venerdì 2 gennaio 2009

Su i Galantuomini di Edoardo Winspeare


Si è, ulteriormente, “galantuomini” nella misura in cui
la memoria, invocata e convogliata sulle rive del desiderio,
diviene fermento esplorativo e corposità culturale.


Vincenzo Camerino

La filmazione Galantuomini. Prima di perorare la quarta tessitura del regista salentino Edoardo Winspeare, occorre dichiarare che il produttore Fabrizio Mosca è persona che conosce ogni ingranaggio e ogni dinamica della distribuzione cinematografica. Infatti, egli ha costruito un battage pubblicitario degno di stima, maggiormente in un contesto merceologico dell’audiovisivo nettamente in mutazione,sia antropologico che spettatoriale. Il cinema non è più l’unico depositario del mosaico audiovisuale, pur se detiene tuttora il cromosoma iconografico più pertinente e più elevato della galassia in merito. Perché esso (le cinéma) possa mietere, come nei tempi andati, il proprio periscopio indagativo del/sul Reale, deve percorrere i necessari e moderni passaggi della visibilità mediatica. Il producer Mosca stesso ha ben compreso il periodare della svolta nell’ambito dell’intero assetto comunicazionale, producendo con cura i tasselli stimolatori della campionatura visiva e gli itinerari che il mercato impone. Galantuomini è stato presentato al festival (non più festa) di Roma, ha ricevuto udienza su tutti i giornali del nostrano inguardabile Malpaese, si è incasellato nelle rubriche delle riviste specializzate e nei cotanti e “invadenti” magazine, altresì in qualche feudale trasmissione televisiva. In conclusione il film è divenuto il cittadino più dotato di cartelle anagrafiche e identitarie. E l’aitante Winspeare la più solare “star” del momento.

E’ giusto sia accaduto quanto delineato? Sicuramente sì.

Cambiamo ora registro. L’indicata testualità si avvale di uno stuolo attorico benestante (qualcuno di schietto marchio Tv), e una Donatella Finocchiaro smagliante per afflato recitativo (premio per la migliore interpretazione femminile al festival su citato) e di un apparato professionale nell’arato campo dei mestieri del quotato medium. E il cineasta, ormai decisamente nazionalizzato, possiede due doti che valgono il costo del biglietto e dell’ansiogena curiosità: la valentia nel dirigere l’operatività degli interpreti e il calibrato rifornimento di accortezze che volgono nella tastiera dei sentimenti. Per i restanti e normali profili dell’ultimo narratage si avvertono, purtroppo, debolezze strutturali e una certuna dose di approssimazione nella tramatura d’origine. Beninteso non si tratta di proprietà sceneggiatoriale (anche), ma di sostanza diegetica. Non è possibile estrapolare dall’indagine partenziale un melodramma condito di ritrovate sensazioni per la semplice motivazione che il complesso racconto (immaginativo, o meno) viene a soffrire per gli indugi “dolcificanti” e per un fluire concettuale nei riguardi della disamina raffigurante la Sacra Corona Unita, ossia l’organizzazione criminale in questione. Non è possibile arguire che dapprima il Salento fosse la “contrada” dell’innocenza e della versatilità degli “amorosi sensi”. E che nel presente la “dottrina della criminalità abbia sovvertito e infernalizzato l’insieme dei valori e dei successivi fremiti del quotidiano vivere. In tal modo cambia il totale asse esegetico,con la conseguenza di colpire al cuore il pendio dell’impaginazione creativa. La vitalità del mélo, assai stilizzata nel movie americano, aveva nel formulario dell’incanto figurativo e nella grazia degli sguardi l’eternale cantiere espressivo e il respiro dell’autorevolezza artistica.

Nell’attuale fiction, al contrario, i due basamenti (melodrammaticità noir e “sragione” del delinquere) si focalizzano in maniera dirottante nell’argomentazione scenica e nel carico di virulenza con cui si effigia il dipanarsi dei letali misfatti del nuovo nucleo economico-mafioso.

Se la forma risulta il puro sostrato delle immagini, se la forma medesima è il contenuto (o gran parte della stesura), nel filmario dell’autore non viene ad emersione né l’indignazione né il dovuto immaginario; Solamente la resa dei conti da un lato, e il ravvedimento del personaggio centrale (la Lucia dell’infanzia e del personale caracollare nelle vertebre dell’illecito traffico) dall’altro.

