venerdì 27 febbraio 2009

Elisabetta Liguori, La premura dell'acqua


Sono gli anni della neurologia, dell’assistenza domiciliare, dei sensi di colpa: è bene farsene una ragione e ragionare per obiettivi.

Adesso ci si ammala, ma si sopravvive e non si può far altro che vivere sulla spalle di chi si ama.

La marca non contava. L’importante era averla. Il primo pensiero dei vecchi genitori di Marcello era sempre far sì che lo stanzino delle scope fosse adeguatamente ingombro di confezioni da sei di bottiglie di plastica. Solo acqua naturale, poiché, diceva papà Ubaldo, c’era qualcosa d’innaturale in quella frizzante.
Il male si nasconde nell’artificio, diceva.
Da tempo ormai la fatica della gestione della salute dei suoi genitori, ormai sempre più malandati, si palesava al mondo con la punta d’iceberg dell’approvvigionamento idrico. Marcello non sapeva perché stavano così male, quale veleno li aveva ridotti così, né se ci fossero davvero dei rimedi per quella deriva, ma sapeva che loro avevano bisogno di acqua, molta acqua. Come tutti i vecchi, del resto, ma loro un po’ di più. O almeno così gli pareva. Le malattie neurologiche si diagnosticano al supermarket, pensava dunque Marcello, ogni volta che ne sceglieva di gran fretta uno a caso e vi parcheggiava davanti.
Una sera come tante papà Ubaldo l’aveva chiamato al cellulare e con quella sua voce polverosa, gli aveva detto “siamo prossimi alla fine, pensaci tu, figlio mio”. Niente di nuovo. Un tempo papà Ubaldo era stato uno di quegli eroi familiari senza sosta e senza macchia. Sempre fuori casa: un appuntamento, un impegno improrogabile, una scadenza rigida altrove.
Era stato uno di quei padri che ci pensava lui a tutto e per anni si era sostituito all’unico figlio, oltre che alla moglie, sollevandoli da ogni disagio, da ogni incombenza. Ad un certo punto però s’era fermato: come un’auto di grossa cilindrata aveva perso un paio di giri su un rettilineo qualunque e il motore s’era spento. Una manciata di chissà quale sabbia s’era infilata negli ingranaggi e stop. La brusca frenata aveva sorpreso tutti, soprattutto lo stesso Ubaldo, che aveva spalancato i suoi occhi neri senza pupille e si era guardato prima le gambe e poi le braccia. Gli arti gli s’erano spenti una mattina al risveglio, come ci fosse stato un tasto on/off sotto il pigiama. Ricordava solo di aver avuto un dolore persistente al tallone qualche mese prima, ma null’altro che lasciasse presagire una disfatta simile.
I medici avevano stilato referti a dozzine. Quelli di casa ne avevano parlato inutilmente con tutti, finanche col fruttivendolo e il carrozziere di fiducia, per conforto. Poi avevano cominciato a tacere. Da allora nulla era più stato come prima e Marcello d’improvviso s’era ritrovato nella mani un padre immobile, chiuso in una teca, come una bambola di pezza.
Nel corso dei quindici anni che erano seguiti, molto gradualmente dal silenzio si era arrivati alla grande sete. Un’arsura terrifica. Capire cosa fosse successo ai neuroni di suo padre non era stato possibile per nessuno, così s’era pensato di annegarli. I diversi specialisti sembravano contrade durante il Palio di Siena. Ciascuno con la sua bandiera, la sua specializzazione, il suo orticello, i colori del proprio staff di fiducia.
Ma sull’acqua era d’accordo tutti. Invece della chimica, l’acqua. L’acqua che depura, che lava, che cancella, che bagna la sabbia e costruisce castelli. Ed Era Marcello l’uomo ufficialmente incaricato dell’approvvigionamento idrico.
È proprio così che accade, rifletteva Marcello, in quella sera umida di scirocco, smontando dall’auto e mettendo l’antifurto con un click: una generazione preme sull’altra e l’asseta.
Sono gli anni della neurologia, dell’assistenza domiciliare, dei sensi di colpa: è bene farsene una ragione e ragionare per obiettivi. S’allunga la vita, s’alza il rischio e aumenta la pressione. Adesso ci si ammala, ma si sopravvive e non si può far altro che vivere sulla spalle di chi si ama. Si soffre tutti da cani e questa sofferenza ha spesso a che fare con l’acqua.
Marcello aveva una predilezione per le bottiglie colorate.
La plastica verde, oppure quella azzurra.
Le bottigliette con lo spruzzatore blu da mezzo litro erano in assoluto le sue preferite, ma anche le più costose. Quando si sedeva sul bordo del letto, inclinando il busto di 30° per infilarla tra le labbra screpolate di suo padre, lui ciucciava più facile con quelle. Con più gusto. Per tutto il resto c’era sua madre e un infermiere calvo, ma dell’acqua si occupava Marcello. Solo lui.
Suo padre era immobile e concentrato: gonfiava e sgonfiava le gote. Si fermava, respirava, storceva le narici, tremava col mento, poi ricominciava coi sorsi. Il primo mezzo litro a temperatura ambiente in circa otto minuti. Quando poi si fermava, con il petto ondeggiante, sorrideva grato e bagnato, mentre i peli della sua barba brillavano colpiti dalla luce della lampada sul comodino. Marcello si concentrava su quei gesti. Un piccolo piacere comune, in un pantano di insoddisfazioni, impossibilità e domande. Quei sorsi chiedevano cura dinamica. Faticosamente ripetitiva, ma appagante. Marcello era scrupoloso: due volte al mese visitava un diverso supermercato. Ne confrontava le offerte e la distanza dal centro abitato o dal suo ufficio di commercialista. Il reparto acque minerali era sempre ordinariamente sano e l’aggirarsi tra gli scaffali con aria vaga lo faceva sentire un uomo normale.
Solo dopo aver dissetato il padre, la madre, la badante rumena e l’infermiere calvo, e dopo averli tranquillizzati circa la loro futura sopravvivenza, Marcello si occupava di non disperdere nell’ambiente le mille bottiglie colorate. Raccoglieva la plastica accartocciata e cercava il cassonetto giusto tra i gatti del vicinato. Lui era a capo di un processo. Era quello l’articolarsi del suo debito filiale ed era una grande responsabilità.

