva ancora sessant’anni, il professore, ma già si parlava d’andare in pensione un anno di quelli prossimi, avendo cominciato presto alle scuole serali e coi ripassi ai ragazzi coi calzoni corti e le orecchie grosse a forza di farsele tirare da gran ciuchi quali erano. Aveva cominciato presto e in paese era amico di tutti, tanti ce ne erano stati di ragazzotti tonti da spingere in avanti a suon calcioni e le famiglie peggio. Una gran carriera d’urli, carocchie e rispetto, la sua, che la gente non poteva proprio dimenticare.

*

Ma c’era un ma. Un ma senza criterio.

Ogni anno il professore andava alla festa del suo paese; c’andava festoso, ma incazzato di pece.

Era una storia complicata, cominciata molti anni prima, quando, per il santo patrono ad agosto, il professore aveva messo l’usanza di distribuire poesia, come fosse stata cupeta dolce, agli angoletti stretti del centro storico. E lo aspettava, la gente: – dov’è che sta il professore quest’anno? dove lo ha messo il banchetto questa volta? – lo cercavano per farsi poetare due parole, come se fossero stati i tarocchi.

La poesia invece del futuro; tre versi invece di un ritratto e la strada con le luminarie storte a far da complice, cornice e promemoria. Lui si metteva seduto chino. Stendeva i fogli. Inumidiva la punta del lapis, ché delle parole sue doveva restare una traccia breve nel tempo, e aspettava i clienti. Aspettava e si guardava intorno. Aspettava e cresceva la voglia. Aspettava e s’impennava l’ansia. Aspettava e s’addensava la memoria. Aspettava, puntava e bolliva il desiderio. All’inizio sembrava dovesse andare tutto a meraviglia, ma poi coi primi clienti cominciavano i guai. Ogni anno così. La gente veniva da lui, come da un giocoliere di strada, e lui regalava un verso naturale, come per contagio. Come uno che cammini per la via e si spaventi di un ombra fuggiasca e gridi: oh, così al professore gli bastava una faccia e la poesia arrivava veloce. Era un’onda di paura o stupore, con il vento dietro. A quelli brutti ci faceva due righe di pietà e a quelli belli due di invidia e scongiuri. Ai vecchi una prece baciata e ai giovani un rimprovero in rima. Ai bambini una favola d’orsi color caramello o di fate schiattate e poi resuscitate. Alle femmine una terzina golosa che era come una gran pacca sul sedere. Tutto veniva fuori a sentimento come in un balbettio gentile. Faceva presto e faceva in fretta, il professore, e se la banda suonava dietro l’angolo o il santo vorticava a processione sotto le braccia della confraternita, per lui era meglio. Era tutta ispirazione aggiunta, diceva, era sprone, atmosfera a iosa.

Era la gara ad esser più bravo nel raccontar la festa della gente.

*

Ma c’era un ma. Con l’estro e la clientela, al professore gli balzava la pressione al petto, il sangue gli pompava grosso e le dita tremavano sull’arte del foglio. Con la poesia arrivava pure una specie di rimbambimento lunare che gli causava un vibrare argenteo e incontrollato. Quella sua ansia diventava spettacolo senza controllo. Lui continuava a poetare, finche poteva, ma s’incazzava assai, quasi più di un cane alla catena, e in ultimo esplodeva. Ogni anno era la stessa storia: con la notte arrivava la passione ed era atomica. Al culmine della festa, coi botti, e tutto il resto, finiva sempre che il professore si gettava in terra tra le rime sparse. Tutto sussultava e sputava e urlava e si riempiva di polvere e inchiostro, terrorizzando la clientela. Non c’era niente da fare: quando gli montava l’urticaria, gli montava e basta. Il banchetto all’aria, i fogli in cielo, le vecchine (che aspettavano il turno loro per farsi immortalare come la Silvia dal Leopardi) si scansavano urlando, le signore eleganti alzavano i tacchi argentati come avessero visto mandrie di ratti sfuggire ai tombini. Persino i palloncini d’elio lasciavano le mani ai ragazzini, quando il professore s’ammattiva di rabbia e talento e stramazzava sull’asfalto, rantolando come un toro uncinato. Il fazzoletto gli diventava color vino per il sudore e il fango. Il viso beato dell’artista incontrollato si contraeva in uno spasmo cieco e la camicia candita gli diventava una schiumarola di birra, pietre e cicche.

Uno spettacolo davvero colossale.

