venerdì 24 luglio 2009

La vocazione del letterato / Intervista al prof. Mario Marti








di Gianluca Virgilio

Incontro il prof. Mario Marti nella sua casa di Lecce alle diciotto e trenta del 18 giugno scorso, previo accordo telefonico. Mi accompagna un amico, desideroso di conversare con lui. Il professore ci accoglie con la moglie Franca e ci fa accomodare nel salotto; ci spiega che fino a qualche tempo prima quel salotto era pieno zeppo di libri, come del resto tutta la casa – ed io penso alla casa del Carducci, a Bologna –, e che ora gli scaffali sono vuoti perché ha donato i libri, circa settemila e cinquecento, ma il trasferimento è ancora in corso, al convento dei Cistercensi di Martano (le lettere ricevute, in numero di quattromila, invece, sono custodite nella Biblioteca comunale di Mesagne). Cominciamo a parlare, e si va avanti per più di un’ora, senza pause, senza silenzi, con la naturalezza dell’autentica e ormai disusata conversazione. Rievochiamo i fatti della giovinezza, gli studi, le amicizie, la carriera accademica, i suoi libri. A novantacinque anni si hanno cose da raccontare, se si è vissuta una vita operosa. Alla fine, dico che avrei dovuto portare con me il registratore, perché nulla di quei discorsi andasse perduto. “Ma non sarebbe stata la stessa cosa”, dice la Signora Franca, servendoci un ottimo tè freddo, ed ha ragione. Allora, io tiro fuori una busta con le domande che avevo pensato a casa e la consegno al professore. Il professore la apre, legge, sorride talvolta, e dice: “Dammi tempo e avrai le risposte. Ma poi, che ne fai?”.
Ricevo le risposte il 9 luglio scorso, scritte a macchina, con correzioni autografe, e una lettera di accompagnamento datata 4 luglio 2009, in cui il professore mi scrive: “…appena ricevi, fammi un fischio”. Gli telefono, dunque, per avvisarlo; e lui ancora: “Che ne fai di queste risposte?”. “Le pubblico”, gli ho detto. E così è stato.

***

Prof. Mario Marti, Lei ha compiuto da poco (il 19 maggio scorso) 95 anni e, dunque, ha avuto il privilegio di attraversare tutto il Novecento letterario italiano e oltre. Può dirmi quali autori (scrittori, poeti, critici) hanno lasciato un segno nella storia letteraria del Novecento, e dai quali, a suo avviso, non si può prescindere?
Chi abbia una qualche famigliarità con i miei scritti, in particolare con quelli, diciamo, “teorici”, o abbia anche avuto modo di ascoltarmi in pubbliche discussioni, sa bene che io sono fortemente restio a formulare possibili canoni del contemporaneo per evitare grossi rischi di dire delle grosse sciocchezze. Ricordo la stroncatura che dei
Promessi Sposi pubblicò nientemeno il Tommaseo, quando apparve il romanzo; e il clamoroso giudizio di Attilio Momigliano sul romanzo “Ilia e Alberto” di Angelo Gatti (oggi dimenticato da tutti) come “esperienza eccezionale” e da considerarsi “fra le maggiori creazioni della nostra narrativa”. Il giudizio sul contemporaneo, proprio in quanto tale, manca della prospettiva cronologica necessaria ad ogni giudizio comunque “storico”, e, di solito, obbedisce al gusto personale, alla ideologia di moda, ai legami di interesse e anche di amicizia, di affetto, di simpatia (o viceversa). Comunque, secondo me, il Novecento, in Italia, è stato un secolo di sperimentazioni e di saggistica, più che di creatività individuale. Si confronti, nello specifico, l’Italia con le altre nazioni della cultura “occidentale”, e si rifletta sul fatto che la presenza dell’Italia, in quella cultura, è dovuta alle figure di Giovanni Gentile e, soprattutto, di Benedetto Croce, che fu – lo si sa bene – anche un grande storico.