Con il portabagagli ingombro, anche quella sera Marcello parcheggiò sotto il civico. Provava sempre un piacere enorme nel trascinare quelle confezioni cigolanti su, fino al terzo piano a piedi. Almeno quattro confezioni da sei. Le impilava nell’androne d’ingresso, ansimando nella penombra, dopo aver aperto con il suo mazzo di chiavi. Sempre quello fin dai suoi sedici anni, con una pallina di cuoio logoro come ciondolo. Nel vecchio condominio non c’era l’ascensore, tutto era fermo. Della liturgia neurologica condominiale, lui era l’officiante ascetico, l’unico, seppur sempre più stanco. Poi in casa, anche quella sera, lo stesso olezzo caldo di sempre.
- Sono qui. - gridò, spostando come sempre le confezioni, uno dopo altra, dall’ingresso allo stanzino delle scope.
- Oh, caro. – rispose il solito sussurro dal fondo. La voce di sua madre arrivava sempre da lontano, anche se la casa era di pochi metri quadrati. Dopo la voce arrivava lei, sulle pattine. Da piccolo Marcello le nascondeva e sua madre era costretta a girare in tondo giornate intere per ritrovarle, sospirando paroline disperatamente velenose con quella sua vocina lontana. Marcello le rubava e poi ci pattinava leggero e, se era tramontana secca, riusciva a farsi tutto il lungo corridoio su un solo piede con un unico slancio calibrato. Erano avanzi di mussola cuciti grossolanamente tra loro in due rettangoli e stavano sempre tra i piedi di tutti. Quella sera trovò papà Ubaldo sdraiato sul letto come sempre. Parlava da solo e i suoi discorsi erano avanzi di discorsi cominciati molto prima contro chissà chi. Quella sera la Palestina brontolava dal televisore tenuto a volume basso sul comò in mogano, come da una pentola a pressione.
- È un fatto serio, Madonna mia – diceva – lo vedi anche tu quanto è importante, Marcello?
- Cosa è questa storia del muro?
- E’ un approfondimento del tiggì.
- Un approfondimento di cosa?
- Dell’acqua. Mi pare di avere capito che è per colpa dell’acqua. Da quando i due territori in guerra sono stati separati da questa muraglia, c’è chi vive e c’è chi muore. Chi con l’acqua chi senza. L’hanno fatto apposta. Mica per tenere a bada le cose, ma per rubare l’acqua.

Il collo del padre era piegato a destra in modo innaturale, per meglio cogliere il sonoro, mentre la testa restava tatuata sul cuscino con un alone sfumato tutto attorno. A sedergli accanto, quella sera, la forma del padre gli parve più imprecisa del solito, bidimensionale, e davanti al materassino a pompa, cortesemente fornito dall’Ausl, dopo una decennale trafila burocratica di visti, pareri e controlli, si sentì più a disagio del solito. Da seduto, spostò il peso in avanti verso il padre già sdraiato, con la bottiglia in mano, e la gomma piuma sotto di lui sbuffò in strani bozzi enormi.
- Ma cosa cavolo c’è qui dentro al materasso? Acqua?
- Figurati. Sarà aria. Solo aria, figlio mio. Fosse acqua, invece è solo aria.
Marcello inspirò profondamente, puntando il naso verso il soffitto, sopra la nuvola densa che gli sembrava stagnasse da anni intorno alla sagoma paterna affossata in orizzontale dentro se stessa. La tivù era giallo ocra. C’erano quintali di polvere tra le macerie e una voce che parlava di un mondo diviso in due: i ricchi e i poveri. Nel mezzo il muro dell’acqua: una barriera che separava gli arabi dagli ebrei, razionando le riserve idriche in maniera illogica. Una specie di furto a cavallo delle montagne della Cisgiordania. Una liquida forma di apartheid e di trasformazione del territorio. Per quanto ipnotico, quel ronzio catodico era troppo complicato per Marcello. Distolse l’attenzione storcendo il mento e svitando il tappo di una bottiglia nuova. In quei momenti lui preferiva concentrarsi solo sulla bottiglia colorata, sulla grafica dell’etichetta, sulle vene blu della sua mano rigida, sul suo bisogno di essere figlio, di esserlo in fretta e bene, sul suo mal di schiena, ed, eventualmente, sui suoi 43 anni che fuggivano via, al ritmo forsennato dei sorsi rumorosi di suo padre.
- Ma chi ce l’ha quella potabile?
- I ricchi di Israele, figlio mio! Quelli che c’hanno il potere, le falde acquifere, e così controllano la vita degli altri. Non gli fanno costruire i pozzi, gli assetano. I bastardi. E gli fanno morire pure le mucche. Si sono dimenticati di come è difficile stare al mondo. Ecco cosa. Si sono dimenticati tutto. - Io non ci ho mai capito nulla della striscia di Gaza.
- Lo fanno apposta a confondere le cose, figlio mio. Lo fanno apposta.
- Con tutto quello che ho per la testa, che vuoi...Tu invece.
- Mi resta solo il telegiornale.
- No, fai bene, fai bene. Davvero, fai bene, ti tieni lucido. Ti tieni vivo.
- L’hai portata?
- Eccola, sì. Una bottiglia qui. Le altre nello stanzino.
- Povera gente, però. Non c’è nulla di più straziante dell’acqua, se ci pensi.
- No. Nulla. Storcendo la bocca, Ubaldo prese a ciucciare, diluendo all’acqua un sorriso di beatitudine. Aveva due ragni al posto delle mani: le dita facevano lente arrampicate sulla coperta, mentre un grosso rivolo gli scendeva dal mento fin dentro la giacca da camera, serpeggiando tra le pieghe di pelle irsuta come il Giordano tra siepi e foglie gialle. Ma per fortuna, anche quella sera Marcello era concentrato a sufficienza su quel piccolo universo umido e si affrettò a cercare un tovagliolo.

