giovedì 11 giugno 2009

Super, sentieri neo barocchi tra arte e design
















Il compasso di latta



La mostra “Super Design”, in corso a Lecce nell’ex chiesa San Francesco della Scarpa per la cura di Marco Petroni, propone due interessanti incontri ed un workshop.
Il primo domani, sabato 13 giugno, dalle 18.00, negli spazi dei Cantieri Teatrali Koreja, con il designer Riccardo Dalisi che presenterà il progetto “Il Compasso di Latta”. L'appuntamento di martedì 16 giugno, alle 18.00, a San Francesco della Scarpa è con la storica dell’arte Adriana Polveroni che presenterà il suo ultimo saggio “This is contemporary! Come cambiano i musei d'arte contemporanea” nella serata gli interventi di Pietro Marino e Marco Petroni.
Il workshop “Tracce di tabacco” - che verrà presentato al pubblico il 13 giugno alle ore 19.00 da Michele Aquila, Giorgia Lupi e Serena Schimd di Interaction Design Lab in chiusura dell'incontro con Riccardo Dalisi ai Cantieri Koreja - avrà luogo sino al 16 giugno, negli spazi del Laboratorio di architettura Semerano (ex tabacchificio situato nelle campagne alle porte di Lecce in Contrada Pisello sulla Strada Provinciale per San Pietro in Lama.
Responsabili del progetto “Super, sentieri neo barocchi tra arte e design” che si protrarrà sino al dicembre 2009 con le sezioni “Antefatti” e “I guerrieri della bellezza” sono Antonio Cassiano e Franco Ungaro.



Nel panorama complesso della progettazione di design (progettazione e ricerca) nel corso del tempo sono riscontrabili modalità ed esiti ascrivibili a quel filone del “povero”, che ha un suo ruolo, una sua particolarità da svolgere ora, in pieno clima di decrescita. Un Compasso di Latta potrebbe essere dato per esempio all’idea della tanica di latta a forma di ruota che due anni fa fu messa in produzione in Africa per trasportare pesi nel deserto.

