sabato 31 gennaio 2009

Postman Ultrachic


Luca Greco, Postman Ultrachic


Musiche del Salento

“Detesto il dj da 'adsl', quello che scarica a manetta per una serata:
li trovo pigri, se non esiste la cultura da club,
la responsabilità è tutta dei dj
che si ostinano a passare dei pezzi conosciuti da tutti,
quindi rassicuranti e ruffiani”

Il postino suona sempre due volte
di Ennio Ciotta

Postman Ultrachic, dj e memoria storica dell'underground salentino ci porta in giro fra ricordi, ascolti e suggestioni post moderne.
In realtà il dj salentino Postman Ultrachic, conosciuto spesso col nomignolo di “postino” suona sempre e dovunque! Inizia timidamente a mischiare dischi già negli anni novanta nella sua amata Lizzanello, mettendo le basi per quelle che saranno le sue feste più coinvolgenti: “Lounge Against the Machine”, fondata sul binomio musica-immagine, utilizzando varie scenografie, con ritmi che quali big beat, hammond groove, acid lounge, electro pop, ed “Easy”, un viaggio all'interno delle sonorità latine, quali boogaloo, mambo, easy listening, musica per film.
La sua passione lo ha spinto più volte fuori dai confini del Salento, facendolo diventare membro del “Clash City Rockers Sound System” di Roma e spingendolo fino al “Festival de la Porte Basse” in Francia, stessa dedizione e determinazione è riposta nell'organizzare numerose mostre di vinili, concerti ed happening vari. Su tutto da non dimenticare il suo dj set prima dell'indimenticabile live di Iggy Pop a Melpignano nel giugno 2005.

- Esiste una cultura del ballo nel Salento?
Esiste il ballo in qualunque luogo! Se ti riferisci alla cultura da ballo, legata ai club, il discorso diventa più complesso perché prima dobbiamo chiederci: esiste una cultura del dj nel Salento?
Su questo punto sono molto critico. Vedo la situazione molto stagnante, nel senso che l’arte del dj ormai è morta! Un processo favorito anche dall’epoca ipertecnologica, in cui viviamo dove tutti hanno il mondo a disposizione e non lo sanno usare.
La funzione che deve avere un dj è quella di incuriosire, facendo ascoltare delle cose accattivanti, nuove, simpatiche, ma allo stesso tempo impegnative.
Detesto il dj da 'adsl', cioè quello che scarica a manetta per una serata: li trovo pigri, quindi se non esiste la cultura da club, la responsabilità è tutta dei dj che si ostinano a passare dei pezzi conosciuti da tutti, quindi rassicuranti e ruffiani.

- Ci sono artisti (musicisti, scrittori, ecc..) da tenere d'occhio nel nostro territorio?
Per quanto riguarda l’aspetto musicale, senza elencare gruppi, hanno tutto il mio rispetto i gruppi che hanno un progetto, che si ostinano, che si mettono continuamente in discussione, che hanno la forza di proporre delle idee al di fuori di mode stagnanti; mentre detesto i gruppi marchette, (magari con musicisti tecnicamente bravi) quelli delle mille serate nei pub, li trovo veramente angoscianti. Per il resto, purtroppo, c'è il solito problema di spazi ed in molti posti il gruppo è un optional, dove la maggior parte del pubblico pensa più a mangiarsi una pizza... è una cosa che mi fa venire una tristezza scoraggiante! Ecco perché sono legato all'Istanbul Café, dove ci possono essere anche 25 persone... però stanno là per assistere ad un live.

- Quanto Salento c'è in Postman Ultrachic?
Sicuramente c’è la lingua! La più bella del mondo! Vivo ancora con la traduzione simultanea perchè è la mia prima lingua, i miei pensieri, i miei sogni sono tutti in dialetto.
Odio la “salentinità” con tutte le sue estreme presunzioni!
Per il resto mi interessa ben poco il luogo, sto bene in qualsiasi posto, l’importante sono i rapporti umani.

- Ti chiedo di scavare un po’ nella memoria alla ricerca di persone, posti e situazioni legate al nostro territorio.
Qui partono 2 gocce dagli occhi, consiglio a tutti una pagina molto fedele di “un weekend postmoderno” di Tondelli dedicata a Lecce e alle sue cronache degli anni 80.
In quegli anni secondo il mio modesto punto di vista esistevano 5\ 6 posti interessantissimi nel Salento: Melendugno con gli 'Skitz e roll' (n.n), 'li Senzafiato', il mitico Gigi Colaci; Lizzanello con tutte le sue banane e il rockabilly nelle vene; Corigliano con i 'Crollo Nervoso' e l’hard core di marca californiana; Lecce con i vari 'Frattura'; San Cesario con il garage punk.
Non esistevano molti locali, i luoghi s’inventavano, si vivevano, si respiravano grazie a questo sono arrivate le feste in spiaggia, l’illegal party e tutto il resto.

- Raccontaci un aneddoto irresistibile.
C’è stata una settimana dell’estate del 2005 indimenticabile. Ho portato in giro dentro Lecce Ennio Morricone. Sono state 4 ore fantastiche! Io superemozionato, gente che mi conosceva, restava a bocca aperta al mio passaggio e alla fine, il maestro, mi ha detto : “sei molto simpatico e preparato”.
Deduzione: simpatico per la guida molto ma molto distratta, preparato perché Morricone non conosceva tutti i suoi remix e “n’aggiu fatta na capu quantu nna casa”. Poi dopo una settimana ho messo dischi al concerto di Iggy Pop con gli Stooges, a Melpignano, ricordo che appena è partita “No fun” si è sviluppata dentro di me un’energia incontrollabile, mi sono ritrovato sul palco accanto a Iggy a ballare come un dannato e i 20mila presenti ancora si chiedono: “chi stava ballando accanto a Postman Ultrachic?”

- Tre oggetti a cui non rinunceresti mai e poi mai
I dischi, devo tutto a loro. I libri, hanno contribuito a scoprirmi e i cappelli perché mi guardo è mi desidero!

Stefano De Santis, Urkuma











Stefano De Santis, Urkuma


Musiche del Salento

Non mi piace chi cerca un'identità, non mi piace chi parla di identità;
ho molta paura di questa gente.
Appartengo alla geografia e alla tecnica più che alla storia”


Imminente caduta nel suono
di Ennio Ciotta

Abbiamo il piacere di scambiare due chiacchere con Stefano De Santis, in arte Urkuma, artista, produttore e sound designer salentino.
Urkuma e' un antico termine dialettale salentino, che sta ad indicare uno stato di non-equilibrio, una imminente caduta, uno scompenso psico-fisico: in poche parole, è sinonimo di instabilità.
Stefano De Santis, inizia la sua carriera imbastendo delle ideali colonne sonore per i testi teatrali di che lui stesso scrive; il nome del suo sito ''Sanfocahotel'' rimanda ad un immaginario hotel sulle coste dell'adriatico salentino dove hanno sbarcato profughi albanesi, curdi, cossovari, cinesi... e' un posto iper-reale, televisivo, una specie di non-luogo che ospita in se tutti i luoghi comuni meridionalistici e nel contempo li dissolve.