Racconto di Elisabetta Liguori

mercoledì 25 febbraio 2009

Gaetano Martinez, schizzi e disegni








G. Martinez, Autoritratto 1941

La sezione Sud Salento di Italia Nostra
rende omaggio a Gaetano Martinez con una mostra itinerante

Quando l’arte trova l'interprete

Pian piano impariamo a ritrovare le tracce dell’arte e dei nostri artisti. Ci alleniamo al compito dopo anni e anni di silenzio, di soggezione e anche di tormenti. Scopriamo la vitalità di questo “margine” attraverso i suoi interpreti. Accorgersi di loro non è compito facile, per natura son stati silenziosi, o soltanto riservati, attenti al loro fare han dimenticato di ‘promuoversi’ come s’usa nei tempi moderni che ci tocca vivere.
Adesso, i più curiosi tentano, cercano, vanno a guardare! Le sale dei Musei accudiscono storie, i giorni di chi, in nome della necessità espressiva, ha avuto l’ardore di confrontarsi con i materiali e con il Mondo, con la Storia e l’Epoca sua, tentando di dare continuità a quel filo che porta l’Arte agli occhi e ai cuori di chi attento sa essere, oltre l’illusione del bastarsi.

Gaetano Martines è nato a Galatina nel 1892 da una famiglia di artigiani. Già giovanissimo si fa scalpellino. La pietra leccese il viatico del suo segno che si confronterà con materiali ben più impegnativi. Il disegno, lo sappiamo, è il ‘luogo’ del progettare, un cercare che in Martinez s’è unito alla scrittura come in un vortice creativo che mischia la ‘definizione’ della forma con quell’altra più intima e indefinita che siede nell’animo.
Ce lo dice la delicatezza dell’opera di Martinez, la levità di certo suo ritrarre il femminile o la freschezza inquieta d’un fanciullo che dorme, che sogna, che gioca. Un gesto fermo, certo, sicuro, ‘orfico’ muove la creazione, la rende atto: spinta naturale e necessaria. Un artista puro, libero dalla convenzione formativa, dalla scuola, dai riferimenti, allevato da sè nello scandaglio della sensibilità e dell’osservazione. C’è il Salento nella sua opera, non c’è? C’è il tempo dell’osservazione e dello stare, c’è il popolo tante volte ritratto, il quotidiano.
L’avvio della mostra itinerante degli schizzi e dei disegni di Gaetano Martinez, a Galatina. Il Palazzo della Cultura ospiterà l’iniziativa di Italia Nostra sino al 12 marzo, successivamente la collezione sarà esposta a Nardò, a Parabita, a Poggiardo e a Lecce con il diretto coinvolgimento nell’organizzazione degli Istituti d’Arte e dell’Accademia di Belle Arti.

martedì 24 febbraio 2009

Giovanni Bernardini, i bruchi e la scrittura


di Antonio Errico


Zecchini d’oro tira fuori dalle tasche di tanto in tanto, Giovanni Bernardini: quelli che ha messo da parte per anni, per decenni. Perché nulla dies sine linea: mai un giorno senza una riga di scrittura, non fosse altro che una parola sola più volte ripetuta. Però una riga di scrittura al giorno deve uscire.

Tra il settembre e il dicembre del 2008 ha pubblicato con Manni il romanzo, I bruchi ovvero il ragazzo in fondo al mare e con Argo Altri giorni, altri racconti.
Giovanni Bernardini è un narratore puro. Uno di quelli che Cesare Garboli chiamava scrittori- scrittori. Uno di quelli che lanciano le parole nello spazio, senza prestabilire dove vogliono che vadano a finire. Giovanni Bernardini è uno scrittore che ha il passo lungo. Provincia difficile è uscito nel sessantanove. Adesso sono quarant’ anni giusti.
Un libro percorso da una tensione di fuga. Nell’atmosfera soffice e dolciastra del ritorno, nell’indugiare del reduce che avverte una sensazione di immobilità del tempo e di progressivo restringimento dello spazio, in quella fissità dei luoghi che contrasta – non drammaticamente, ma tristemente – con il trasformarsi e il morire delle creature, la fuga diventa l’unica maniera per scampare all’abbandono, per evitare l’inaridimento della coscienza.
Qui c’è l’ asfissia provocata da una regione tagliata fuori dal progresso e dalla storia, paralizzata dalla fiacchezza, assediata dalla terra rossa e secca, corrosa dallo scirocco.
C’è tutta l’angoscia di una generazione che ritorna dalla seconda guerra mondiale e non sa cosa promettersi, nè cosa dirsi.
Andare via è un tentativo di costruirsi la vita. Ma anche un modo di condannarsi alla solitudine, all’estraneità, alla lontananza che sradica e deforma il sentimento. Così chi pensa di andar via cerca una mediazione: realizzare un futuro senza recidere il vincolo con l’origine: andare via portando con sé la madre. Ma la madre accarezza il muschio sul muro e si allontana lungo il viale, in una scena finale, in dissolvenza.
Allora si capisce che diventa indispensabile decidere se restare sulla propria sponda o se attraversare il fiume per cercare un’altra condizione di appartenenza.
Rimanere è la scelta generata da un’etica possente, anche se dolorosa. E’ il conto da pagare alla storia. E’ l’esito di un confronto tra progetto e coscienza maturato nella dimensione degli affetti. E’ una malinconia che si trasforma in impegno.
Rimanere è un’assunzione di responsabilità nei confronti di se stessi. E’ il rispecchiamento in una identità che si misura con la terra e con essa si conforma, in una reciprocità di esperienza e di senso.
Bernardini ha sperimentato forme di scrittura; ha seguito diverse direzioni di stile; è stato ed è amante riamato di prosa e poesia senza sceglierne mai definitivamente una. Perché è attratto dai modi con cui si mettono insieme le parole, da come se ne vanno una dietro l’altra.
Giovanni Bernardini sa perfettamente che ogni storia è una cassaforte e che ogni scrittore è un ladro funambolico che non conosce la combinazione. Così prova e riprova fino a quando non indovina la formula giusta, che può essere una soltanto, ogni volta una sola: o prosa o poesia. Per questo fa uso di versi e di prosa, secondo la combinazione che pretende la storia.
Giovanni Bernardini è uno scrittore che ha il fiato forte. Ha quel fiato che diventa indispensabile quando si vogliono crescere significati complessi e complessivi con piccole storie, geografie marginali, personaggi con la fisionomia consueta, famigliare. Con una materia così ci vuole la capacità di scartare, di trasferire su un piano concettuale metaforico – allegorico – le vicende narrate, di trasformare il microcosmo in universo sconfinato, di scagliare come pietra di fionda l’analogia senza stabilire un confronto.

