giovedì 28 maggio 2009

Antonio Prete, poeta e narratore salentino

Privilegio di chi abita una piccola isola o una piccola penisola: poter vedere il sole tramontare in un mare e sorgere in un altro mare. Nel Salento accadeva che, ragazzi, andavamo nell’ultimo giorno dell’anno ad assistere al tramonto sulle rive dello Jonio, e aspettassimo il sorgere del primo giorno del nuovo anno sulle scogliere dell’Adriatico. Crescere tra due orizzonti marini: non so bene che cosa mi abbia dato questa condizione. Certo, anch’essa è all’origine di questo libro che vado scrivendo”

Il poeta di "Menhir"

Gianluca Virgilio


La mia frequentazione dell’opera di Antonio Prete data da circa venticinque anni, da quando, a qualche anno dalla prima pubblicazione de “Il pensiero poetante. Su Leopardi” (1980), lessi quel libro fortunato, di recente ristampato in edizione economica da Feltrinelli (2006). C’è poco da fare: i libri che si leggono a vent’anni ci rimangono nel sangue e così, se la fascinazione c’è stata, per il resto della vita ci capita di seguire le orme dello scrittore di quel primo libro come tracce che - siamo certi -, condurranno da qualche parte. Il problema sta tutto nel seguirle, il che non sempre risulta facile; soprattutto quando il tracciato che disegnano non è lineare, ma si apre come una ragnatela, entro la quale sono inscritti i molteplici interessi, le predilezioni, gli studi, le divagazioni, gli snodi essenziali di un’esperienza intellettuale 'in fieri', proprio come fosse una ragnatela in fase di lavorazione sopra un albero altissimo, opera di un infaticabile ragno. Così conoscevo gli scritti critici di Antonio Prete su Leopardi (l’ultimo “Il fiore e il deserto. Leggendo Leopardi”, Donzellli, 2004) e quelli su Baudelaire (l’ultimo, “I fiori di Baudelaire. L’infinito nelle strade”, è edito come numero 103 delle Saggine di Donzelli, 2007); conoscevo anche le sue traduzioni - come non ricordare la recente versione completa dei “Fiori del male” di Baudelaire (Feltrinelli, 2003) -, e poi le pagine narrative de “Le saracinesche di Harlem” (edizioni L’Obliquo, 1989), “L’imperfezione della luna” (Feltrinelli, 2000), fino a “Trenta gradi all’ombra” (Nottetempo, 2004). Critica, dunque, e poi traduzione, e poi ancora narrazione. Di tutto questo soltanto (e non è poco!) pensavo fosse composta l’opera di Prete; ma mi ingannavo!


Menhir

Pertanto, quando, nel marzo del 2007, ricevetti “Menhir”, un libretto di 131 pagine, stampato appena il mese prima dall’editore Donzelli col numero 31 della sua collana di 'Poesia', ebbi dapprima un moto di sorpresa, ma poi dissi a me stesso che me lo dovevo aspettare, che non era possibile che uno sperimentatore come Antonio Prete in tutti questi anni di studi non si fosse cimentato in proprio con la poesia, che, insomma, era naturale che la tela di Prete fosse arricchita di un’altra giunta, quella poetica. Del resto chi ha dimestichezza con la sua prosa, sa bene come il passaggio sia stato obbligato. Voglio dire che la lingua di Prete, così concreta eppure così evocativa, in cui le parole raccontano la realtà di cui è fatta la letteratura secondo ritmi e modi inconfondibili e propri della poesia, non poteva che trovare il suggello nella poesia, non poteva che tramutarsi naturalmente in poesia.

Menhir”, dunque, cioè, come li definisce Prete nella Nota a p. 129, “quelle misteriose verticali pietre” che, “insieme ai dolmen”, si possono incontrare nelle campagne del Salento. Ed ecco la poesia che dà il titolo all’intera raccolta, Menhir (p. 15):

Nel filo d’aria e di millenni / che lega il vertice alla stella / trascorrono fiumi di pensieri, / con occhi d’animali aperti / su deserte scogliere, / con gesti di creature dispersi / al vento delle sere supreme, / con grida di uragani e di ferite. // Il cielo ruota fino al sonno delle stelle, / fino al gelo dell’alba / che disanima la pietra. // Nel filo d’aria e di millenni / l’aspra malinconia del vivente.


