sabato 27 dicembre 2008

Ocra di Lino Manca

di Vito Antonio Conte

Nell'invisibile -agli occhi dei più- confine tra la primavera e l'estate di quest'anno, per una serie di congetture -per me- irripetibili, ho incontrato Lino Manca. Non intendo la persona che conoscevo e che si era un po' perduta nella mia memoria d'adolescente. Di quell'uomo è intatta l'immagine, quella fisica che riflette indubbie virtù interiori: la serietà (mai confusa con la seriosità) mischiata a una strana dolcezza: quella del suo viso un po' altero e -a guardarlo bene- un po' stralunato, sognante. Quello che credo di aver conosciuto quest'anno è un altro uomo o meglio un uomo altro. È per un appuntamento culturale in nuce che ci siamo visti e di arte si è parlato in quell'occasione. Di libri, di poesia, di autori salentini e, in particolare, di un'aria nuova che girava per il paese, San Pietro in Lama, ch'è il suo, ma anche il mio. Poi, qualche tempo dopo, con un'espressione quasi da reo che ammette la sua colpa, mi confessò che anche lui scriveva, sì, amava la poesia e verseggiava la vita secondo la sua intima filosofia, da tempo scriveva, aveva riempito fogli e quaderni che custodiva nel cassetto dell'indecifrabile, dove la memoria si confonde con un'idea e col desiderio, dove sedimentano delusioni e dolori, dove s'allenano e riposano sogni e speranze, dove si sa cosa c'è ma non è ancora scritto cosa diventerà quel che c'è.

Me lo disse con pudore, con un pudore quasi bambino e, nel contempo, con quel pudore di chi, a lungo, ha riflettuto sulla propria scrittura e se l'è fatta bastare aprendo -all'occorrenza- quel cassetto. Me lo confidò con la consapevolezza che il personale percorso era giunto a un bivio e non poteva più proseguire per la strada nota, meno rischiosa, quella ignorata dagli altri, dove si celano sensi di inadeguatezza e paure, dove pure (ai margini) crescono essenze e fiori necessari: essenze per lenire le ferite, fiori per aggiungere bellezza a ricordi belli ma sfioriti. Doveva, invece, muovere i suoi passi per la via a lui sconosciuta, mettendo in discussione quel mondo che ostinatamente cercava di tenere il più possibile vicino al suo intimo ordine, rischiando l'immagine fatta di tante parvenze con quell'essere che pulsava ormai irresistibilmente: l'altro da sé, quel Lino altro che la scrittura aveva -gradualmente- disvelato al suo stesso autore. E il rischio, a quel punto, era pubblicare e, mi rivelò, non so se quel che scrivo potrà interessare a qualcuno... e, sciolto il disagio che parlare dell'argomento gli procurava, restò a ascoltare una mia improbabile risposta: gli dissi (ripetendomi) che per me pubblicare era stata un'avventura nata nell'esatto momento in cui avevo avvertito forte il bisogno di rendere agli altri quel che gli altri -spesso inconsapevolmente- mi avevano donato... E adesso è come se rivedessi quel momento: Lino si rilassa e, con poche parole, ché con le parole (soprattutto) ci vuole misura e lui lo sa bene, mi dice (o, forse, non me lo dice, ma traspare dal suono del suo dire) che sente ch'è giunto il tempo dei suoi versi... e comprendo, dall'espressione profonda dei suoi occhi, ch'è stato da sempre molto severo con se stesso... Va bene, gli dico, parliamone ancora quando vorrai... Adesso Lino Manca parla attraverso “Ocra”, raccolta di poesie e altro, pubblicata -in questo mese- per i tipi di Lupo Editore (pagine 213, € 13,00), in cui al sottotitolo, “L'alfabeto del compiersi” (che evoca un cammino), fa da contraltare la copertina, l'opera “Ulivo” del grande pittore Vincenzo Ciardo, un inchiostro acquerellato, simbolo dell'immanenza dell'imperitura natura nel fluttuante pensiero, capace di negare oggi quel che aveva valore ieri, senza motivazioni, ma per il solo fatto di seguire l'apparire, sacrificando ogni idea di essere.