(Conosco Giovanni Bernardini dall’estate che scoprii Provincia difficile e avevo quindici anni. Credo di non aver perso nessuno dei suoi libri. Poi, da quando mi è capitato di leggere il saggio di Walter Benjamin sull’opera di Nicola Leskov, tutte le volte che ne prendo in mano uno, mi viene in mente l’immagine di un signore calvo e minuto che sale e scende da una scala a pioli che affonda nelle viscere della terra e si perde tra le nuvole.
La narrazione di Giovanni Bernardini affonda le radici nella terra e si perde tra le nuvole. Con quell’ equilibrio stilistico che può venire solo da un grande mestiere. Con quella lingua materica, concreta, essenziale, che costituisce il lusso di chi non intende trasporre, trasfigurare, celarsi dietro le maschere dell’ambiguità, della finzione.)
Bernardini è uno scrittore di fatti. Anche quando attraversa territori del surreale, il riferimento ai fatti costituisce comunque il motivo o quantomeno il movente del narrare. L’osservazione del mondo, della sua superficie, la descrizione precisa delle cose viste e di quelle udite, una certa cadenza stilistica tipica del giornalismo d’inchiesta, sono condizioni che connotano la sua scrittura. Ma di tanto in tanto si avverte, nettamente, lo scatto verso la figuratività, la sfera onirica e visionaria. Accade quando ha bisogno di comprendere – e di far comprendere – ragioni ( e passioni) che il dato tangibile, la relazione di causa ed effetto non possono spiegare. Accade quando non gli basta il ragionamento, la logica, l’evidenza, la dimostrazione, quando non rispondono alle sue interrogazioni le categorie della politica, della sociologia, della religione, quando la parzialità della prospettiva falsifica inevitabilmente la visione. E’ a quel punto che ha bisogno di oltrevedere. E’ in quell’occasione che diventa onirico, visionario. Le sue scritture “ per bambini” ( Stasera a cena mangerò una balena, Edizioni del Grifo, 2000; Il vento non può spegnere quelle luci, Manni, 2001)costituiscono un pretesto di genere che nasconde una scelta poetica radicale, che gli consente la metafora più azzardata, la penetrazione nella boscaglia semantica.

Il narrare di Giovanni Bernardini è stato sempre uno scandaglio della coscienza. Anche la sua poesia è stata questa cosa. Scrivere, in ogni forma, è stato un modo per confrontarsi con tutto, con tutti: con il mondo, con i vivi e con i morti, i vicini e i lontani, con quelli che gli camminano accanto, con gli altri perduti per strada, con le storie che ha vissuto o sognato o che ha immaginato, con le ombre della sua giovinezza, con i fantasmi della sua età di adesso che lui vuole chiamare vecchiaia.
Ecco. Scrivere, forse, è stato e rimane una sua precisa maniera per tenere il conto dei giorni, per non lasciarsi sfuggire le emozioni, per alzare muri in faccia alla dimenticanza.
La dedica personale al suo libro poetico Nel mistero del tempo (Manni 2005) diceva: “ sarà questa la mia ultima caccia?”, con un riferimento al romanzo che ho scritto sull’ultima caccia di Federico II, ma soprattutto con un’allusione alla caccia del tempo sull’uomo, dell’uomo sul tempo.
Il motivo della citazione consiste nel rilevare come – al di là dell’umile riferimento - la dimensione poetica profonda e implicita di Bernardini sia la stessa di ogni grande scrittore. Perché ogni grande scrittore – e grande vuol dire colui che crede nelle parole tanto quanto crede nella vita dentro i giorni ( o di più?) – pensa sempre, sospetta, forse segretamente, che ogni libro ( anzi: ogni pagina, ogni parola) siano sempre l’ultimo libro, l’ultima pagina, l’ultima parola, limiti definitivi, invalicabili, assoluti. E allora ogni grande scrittore pensa che in ogni pagina, in ogni parola, sia indispensabile, inevitabile, metterci tutta la vita, tutta l’esperienza, tutta la possibilità e l’impossibilità dell’esistere, ogni felicità e ogni dolore, tutte le illusioni e le delusioni, le stanchezze e i vigori, tutti i sogni e le occasioni, le sconfitte e le vittorie, le conquiste e le rinunce, le coerenze e le contraddizioni. Pensa che debba mettercele così, nelle pagine, nelle parole, come sono venute, ordinate o confuse, attese o improvvise. Così fa Giovanni Bernardini, in questo libro. Fa come ogni grande scrittore, indipendentemente dall’età che conta nel tempo in cui scrive.
(Bernardini è della classe ’23. E’- anche- per questo motivo che provo per lui un grande affetto. Come provavo un grande affetto per Aldo De Jaco, che era del ’23. Mio padre era del ’23.)
In questo libro di Bernardini trovo una delle più belle poesie che abbia mai letto. S’intitola “Sulla soglia”: una lettera al padre; un tentativo innocente di cancellare la distanza tra i luoghi della precarietà e i luoghi dell’eterno; un atto di consegna fiduciosa al mistero dell’oltre, all’enigma dell’altrove.
Poi trovo una poesia dedicata al grande amico Salvatore Toma, il ricordo della neve di quel marzo dell’ottantasette.
Dice Giovanni Invitto nella bella e affettuosa postfazione, che questo libro è il canzoniere di una vita, “ uno specchio nel quale il poeta si guarda non per trarre consuntivi ma per interpretare il mistero del tempo”.
Ha fatto bene davvero Giovanni Bernardini ad affidare ad un filosofo come Invitto l’interpretazione del suo mistero del tempo: che è nella memoria, nel sogno, nella ferita del giorno che passa impietoso sul cuore, sulle ossa, sul volto; è nel rimpianto di tutto quello che è andato perduto, degli amici che a un certo punto hanno salutato; è nel disappunto di tutto quello che si sarebbe potuto fare e non si è fatto, nella nostalgia di quello che si è compiuto, nella speranza per quello che resta da compiere.
“ Si perde così/nel mistero del tempo/ l’umana esistenza”, scrive: versi che stringono le teorie di Agostino e le ultime parole di Albert Einstein, il Qohèlet e le concrete e brucianti filosofie di chiunque si soffermi un istante a pensare a se stesso.
Poi, in fondo e dentro l’umana esistenza, e forse anche dopo ( perché questa è l’inconfessata aspirazione di chiunque si ostini a martoriare fogli), c’è la scrittura: a volte nella forma di una prosa, a volte nell’andare frequentemente a capo della poesia, anche se – inevitabilmente- restano pagine bianche, anche se si affievolisce la volontà di costruire ponti sulle parole per andare incontro agli altri ( o solo a qualcuno), anche se si rimane da soli con se stessi e il rumore del mondo diventa nient’altro che uno sciabordio senza significato.
In fondo e dentro resta la scrittura, come resoconto e progetto, come specchio e cruna dell’ago, come annotazione al margine del tempo, come consolazione per se stesso, lascito di memoria, intimo testamento, come vizio incallito, come sollievo e tormento.
Anche se la scrittura è solitudine deserta. Inutile rimedio o medicamento per un malessere viscerale. Chiosa al testo del tempo che genera soltanto taedium vitae, spossatezza, mentre cresce il vento pestilente della vecchiaia.
La vecchiaia per Bernardini non è solo un segmento dell’esistenza; è soprattutto una ferita provocata dalla consapevolezza delle assenze, delle perdite continue e irrimediabili, del vuoto che si allarga e inghiotte ogni affetto, ogni antico e nuovo appassionamento. E’ la somma delle perdite e delle assenze. E’ un ritrovarsi tra la cenere di tutto.
Rimane la memoria, che però non riesce a consolare. Anzi, costringendo a stabilire paragoni, esaspera la solitudine, la rende disperata. Fa da risonanza, da pietra dentro il pozzo che coinvolge in centri concentrici tutti gli spazi del vissuto.
La scrittura si fa sempre più netta, più decisa, più lucida.
Ora per Bernardini la poesia è concretezza concettuale, che sul piano del linguaggio si traduce in una forma e in un lessico che rifiutano ogni ambiguità, ogni artificio, finanche qualsiasi condizione di polisemia. Le parole hanno significati precisi, inequivocabili, e la sintassi assume l’ andamento di un monologo lirico, sì, ma lineare e incalzante.
D’altra parte la solitudine non è né ambigua né artificiale, per cui non possono esserlo le parole che la esprimono. Se poi la poesia è tramata da simboli e metafore, è proprio perché la solitudine è simbolo e metafora. Della morte.
Questo, per Bernardini, è la scrittura, adesso; questo è diventata con lo stratificarsi degli anni: un gesto naturale come uno sguardo, un movimento delle mani, un battito di cuore, un soprassalto del pensiero, un trasalimento improvviso, un confronto sereno, un sonno quieto, l’ansia di un’insonnia, il bisbiglio di una preghiera. Una fede umana. Troppo umana. E, per questo, fragile e poderosa, innocente e assoluta.