Nella solitudine, nella lontananza

Si provi a immaginare un menhir nella solitudine della campagna magliese o otrantina, verso Cursi o più giù, verso Minervino, di notte, sotto un cielo stellato, e ci si provi a misurare la distanza tra la punta della pietra svettante nel cielo e la stella più vicina, forse ormai spenta. Si provi, per un istante, a misurare il tempo trascorso, le innumerevoli civiltà, gli sguardi imploranti, impotenti, infelici, le preghiere, gli affanni, i pensieri di uomini inesausti che ora sono terra e vento, “filo d’aria e di millenni”, si provi a immaginare tutto questo, e si sarà presi da una vertigine che solo chi ha una lunga familiarità con Leopardi, col Leopardi del “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, sarà in grado di tollerare. Tra il vertice di un menhir e una stella c’è “l’aspra malinconia del vivente”, cioè la storia dell’uomo, le sue illusioni e delusioni, i suoi desideri e le sue frustrazioni, il dolore del vivere e la meditazione sul comune destino di morte: “fiumi di pensieri” che hanno la loro sede sopra “deserte scogliere”, nel cielo, e sono trasportati in alto dal vento che sembra essere la loro voce, sempre più lontano da questo mondo dove sono nati nella testa degli uomini (o forse hanno altra origine, altra natura? chi può dirlo?). Un menhir si innalza verso una lontananza di cui nulla si sa, se non dalle parole dei poeti. Che sia stato, dunque, sollevato da terra dalle braccia dei poeti, come un tentativo estremo quanto vano di colmare la distanza tra cielo e terra, tra lontananza e finitudine? Questa dialettica, insita nella metafora che dà il titolo alla raccolta, 'menhir', racchiude il senso della poesia di Prete.


Nella levità della parola poetica

Ma non tocca a noi dire queste cose; le sintesi, si sa, lasciano fuori più di quanto riescano ad accogliere nel loro interno; e poi la parola poetica ha una sottigliezza, una levità che mal tollera la riduzione a significato della nostra prosa. Potrei dire quale poesia ho letto e riletto, più e più volte: “Colloquio”, per esempio, ancora non mi stanco di rileggerla, come anche, delle sei brevi prose intercalate tra le poesie, “La notizia” (p. 111), nella quale Prete rievoca il suo stato d’animo alla notizia della morte di sua madre. Ma rischierei di spacciare il mio gusto per una certezza estetica.

Una notazione però va fatta: il lessico della poesia di Prete presenta una frequenza riconoscibilissima di parole come 'nuvola', 'luna', 'cielo', 'azzurro', 'infanzia', 'stella', 'ricordo', 'silenzio', 'orizzonte', 'lingua', 'lontananza', 'vento', 'addio', 'galassia', 'morte' ecc., che esprimono una dimensione astratta e inattingibile del mondo, ciò che è lontano da noi e a cui noi tendiamo con tutte le nostre forze e i nostri desideri, incapaci come siamo di guardare verso terra, di accontentarci di essere terra: di qui la nostra 'souffrance universelle', come ebbe a dire Leopardi.

Ebbene, com’è vero che - lo scriveva Dante nella Vita Nuova -, non può esserci buon poeta che non sia in grado di “aprire per prosa” le proprie poesie, io penso che la più chiara e più completa spiegazione della poesia di Prete sia stata data dall’autore stesso nel suo recente Trattato della lontananza (2008) edito da Bollati Boringhieri. Non si perdano di vista le date e le dichiarazioni d’autore contenute in “Menhir” e nel “Trattato della lontananza”: il primo del 2007, il secondo del 2008, come si è detto; nella Nota del primo si legge: “Queste poesie sono state scritte nell’arco di tempo che copre gli ultimi dieci anni” (p. 129); nella Premessa del secondo: “… per un decennio, nella mia Università, ho tenuto ogni anno un corso su una figura della lontananza…” (p. 10). Risulta chiaro, allora, che il lavoro poetico di Prete è stato accompagnato per circa un decennio, con la sfasatura poco significativa di appena un anno, dal lavoro di riflessione poetica sui temi della lontananza. Chi vorrà capire, dunque, la sua poesia non avrà migliore guida di questo “Trattato della lontananza”, che già dal titolo dichiara un intento classificatorio e sistematico, oltre che di studio poetico: “l’idea che a lungo mi ha accompagnato…: descrivere alcune figure della lontananza, così come il sapere della letteratura le ha accolte e interrogate” (pp. 9-10), col proposito di “non sopprimere la lontananza” (p. 11).