E’ possibile tracciare una linea di sviluppo della letteratura salentina del Novecento? E anche qui, da quali autori non è possibile prescindere; e perché?
Intanto bisogna bene intendersi sull’esatto significato di “letteratura salentina”. Se lo si usa in senso “categoriale”, il discorso è già chiuso, perché, a mio giudizio, non esiste una letteratura “categorialmente” salentina, come non ne esiste una della Ciociaria o del Cilento, e così via. E’ l’antropologia che magari va differenziata; non la letteratura, visto che la buona letteratura regionale integra e arricchisce, dialetticamente, la nazionale; dico quella buona, quando cioè riesce a proiettare il privato e il locale nel collettivo e nell’universale (modelli supremi, per esempio, Verga e Di Giacomo). Quali autori? Diomio, per il Salento è ormai davvero pacifico: Comi e Bodini per la poesia in lingua; Gatti e De Donno per quella in dialetto; e aggiungerei, per la tenacia e l’originalità della sua sperimentazione Antonio Verri.
Questo non significa ignorare o disconoscere la generosa esistenza, nel Salento, di poeti e di prosatori (anche narratori) fortemente innamorati della creatività letteraria, e anche dotati, talora, di notevoli qualità e capacità; ma sono convinto – e mi si perdoni – che non faranno storia, anche se occasionali, e talora interessati, riflettori li pongano sul proscenio della cronaca (o li abbiano posti). Altro discorso, invece, secondo me, sarebbe da farsi circa la saggistica, sulla quale l’istituzione dell’Università, del Conservatorio e dell’Accademia hanno prodotto eccellenti ricadute sugli studiosi “locali”, liberandoli, quasi sempre, dai lacci di un’erudizione troppo chiusa e fine a se stessa.

Sotto l’incalzare della globalizzazione, negli studi letterari tiene ancora il nesso regione-nazione, di cui Lei è stato teorico in “Dalla regione per la nazione”? Oppure esso va riformulato in altro modo?
La globalizzazione non inciderà sulla dialettica regione-nazione, anzi ne allargherà i confini. Essa non distrugge le “differenze” regionali ma le ingloba in più ampia area coerentemente regolata, secondo necessità civili e pacifiche. Si direbbe anzi, da certi segnali, che essa sarà stimolo a definire meglio le varie identità antropologiche. Si vedrà.

Se dovesse rievocare due episodi che hanno condizionato la sua vita di studioso, quali riferirebbe?
Non due, ma tre sono gli episodi che hanno condizionato la mia vita di studioso. Il mio ingresso alla Normale di Pisa, vantaggiosissimo per i confronti fra giovani studenti, e, per me, fonte di amicizie durate per la vita (Branca, Binni, Bonora, Bigi, Folena…). Poi il mio trasferimento da Parma (prima nomina) a Roma, col conseguente contatto con l’Università “La Sapienza” e l’inizio della mia carriera accademica; e insieme, con la possibilità di frequentare biblioteche come la Vaticana, la Nazionale, l’Alessandrina e l’Angelica. E infine l’istituzione di Lettere a Lecce e la mia chiamata sulla cattedra di letteratura Italiana, cui sono rimasto fedele, nonostante ghiotti inviti d’altrove, fino alla pensione.

Quali consigli darebbe ad un giovane che si appresta a dedicarsi agli studi di letteratura Italiana? E a un docente della stessa disciplina?
Per l’amor di Dio!; niente consigli a nessuno su un argomento così personale, scabroso e imbarazzante; poi, per uno già docente! Ad un giovane invece, che ancora si avvia alla carriera, gli direi soltanto di proseguire tenacemente e di non badare a qualche occasionale delusione, ma soltanto se sente quella delle Lettere come una vera, indefettibile “vocazione”. Altrimenti, cambi strada, se è ancora in tempo. Ahimè, è da secoli che si dice, e si sa purtroppo, che “Litterae non dant panem!”

Può dirmi quali sono i suoi progetti per il futuro? A che cosa sta lavorando?
Alla mia età, a 95 anni suonati, “progetti per il futuro”? Ma vogliamo scherzare? Il mio ormai non è più un “lavoro”; è un piacevole “divertimento”, nel quale si colloca, per esempio, la presente intervista. Il resto è ormai solo placida e pacifica, per quanto si possa, attesa, pur continuando ancora a vivere con vero piacere in amabile società.

Ora, se me lo permette, due domande molto personali. La prima: nel film di Ingmar Bergman dal titolo “Il posto delle fragole”, l’anziano prof. Isaak Borg sogna il luogo della possibile felicità, il “posto delle fragole” appunto, a cui ha rinunciato per seguire i suoi studi. Lei pensa di aver rinunciato a qualcosa? E ancora, Le capita di sognare, come il prof. Borg, un “posto delle fragole”? Se sì, vuole raccontare il Suo sogno?
Ahimè no; io purtroppo non ho alcun “posto delle fragole”. Quel posto credo di averlo realizzato, come meglio m’è stato possibile, nella realtà e nelle conclusioni della mia vita. No, francamente, nessun sogno di nostalgico rimpianto.

La seconda: che cosa pensa del destino dell’uomo dopo la morte?
Nulla, proprio nulla. Evito, per continuare a vivere senza alcuna angoscia fino a quando mi sarà concesso. Sono molto sereno, anche perché non faccio e – credo anche – “non feci mai male ad anima viva” (Puccini, “Tosca”, “Vissi d’arte”).

Grazie, professore.






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