*

Alle volte i turisti stranieri riuscivano a tirar su due foto ricordo da spedire ai parenti, altre volte al ritorno in patria raccontavano del matto agli amici, ma nessuno gli credeva. Oramai non si capiva più se la vera attrazione popolare fosse quella poesia da strada ad offerta libera o la scena cruenta di chi stramazza e schizza. Se ne parlava pure oltre i confini regionali e la stampa diceva che quella confusa isteria era la giusta immagine dei tempi. Di solito la schioppettata in terra durava un bel pezzo, ma la gente non s’annoiava. Si legava a girotondo intorno al poeta professore finché non arrivava il figlio Astolfo, grande e grosso e ripetente da tre anni al magistrale, per portarselo via di peso nello stupore generale. A casa poi la moglie, paziente e analfabeta, se lo curava col brodo tiepido e i pediluvi salati. Il medico di famiglia non si dava pace. Non comprendendo le origini del male, la cura era chimera. Poteva essere la forza bruta delle belle lettere, o le luminarie in grande spreco sui cornicioni delle case basse, o la faccia pelosa di quel figlio deludente o quella della moglie sciatta, o il banchetto dello scrivano nano che s’opponeva alle vette della sua poesia. Poteva essere il muscolo cardiaco o quello cerebrale. Poteva essere la mano o il piede, quello che c’era e quello che non c’era, la musica o il silenzio, l’aria buona o quella malata, poteva essere tutto questo o il mondo, ma il fatto era che il professore pazziava di anno in anno sempre più, senza mai perdere né il vizio né il gioco.

Capitava che la gente pure s’interrogasse, è chiaro.

*

Era corsa rapida la voce che ci fosse in paese un matto poeta, maestro di lettere istantanee, che quando era notte di festa gli prendeva la stranezza d’amore e d’arte. E come mai? e come accade? E perché sì e perché no? Ma non tutto si spiega; certe isterie son roba da femmine e come le femmine che di rado si lasciano spiegare, pure la poesia vivace del professore matto restava senza peso.

Una volta, in tarda primavera venne una giornalista al bel paesello strano. Voleva fare il botto con il poeta, come si fa coi santi o i bombaroli. Gli disse dritta in faccia: ne scriva una tutta per me, che io la pubblico domani. Il professore si sedette al banchetto e fece lo sforzo, ma non venne fuori nulla. Si fece triste come una gallina col culo freddo, ma niente uguale. Lui aveva sempre spiegato ai suoi ragazzi a scuola che quando la parola sua se ne andava a festa, era come una arrampicata senza legacci verso l’estasi, che in cima rompa il vaso e tutto l’urlo s’arrovescia in terra, laddove s’apre libero, spampana e allaga. Per questo si ammalava. S’ammalava libero e impazzito. Quando la parola nuda scivola fuori come lava, sempre s’ammala il corpo che la sputa, diceva il professore. Così disse pure alla giornalista rimasta a secco di sonetti e si scusò con largi inchini, strizzando il fazzoletto rosso al collo, come un guinzaglio. Si giustificò spiegandole che lui c’aveva bisogno del rito santo e del vulcano onesto per creare, che di quello si nutriva, mentre invece della stampa non sapeva nulla, salvo scandali e menzogne secche, che l’estro gli ammosciavano assai. Le disse che lui non sapeva dare altre spiegazioni al fenomeno, né quali comandi dare al verso per farlo fiorire.

*

La giornalista però era una tosta, tra master e stage era diventata la gigantessa degli scoop e al professore gli fece la lezione.

Peccato, lei, signor mio caro, si perde un’occasione. Portando il caso suo nel mondo, la fama sarebbe già una cura e l’isteria si può far d’oro a saperla raccontare.

Mi dica ciò che prova, cosa sente, si confessi, si sfoghi pure che la telecamera per chi è savio può essere la giusta culla.

Ma la poesia malata d’estasi del professore non trovò ragioni e dondolii. Tentò, tentò più volte l’affondo, ma alla fine il poeta non poetò e nulla comprese di quel suo silenzio. Poi, quando la cronista bella e delusa se ne tornò in redazione, il professore rimase tra i fogli bianchi a meditare. Cercò poesia fino a mezzogiorno. Cercò e cercò, ma il paese gli parve senza più voce e gli venne una gran fame. Stava dal fornaio quando finalmente gli fiorì alla mente la rima che fino a quel momento gli era parsa monca. Quando Donato, con la cuffia bianca in testa, gli chiese se le rosette le voleva vuote dentro come sempre, lui, invece di rispondere prese a declamare.

Il verso atteso eruttò così intenso che le casalinghe grasse si fermarono sulla porta d’ingresso con le buste piene. In breve la bottega si riempì di gente così affamata, che sembrava ferragosto, ma nonostante il gran successo il professore fece giusto in tempo a regalare qualche suono armonico prima di finire in terra come le altre volte.

*

Strisciò cieco fino in strada, giusto davanti alla bottega del fornaio. Scalciò poesia con gli occhi rivoltati dentro. Sputò terzine e bava. Ululò alla luna femmina con le reni schiacciate nel pietrisco. Si dondolò così tanto sulla pietra da restare nudo. Fu un peccato davvero che non ci fosse più da quelle parti la bella giornalista a trasformare la bestia in una star. Fu una festa senza scena. Un palco monco. E se era sempre stato difficile dare un senso, da quel giorno, senza luminarie, processioni e banchetti nani, l’arte del professore si fece ancor più occasionale e vaga. Sebbene Donato, il fornaio previdente, fosse corso a chiamare Astolfo, il figlio del poeta (che a quell’ora era ancora a scuola e proprio non s’aspettava spettacoli e rumore), la premura non bastò. Per la sua famiglia, la rima del funambolo allunato divenne tragedia, mentre per il paese restò un generoso mistero, proprio come l’amore, senza ordine e criterio.