Quell'idea che, invece, Lino Manca coltiva costantemente e della quale reiteratamente scrive, forse troppo spesso, ma ogni volta mettendo in gioco se stesso, una volta ancora cercando di comprendere l'imponderabile rapporto tra il tempo che non c'è più e quel che -spesso acriticamente- ha preso il suo posto, come di legge imposta senza alcuna connessione con la realtà, ma perché qualcuno lo ha deciso senza condivisione di sorta. Una volta ancora a cercare di capire, a fronte di ciò, quale potenza risiede nell'individuo. Intanto, guardarsi dentro, dialogare con l'altro da sé, non fermarsi alla stupida coerenza dell'immobilità, sembrano suggerire le liriche di Lino Manca, e poi trattenere il senso delle cose, conservare il respiro di chi, come gli ulivi, continua a vivere e farci vivere la millenarietà della storia, attualizzandola a ogni stagione. Non un inutile rituale, ma un ripetere antichi gesti nella lentezza che fa vivere un viso, una voce, un incedere, un sorriso, un canto, un modo di stare su questa terra, piuttosto che un inetto correre. Perché “nell'ocra c'è una segreta attesa” e cullare il tempo significa ascoltare chi “con gli occhi ci ripete ancora che diventa cieco chi non guarda l'altro e diventa sordo chi non sente se stesso nei giorni acerbi”, intanto che “brontola il mare con voce da nero la nenia della vita da stenti” e “nonna Rosa continua a ridere in re”, ballando nella luce lunare che “indovina dal profumo dei suoi artifizi l'identità degli uomini che hanno perduto il loro sé”. Perdere se stessi è il male che affligge l'uomo d'oggi e Lino Manca conosce questo rischio e cerca di evitarlo “sfidando l'evanescenza” dell'effimero, anche se costa emarginazione “quando senti impazzire i grilli nella testa” e l'impresa è immane ché “ci vorrebbe un pegaso per levare in alto la pazienza disarcionando ogni dio che si monta la testa”, ci vorrebbe “una pace che trascende il racconto” e guarda oltre l'orizzonte di “gechi imbronciati nell'ombra che annusano l'ennesima notte di attese” finché “ci riprova la primavera a muovere le sue parabole di note” e il desiderio “bacia la lacrima che ingioiella le sue labbra di melagrana” perché ogni caduta e ogni volo e ogni andare hanno significato, per ciascuno, se si sa che “oltre il nido nelle crepe del tufo c'è la tua favola che sfarfalla nelle trasparenze”. Lino Manca regala il suo mondo e il suo stare nel mondo, ché mettere ulivi e gechi in versi non è noiosa descrizione di un Salento da cartolina che annichilisce altre realtà e oscura problemi dietro un bello spot pubblicitario, non è mercificare una terra di rughe, gioie e dolori profondi, e neppure mero esercizio poetico, scrittura fine a se stessa, ma coscienza “che qui si ritrova il singolo a specchiare sui muri la sua ombra l'altro di sé e se qualche parola vola è soltanto l'esistere che si accartoccia nel suo alfabeto minimo”. È esaltazione di un'etica che non conosce il passare del tempo, ch'è distante da stucchevoli mode di un giorno, è riflessione sul cambiamento cogliendone le positività ed è quel che consente ancora e nonostante tutto di vedere “nella chioma del noce una donna la più bella del paese che schiaccia i gusci per scoprire nelle trine l'enigma dei gherigli”. Un mondo ch'è armonia e memoria, riassunto in poche mirabili righe: “non scosterò le tue lunghissime ciglia per non leggere nei tuoi occhi che vuoi tagliare l'oggi da ieri e il domani da qui mentre lasci seccare sull'asfalto la scorza di ogni serpente che oltrepassa i confini” (Il racconto del sole). Lino Manca sembra voler attrarre attenzione su quel che quotidianamente sfugge perché l'esistenza è una e lasciarsi attraversare dal tempo, specialmente se quel tempo non t'appartiene, non è vivere; perché farsi rubare il proprio tempo è da idioti; perché obbedire al tempo che qualcun altro ha dettato è da coglioni; perché “non è la prima volta che qualcuno si siede la sera per indovinare il domani e si addormenta per sempre con il viso nell'incavo di una mano... ogni addio è andare con le mani aperte a raccogliere un geranio fuori stagione che ammicca oltre la finestra”. Ho estrapolato, forse maldestramente, pochi versi nelle parole che riempiono le oltre duecento pagine di questo libro d'esordio di Lino Manca, ma sono versi che ho amato immediatamente... altri ce ne sono. Se un appunto posso fare alla scrittura di Lino Manca è che dovrebbe avere la forza di sottrarre parole alle parole: le poesie ne guadagnerebbero in potenza (...), ma questo è soltanto un mio pensiero e fa parte del mio sentire, ascoltare, leggere e fare versi. Forse domani sarà... chiaro, come nella poesia “Craj”, non a caso una delle più brevi composizioni e della quale terrei solo questi righi: “tu non sai / come sono dolci / le cosce bianche della luna / quando sceglie / di scendere in un canto / a rifiorire il domani / prova a cercarlo / all'angolo dove / s'incontrano l'io e il caos”. Dove s'incontrano l'io e il caos! Conoscete questo luogo? Non mi avventurerò in considerazioni tecniche. Non lo faccio mai. O quasi. Epperò mi piace sfiorarle. Vi dirò solamente che è un luogo di mezzo da frequentare, ché lì tante altre cose s'incontrano...

venerdì 19 dicembre 2008

Vittorino Curci in libreria con “La ferita e l'obbedienza”


L'iniziativa delle parole

Il poeta può essere un corpo che risuona di verità
che trilla profetico anche senza saperlo,
un uomo che si affatica intorno ad un suono
come un archetto intorno ad una corda.
Un corpo che, giunto nel punto del suono agognato,
poi sa rimanere fermo e zitto.