- Parlaci un pò di te, un excursus del tuo percorso artistico
Ho iniziato con il teatro, facendo di tutto: attrezzista, attore-tappabuchi, fonico, scrittore di testi teatrali, sceglievo le musiche, montavo le scene, organizzavo concerti e letture di poesie. Poi mi son stancato di osservare e mettere gli altri in scena e mi sono mostrato io. Non per puro egocentrismo, ma per mancanza di gratitudine. Ecco perchè sono sbarcato al 'puro suono', mi permette di scrivere senza dover dare conto a registi, attori o Wittgenstein.

- Negli anni hai tessuto collaborazioni con molte etichette straniere, inoltre hai avuto modo di esibirti molte volte all'estero. come nascono questi contatti?
Me ne son andato all'estero rimanendo sempre a casa mia. Parlo inglese e all'estero pure lo parlano, i miei suoni piacciono e m'hanno invitato diverse volte a suonare o a produrre i miei dischi. Ho preparato il mio 'Trolley di Cartone' ogni volta, e ogni volta son tornato a casa. Abbastanza semplice: mi pagano il viaggio di andata e ritorno. La possibilità di usare internet mi ha aiutato nei primi scambi, ma se devo pensare a come ho consolidato i miei contatti, confesso che un rapporto di stima e collaborazione si alimenta con l'incontro e con il viaggio.

- Un'etichetta francese ha prodotto un tuo disco basato sul mosaico della Cattedrale di Otranto, parlaci un pò di questo progetto.
"Rebuilding Pantaleone's Tree" è l'ultimo album completo che mi è stato prodotto da una piccola e gloriosa etichetta parigina (baskaru.com). Dentro l'Albero ci sono tutti i materiali di cui è fatto il mosaico e Otranto: la terra rossa di bauxite, la luce bianca allucinata e allucinante riflessa dalle case, il vento dello stretto, l'imperizia assordante dell'asino arpista, la multiculturalità del monaco Pantaleone, l'acqua che scorre sotto terra, le infinite voci che si sono incrociate nel porto, la violenza pura. Ecco di cos'è fatto l'Albero: suoni come materia, materia da plasmare.

- Che legame hai col territorio? quanto ti senti "salentino" in quello che fai?
Io vivo a Tuglie, ho sempre vissuto quaggiù. I miei concittadini mi sopportano e io li amo. La terra mi sta attaccata addosso quando torno da campagna per la raccolta delle olive, ed è difficile scrollarsela da dosso. Salentino lo sono anch'io, come dicevo son nato e vissuto qui, sono in-qui-nato; ma se si parla di identità e panzane di questo tipo, riesco ad interessarmene meno di zero.
Non mi piace chi cerca un'identità, non mi piace chi parla di identità; ho molta paura di questa gente. Appartengo alla geografia e alla tecnica più che alla storia. Come si innesta un albero, la traduzione del Don Chisciotte di Bodini, l'uso millenario delle pietre nell'architettura delle nostre case, l'incapacità di rendersi liberi, il volto orrendo di Antonio Verri, la papaverina, CB, mio nonno morto a mille metri sottoterra e a più di mille chilometri di distanza da casa sua... a questo appartengo. Ma appartengo anche ai MilkBar di Varsavia, alla metropolitana milanese, alle donne di Topolò, alla cattedrale gotica di Peterborough nel Cambridgeshire, alla stonata ospitalità del Reitschule a Berna, ai soldi falsi con cui son stato pagato a Savona, all'AmmanStudio di Vienna... e a molta altra terra appartengo.

- Esiste una scena da queste parti?
Certo che esiste, una scena fatta da tante piccole isole-individui che saltuariamente si incontrano e collaborano: Pierpaolo Leo, Andrea"Popoulous" Mangia, l'alito libero ma distratto di Piero e Mauro al Fondo, il selvaggio del borneo Tiziano Serra, i Sotterranei copertinesi Santo compreso, Antonio De Luca, le visioni di CarloMicheleSchirinzi, il tratto di Giovanni Matteo, Mino De Santis... un universo piccolopiccolo racchiuso in un'isola che isola non è. Sono grato a queste espressioni salentine, mi hanno nutrito e sono rimaste fieramente fuori dalla scena entomologica. Ho detto una bugia, perchè una scena non esiste. Altrimenti l'avrebbero già commercializzata.

- Suggeriscici un disco, un libro, un film ed una ricetta.
Il disco è "Matteo Salvatore - chants de mendiants en Italie" un pugliese-foggiano che non sapeva neanche cosa volesse dire folk fino a quando non ha incontrato Pasolini e Calvino, ma che sfornava una musica di una modernità bruciante: puro minimalismo sonico e narrativo.
La ricetta è "Carciofi in bianco": tolto gambo e foglie più coriacee, si inzuppa il carciofo in acqua e limone per poi pressarlo amorevolmente facendolo aprire come un fiore. Si prepara a parte una una mistura di parmiggiano grattugiato, poco pangrattato, prezzemolo tritato e pepe: si cosparge la testa. Sistemati i carciofi con la testa al cielo e ben affiancati in una padella, li si benedice con poco olio e un bicchiere di brodo. Cuocere per 15\20 minuti fino a quando saranno ammorbiditi. Verso la fine della cottura si toglie il coperchio e a fuoco lento si continua fino a far addensare il sughetto.
Il libro è "Viaggio al termine della notte" di Celine; perchè il medico francese è brutto, sporco e cattivo come gran parte dei pensieri che solcano ogni giorno le menti delle umane genti.
Il film è "Nostra Signora dei Turchi", perchè rende perfettamente merito al deserto che è il Salento.

