martedì 19 maggio 2009

Antonio L. Verri - L' uomo multiplo

Un'inedita interpretazione del genio di Antonio Leonardo Verri

«Noi non siamo più come i Ciardo, i Suppressa, che prendevano il trenino della Sud-Est per andare a trovare Girolamo Comi a Lucugnano. Per noi, adesso, è essenziale prendere l’aereo per andare a Parigi o negli Stati Uniti […] noi dovevamo abbattere i muretti a secco».

Antonio L. Verri

La scrittura di Verri è scrittura che si fa mito, trasposizione moderna del volo di Icaro. Anch’essa, dunque, va assimilata, lentamente, con pazienza per far proprie le immagini che genera. Una scrittura ibrida, postmoderna, influenzata da Joyce, Quenau, Kerouac.

«Chi sa guardare – aggiungeva Bucherer, ammiccando – si ferma al culmine del mescolare, poco prima della Forma…»

Antonio L. Verri



di Francesco Aprile


Antonio Leonardo Verri. Romanziere, poeta, pubblicista, editore, pittore, operatore culturale. La sua nascita, nel 1949 a Caprarica di Lecce, piccolo centro della provincia di Lecce, aveva in sé il destino del margine. Autore postmoderno, riconducibile, assieme a Salvatore Toma, alla schiera dei poeti maledetti salentini, detti «poeti selvaggi», ha anticipato i caratteri della globalizzazione pensando una società in cui l'arte potesse unire i valori e le persone. Attraverso le "Carte internazionali del Pensionante de' Saraceni", Verri, pubblicava autori d'ogni nazionalità, questo perché, al pari degli autori salentini, anche gli autori stranieri «si svegliavano di notte con l'incubo che altri stessero scrivendo il capolavoro». Una sorta di "riconoscersi" nell'atto creativo, un sentirsi vicino anche a chi vicino non era. E c'è una sorta di solidarietà nella sua scrittura, un battersi per la sua provincia, avvicinando i giovani all'arte ed alla cultura, smuovendo la sua terra, invitandola ad aprirsi col mondo ed al mondo. A questo proposito è emblematica una frase di Verri durante un dibattito del '92, un omaggio a Vittore Fiore, in cui l'autore diceva: «Noi non siamo più come i Ciardo, i Suppressa, che prendevano il trenino della Sud-Est per andare a trovare Girolamo Comi a Lucugnano. Per noi, adesso, è essenziale prendere l’aereo per andare a Parigi o negli Stati Uniti […] noi dovevamo abbattere i muretti a secco».

Costruzione e decostruzione

Qui, c'è tutta la potenza di Verri. La sua creatività che esplode, si apre e si fa mondo intrecciandosi con Wittgenstein ed il sogno del “Declaro”, il libro di infinite parole, il libro che doveva racchiudere il mondo. Secondo Wittgenstein, il mondo è la totalità di tutto ciò che accade: i fatti. Ed è qui che Verri trova l'occasione per il suo “Declaro ” andando a tessere una trama che è un doppio intreccio con Wittgenstein ed il Decostruzionismo, perché è Verri stesso che si apre al mondo abbattendo i suoi muretti a secco. Secondo Wittgenstein il mondo è costituito da elementi semplici e indefinibili, detti oggetti; le combinazioni di questi oggetti formano degli stati di cose. Un fatto è, a sua volta, il sussistere di uno stato di cose.

Dunque, il linguaggio si fa rappresentazione del mondo e per Verri si aprono le porte del “Declaro”. Ma quello che Verri compie è un atto sovversivo. Intreccia Wittgenstein e la decostruzione. Perché, se è pur vero che il linguaggio si fa rappresentazione del mondo, è anche vero che, per l'autore salentino, il linguaggio non ha pretesa di validità assoluta e trova nell'atto della decostruzione un nuovo stimolo su cui basare la sua ricerca dell'essere nel mondo e del suo essere mondo. In Verri il significato, così come nella decostruzione, sta nell'intertesto, nella capacità di poter scorgere infiniti mondi fra il detto e il non detto, giocare con gli spazi vuoti fra le righe.

A questo punto è Wittgenstein, ancora una volta, a venirgli incontro. Il viennese, in una lettera all’editore Von Ficker spiega il senso della sua opera: «Il mio lavoro consiste di due parti: di quello che ho scritto, e inoltre di tutto quello che non ho scritto. E proprio questa seconda parte è quella più importante». Perché, secondo Wittgenstein, tutto ciò che si può dire va detto, mentre tutto il resto ricade nella sfera del mistico che va a collegarsi con l'intertesto verriano e la ricerca del mondo. È l'apertura che Verri ha verso il mondo che consente alla sua scrittura di anticipare tutti i caratteri che, poi, si sarebbero manifestati nel corso del tempo a cavallo delle innovazioni tecnologiche.