Due linee di interpretazione

Pertanto, due linee di interpretazione possono essere seguite. In primo luogo, il “Trattato” si presenta come un viaggio nel mondo labirintico della letteratura, nel quale l’autore segue il filo di Arianna delle figure della lontananza: l’addio, l’orizzonte, il cielo, la nostalgia, l’esilio, i colori della lontananza, la cartografia fantastica, il lontano, lo sguardo, il suono della lontananza, l’amore, la morte; figure individuate nella poesia di tutti i tempi, da Omero a Virgilio, a Ovidio, fino ai poeti amati, i più citati e più commentati Leopardi e Baudelaire, attraverso Dante e la poesia delle origini della nostra letteratura (ma i riferimenti ai poeti d’ogni tempo sono fittissimi e innumerevoli, tanto che, quando si farà una seconda edizione di questo libro, sarebbe auspicabile inserire un indice dei nomi degli autori citati che ne faciliterebbe la consultazione). In secondo luogo, il “Trattato della lontananza” è interpretabile come una dissimulata riflessione sulla propria poesia (Menhir), di cui le figure della lontananza appena elencate, spiegate nel contesto della tradizione poetica occidentale, costituiscono il miglior commento. Non è un caso, insomma, che la forma del trattato sembri incrinarsi per lasciare il posto sovente ai ricordi autobiografici: “Ricordo d’aver chiesto più d’una volta a Edmond Jabès…” (p. 29); “… quel suono leggero che chiude il verso nella parvenza di una figura irreale, lontanissima, perduta, mi riporta all’improvviso al tempo del liceo, non a un giorno preciso, ma in un succedersi di mattine primaverili…” (p. 30); “Nei ricordi delle mie partenze verso il Nord spesso c’è la luce che nel mare mostra una vela, e all’orizzonte, c’è…” (p. 32); “Privilegio di chi abita una piccola isola o una piccola penisola: poter vedere il sole tramontare in un mare e sorgere in un altro mare. Nel Salento accadeva che, ragazzi, andavamo nell’ultimo giorno dell’anno ad assistere al tramonto sulle rive dello Jonio, e aspettassimo il sorgere del primo giorno del nuovo anno sulle scogliere dell’Adriatico. Crescere tra due orizzonti marini: non so bene che cosa mi abbia dato questa condizione. Certo, anch’essa è all’origine di questo libro che vado scrivendo” (p. 42); e gli esempi potrebbero a lungo continuare. Non sono affatto intrusioni inopportune nella forma trattatistica, perché rispondono invece ad una precisa scelta e convinzione poetica: la cura di sé, la confessione, l’indagine interiore, le quali “hanno costruito grandi narrazioni” (p. 55), scrive Prete. Dalla cura di sé bisogna partire, dunque, per spingersi verso quell’oltre che è il mondo della lontananza: “La vera lontananza è quella del saggio. Lontananza dall’inquieta corsa verso l’illusorio appagamento del desiderio. Da Epicuro a Montaigne, da Epitteto a Leopardi questo sguardo da lontano è il fine della cura di sé, l’orizzonte di un assiduo esercizio spirituale” (p. 135).

Né si pensi che queste riflessioni di poetica attestino un disimpegno, una volontà di astrazione e di separatezza dell’autore dalla contingenza della vita reale, dal fare quotidiano, dalla prassi della politica. A questo proposito si legga il capitolo intitolato “Cartografia fantastica” (ovvero tutte quelle 'mappae mundi' “da Atlantide all’Isola del Tesoro” (p. 119) che costellano la letteratura occidentale da Omero a Swift, da Platone a Stevenson, a Celati, passando per Dante), dove Prete scrive: “Il viaggio verso i regni dell’impossibile è il viaggio dell’immaginazione verso una terra dove si può trovare il risarcimento – certo, ancora fantastico – di quel che qui è negato, e si può, nello stesso tempo, apprendere il modo e la forma di una critica del tempo presente” (p. 116); e ancora: “Si tratta di dislocare lo sguardo fuori dal consueto, dal proprio, fuori da quel che appare come necessario e insostituibile. In questo modo l’immaginazione mostra la sua funzione politica: l’immaginazione non va al potere ma può disvelare gli inganni del potere” (p. 121). E allora noi capiamo che proprio questa intenzione anima Un anno a Soyumba, con dedica significativa a Gianni Celati (lo scopritore dei Gamuna), il racconto breve che Prete ha affidato all’Editore Piero Manni come numero 4 della collana i Chicchi nel 2008, nel quale si racconta di una fantomatica popolazione di un’isola lontana e irraggiungibile. Ma torniamo al “Trattato della lontananza.

Dialogo tra la finitudine e il suo oltre” (p. 148), questo è la lontananza, che assume le forme più varie, come, per esempio, l’esilio, condizione nella quale siamo immersi tutti, spesso senza saperlo (“Siamo, tutti, in esilio” p. 86) o “l’amore di terra lontana - l’amor de lonh dei poeti provenzali -” (p. 163), o infine “la lontananza fatta assoluta, irriducibile” (p. 173), la morte, come “lontananza dal vivente” che è “cancellazione del desiderio” (p. 187), poiché “la condizione vera del vivente” è “il suo respiro, che è la finitudine” (p. 188).

Eppure, in questa chiusa, in cui la morte domina sovrana personificata nella figura di Euridice - studiata nell’interpretazione che ne dà Rilke -, la fanciulla che non potrà rivivere e in cui sembra condensarsi tutta la 'souffrance universelle', Prete leopardianamente ha modo di riaffermare ancora una volta il valore della poesia: “Perché nella notte del senso, nella finitudine del vivente, persino nella lontananza del punto acerbo che di vita ebbe nome, la poesia è l’ultimo soffio vitale che resiste. Come il profumo della ginestra, essa si leva, impalpabile, leggera, preziosa, nel deserto del sentire, e del vivere.” (p. 188).

Lo stesso richiamo si può leggere in “Invocazione”, p. 124 di “Menhir”: “resistere alla polvere dei giorni,/all’erosione della lontananza”, quasi in controcanto poetico con la prosa del “Trattato”. E noi capiamo che questo è il compito, questo il messaggio che Antonio Prete definitivamente ci consegna.

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