venerdì 16 gennaio 2009

La musica di Domenico Protino

di Stefano Donno

Primo cd. Primo lavoro. In altre parole esordio. Domenico Protino, questo giovane cantautore originario di Torre Santa Susanna nel brindisino, si presenta al pubblico con la sua prima raccolta di brani dal titolo omonimo “Domenico Protino”. Oggi vive e lavora tra Lecce e Reggio Emilia. Il lavoro nel suo complesso è interessante. Cavalca le scie del pop rock melodico italiano, che in un modo o nell’altro attecchisce su una fascia più o meno larga di appassionati del genere, più semplicemente piace. Protino ha trovato il modo per rendere universale il suo canto poetico, che anche se da un lato coinvolge la sua vita, la sua storia, scende in profondità toccando anche tematiche molto attuali, del hic et nunc, come quella ad esempio del precariato (La Guerra dei Trent’anni)! Non siamo certo di fronte ad un Battiato, ad un Fossati, per non dire poi un Guccini, o perfino un De Andrè, (non cadiamo neanche nel pop per il pop alla Max Pezzali), ma per i tempi che corrono il lavoro di Protino coniuga con sapienza leggerezza e scandaglio critico diverse sonorità e diverse grammatiche, in una piccola formula alchemica di equilibrio. Sul suo percorso hanno espresso giudizi entusiastici personaggi del calibro di Massimo Cotto, e il Red Ronnie nazionale. Nel 2000 Protino decide che la musica sarà la sua vita. Arriva a vincere il rinomato Premio Lunezia Giovani Autori 2007 che riconosce il valore sia musicale che testuale delle canzoni italiane, con il brano dal titolo "W la vita", un vero e proprio canto, un inno alla gioia di vivere, con l’unica volontà di assaporare tutto senza precludersi nulla, senza risparmiarsi, abbandonando ogni tentennamento proprio perché la vita questo esige. Un premio che gli consente di esibirsi poi in altre importanti manifestazioni come il Premio Mia Martini, il Solarolo Song Festival, il M.E.I., Sanremo off e il Premio Bindi. Ma il bello deve ancora venire: nell’estate 2007, si aggiudica il Premio Salentino con il brano "La nuova aurora”. Il 2008 è l’anno che lo porta realmente su scenari internazionali, e per la precisione oltre oceano: Domenico viene selezionato come unico rappresentante italiano al Festival Internazionale della Canzone di Viña del Mar in Cile (il più importante festival dell’America Latina e unico gemellato con il Festival di Sanremo), vincendo con il brano "La guerra dei trent'anni” giudicato il più meritevole in assoluto sia come migliore autore sia come migliore interprete, e questa la dice lunga sulle capacità testuali del giovane cantautore. A dirla così sembra cosa da poco, ma parliamo di una manifestazione che tranquillamente potrebbe definirsi una vera e propria gallina dalle uova d’oro, in altri termini una porta di accesso al ricchissimo mercato musicale dell'America Latina, quello che per farla breve decreta la buona sorte di ogni cantautore che si vuole definire tale. A Viña del Mar tornerà il prossimo febbraio e suonerà (non possiamo anticipare nulla) con band dello star system internazionale. Un Cd che si lascia ascoltare più e più volte, senza mai far perdere la voglia di concentrarsi sulle parole, sulla musicalità in fondo dei suoi… chiamiamoli pure versi! Il suo primo album “Domenico Protino”, consta di 10 brani. Registrato presso gli studi Panpot di Brindisi e mixato allo Studio S.Anna di Castel Franco Emilia (Modena) e al Creative Mastering di Forlì, suonato interamente, oltre che da Domenico, da musicisti pugliesi, è realizzato sia in lingua italiana che in lingua spagnola per il mercato latino-americano.

martedì 13 gennaio 2009

LA MALINCONIA DELLA RASSOMIGLIANZA




Foto di Sergio Longo

Il volto della terra
Antonio Errico

Nell’epilogo de L’artefice, Jorge Luis Borges racconta di un uomo che si propone il compito di disegnare il mondo. “ Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto”.
I luoghi sono passioni a volte raccontate con parole o con linee o con grumi di colore. Si racconta il passo di avvicinamento ad essi, la ricerca di una possibile prossimità, gli enigmi che custodiscono, i disincanti che rivelano, la materia da cui hanno origine e che ne raccoglie la fine.
Un luogo è apparizione e scomparsa, in un solo tempo. E’ l’epifania e l’occultamento dello stesso senso di esistenza e di appartenenza. E’ coincidenza di forma e di sostanza, voce , eco, bellezza e somiglianza, il corpo e l’ombra, memoria e smemoranza. E’ risonanza di un sentimento o di una percezione di finitudine e d’infinito che non si sviluppano in contrasto ma coesistono in una dimensione del visibile che si fa espressione anche dell’invisibile o dell’irrappresentabile.
Raccontare un luogo significa andare al di là della figura, fino al punto in cui si sprigiona l’energia di un abbaglio, dove monta un’onda, dove l’eterno e il transeunte si ritrovano e si confondono.
Il racconto di un luogo è sospensione del tempo, riverbero della memoria o fantasticheria, figurazione che combina reale e immaginario, sguardo e ricordo.
Allora un luogo si fa ritmo, movimento, pulsazione, parola, silenzio, respiro – comunque linguaggio-.
Il racconto di un luogo è sempre una mediazione tra quello che si incontra e quello che si vorrebbe incontrare, tra una condizione di realtà e una di attesa, tra una risposta che viene dalle immagini e quella che si vorrebbe scoprire oltre le immagini, dentro di esse.
Ecco, allora: andare oltre le immagini, dentro di esse; scavare, disarticolare, scomporre per cercare quelle risposte che sono oltre, che sono dentro, e poi riarticolare, ricomporre, ricoprire lo scavo, perché si è trovato il senso di quel luogo, di quella terra: che è il solito senso che si ripresenta sotto forme diverse, con sembianze cangianti. Un senso semplice. Semplicemente essenziale. L’essenzialità dell’ambivalenza: armonia e disarmonia, il contrario e l’uguale, il niente e il tutto, il buio e la luce, il vero e il falso, la vanità e la sapienza.
La vita e la morte.
C’è sempre una differenza – lo scarto di un ricordo, la nostalgia per una distanza , una condizione di separazione, la sfumatura per il tempo che passa, l’offuscamento dell’orizzonte – tra la realtà di un luogo e la nostra idea di quel luogo , tra la sua sostanza concreta e la nostra memoria fluttuante, tra il nostro desiderio di consegnarlo ad una figurazione immutabile e il suo trasformarsi continuo, la sua mutazione incessante.
Un luogo si presenta a noi come una creatura: sempre, anche se impercettibilmente. Si presenta con quella fisionomia che per noi costituisce la sua identità; pretende di essere quello che in realtà è: configurazione di uno spazio. Non paesaggio interiore, elaborazione del sentimento, proiezione dell’emozione. Ma pietra, bosco, caverna, grattacielo, vicolo, autostrada. Nient’altro.
Ancora: un luogo dice che c’era prima che noi ci fossimo e che ci sarà anche quando noi non ci saremo più. Cambierà. Diventerà un altro luogo rispetto a quello che è.
Allora tra un uomo e un luogo comincia la sfida: tra le parole e un tramonto, tra il colore e un intrico di rovi, tra la screpolatura di un muro e lo sguardo di una fotografia.
Noi non ci rassegniamo che possa essere soltanto quello che è; vogliamo – pretendiamo - che sia fatto a nostra immagine e somiglianza.

