lunedì 6 aprile 2009

LE PAROLE DELLA TERRA

Su Puglia in versi. I luoghi della poesia. La poesia dei luoghi edizioni Gelso Rosso, 2009

Antonio Errico

Un luogo che non ha parole è soltanto un deserto di storia, di memoria. Non ha sentimento dell’esistenza, non ha racconti da tramandare, non ha ragioni da proporre, non ha emozioni da contagiare, non ha fantasia da porgere in dono. Un luogo che non ha parole è privo di tempo, è un simulacro di senso, un sepolcro vuoto al quale non si rivolgono preghiere, per il quale non si celebrano rituali.
Le parole di un luogo sono la sua letteratura: quella tessitura di poesia e di narrazioni, quella trama di sensazioni e riflessioni che rigenerano il suo passato, che attribuiscono significanza al suo presente, che lo proiettano in un futuro autenticamente fondato sulle radici antropologiche.
Diceva Tommaso Fiore in “ Un popolo di formiche”: la Puglia è innanzitutto un’espressione archeologica.
Sono passati quasi sessant’anni.
Ora si potrebbe dire che la Puglia è innanzitutto un’espressione poetica: una condizione culturale generata dalla letteratura stessa, dalla mitologia, da tutta una sensibilità ermeneutica che ha trovato anche nella geografia il motivo – o il pretesto, talvolta – per trasformare la dimensione reale in dimensione fiabesca, il tempo in oltretempo, per scardinare le sue coordinate spaziali, per prolungare Finibusterrae nel Mediterraneo, per annodare i suoi confini all’Europa.
Innanzitutto un’espressione poetica, dunque. Perchè per altri aspetti – probabilmente per molti altri – è ormai straordinariamente somigliante a qualsiasi altro luogo d’Italia, dell’Europa, forse anche del mondo.Nel bene e nel male.
La sua connotazione, la sua identità profonda, la fisionomia che la rende diversa e riconoscibile, è determinata dalla poesia e dalla narrativa che ha prodotto soprattutto nel corso del Novecento.
“Puglia in versi. I luoghi della poesia, la poesia dei luoghi” costituisce una dimostrazione di tutto questo. Un’antologia edita da Gelsorosso di Bari a cura di Daniele Maria Pegorari che attraversa la Puglia nei suoi territori. E’ articolata in sezioni: Puglia & Puglie, Daunia & Capitanata, Peucetia & Terra di Bari, Messapia & Terra d’Otranto.
Ogni sezione è introdotta da una pagina di Lino Angiuli, nitida, essenziale, appassionata. A proposito di Messapia & Terra d’Otranto, per esempio, scrive: “ Chi non tiene almeno un grammo di poesia dentro le ossa, difficilmente può campare in mezzo a questo popolo di ulivi che per forza di cose tace di fronte all’avvento di una luna mannara, la stessa che sfregiò più di un sogno a botta di pene luccicanti”.
Si è vero. Ha ragione Angiuli, che poi è colui che ha inventato questo libro: senza almeno un grammo di poesia dentro le ossa da queste parti non si può campare.
E’ un libro itinerario, una guida attraverso il sentimento della terra che muove la parola e attraverso le parole che rinnovano il sentimento per la terra.
Un libro che mette insieme poeti che scavano nella dimensione storica, antropologica, geografica, di una regione che ha radici affondate nel passato e un’ansia sempre più forte di futuro. E’ una mappa per orientarsi nella memoria profonda che noi conserviamo dei luoghi che ci sono appartenuti, che abbiamo abitato nell’intimità del pensiero.
La Puglia è così, dunque. Ancora. E’ quella del Puer Apuliae, delle cattedrali che sembrano navi dentro l’aria, degli ulivi che ondeggiano come un mare verdognolo, delle luci sfolgoranti; è un paese di tante croci, senza fiumi, senza foci, con le luci sfolgoranti, con i gufi nei castelli, terra d’ombre, di sembianze, di preghiere e di bestemmie, con il cielo che talvolta prende il colore dei tufi, con l’eco delle voci che si spande e deforma i nomi gridati nel vuoto mentre l’uomo si addormenta sulla soglia, e la donna di una poesia di Bodini pettina i capelli neri, e che lunghi capelli, che non finiscono mai.
La Puglia è ancora così, dunque. E’ quella che non c’è più ( se mai c’è stata). E’ un’invenzione. Una figurazione. Una fantasmagoria.
La Puglia è un miraggio della memoria, un’immagine proveniente dal fondo di un dormiveglia, un altare innalzato per fede e per amore: per troppa fede, forse, per troppo amore.
Accade, per una terra, quello che a volte accade per una creatura che si ama. Accade che si pensi a lei in un modo diverso da quello che è nella realtà.
Certo, la letteratura di Puglia comincia dalla storia, dalla geografia, dall’antropologia, ma poi si proietta in una cosmogonia fantastica, configura un universo dove tutto nasce e tutto muore nell’ordinato caos delle parole di una poesia che ha il sapore dell’uva e l’odore del mare e il colore di certe albe e le rughe di certi vecchi e il silenzio di molti dolori e lo stupore della sua gente e la meraviglia delle sue notti. Che ha l’incantesimo delle sue lune che sembrano planare sulle spiagge, sulle case, che si rispecchiano negli occhi dei bambini addormentati sul limitare delle case del ricordo.

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