Il romanzo post-moderno

Nel 1984 Calvino viene invitato a tenere una serie di conferenze, da svolgersi nell’anno accademico 1985/1986. Purtroppo muore, non riuscendo a completare il suo lavoro, che viene pubblicato postumo nel 1988.

Nel 1987 Verri pubblica "La Betissa", il suo primo romanzo postmoderno. All'interno di quest'opera Verri descrive il suo rapporto con la scrittura mettendo in bocca al protagonista le sue parole, che esplicitano la sua ricerca del verso come un lanciare in aria le parole ed aspettare il loro ricadere e disporsi per terra. Il tutto affidato al caos. Quasi un richiamo al momento dionisiaco di Nietzsche, all'esaltazione dell'irrazionale, del caos che domina l'atto creativo. Ma Verri va oltre. Metabolizzato Nietzsche, anticipa Calvino. Calvino, nelle "Lezioni Americane ", parlava del mito accostandolo alla leggerezza, usando queste parole: «Coi miti non bisogna aver fretta; è meglio lasciarli depositare nella memoria, fermarsi a meditare su ogni dettaglio, ragionarci sopra senza uscire dal loro linguaggio di immagini».

Ecco. Il Verri della “Betissa” crea, attraverso le parole, un trabiccolo che altro non è che una macchina volante, fatta di parole e che userà per raggiungere il cielo. La scrittura si fa leggera e diventa mezzo per il cielo, per la libertà, per il mondo. Verri assimila, lascia depositare dentro sé il mito di Icaro per farlo riemergere, nuovo, generando un nuovo mito che è la "Scrittura". La scrittura di Verri è scrittura che si fa mito, trasposizione moderna del volo di Icaro. Anch’essa, dunque, va assimilata, lentamente, con pazienza per far proprie le immagini che genera.

Quella di Verri è una scrittura ibrida, postmoderna, influenzata da Joyce, Quenau, Kerouac. La citazione è una cifra stilistica del postmoderno, così come lo è della ‘Beat Generation’. Verri assimila questi tratti e li fa propri. La condizione "anaforica" domina nell'atto creativo. Scriveva Verri: «Mi accorgo solo ora che Dòdaro ha ragione, che poesia è ripetizione, che ha molta dignità la citazione, riportare così come sono scritte le parole con cui Stefan doveva giocare».

L'evoluzione delle tecnologie ha influenzato la scrittura e Verri, ancora una volta, anticipa i caratteri di quest'informazione che oggi, attraverso internet, ha la possibilità di sfuggire ai grandi centri di controllo culturale, trovando una diffusione che va dal basso verso l'alto - nel pieno stile della letteratura cyberpunk - e non solo dall'alto verso il basso. E non è, il «Quotidiano dei Poeti», un tentativo di sovvertire e regalare un'opera editoriale e letteraria capace di muoversi dal basso verso l'alto?


Uno, nessuno e centomila

Non va dimenticato che Verri è stato un autore difficile, dalle mille facce. La sua non è solo una scrittura del mondo, ma è, anche, una scrittura del luogo, influenzata dalla sua terra. Ne "Il fabbricante di armonia" Verri ricostruisce le vicende di Antonio Galateo, ma fa di più.

Intreccia la sua vita e quella del Galateo che, in apertura col mondo, trovano rifugio sempre e solo nella loro terra. La sua è una scrittura sperimentale. Il suo primo libro, "Il pane sotto la neve ", una raccolta di poesie che ripercorre l'io giovane del Verri poeta, mette in evidenza la ricerca linguistica attraverso il neologismo e l'uso dell'idioletto, predominante nel monologo finale, nel quale Verri fonde italiano e dialetto dando vita ad un nuovo linguaggio. Ed era il 1983.

La condizione che l’uomo verriano assume nei confronti del mondo è quella della ricerca. Cercare cosa? Se stessi e oltre, la poesia e poi ancora la poesia per trovare se stessi, la scrittura, le sue ossessioni. In definitiva, credo che Antonio Verri abbia ricoperto più ruoli, come se non fosse una sola persona. Come se fosse una e mille persone. Credo che Antonio Verri amasse sdoppiarsi, triplicarsi, moltiplicarsi, senza freno, in un pirandelliano gioco delle parti, così come in Bucherer, Verri e gli altri che sono Verri si moltiplicano saltando sulla neve. Credo che Antonio Verri fosse uno, nessuno e centomila.

Verri cerca se stesso ed è tutti i suoi personaggi. Lui è Sally che è Bucherer che è Stefan. In "Bucherer l'orologiaio ", scriveva: «Chi sa guardare – aggiungeva Bucherer, ammiccando – si ferma al culmine del mescolare, poco prima della Forma…»

Non è un caso, a mio avviso, che la parola Forma abbia la lettera iniziale scritta in maiuscolo, perché Verri si ferma al culmine del mescolare, volutamente non concede la forma, abbandonando il suo ultimo libro al caos che genera nel lettore.

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