Un luogo si consegna a noi con tutto il suo tempo, con le sue stratificazioni e gli intrecci di relazioni, con la sua appartenenza plurale, il suo essere di tutti. Un luogo ci guarda passare. Impassibile. Siamo comunque forestieri e sconosciuti. Siamo come chiunque altro che sia passato da lì, per caso, o che vi abbia abitato una vita, in un passato prossimo o remoto. Siamo come chiunque altro che vi passerà, che lo abiterà, in un futuro immediato o lontano.
Noi invece vorremmo che fosse nostro soltanto. Lo vorremmo per appartenenza esclusiva, essenziale. Vorremmo che solo a noi ci fossero concessi i suoi colori, il suo orizzonte, la sua polvere, la luce, il buiore. Che solo per noi fosse possibile afferrare l’irripetibilità di quell’istante.
Vorremmo poter essere soltanto noi a ricordare, a dialogare con le ombre, ad ascoltare i silenzi, a interrogare le pietre, ad insinuarci nelle sue storie per prenderne il senso, il lievito, la sostanza.
Vorremmo essere solo noi ad avere nostalgia.
Di un luogo siamo gelosi come lo siamo di chi amiamo.

Così tentiamo di farci dare in dono l’anima. Oppure di rubargliela. Ma chiediamo in dono, o rubiamo, quella condizione che non sappiamo bene cosa sia, che, come dice James Hillman ne L’anima dei luoghi, sfugge a ogni definizione: “ le sue definizioni, come i tentativi di trovarla, non hanno mai avuto successo”.
A volte l’anima di un luogo è costretta a darsi alla fuga, o a morire. L’anima scappa “ dal chiasso, dalla sfacciataggine, dalla violenza, dalla mancanza di misura, dall’enormità, dalla purezza, dal minimalismo”.
L’anima muore quando non ci sono più parole per raccontare il desiderio ansioso di cercarla o la sapiente pazienza di aspettarla.
“ Qui s’era fatto il mio volto”, scrive Vittorio Bodini.
Qui: “ dove ogni casa, ogni attimo del passato/ somiglia a quei terribili polsi di morti/ che ogni volta rispuntano dalle zolle “.
Un volto che si fa è una condizione della crescita, della maturazione, del confronto con l’ altro che abita un luogo, con i suoi innumerevoli volti, con la loro freschezza di gioventù, poi con le rughe che segnano le stagioni che vengono e che vanno. Il volto si fa con i segni del sole sulla pelle, con le venature della tristezza, con le occhiaie scavate dall’insonnia, con i pensieri che lasciano un alone incancellabile di malinconia, con quelle parole – in qualche caso poche – che costituiscono il lessico interiore, con la bellezza generata dall’amore.
Così il volto è la combinazione, spesso indecifrabile, di affettività e di storia, l’esito di una reciprocità a volte inconscia; è un radicamento nella materia antropologica, una mappa dell’esistenza.
Allora chi scrive di un luogo che gli appartiene si confronta con questo sentimento dell’appartenenza, anche se il gesto della scrittura si compie in una situazione di lontananza. Forse anche di più, quando è nella lontananza. Perché la lontananza attiva un processo di distacco dalla spazio fisico per una espansione dello spazio memoriale. La memoria essenzializza: individua quelle immagini che hanno una più consistente stratificazione di senso, circoscrive i tempi – a volte istanti – che rappresentano i nodi dell’esistere, definisce nel pensiero quelle figure del reale e dell’immaginario che hanno fatto l’essere com’è alla sua età e che ne condizioneranno il passaggio verso età ulteriori.
Colui che scrive una terra, spesso deve scavare, anche se può accadere che si ritrovi a dover scavare in un’ellisse d’aria, come diceva Vittorio Pagano.
Talvolta deve anche disseppellire. Perché spesso il suo volto rassomiglia a quello dei morti: a quello degli antenati che gli hanno lasciato in eredità nient’altro che una fiaba da raccontare, da ripetere all’infinito a qualcuno che può essere anche solo il proprio sé davanti allo specchio del presente, a qualcosa che può essere la propria nostalgia o la propria coscienza. Quando è così il tempo della terra ha tutta la pesantezza della Storia oppure la leggerezza di una parola di poesia.
Quando è così, colui che scrive una terra avverte l’attrazione provocata dalla seduzione dell’origine e il turbamento per la scoperta di quel lievito antropologico che il passaggio e il mutamento dell’età a volte hanno rimosso oppure hanno occultato.
Ancora Vittorio Pagano: “ ai grassi fichidindia, ai magri fichi/ la campagna dà un cuore per concime/ - ed è il mio cuore”.
Ricercare quel cuore, ritrovarlo, in qualche caso forse ricomporlo, restituirgli forma e pulsazione: forse chi scrive una terra ha questa cosciente o incosciente ambizione: riappropriarsi di quello che ha dato ad essa per poi consegnarglielo di nuovo, dopo aver riconosciuto che non c’è stata cancellazione, dopo essersi accertato di vivere ancora in quella terra, come un altro elemento qualsiasi, una pianta qualsiasi, forse anche una pietra.
Chi scrive una terra deve riconoscersi: riconoscere il sé che si è conformato nel passaggio delle stagioni, identificarsi in un paese originario che ha, ad un tempo, la fascinazione di un dove e di un altrove, che genera, quasi simultaneamente, un movimento di fuga e uno di ritorno che molto spesso costituiscono il motivo o il movente del racconto.
Per scrivere una terra occorre muovere costantemente lo sguardo dal proprio esistere fisico, storico, emozionale, a quello del luogo reale o immaginato, alla sua storia, alle sue leggende, alle sue espressioni visibili e a quelle che appartengono alla lontananza, all’anteriorità, alla sua physis e alla sua poesia, alle sue figure e alle ombre che da queste si staccano, si slargano, si spandono.
Bisogna tener conto dei vivi e dei morti, delle bestemmie e delle preghiere che l’hanno attraversata e l’attraversano, dei bordelli e dei luoghi di pena, delle sue miserie e dei suoi riscatti, degli angeli che la proteggono e dei demoni che la insidiano.
Bisogna tener conto dei suoi miti, sontuosi o poveri che siano, perché in modo esplicito o implicito, elaborano le forme del pensiero.
La scrittura di una terra si fonda – frequentemente – sul senso determinato dai contrasti: un sentimento o una condizione di contiguità e di frattura; il rifiuto del presente e l’attrazione del passato; il confronto con la concretezza e il desiderio di indeterminato, di irrazionale, di magico.
C’è sempre una malinconia nella scoperta della rassomiglianza tra il proprio volto e quello della terra, che a volte è impercettibile, che a volte invece affiora prepotentemente dalle profondità dell’antropologia, oppure viene portata alla riva della coscienza dalla marea di un immaginario senza tempo, da una mescolanza secolare di ragioni e di passioni.