sabato 21 febbraio 2009

Vittore Fiore: meridionalismo e poesia










(Nell'immagine Graziano Fiore, fratello di Vittore)

Il mezzogiorno di Vittore Fiore
è in un percorso limpido, sempre in trincea,
lontano dall’
oscuro gioco dei notabili,
rigoroso e spesso duro nei confronti delle distorsioni
e degli alibi che hanno giustificato per lungo tempo
l'emarginazione della questione meridionale.





Una vita, una militanza
Aldo D'Antico

Vittore Fiore ha svolto un’opera insostituibile non solo nel dibattito sul Mezzogiorno, ma anche nel panorama culturale italiano ed europeo.
Già dopo la seconda guerra mondiale prendeva corpo l’impegno a largo spettro di Vittore Fiore; nel recensire il Nuovo Risorgimento (da Fiore fondato e diretto) nel 1946, Elio Vittorini scriveva sul Politecnico: “Fiore ed altri sono riusciti a darci il primo numero di questo periodico a cui va tutta la nostra simpatia per la sua sobria e leale coerenza sulla realtà del Mezzogiorno. Bisognerebbe che questa pubblicazione, che oltre tutto è chiara e facile come linguaggio e presentazione tipografica, fosse diffusa nel Centro e specialmente nel Nord dell’Italia. Sembra infatti che a Milano e Torino, dopo la presenza di Gramsci nella redazione dell’“Ordine Nuovo”, difficilmente si sia riusciti ad evitare, parlando del Sud e del rinnovamento delle regioni meridionali, di farlo attraverso i pezzi più o meno di colore dei corrispondenti e, negli ultimi mesi, le corrispondenze scandalistiche degli inviati specie sui moti separatisti o sui disordini delle Puglie”. E Manlio Rossi-Doria in una lettera a Guido Dorso nel 1945 scriveva: “Bisogna quindi aiutarlo. Il “Nuovo Risorgimento” non è un aiuto ma un peso, che sarà bene che egli continui a sostenere (e anche in questo bisognerà aiutarlo), ma che per vivere non serve. Altra via che non sia di dispersione per lui non vedo se non nell’attività giornalistica”. Questi due giudizi, al di là dell’interesse documentale, testimoniano come in quel periodo la viva culturale pugliese aveva saputo travalicare gli angusti limiti del provincialismo in una dimensione nazionale ed europea dalla quale oggi molto dovremmo imparare in questi tempi di localismi sfacciati e di regionalismi camuffati.
Del resto l’attività del Fiore, dopo l’esperienza del “Nuovo Risorgimento”, continua in maniera ancora più incisiva. Si pensi al contributo da lui dato all’Ufficio stampa della Fiera del Levante e a quella straordinaria esperienza editoriale che fu Civiltà degli scambi i cui quaderni oggi rappresentano ancora una lucida e non superata analisi dei fattori che hanno condizionato lo sviluppo ordinato e produttivo del Mezzogiorno. In essi, egli, dalla pianificazione delle campagne, spaziava ai problemi (già allora - anni 58/68), del rapporto fra Mezzogiorno ed energia nucleare, fra piani regionali e sviluppo economico, fra integrazione economica Puglia Lombardia e questione dei trasporti fra Nord e Sud.
Una sventagliata di problemi, posti all’attenzione del mondo politico, degli operatori economici, delle forze sociali e sindacali, che probabilmente hanno deliberatamente ignorato, occupati tutti come erano ad aumentare il dualismo Nord/Sud e a concentrare nelle aree ricche del paese ricchezza e investimenti. Del resto suoi corrispondenti e collaboratori furono Bauer, Capitini, Calogero, Carano, Donvito, Cifarelli, De Martino, Dorso, T. Fiore, Flora, Gabrieli, Garosci, Levi, Lucarelli, Muscetta, Omodeo, Pierri, Rossi-Doria, Salvatorelli, Salvemini, Sereni, Vittorini, per citare solo alcuni nomi del lungo elenco di personaggi legati alla Puglia e al Mezzogiorno, grazie all’azione di collante svolta da Fiore in quegli anni. Né è da sottotacere l’impegno più generale svolto a favore della promozione culturale mediante l’organizzazione di mostre, convegni, dibattiti, interventi, pubblicazioni, ecc.
La nascita del “Gruppo dei Meridionalisti pugliesi”, nel 1965, segna un’altra pietra miliare nella sua attività e la presenza in organismi come l’ANIMI, lo IASM, la Cassa del Mezzogiorno, rappresenta un altro momento di dibattito e di approfondimento dei problemi connessi al Mezzogiorno.
L’ultima esperienza, in ordine di tempo, quella della direzione di Delta, la rivista edita dalla Cassa di Risparmio di Puglia, evidenzia quanto sia stata progressiva la sua concezione del meridionalismo, sempre proteso a capire le nuove trasformazioni, i processi di mutamento nei rapporti produttivi, l’emergere delle nuove classi di potere, lo slittamento inevitabile verso un altro medioevo del Mezzogiorno se non si fosse considerata la Questione Meridionale, quale problema nazionale ed europeo. I suoi scritti più significativi, raccolti nel volume Dal cemento al cervello, esprimono ancora una volta l’acuta analisi delle nuove situazioni e il bisogno del suo sviluppo. E ancora una volta collaboratori di primo piano intervengono nel dibattito da lui provocato: Ciampi, Talamona, De Rita, Cafiero, Gattei, Ciranna, Savona, Treu, Fazio, Reviglio, Sylos Labini, Novacco, solo per restringere la rosa dei nomi.
Un percorso limpido, sempre in trincea, lontano dall’oscuro gioco dei notabili, rigoroso e spesso duro nei confronti delle distorsioni e degli alibi che hanno giustificato la nuova emarginazione della questione meridionale.