Elisabetta Liguori


Da giorni sono ossessionata da un verso di Vittorino Curci:
- Puoi anche star zitta, se vuoi. Nessuno dirà che non esisti. -
Lo si può leggere a voce alta prendendo tra le mani l’ultima pubblicazione della collana “Voli” che “i libri di Icaro” dedicano alla poesia e, con questa uscita, alla più recente fatica letteraria di Vittorino Curci, “La ferita e l'obbedienza”.
E fatica non è un sostantivo che scelto a caso.
Questo libretto di carta grezza scrive del fare poesia e dell’essere poesia. Chi vi si accosti può trovarvi non soltanto versi, non solo filosofia del processo creativo, non solo teoria del linguaggio, non solo pratica della conoscenza o intuizione storica, ma tutte queste cose insieme. Perché questa opera non dice, ma è. E’ prodotto e procedimento produttivo, creazione e insieme desiderio di essere creato.
So da tempo che Vittorino Curci, poeta, sa dire come pochi del corpo umano, di quello che contiene quanto di quello da cui è contenuto, del proprio corpo come del corpo altrui. Questo testo ne è una conferma. Si tratta innanzitutto di un lavoro di analisi e ricerca; poi di rivelazione, infine di condivisione. Il tutto sviluppato con un linguaggio accessibile a tutti e di forte impatto emotivo. Una poesia, la sua, dunque, che rivela, sì, ma cosa rivela esattamente? L’ossessione poetica, direi.
I barbagli della guerra quotidiana e ossessiva del dire, dell’esserci, che, soltanto una volta vinta, conduce alla quiete. In altre parole, quello che Vittorino Curci vuol rivelarci è la sua gioiosa sofferenza, quella provata e quella che ancora prova, nel tentativo di giungere al meritato silenzio.

Un silenzio che per questa ragione diventa valore collettivo.
E se quel silenzio è il risultato, la poesia è il preliminare sforzo ilare, arguto, immaginifico, furioso. Sempre chiassoso. Quello che insegue il poeta è, allora, un risultato bifronte, ci spiega Curci.
Prima: la verità di un suono, la matrice sonora di ogni senso, la nota più forte e precisa tra le altre vaghe, da poter riprodurre per sé e per gli altri, così da sentirsi finalmente vivo, esistente, simile all’universo. Dopo: il tacere, cosicché, se il miracolo è compiuto, le pagine possono ritornare bianche e paghe.
Per questa ragione nel volume di Curci viene dato grande spazio alle ragioni della lettura a voce alta dei testi poetici ed alle sue rivelazioni foniche. Perché il poeta può essere un corpo che risuona di verità, che trilla profetico anche senza saperlo, un uomo che si affatica intorno ad un suono come un archetto intorno ad una corda. Un corpo che, giunto nel punto del suono agognato, poi sa rimanere fermo e zitto.
Curci ci rivela un suo segreto: “Voglio essere sincero: a me scrivere non piace. Per scrivere intendo l’atto in sé e il tempo della scrittura. Quando mi infilo in una frase non so mai se e come riuscirò a cavarmela. Mi chiedo: è questo che voglio dire? Si può fare meglio? L’obiettivo a cui tendo non è un’idea letteraria di bellezza, un problema di stile, ma una corrispondenza, quanto più precisa mi è possibile, tra il testo che scrivo e quel che io sono e sento.” Sacrosanto eppure non sufficiente.
Non è solo la corrispondenza a se stessi l’ossessione del poeta Curci, ma anche l’adesione all’Altro, a quanto di autentico è all’esterno. È proprio questa evoluzione a comportare la progressiva fortunata frantumazione dell’Io che è alla base della poesia moderna. L’io si mescola alla realtà, infatti, mentre la poesia germina naturalmente da questa stessa realtà immanente, per poi da questa staccarsi, distinguersi. È nel punto di contatto tra ciò che è dentro e ciò che è fuori la verità. Solitudine e collettività: ecco, dunque, il faticoso contrasto che la scrittura osserva, sia quando è poesia sia quando è narrazione, laddove l’uomo sceglie di cedere “l’iniziativa alle parole” così che queste meglio sappiano rappresentarlo. Una grande necessaria fatica supportata da un coraggio dissennato.

Bene, nonostante la fatica, se Curci si sente me, io oggi mi sento lui.

Anche io voglio essere me stessa e l’Altro; essere dentro, essere fuori, essere insieme. Tacere viva, dopo aver parlato. Essere l’aggettivo sottile che si appoggia a questo volumetto prezioso, di e per la poesia, come fosse una finestra, proprio come nel celebre dipinto di Caspar David Friedrich (“Frau am Fenster” “Donna alla finestra” 1822) che con un po’ di fortuna si può ancora vedere all’Alte Nationalgalerie di Berlino o trovare tra le pagine di un libro di poesia come quello che io, fortunata, oggi ho tra le mani.