Il volto di Antonio Galateo disegnato da Antonio Verri nel suo Fabbricante di armonia, ha tutti i tratti di una malinconia leggera, triste, pacata, così tenera e saggia da trasformarsi in distacco da sé, in trasognata alterità: “ in questo posto, io posso guardarmi quasi come fossi un altro”.
Nell’altro che gli appare come una figura proveniente dalla lontananza, Antonio Galateo trova la propria autentica identità, una precisa fisionomia esistenziale, una appartenenza che sente sulla pelle, un “ improvviso fremito” che gli riempie il sangue.
Poi tutto il tempo della terra gli cola addosso come la luce di un tramonto: l’abitudine della vita che si srotola lenta, il respiro della gente, le malattie immaginarie, i racconti, i sogni, le dicerie sui fantasmi, i folletti, i furori, la tiritera delle giornate. L’idea dell’infinito sembra prendere forma concreta, farsi cosa visibile nell’aria, come una nuvola, un lampo, il volo dei gabbiani, si manifesta nell’andatura del mare che diventa misura perfetta del ciclo della vita.
La scoperta di questa compenetrazione con la terra è una sensazione che “sventra”, “svuota”, fa girare il sangue nella testa. Il processo di riconoscimento e di rispecchiamento trova la sua condizione in uno sbalordimento, in un abbandono totale; la comprensione del proprio essere nel mondo e per il mondo che coincide esattamente con il luogo dell’origine, della provenienza, può avvenire solo per amore. Non con l’arte, la ragione, la medicina. Solo per amore.

Scrivere un luogo. Scrivere un sé. Un luogo rispetto all’umano di cui il sé è pulviscolo inconsistente. Un sé rispetto all’universo di cui il luogo è sintesi e sineddoche. Scrivere un luogo come può farlo chi lo ha abitato ininterrottamente, oppure come un forestiero disorientato, sperduto.
Scrivere la relazione tra il luogo e l’esistenza, allora. Nel loro generarsi, dispiegarsi, evolversi, intrecciarsi, risolversi. Scriverlo nelle sue forme vive e in quelle morte; scrivere il radicamento e lo spaesamento - se accade, quando accade-, l’esperienza del tempo, del linguaggio, della presenza e dell’assenza, della superfluità e dell’essenza. Scrivere quel volto che è maturato con il divenire degli anni, quel senso del destino custodito forse tra le pietre di un muretto a secco, scrivere l’allontanamento e il ritorno che hanno avuto la stessa sobria malinconia.
Scrivere il luogo cercando il senso e la passione che annodano un’esistenza. Perché, come diceva Fernando Manno nelle ultime commosse righe di Secoli fra gli ulivi , forse non siamo altro che amanuensi “ di quanto nei secoli è nostro per transito umano, da prima che nascessimo e nelle generazioni dei figli, nostro da sempre e per un attimo nel tempo fra gli ulivi dal quale venimmo. Al quale, ammaliati di vita, morendo ci riconsegneremo”.
Allora il senso estremo, assoluto, probabilmente sta chiuso – custodito- nel rispecchiamento del sentimento che si prova nei confronti della propria vita con quello che si prova nei confronti della propria terra. Il senso sta nel sentire dentro una condizione di continuità con il passato e di proiezione nel futuro. Sta nella scrittura che cerca, parola per parola, di rassomigliare ad un tronco macerato da un fulmine, oppure ad una nuvola che nasconde la luna, o ad un rivolo di pioggia che scorre lungo il marciapiede, ad una fiaba, una rabbia per la storia, un riscatto dalla marginalità della geografia, alla malinconia per tutto quello che sarebbe potuto essere e non è stato, all’attesa che quello che non è stato possa ancora essere, un giorno o l’altro, vicino o lontano.

sabato 10 gennaio 2009

Antonio Errico, Stralune, Manni










Osvaldo Licini, Luna

Torniamo su “Stralune”, come sapete il nostro giornale (su il Paese nuovo del 10 gennaio 2009) non ama il pensiero unico, al contrario è appassionato di opinioni e di visioni, gode di una rete di collaboratori tutti da ascrivere a quella schiera di lettori forti che fanno lo zoccolo duro ad un mercato del libro sempre più traballante. Torniamo allora, dopo la recensione già proposta da Elisabetta Liguori (il 6 gennaio scorso) sul nuovo romanzo di Antonio Errico, maestro di scritture che ci hanno 'allevato' a quella musicalità che sapientemente mischia il narrare alla poesia.

E’ un tempo il nostro che (al contrario di quanto pare accadere nel Salento) chiama al "realismo"! Iperealismo anzi. La cronaca, la truce quotidianeità, l'ordito su cui tessere narrazioni, ahinoi sempre meno “fiction”. C’è come il bisogno di sentire l’odore di ciò che già si conosce, che si vive senza digerire, per accostarsi ad un libro, come se ad uno scrittore sia dato il compito di confermare, di indagare, ciò che è già ferita per poter dire che tale è! Il “danno” dobbiamo ritrovarlo tra le righe di un libro per indignarci! Così ci crediamo! Partecipiamo, solidarizziamo, ci facciamo lucida e linda la coscienza civica. Il caso Saviano è eclatante e significativo.

Poi ci sono filoni di ricerca che ristabiliscono l’equilibrio e la ricerca mostra tutto il suo potere suggestionale. E qui troviamo lune e stralune e cacce e favolerie...

(m.m.)