Il design della decrescita
Riccardo Dalisi

L’idea di un Compasso di Latta è di Alessandro Guerriero. Viene, io credo e sento, da un valore che egli attribuisce a tutto ciò che attiene all’umiltà ed al cuore: tutto ciò che è “povero”, semplice, facile nella reperibilità e nell’uso ha un suo proprio valore potenziale. Viene anche dal riconoscere che vi è stata, vi è, vi può essere ancor più linfa per un filone di attività di ricerca e di poetica che deriva da quei “valori”.
Tutto ciò ha, e non potrebbe essere altrimenti, un risvolto di giocosità, di ironia, senza alcuna scherzosa alternativa al Compasso d’Oro. Non si pretende, ovviamente, di mettersi a misura con quella consolidata e più ampia prassi e al suo significato. Si vuole affermare però una dignitosa sostanza di senso e valore che ha una radice profonda.
Nel panorama complesso della progettazione di design (progettazione e ricerca) nel corso del tempo sono riscontrabili modalità ed esiti ascrivibili a quel filone del “povero”, che ha un suo ruolo, una sua particolarità da svolgere ora, in pieno clima di decrescita. Un Compasso di Latta potrebbe essere dato per esempio all’idea della tanica di latta a forma di ruota che due anni fa fu messa in produzione in Africa per trasportare pesi nel deserto.
Si propone una prassi del design, una salutare “spinta”, un suggerimento utile, una possibilità di rinnovamento, una percorribilità complementare. La recessione, i grandi problemi legati all’ecologia ed al consumismo non possono più essere trascurati né tanto meno ignorati. Con che stomaco e soprattutto cuore un governo può oggi continuare a chiedere alla gente di consumare di più per risollevare un sistema economico che crea tanti problemi?
Il design assuma, ancor più di quanto stia facendo, una sua propria aliquota di responsabilità nell’iniziata lotta per la salvazione del pianeta. Ciò senza, per altro, rinunciare o tradire il percorso stupendo di cultura che ha compiuto fino ad ora.
Il Compasso di Latta o, se vogliamo, della “decrescita”, assumerà il suo proprio ruolo in tutto ciò, tenterà di assumerlo. Forse per la singolarità del senso che porta con sé sin dalla titolazione aggiunge, vuole aggiungere in un particolare modo, il significato vitale di una scherzosità. Vuole essere soprattutto un simbolo responsabile, serio e giocoso nello stesso tempo. Serge Latouche, economista conosciuto in tutto il mondo, il padre della “decrescita”, sottolinea l’importanza dell’arte e del gioco entro le nuove prospettive: “Se manca la gioia non si può parlare di decrescita”, mi disse. Il Compasso di Latta, in concordante intesa con il Compasso d’Oro, vuole partire con questo spirito nelle sue molteplici, infinite modulazioni, sollecitando, laddove ancora possibile, nuove invenzioni, nuovi settori, nuovi ambiti.
Tutto ciò richiama un po’ la pratica gandhiana di filare la tela di contro all’invadenza della produzione industriale inglese. Quell’uso della manualità aveva un forte valore simbolico e dimostrativo. Sottolineava l’importanza del salvare le tradizioni e le culture locali, uno dei grandi temi della “decrescita”. E ciò non solo in chiave di pura polemica con una diversa cultura, bensì in un pacifico mostrare una parallela, differente via di vita e di salvazione. In questo si affianca alle più autentiche, profonde ricerche del design tout court.
In tal senso il Compasso di Latta è di fatto un’integrazione, un arricchimento, una voce che risegnala possibilità e modi poco esplorati, prassi di ricerca e di scoperte: dignità e valori in più.
Tutto ciò corre nell’alveo della storia, nei suoi momenti di passaggio. Non a caso alle origini del Movimento moderno gli storici pongono William Morris, il suo operato e il suo pensiero. Morris definisce l’arte come “il mondo in cui l’uomo esprime la gioia del suo lavoro” nel suo “rifiuto” per la produzione meccanica. La macchina, infatti, “distrugge la gioia del lavoro e uccide la possibilità stessa dell’arte”. E aggiunge: “Non di questa o quella macchina tangibile, d’acciaio o di ottone, dobbiamo liberarci, ma della grande, intangibile macchina della tirannia commerciale che opprime la vita di tutti noi”. Su questa scia si mosse, nello sforzo di porsi in pieno nel grande alveo della modernità, la Bauhaus, all’insegna del “semplice”, vicinissimo alla prassi del “povero”.
Morris sembra inserire con grande anticipo (1888) i grandi e nevralgici problemi che il mercato mondiale crea nella nostra attualità. Un limite in lui lo vediamo nell’esaltazione di concetto di “mestiere” che oggi porta con sé un riflesso neutro se non limitativo. Si è mestieranti senza approdare al design, cioè ai più estensivi concetti aderenti alla realtà pulsante. Via intrapresa dalla Bauhaus, appunto. Nel segnalare il suo impegno e la sua profonda cultura, le sue intenzioni nella visione di un legame tra teoria e pratica, tra cultura e vita che, fino ad un certo punto, anima il suo impegno civile e sperimentale, “più di ogni altro può essere considerato il padre del Movimento moderno”, dice Leonardo Benevolo.
Torna di attualità nell’oggi, ove lo sforzo di salvare le culture locali, i saperi legati al fare manuale, le espressioni di un’arte applicata effettiva vanno perseguiti con maggior forza. È un compito imprescindibile dell’oggi.
Il primo “Compasso di Latta” potrebbe essere attribuito proprio a William Morris, alla sua memoria, al suo splendido lavoro, alla sua passione e a ciò che lo ha “ispirato”. Il compasso, in realtà, è la più piccola ed elementare “macchina” (manuale) di precisione. Il termine “latta” non è dispregiativo o riduttivo. Indica la familiarità, la semplicità di un materiale malleabile, lavorabile a mano, due qualità che indicano un ambito (un cerchio) circoscrivibile a mano: un forte valore simbolico. Il più umile artigiano lo usa normalmente.
La più recente sociologia torna oggi a rivalutare, in alternativa all’alienazione della modalità industriale, l’artigianato. Dalla teoria dei valori condivisi di Robert Merton a L’Uomo artigiano di Richard Sennett, l’artigiano è visto, tutt’ora, come risorsa vitale e beneficamente, capillarmente, indispensabilmente presente nella società. “Rispetto alle qualità etiche e liberali delle figure concrete messe in gioco da Sennett, l’artigiano moderno si qualifica non tanto e non solo per la sua abilità nel ‘maneggiare le cose’, quanto per la ricerca, quasi una dedizione, del giusto mezzo, del lavoro fatto ad arte, del progetto di vita”, scrive Marco Dotti (“Il Manifesto”, 27 novembre2008).
L’artigiano avrebbe quindi ancora la prerogativa di essere partecipe dei processi entro i quali colloca il suo lavoro, a differenza di tante altre figure del mondo del lavoro odierno.
Nella nostra esperienza di frequentazione assidua di lavoratori artigiani, nel senso classico del termine, essi sono più che consapevoli, sono responsabilmente attivi, operano in un rapporto intenso con designer e artisti con livelli di cultura elevati.. il fare consapevole è una via vera verso la libertà e, come sosteneva Morris, produce gioia creativa, segno, appunto, di libertà. Ciò che differenzia il nostro discorso (attualizzandolo) è che l’artigiano, in una crescente solidarietà creativa e fattiva con chi ha cultura di maggior livello, può accrescere in qualità e frequenza l’operare nel design esplorando altri non trascurabili ambiti, diffondendo la cultura del progetto, la cultura del fare design. Ritorna nel circuito della vita culturale.
A questo aspetto, alla libertà e alla novità che consegue al lavoro manuale creativo, afferisce il “nostro” Compasso di Latta.

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