Ma se il suo impegno civile e politico è ormai conosciuto e acclarato, un altro aspetto va approfondito e riconosciuto per ricostruire una completa storia della letteratura pugliese ed italiana: la produzione poetica di Vittore Fiore.
Ero nato sui mari del tonno, nel 1953, lo impone all’attenzione della cultura italiana, anche se in
epoca giovanile aveva pubblicato una silloge, Paesaggi, ormai introvabile.
E fin da allora si capì che impegno civile, espressione poetica ed esperienza umana per lui erano la medesima cosa, in quanto “la voce esala senza impedimenti, in un fluire senza sosta, con un senso metrico di cantafavola, che non distingue tra natura ed uomo, tra antico e nuovo, e tutto serra in un abbraccio di promessa e speranza”. (Oreste Macrì). Si delinea così quel carattere inconfondibile e peculiare della sua poesia che, insieme a quella di Scotellaro e Bodini, rappresenterà la stagione pugliese della letteratura italiana. Ci vorranno altri vent’anni per far tornare Fiore alla scrittura poetica se il successivo poemetto viene composto nel 1973 e successivamente pubblicato nell’Almanacco dello “Specchio” (Mondatori): Il male è dentro di noi. Un meraviglioso viaggio nella storia civile della Puglia, un impietoso scavo di fatti, personaggi e fenomeni che hanno determinato lo sviluppo della nostra regione, l’analisi dei mali che ci affliggono da sempre, l’incapacità di emergere verso orizzonti aperti e sconfinati. Un legame con la Puglia che è insieme duro e dolce, amaro e sofferto, ma mai di rinuncia o di pavida contemplazione. Questo poemetto riapre in maniera definitiva lo scrigno della scrittura poetica di Fiore, reiniziata dopo un’esaltante esperienza condotta a Parabita in seguito al coinvolgimento operato dallo scrivente per attività culturali. E’ da questa occasione che la poesia lo riprende totalmente e dalla “mia Parabita” riprende altre grandi avventure letterarie Ti scrivo da Strasburgo o da Bruxelles (L’Espresso, 1979) e Qualcosa di nuovo intorno del 1989 (Il Laboratorio, 1993) e con una serie di poesie pubblicate in riviste e giornali e altre inedite. Così, fra i “cieli di Puglia”, il “vuoto che ci nutre”, “qualcosa di nuovo intorno”, si dipana un discorso poetico che supera i limiti di una poesia da etichettare, di una espressione da catalogare, di una formula da riconoscere. Non a caso qualcuno si è chiesto se quella del Fiore fosse vera poesia, quasicchè ci fosse una definizione di poesia cui adattare le varie esperienze poetiche. E’ certo una poesia non contemplativa, né dichiaratamente esistenziale in senso filosofeggiante. “Certo – scrive Luigi Scorrano – il combattente di ieri non demorde. E’ rimasto sulla breccia, ha continuato a coltivare la sua fede, a combattere la propria battaglia studiando in quali modi si potesse farlo una volta mutate così profondamente le situazioni. E Michele Dell’Aquila intuisce che “nello scoramento che prende, non resta se non la poesia, la sua forza utopica, il suo rasoio mortale”.
Così, di fronte agli sperimentalismi intellettuali, alle elaborazioni teoretiche della nuova poesia, alle fascinose opinioni sulla non-poesia, la voce robusta di un poeta ci riporta con i piedi per terra, nella speranza ateologale che qualcosa può ancora cambiare, deve cambiare. Anche se “le speranze coltivate, accarezzate, sembrano aver fatto naufragio tra le sirti di una società che, rinunciando al meglio da realizzare, ha imboccato la via di un nuovo conformismo; un ritorno all’obbedienza vile e servile sotto l’intonacatura libertaria…E, nel sapore di tradimento che ha ogni cosa nella società d’oggi, deve pesare l’orgogliosa e fiduciosa affermazione, ch’era speranza e volontà di imporre alle cose una direzione e una qualità diverse”. (Luigi Scorrano)
Nelle poesie dedicate a Parabita, a Gallipoli, a Castro, emerge un poeta dell’amore e della speranza che al paesaggio, al territorio e alla storia che spesso danno un senso di caducità della realtà, restituiscono dignità storica e letteraria.