Vorrei che tu fossi qui

Vito Antonio Conte


“Remember when you were young, you shone like the sun...”, avete presente quest'incipit?, ricordate le note che accompagnano queste parole?, rammentate i Pink Floyd?, certo che sì! Così inizia uno dei loro più bei lavori, forse il più bello, anzi senza forse, e di più: il migliore in assoluto. Per me, s'intende. Sicuramente quello che amo senza fine! Il pezzo è “Shine On You Crazy Diamond”; l'album, un vecchio vinile del 1975, è “Wish You Were Here” che tradurre “Vorrei Che Tu Fossi Qui” è come dire tutto e come non dire niente. Come ripete, usando tutti i vocaboli di questa Terra (metteteci pure il prefisso Stra, se volete, ché diventi Straterra), in Stralune, Antonio Errico. In quel vecchio disco, sulla copertina, c'è una strada, una strada larga, uno stradone, una strada di magazzini e depositi, in un'imprecisata periferia, una strada deserta, così deserta che mai ne ho vista una più piena, una strada morta che mai ne ho vista una più viva, completamente deserta, con capannoni a destra e a sinistra, in perfetto stato, in perfetto ordine, in perfetto abbandono, tanto chiusi da sembrare aperti e popolati. Nessun veicolo, neanche una carta per terra, alcuna traccia di vita nell'aria e un brulicare denso di silenzio. Sullo sfondo un cielo che potrebbe essere primavera riflette ombre a mezzogiorno sull'asfalto consunto e lindo. In primo piano, subito dopo un tombino (a due bocche: una per l'inferno e l'altra per il paradiso, ché l'ingresso rimane unico...), due uomini (in abito e cravatta) si stringono la mano. Che ci fanno lì?, cosa ci fanno in un posto così? Ci sarebbe da chiedersi questo e altro se l'immagine fosse sottesa a una qualche realtà o se una qualunque realtà fosse stata fermata in quell'immagine. “Welcome my son, welcome to the machine where have you been?” (scriveva Waters). Invece, quell'immagine è il ritratto di un'assenza, l'assenza di un uomo, quello a destra, l'uomo che va in fiamme, quello senza volto, che brucia intanto che si leva un vento che soffia forte e anima un altro luogo, facendo rotolare via tutto quel che c'è. Tutto quel che non c'è.

Ascolto questa musica contenuta in quello che un tempo si chiamava LP e leggo Stralune, l'ultima scrittura amara di Antonio Errico. Della quale già è stato detto e, su questo giornale, bene. Della quale tanto ci sarebbe da dire, ancora. Mai così intrisa di amarezza la scrittura di Errico. Mai così melodiosamente dolce. Mai così profonda. Mai così sospesa. Mai così sua. “Come on in here, dear boy, have a cigar You're gonna go far, fly high You're never gonna die, you're gonna make it if you try; they're gonna love you Well l've always had a deep respect and I mean that most sincerely The band is just fantastic...”, ascolto da giorni, da giorni leggo, da giorni scrivo. Faccio tutto questo insieme. E altro. La mia matita si è fermata su diversi righi, ha annotato parole, ne ha cerchiate altre: scerabbà, reliquario, ambascia, calandra, lumera, megàna, scursone... E le reiterazioni, mai fine a se stesse. Che diventano voce. E le allitterazioni, mai mero esercizio poetico. Che fanno vibrare di suono le parole. E gli anacoluti, essenziali per dire quel che non si può. Che danno ritmo. E ti vedo Antonio, ti vedo come non t'ho mai visto, ti vedo ragazzino, ti vedo come non t'ho conosciuto, mentre ti tuffi dalla punta più alta a strapiombo sul mare della montagna spaccata e “So, so you think you can tell heaven from hell, blue skies from pain Can you tell a green field from a cold steel rail? A smile from a veil, Do you think you can tell?” e vedo una vecchia tavola di un fumetto di guerra, ché amo i fumetti, tutti i fumetti, tranne quelli di guerra, e c'era un nippo perduto nella battaglia infinita ormai finita da anni mai veramente finita. E vedo la madre... e una donna... un'altra donna... il padre e, sempre, quell'ombra: una dannata bellissima ombra! E ricordo anch'io quella neve, forse un'altra o soltanto una fotografia: c'era la neve quella primavera, conservo quella neve in una fotografia. C'è la neve sui fichi d'india in quella fotografia... E ne sottrassi parole e le mandai lontano, dove non c'era più l'ombra, dove non c'era il mare, dove non c'era tempesta, dove per un amore senza misura sarei andato anch'io, dov'era un'altra casa, quella ch'era l'unica possibile, quella solo quella, quella soltanto, solo quella a quell'ora, nell'unica ora che ci è data, “Come on you boy-child, you winner and loser, Come on you miner for truth and delusion, and shine!”. Come dopo un'infinita spossatezza, tanto grande che per farla (almeno) capire (se non comprendere) è necessario usare per dodici volte la parola “stanco”, per dire tutta una notte, per far entrare chi legge in quella notte, per far toccare ogni istante di quella notte-vita-morte, per assaporare meglio la prima luce che non è ancora luce, ma è proprio lucire di primordio, carezza di preghiera, padre nostro che ho letto ai miei figli che, nel più bel silenzio che c'è stato con loro, hanno toccato, lo so, l'ho percepito dalla compostezza, gliel'ho rubato dagli sguardi, la mia voce tremula, ch'è stata grazie alla tua. E a quella di tutti quelli che hai raccontato, che non possono più raccontare e che ti hanno fatto raccontare. Ché questo è (anche) il tuo destino. E che sia un tradimento o una fedeltà lo sa davvero chi avrà un'altra vita. Non io, né tu e nessuno di voi. Ché questa, altrimenti, non avrebbe lo stesso senso. O non avrebbe affatto senso. Quel senso che, volendo, si può cambiare strada facendo. A pagina 150 della mia copia del libro ho annotato: 8.1.09 e, poi, sì, adesso posso andare. Per capire dovete leggere. Non la mia copia. Quella che comprerete: ché questo è un libro da tenere.

lunedì 5 gennaio 2009

Stralune di Antonio Errico (Manni)


Elisabetta Liguori



Antonio Errico



Quanto c’è di noi alla fine di un viaggio? Questo sembra essere il tema principe dell’ultimo romanzo di Antonio Errico, Stralune, di recente pubblicato dalla casa editrice Manni.

