mercoledì 1 ottobre 2008

Verso Sud - Salento d'acqua e di terra rossa



Quella di Goffredo Fofi è una visione del Salento che sentiamo vicina!

Disincantata e rapita, la troviamo, in introduzione del bellissimo

Verso Sud. Salento d'acqua e di terra rossa”

Un libro edito da Anima Mundi. Un opera collettiva

realizzata da Marilena Cataldini, Caterina Gerardi e Marina Pizzarelli,

che racconta con sapiente equilibrio la storia di venti personaggi,

artisti ed intellettuali, che in tempi non sospetti,

prima dell'attuale boom turistico,

hanno scelto come patria d'elezione questa nostra terra.


Gli occhi degli altri sono indispensabili

a comprendere un luogo,

anche per chi vi è nato e non ne è mai partito.


Terra di transito, Terra di ritorno

Goffredo Fofi


In qualche punto di questo libro si cita una vecchia canzone (o poesia?) salentina, che sembra quasi un proverbio: “Salentu Salentu, comu camini lentu”.

Non vale più, questa constatazione è un ricordo di ieri. Il Salento ha preso da diversi anni a camminare spedito, e ha rapidamente raggiunto il resto del paese. Nel suo bene e anche nel suo male. Ma, vuoi per il ritardo con cui qui ci si è omologati agli usi e consumi del resto del paese, vuoi per la forza del passato e delle radici, vuoi infine per una distanza proprio geografica, e per un Sud proprio Sud, per un mare aperto all’oriente e per una pianura splendidamente austera nella sua essenziale bellezza di pietra e di ulivo, il Salento è rimasto profondamente Salento, mantiene la sua diversità e non si lascia facilmente domare dal turismo, dal nord, dalla moda, dalle notti bianche del folklore esibizionista.

Il Salento si è messo al passo del resto dell’Italia e dell’Europa in molte, in moltissime cose, ma anche è rimasto in disparte, forse più scontroso nella sua apertura di dialogo che non altre parti del paese e del Sud.

Non è stato per caso la patria di Vittorio Bodini e di Carmelo Bene, che l’hanno cantato ed esaltato nella sua luce e nel suo mistero, nell’inatteso e raro chiaroscuro dei suoi silenzi e dei suoi miracoli.

Ed è a Carmelo che penso, girando per il Salento, di paese in paese, in automobili guidate da altri che si direbbe inciampino nel passato e nell’eterno e ne siano costrette a rallentare la corsa, oppure talvolta a piedi perché da paese a paese la distanza è sempre breve, nel reticolo di collegamenti che fino a tempi recenti prevedevano più facilmente la breve che la lunga distanza, la stella invece della linea continua. E a un progetto che Carmelo non poté realizzare, di un Don Chisciotte itinerante, nella traduzione bellissima e solare di Bodini che legava Mancha e Salento (ma più bello e animato il Salento della Mancha!), che vagasse paese per paese e capitolo per capitolo, e ogni giorno un percorso, una tappa, un episodio. Degli incontri, degli scontri. Da un lato il sogno e il bisogno di portare giustizia che è del Cavaliere errante e fuori tempo, e dall’altro una realtà terragna e diffidente, sanchesca, un luogo troppo luogo per lasciarsi conquistare.

Sono queste le due anime che mi appaiono del Salento, se vi ci si aggira nelle silenziose mattine di un sole alto e forte o nel cader delle notti sotto lune immense e rosse, quando la terra odora di terra, di terra odorosa, quale che sia la stagione, e il vento odora di mare, quando muove le sue nuvole basse, vicine quanto la luna. E a vincere sono sempre - è questa l’anima che è ovunque, nel mondo, maggioritaria - la realtà, il realismo, l’accettazione furba o piegata del mondo com’è, mentre il sogno resta grazia e condanna di pochi. Tra questi pochi, forse, i visitatori illustri o nuovi abitanti, i provvisori salentini di cui parla questo libro-rassegna che ci appare come un censimento di visionari affettuosi, conquistati e acquisiti, la cui diversità è bene accolta perché viene da fuori e non si oppone alle norme e consuetudini, dentro le quali ognuno può riuscire a scavare, se benestante, una propria nicchia felice. Almeno per un tempo, perché non sempre chi giunge fin quaggiù sa resistere al ritorno dell’inquietudine, alla voglia di rimettersi per strada dopo un bel momento di pausa e di incerte e provvisorie radici.

Ho conosciuto in un passato abbastanza vicino due dei pochi intellettuali che conoscevano bene e amavano di vero amore il Salento in un’epoca in cui il Salento non era ancora alla moda, e in cui, venuti da fuori, si era in pochi a frequentarlo assiduamente e amorevolmente, ad apprezzare le straordinarie qualità del suo ambiente fisico, storico, umano che gli italiani (e talvolta perfino i pugliesi delle provincie “a nord”) colpevolmente e stupidamente ignoravano. Si trattava di Vanni Scheiwiller e di Maria Corti, amici ormai scomparsi, che avevo conosciuto e frequentato nel mio lungo periodo di vita milanese e oltre. Incontrandoci “dopo il Salento” o “prima del Salento” anche a Milano, era abituale che il discorso sul Salento finisce per cadere, e che ci si facessero confidenze e ci si dessero suggerimenti. Un monumento, una persona, una festa, una pietanza, un proverbio. E si finiva sempre per alludere a un indicibile, a un odore, a una “sostanza” non definibile e alla quale ci si poteva accostare parlando per paragoni e al negativo: non è come quella tal cosa vista o capita in quel tal posto, “non è come”, è davvero un’altra cosa. Il Salento di cui ci parlano le pagine di questo “viaggio” è “un’altra cosa”, non somiglia a niente del resto della penisola, per quanto magnifico.

Si parla in questo libro di un Salento “terra di transito”, che “non soffoca” e che “non prende alla gola”, che “si lascia sfogliare come un libro antico”. E' tutto vero, ma non è tutto. Il Salento è un’entità estremamente concreta ed estremamente definita, che si può percorrere e conoscere, e “gustare” per breve tempo o per molto. Ma non è solo terra di transito: è terra di ritorno. Gli occhi degli altri sono indispensabili a comprendere un luogo, anche per chi vi è nato e non ne è mai partito. Ma non possono essere quelli del turista che non si ferma, che non cerca, che non penetra e non si fa penetrare. Il Salento esige attenzione, continuità, scavo. Esige ritorno. E solo allora regala un po’ della sua verità e non solo della sua bellezza, a chi sa rispettarlo, ascoltarlo. Nel Salento bisogna venire stare tornare. Spesso, non solo in estate. E dico Salento, non Lecce perché le capitali, quanto a composizione economica e umana, si somigliano ormai tra loro anche troppo.

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