martedì 17 febbraio 2009

I sessantanni di Antonio L. Verri




















Giovedì 19 febbraio 2009 in occasione del 60° annivesario della nascita di Antonio L. Verri (22 febbraio 1949), nella sala consiliare del municipio di Caprarica di Lecce, alle 19.00, ci sarà la presentazione del volume “Lettere e inediti” di Antonio L. Verri. interverranno: Sen. Giovanni Pellegrino, prof. Giovanni Invitto, dott. Alessandro Laporta, geom. Massimo Greco. Sara’ presente il prof. Mario Marti.


La scomparsa dello scrittore Antonio Verri
Orazione funebre letta da Vittore Fiore l’11 maggio 1993
nella chiesa di Caprarica di Lecce.

Qualcuno volò sul nido del «merlo»

Vittore Fiore

Dal Salento la voce del poeta superò i confini del provincialismo. Il ricordo del «Pensionante dei Saraceni», che fu anche organizzatore di cultura.
L'ultima volta che ho sentito la voce di Antonio Verri che mi chiamava a Caprarica è stato venerdì scorso. Dovevo, su suo consiglio, conoscere le opere del suo amico Cazzolla a Noci, e incontrare il sindaco-poeta Vittorino Curci. Antonio tesseva ancora una volta la tela delle amicizie, degli incontri e degli scontri, delle scoperte, ben oltre Caprarica e Lecce, da straordinario organizzatore di cultura qual era. Due giorni dopo alle otto del mattino mio nipote Mimmo Fazio da Lecce: Antonio è morto, Antonio Verri. Sì, morto, morto in un incidente.
Quando l'ho conosciuto? Tutto registrato. Il 31 dicembre '79 gli scrivevo da Bari: alla fine ci conosceremo! E lui, a rinfrescarmi la memoria, in una noticina: «Ci ha sempre considerati come gallipolini, suo luogo di memoria e di poesia. Incontri e abbracci nella Fiera del Levante, nella redazione di «Delta» (noi gli scrivevamo cartoline dalla Gallipoli storica). Qualche promessa di lavoro in comune. Autore di “
Ai Nèoteroi del ‘Pensionante’”, apparsa su «La Gazzetta del Mezzogiorno» il 31-8-1983 e pubblicata sul numero di ottobre-dicembre del «Pensionante» dello stesso anno. Il barese più salentino ed europeo».
Sconvolto, dopo ore di disperazione e di ricordi, riesco ad aprire il libro della sua storia, non solo della sua, ma anehe dei suoi corrispondenti d'Italia e d'Europa d'ogni parte, collaboratori delle riviste «Caffè Greco» e del «Pensionante de’ Saraceni» (foglio giallo, prima, rivista, poi). Il libro si intitola “
Dieci anni in rivista (1979-1988), curato da Maurizio Noeera e da lui stesso, contiene una vera miniera: le lettere al «Pensionante», pubblicate da «Sudpuglia», la bella rivista della Banca Popolare di Matino diretta da Aldo Bello.
Sì, è vero. Nella poesia del 1983 prendevo un po' in giro, con tutto il rispetto, i poeti ("nèoteroi") della nuova avanguardia leccese, dei quali Verri era il portaorifiamma, e sullo sfondo di una sinistra impoverita e rituale c'era la mia Gallipoli, ora bella ora brutta, seducente o riottosa come la donna che si intravede nel mio canto. E lui, Verri che fa? L'uomo che era partito «sparando a zero», contro una realta culturalmente e non solo culturalmente poverissima, preda degli almanacchi di un po' di editori di storia patria, oppure preda delle viziate, provinciali, elefantiache cose dell'Università, il polemista Verri che fa? Ripubblica il poemetto e mi vuole più bene di prima. Per lui le baruffe, come quella col carissimo «sempre passionale» Nocera, erano «salutari», nella «difficoltà dell'operare in provinca, anche quando per intuizioni, analisi e creatività si è nel pieno di una cultura europea».
Gli attenti studiosi della fervorosa cultura salentina, dovranno un giorno non solo formulare sull'opera di Verri un giudizio estetico non frettoloso, ma, come qualcuno ha cominciato a fare, arrivare ad un bilancio storico che renda chiaro il significato e la portata di fratture, negazioni, polemiche assai vivaci fra intellettuali contemporanei di diversa estrazione e con diverse esperienze alle spalle. Cosa ha rappresentato lo sperimentalismo verriano, esteso alle arti figurative (penso a Dòdaro ma anche a Massari), alla poesia (col ricordo di Toma)? Si è discusso su Bodini, su Pagano. Ma il panorama si è allargato. Altre energie sono entrate in campo. Grazie anche ad Antonio L. Verri.
Non basta ricordare i principali titoli delle sue opere, da “
ll pane sotto la nevedell'83 a “Il fabbricante d'armoniadell'85, da “La cultura dei Tao(‘86) a “La Betissa('87), da “I trofei della città di Guiness('89) a «Il quotidiano dei poeti», puntualmente nelle edicole per un bel po' di giorni. Pazzia meridionale, direbbe Carlo Muscetta. E il gran libro (grande anche perché pesante) che raccoglie reperti, testimonianze, dichiarazioni di tanti scrittori e critici? Una meravigliosa avventura.
Quando Antonio pubblicò “
Il fabbricante d'armonialo storico della filosofia Mario Agrimi (leccese) gli scrisse da Roma: «il risvegliato interesse per l'antico e grecanico umanesimo di Terra d'Otranto trova nella tua sottile e tagliente presentazione magico-poetica del Galateo un punto di feconda apertura ad una storicità problematica e creativa. Il "tuo" Galateo è al di là di ogni ‘otium’ umanistico, ed è fortemente coinvolto nel tardo Rinascimento meridionale». E giù i nomi di Campanella, Bruno, Della Porta e del nostro Vanini. Pazzi, anche loro?
Il 6 marzo scorso a Cursi si inaugurò la nuova sede della biblioteca comunale. Non si trattò, come Verri mi aveva assicurato, di una celebrazione, bensì di una importante operazione culturale che idealmente ha unito la cittadina salentina (alla quale Oreste Macrì legò parte della sua vita) ad un pezzo della storia letteraria e artistica del Salento. L'inaugurazione della biblioteca fu il pretesto per presentare al pubblico il "Fondo librario Contemporaneo-Pensionante de' Saraceni", donato da Antonio all'Amministrazione comunale: libri, riviste, audiovisivi, carte degli incontri della sua vita con tanti «amici speciali»; rarissime prime edizioni, libri di amici d'Italia e fuori, tanti volumi clandestini e semiclandestini, in tutto 6mila esemplari.
Quante storie intorno a Verri, quanti amici! Il tavolo del "Laboratorio" di Aldo D'Antico a Parabita ne sa qualcosa: i fondatori del «Pensionante» stesi sopra per ricordo, tredici in tutto, per suggerimento di Dòdaro.
Trovo appena la forza per leggere la deliziosa sorvegliata nitida paginetta che precede il suo ultimo libro “
Luoghi di frontiera, che altro non è che la raccolta, ideata con Antonio Errico, di racconti e poesie di quattordici amici: «Gli autori sono miei amici, li ho invitati perché mi sono care le loro radici, care le loro scelte, e poi perché sono abili nel riempire di paradossi e di trasparenze la loro scrittura... Penso, infine, che non è poca cosa mettere insieme quattordici scrittori che tengono più conto la sgraziata e curiosa abitudine del merlo che non la marcia regolare della fanfara».