All’interno del viaggiare, direi, Errico è più catturato dal ritorno, che dalla partenza.
Quale è la trama di questo viaggiare? Un ipotetico disertore sfuggito ad un’ipotetica guerra torna nella sua ipotetica casa ed al suo ipotetico passato, finendo per cedere all’inganno del raccontarsi, qui inteso come esito drammatico ma necessario di un qualunque percorso.
Perché questo titolo?
Un buon titolo è sempre o un’anticipazione o una conferma di quello che il testo contiene, in una sorta d’accordo preliminare tra lettore e scrittore. A mio avviso il titolo scelto da Errico per questo nuovo romanzo è una confessione appassionata, è la descrizione sincera di un occhio che scrive. Quella che l’occhio di Errico produce, infatti, non è solo poesia, né solo prosa. È voce pastosa che parla nel sonno, voce implicita, libera, fasica, simbolica. Sincerità ispirata, grondante fisicità. Del sonno ha la stessa vaghezza. La densità, l’indolenza rivelatrice, la visionarietà ombrosa che procede per fasi umorali, illuminando la notte.
Da questo titolo è quindi naturale tornare al tema principale, dunque.
Il tema del viaggio, dobbiamo dirlo, non può che confrontarsi con quello del tempo, da sempre caro ad Antonio Errico. Il tempo passato qui diventa soggetto attivo, attraverso il ricorso ad un ombra/personaggio. L’ombra insegue la narrazione, la stimola e la rende più profonda, consapevole e acuta. L’ombra avverte, l’ombra ripete, in un gioco sapiente di contrasti l’ombra riesce persino a far luce. L’ombra frammenta i luoghi nelle diverse voci che agitano il paese del ritorno. La madre, il padre, l’amata: queste voci si alternano stralunate; a volte prese dallo stupore, altre dallo sgomento, reagiscono come possono alla tirannia della memoria. Altro punto fondante la narrazione di Errico, infatti, è proprio la memoria, della quale il ritorno e il tempo attraversato si nutrono inevitabilmente. Memoria intesa come balsamo o come malattia? Il disertore, dopo i primi passi incerti nella notte e i primi silenzi angosciosi, comincia a domandarsi a cosa potrà mai servire il suo ritorno, cosa potrà ritrovare, salvare, restituire, sanare. È inevitabile domandarselo, per lui come per tutti, ma quello che più colpisce il lettore è che la risposta a questa domanda universale per Antonio Errico passa essenzialmente attraverso la conoscenza del proprio padre, l’osservazione della propria ombra, l’attesa dell’alba.
I propri passi ripetuti nella casa di famiglia, soprattutto quelli sembrano essere l’aituo fondamentale. Qualche tempo fa mi è capitato di leggere un altro romanzo che, se pure con toni del tutto diversi, affronta lo stesso tema. Penso a “ La madre che mi manca” di Joyce Carol Oates. In questo ultimo caso è la morte violenta della madre della protagonista ad obbligarla a tornare nella casa di famiglia, a calpestare passi antichi eppure incompresi, a toccare e ritoccare le vecchie mura deserte per tentare di comprendere tutto quello che è andato perso. Perché, per capire qualcosa di sé, è necessario ritornare, ma è pur vero che tutto quanto ci riguarda intimamente, tutto ciò che condiziona il nostro modo di essere, è accaduto quando eravamo troppo distratti e vivi per rendercene conto. Se è vero che il padre è l’origine, la ragione, il perché, l’ombra, è altrettanto vero che nulla sappiamo di quel “perché”, mentre accade. Cogliere a pieno il senso e il dettaglio di quella che è stata la vita dei nostri genitori è sempre gesto a posteriori. Non semplicemente memoria, ma ricostruzione tardiva. Dove ero io quando mia madre aveva quaranta anni e le cose più importanti della nostra vita si compivano? Dove eravamo noi? Chiedersi oggi “dove sono?” equivale per tutti a chiedersi “dove ero?”. La protagonista della storia della Carol Oates, come il reduce di Errico, tornano a se stessi dopo il tempo giusto, col giusto ritardo, e lo fanno per capire e capirsi. Entrambi toccano, calpestano, osservano i vecchi luoghi come se non li conoscessero affatto. Questo stupore stralunato, quindi, accomuna due romanzi seppur diversissimi per stili, atmosfere, ricercatezza del lessico, ambientazione, ma non solo questo. Anche il successivo bisogno di dimenticare le mura del passato, il loro richiamo da sirena, al fine unico di salvare la pelle ed il cuore. E se Errico è sud, lirico, elegante, pietroso, la Oates è America, spumeggiante, ironica, glamour, ma la vera narrazione è vita che va e ritorna come spola sul telaio. Sempre e ovunque.

venerdì 2 gennaio 2009

Su i Galantuomini di Edoardo Winspeare


Si è, ulteriormente, “galantuomini” nella misura in cui
la memoria, invocata e convogliata sulle rive del desiderio,
diviene fermento esplorativo e corposità culturale.


Vincenzo Camerino

La filmazione Galantuomini. Prima di perorare la quarta tessitura del regista salentino Edoardo Winspeare, occorre dichiarare che il produttore Fabrizio Mosca è persona che conosce ogni ingranaggio e ogni dinamica della distribuzione cinematografica. Infatti, egli ha costruito un battage pubblicitario degno di stima, maggiormente in un contesto merceologico dell’audiovisivo nettamente in mutazione,sia antropologico che spettatoriale. Il cinema non è più l’unico depositario del mosaico audiovisuale, pur se detiene tuttora il cromosoma iconografico più pertinente e più elevato della galassia in merito. Perché esso (le cinéma) possa mietere, come nei tempi andati, il proprio periscopio indagativo del/sul Reale, deve percorrere i necessari e moderni passaggi della visibilità mediatica. Il producer Mosca stesso ha ben compreso il periodare della svolta nell’ambito dell’intero assetto comunicazionale, producendo con cura i tasselli stimolatori della campionatura visiva e gli itinerari che il mercato impone. Galantuomini è stato presentato al festival (non più festa) di Roma, ha ricevuto udienza su tutti i giornali del nostrano inguardabile Malpaese, si è incasellato nelle rubriche delle riviste specializzate e nei cotanti e “invadenti” magazine, altresì in qualche feudale trasmissione televisiva. In conclusione il film è divenuto il cittadino più dotato di cartelle anagrafiche e identitarie. E l’aitante Winspeare la più solare “star” del momento.

E’ giusto sia accaduto quanto delineato? Sicuramente sì.

Cambiamo ora registro. L’indicata testualità si avvale di uno stuolo attorico benestante (qualcuno di schietto marchio Tv), e una Donatella Finocchiaro smagliante per afflato recitativo (premio per la migliore interpretazione femminile al festival su citato) e di un apparato professionale nell’arato campo dei mestieri del quotato medium. E il cineasta, ormai decisamente nazionalizzato, possiede due doti che valgono il costo del biglietto e dell’ansiogena curiosità: la valentia nel dirigere l’operatività degli interpreti e il calibrato rifornimento di accortezze che volgono nella tastiera dei sentimenti. Per i restanti e normali profili dell’ultimo narratage si avvertono, purtroppo, debolezze strutturali e una certuna dose di approssimazione nella tramatura d’origine. Beninteso non si tratta di proprietà sceneggiatoriale (anche), ma di sostanza diegetica. Non è possibile estrapolare dall’indagine partenziale un melodramma condito di ritrovate sensazioni per la semplice motivazione che il complesso racconto (immaginativo, o meno) viene a soffrire per gli indugi “dolcificanti” e per un fluire concettuale nei riguardi della disamina raffigurante la Sacra Corona Unita, ossia l’organizzazione criminale in questione. Non è possibile arguire che dapprima il Salento fosse la “contrada” dell’innocenza e della versatilità degli “amorosi sensi”. E che nel presente la “dottrina della criminalità abbia sovvertito e infernalizzato l’insieme dei valori e dei successivi fremiti del quotidiano vivere. In tal modo cambia il totale asse esegetico,con la conseguenza di colpire al cuore il pendio dell’impaginazione creativa. La vitalità del mélo, assai stilizzata nel movie americano, aveva nel formulario dell’incanto figurativo e nella grazia degli sguardi l’eternale cantiere espressivo e il respiro dell’autorevolezza artistica.