E il “galantuomo”- magistrato, nelle terminali inquadrature (che vorrebbero tradursi in libertà “fantasmagorica” da parte dei destinatari), osserva-scruta-squadra-rimira la donna che, lentamente e tristemente, si avvia verso un probabile-funesto destino. E l’infanzia, il sole, i pomodori, l’incontaminato bacio, la vita, in qualcuno dei flashback disseminati lungo il testo, bruciati e cassati per il sopraggiungere delle stagioni della furia omicida? Senz’altro. Eppure quell’isola beata, una volta confluita nei fiumi dell’inconscio, si crede opportuno ritenere che non andrà mai smarrita. E che nella tempesta delle impellenti e radicali scelte quell’amore, ritornato nella sua primigenia ritualità di mitezza e di gaudiose “intermittenze del cuore”, non può bloccarsi o rimpinguarsi di dubbiosità, pur se quest’ultime dettate dalla legge, dai codici, dal ripristino dell’ordine comunitario. Si è, ulteriormente,”galantuomini” nella misura in cui la memoria, invocata e convogliata sulle rive del desiderio, diviene fermento esplorativo e corposità culturale. Lo sguardo dell’uomo di legge, nel definitivo svolgimento, è l’uscita dall’idillio dell’amore, non la consapevolezza dell’agire secondo le coordinate della giustizia reperita. E’ un the end alquanto “borghese”, depistante, modellato di taciturnità, modulato di sciatta spettacolarità. Altro che la salutarità mnemonica delle temperature del noir, amorevolmente di impronta statunitense, scolpite da Billy Wilder in La fiamma del peccato!

Nei variegati colloqui-interviste rilasciati dal regista si evince il vizio di fondo, la sua genesi di interpretazione del/sul Sociale, la sorgente pensante.

“E’ una lotta contro il cinismo, la disperazione, l’idea che nella mia ‘isola felice’ a un certo punto fosse arrivata la mafia (tra gli anni ’80 e ’90, la Sacra corona unita, nata per contrapporsi alla ‘ndragheta calabrese, oggi quasi debellata), che ci fossero persone che sparavano, uccidevano, taglieggiavano, spacciavano eroina, mi faceva arrabbiare. Ho visto coi miei occhi i cambiamenti dal mondo contadino a questo nuovo universo in cui l’unico valore sono i soldi. Prima, per quanto povera, era una terra garbata, una civiltà diffusa”: dispiega il realizzatore. Che la congegnata insorgenza della macro-delinquenza (e suo sostrato antropologico) sia il portato più efferato e più terrificante dell’esistere è fattualità reale oltreché imprescindibile. Però quell’isolotto “armonioso” o spumeggiante di giovevoli vissuti risulta abbastanza irreale e adulterato. Si può ancora congetturare che prima dell’avvento della metastasi criminogena il Salento fosse una estesa circoscrizione abitativa nel cui ventre, pur con tutte le distonie della natura e le ignobili baronie padronali, si diramava una palese pacifica convivenza o si intrecciavano corali e fluviali danze tra la casta possidente e la condizione artigiano-contadina? Non si uccideva a ciel sereno, è vero. Parimenti era territorialità di sempre “ballabili” guerreggiati, di soprusi di classe, di persistenti miserie, di espulsioni dal borgo natio, di coatte emigrazioni. E di infinita introiezione del dolore, esistenziale e socializzante. Si può obiettare: tutto ciò risponde alle diseguali vicissitudini resocontate sul passato (e sue spazialità delittuose). Indubbiamente. Ma in Galantuomini sussiste (fuoriesce) la latitanza nei confronti dei trascorsi storici, non per le endemiche elusioni-cancellazioni, quanto per il disbrigo formale-linguistico. Meglio: il percorso discorsuale e il telaio delle immagini sono deprivati di risalto estetico per la mancanza coinvolgente dell’etica, coessenziale alla decifrazione e capibilità della ferale disgregazione societaria, risolutamente della sofferenza umana. Tant’è che la “mercanzia” e le copiose sequenze ritmate di vessazioni e di deflagrazioni omicide costituiscono il leit-motiv del melodramma, noir o variamente movimentato. Un mélo, almeno così si crede, poco “profumato” di glamour iconoclasta, che si sottrae alla completezza dei sussurri passionali, che si piega, nel final cut, alle disposizioni della produzione e di una regia “ideologicamente corretta”. Cinema di progressive implosioni e di variegate sottrazioni. Eppure, eppure, amici miei, compagni veleggianti in avventure, considerati il clamore mediatico e il magnificat della critica perbenista e piuttosto silenziosa sulle “mani sporche” del Sud, il director, propriamente per il suo corredo professionale, consoliderà il suo sex-appeal registico, ovvero salirà i gradini dell’ascolto per approvazione dell’utenza. Aldilà dell’attivata analisi che può apparire solennemente irradiata di “dialettica negativa”, chi scrive, con la pazienza storicizzata, asserisce:” il signor Winspeare compone, è nella scrittura cinematografica, si ‘agita’, sebbene cospicuamente girovagante tra i sentieri collinari. Dovrebbe scendere in pianura”. Ultima annotazione: la possibile trasposizione, in tenuta cinematografica, dell’eccellente romanzo di Martino Abatelillo, al secolo “Storie di contadini” (Argo editore). Non per “punizione”, bensì per “liberazione”.

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