Grazie, Antonio, per il privilegio e la fortuna che mi hai dato di scegliermi assieme agli altri tredici, in compagnia di quel merlo che è in casa di tua madre, «un merlo non comune, ben piumato, aristocratico, diverso», nostro emblema, per sempre. Grazie, sei tu il gran merlo «incredibilmente attento a quel che succede intorno».


domenica 8 febbraio 2009

Don Fefè e Ciccillo, la saga di Cipìernola di Giuse Alemanno

di Antonio ERRICO

In una nota autografa sulla prima pagina del dattiloscritto che mi ha mandato, Giuse Alemanno scrive: “ questo lavoro ha bisogno di un avvertimento: se ti scappa un sorriso vuol dire che avanzo un caffè”. Poi, a libro concluso, a narrazione finita, il concetto del sorriso viene ripreso, sintetizzato e formalizzato in un’espressione: “ difendere la capacità di sorridere è una forma di resistenza”.
“ Le vicende notevoli di Don Fefè, nobile sciupafemmine e grandissimo figlio di mammagiusta, e del suo fidato servitore Ciccillo”, che Giuse Alemanno pubblica con Icaro nella collana “narrazioni”, con il coordinamento editoriale di Mauro Marino e il progetto grafico di Valentina Sansò, quando e se suscitano un sorriso, lasciano sulla labbra una crespa di amarezza. Come accade per il sorriso che viene per una scena di Charlie Chaplin, per quelle di un film neorealista, per certe pagine di Vitaliano Brancati. Dietro ( sotto) il sorriso si nasconde tutta l’amarezza del tempo, il dramma silenzioso dell’umanità che si consuma nella vacuità dell’apparenza, nell’inconsistenza di quelle forme del vivere che celebrano il niente giorno per giorno, respiro per respiro.
In queste narrazioni di Giuse Alemanno, il sorriso è l’elemento che provoca lo scompiglio nel clichè di un sud di eterni dongiovanni: maschere dall’apparenza immutabile, eterna, che invece invecchiano nell’immobilismo e nel rifiuto di ogni nuovo corso della storia. Gattopardi in minore che si illudono di sopravvivere alle mutazioni antropologiche rifugiandosi nella celebrazione di una memoria ricoperta di muffa.
Così l’esistenza si riduce ad una farsa, ad una messinscena contrabbandata per realtà, all’ostentazione di uno status ormai privo di un qualsiasi concreto significato e ridotto ad orpello, ad artificio, attraversata da malesseri indecifrati, dissimulate nostalgie, da un disincanto senza rimedio, da un’indolenza corrosiva.
La lingua adottata da Alemanno è la traduzione efficace di questa ideologia sgretolata: è strutturata sulla variante regionale – o sub regionale – dell’italiano, con un considerevole apporto lessicale del dialetto. Realistica e parodistica allo stesso tempo. Contraddistinta da passaggi rapidi, ad effetto. Proveniente da quello stile con il quale sono stati scritti molti capolavori del Novecento. E’ una lingua che punge le creature e le cose di cui parla facendone venir fuori il sangue, o la linfa o il pus, o gli stracci e la paglia.
La nobiltà in disarmo che si aggira nei palazzi del microcosmo che è quello “ sprofonderio di sud” chiamato Cipìernola, avverte e vive con inconsapevole rassegnazione e con incomprensibile ansia la fine di un mondo. Si rende conto che quella “ massa di miserabili pezzenti, sono i buoni, sono i vincitori” anche se non capisce di economia, di progresso, di cultura.
Sono questi i temi che appartengono alla narrativa di Giuse Alemanno: la rivolta interiore e il sentimento di rivoluzione che fanno crescere le masse, che le affrancano da una condizione di subalternità, di marginalità, di emarginazione.
Anche il paradosso appartiene alla cifra narrativa di Alemanno: quella creazione di situazioni che fa saltare in aria sistemi di pensiero consolidati, forme culturali stratificate, tradizioni, consuetudini, strutture e apparati sociali che all’apparenza sembrano indistruttibili, provenienti da una predestinazione, da una volontà divina che in quanto tale non può contemplare nessun contrasto esterno e nessuna interna contraddizione.
Quella di Alemanno è una letteratura di impegno che pretende - ancora – di scuotere coscienze nuove attraverso la proposta di storie che nascono dall’incrocio di una tradizione popolare e di una tradizione colta. I vinti senza speranza di Verga, qui trovano la possibilità e il coraggio di Claretta che a Don Fefè riesce a sputare in faccia un’espressione catartica, riferita a lui e ai suoi morti, che vale molto di più di un assalto alla Bastiglia.