Nell’attuale fiction, al contrario, i due basamenti (melodrammaticità noir e “sragione” del delinquere) si focalizzano in maniera dirottante nell’argomentazione scenica e nel carico di virulenza con cui si effigia il dipanarsi dei letali misfatti del nuovo nucleo economico-mafioso.

Se la forma risulta il puro sostrato delle immagini, se la forma medesima è il contenuto (o gran parte della stesura), nel filmario dell’autore non viene ad emersione né l’indignazione né il dovuto immaginario; Solamente la resa dei conti da un lato, e il ravvedimento del personaggio centrale (la Lucia dell’infanzia e del personale caracollare nelle vertebre dell’illecito traffico) dall’altro.

E il “galantuomo”- magistrato, nelle terminali inquadrature (che vorrebbero tradursi in libertà “fantasmagorica” da parte dei destinatari), osserva-scruta-squadra-rimira la donna che, lentamente e tristemente, si avvia verso un probabile-funesto destino. E l’infanzia, il sole, i pomodori, l’incontaminato bacio, la vita, in qualcuno dei flashback disseminati lungo il testo, bruciati e cassati per il sopraggiungere delle stagioni della furia omicida? Senz’altro. Eppure quell’isola beata, una volta confluita nei fiumi dell’inconscio, si crede opportuno ritenere che non andrà mai smarrita. E che nella tempesta delle impellenti e radicali scelte quell’amore, ritornato nella sua primigenia ritualità di mitezza e di gaudiose “intermittenze del cuore”, non può bloccarsi o rimpinguarsi di dubbiosità, pur se quest’ultime dettate dalla legge, dai codici, dal ripristino dell’ordine comunitario. Si è, ulteriormente,”galantuomini” nella misura in cui la memoria, invocata e convogliata sulle rive del desiderio, diviene fermento esplorativo e corposità culturale. Lo sguardo dell’uomo di legge, nel definitivo svolgimento, è l’uscita dall’idillio dell’amore, non la consapevolezza dell’agire secondo le coordinate della giustizia reperita. E’ un the end alquanto “borghese”, depistante, modellato di taciturnità, modulato di sciatta spettacolarità. Altro che la salutarità mnemonica delle temperature del noir, amorevolmente di impronta statunitense, scolpite da Billy Wilder in La fiamma del peccato!

Nei variegati colloqui-interviste rilasciati dal regista si evince il vizio di fondo, la sua genesi di interpretazione del/sul Sociale, la sorgente pensante.

“E’ una lotta contro il cinismo, la disperazione, l’idea che nella mia ‘isola felice’ a un certo punto fosse arrivata la mafia (tra gli anni ’80 e ’90, la Sacra corona unita, nata per contrapporsi alla ‘ndragheta calabrese, oggi quasi debellata), che ci fossero persone che sparavano, uccidevano, taglieggiavano, spacciavano eroina, mi faceva arrabbiare. Ho visto coi miei occhi i cambiamenti dal mondo contadino a questo nuovo universo in cui l’unico valore sono i soldi. Prima, per quanto povera, era una terra garbata, una civiltà diffusa”: dispiega il realizzatore. Che la congegnata insorgenza della macro-delinquenza (e suo sostrato antropologico) sia il portato più efferato e più terrificante dell’esistere è fattualità reale oltreché imprescindibile. Però quell’isolotto “armonioso” o spumeggiante di giovevoli vissuti risulta abbastanza irreale e adulterato. Si può ancora congetturare che prima dell’avvento della metastasi criminogena il Salento fosse una estesa circoscrizione abitativa nel cui ventre, pur con tutte le distonie della natura e le ignobili baronie padronali, si diramava una palese pacifica convivenza o si intrecciavano corali e fluviali danze tra la casta possidente e la condizione artigiano-contadina? Non si uccideva a ciel sereno, è vero. Parimenti era territorialità di sempre “ballabili” guerreggiati, di soprusi di classe, di persistenti miserie, di espulsioni dal borgo natio, di coatte emigrazioni. E di infinita introiezione del dolore, esistenziale e socializzante. Si può obiettare: tutto ciò risponde alle diseguali vicissitudini resocontate sul passato (e sue spazialità delittuose). Indubbiamente. Ma in Galantuomini sussiste (fuoriesce) la latitanza nei confronti dei trascorsi storici, non per le endemiche elusioni-cancellazioni, quanto per il disbrigo formale-linguistico. Meglio: il percorso discorsuale e il telaio delle immagini sono deprivati di risalto estetico per la mancanza coinvolgente dell’etica, coessenziale alla decifrazione e capibilità della ferale disgregazione societaria, risolutamente della sofferenza umana. Tant’è che la “mercanzia” e le copiose sequenze ritmate di vessazioni e di deflagrazioni omicide costituiscono il leit-motiv del melodramma, noir o variamente movimentato. Un mélo, almeno così si crede, poco “profumato” di glamour iconoclasta, che si sottrae alla completezza dei sussurri passionali, che si piega, nel final cut, alle disposizioni della produzione e di una regia “ideologicamente corretta”. Cinema di progressive implosioni e di variegate sottrazioni. Eppure, eppure, amici miei, compagni veleggianti in avventure, considerati il clamore mediatico e il magnificat della critica perbenista e piuttosto silenziosa sulle “mani sporche” del Sud, il director, propriamente per il suo corredo professionale, consoliderà il suo sex-appeal registico, ovvero salirà i gradini dell’ascolto per approvazione dell’utenza. Aldilà dell’attivata analisi che può apparire solennemente irradiata di “dialettica negativa”, chi scrive, con la pazienza storicizzata, asserisce:” il signor Winspeare compone, è nella scrittura cinematografica, si ‘agita’, sebbene cospicuamente girovagante tra i sentieri collinari. Dovrebbe scendere in pianura”. Ultima annotazione: la possibile trasposizione, in tenuta cinematografica, dell’eccellente romanzo di Martino Abatelillo, al secolo “Storie di contadini” (Argo editore). Non per “punizione”, bensì per “liberazione”.