martedì 30 settembre 2008

L'anti-favola del Sud. Su le spose di Mario Desiati



di Irene Leo

Il paese delle spose infelici è un anti-favola. Ovvero è un paese delle meraviglie al contrario, e non c'è un Alice perbene dalla veste pulita tra le righe, bensì un Annalisa torbida nei suoi pensieri e nelle sue azioni, bionda, effimera, impalpabile e poi concreta e terrena. Bella e maledetta a tal punto d'esserlo oltre le metafore con i suoi "affascini", che si fanno iperbole nelle vite di due uomini, Zazà e Velenus, protagonisti di una storia di cui il secondo è coscienza narrante. C'è un'aria paesana sullo sfondo che si alimenta da sé man mano che i personaggi avanzano in una realtà talmente vera da toccare i vertici del surrealistico e del paradossale. Martina Franca, Taranto, l'hinterland di Noci, la Madonna della Scala, Barsento, la colonia degli Hanseniani presso Gioia del Colle, si tingono di una dimensione scura più del nero, che intrappola e magnetizza, come tutto ciò che è male ed è proibito. Temi differenti vengono affrontati tra le pagine di Desiati che oscillano dalla questione sociale, a quella lavorativa, ad una strettamente intima della psiche umana, qui come anche nel precedente romanzo Vita precaria Amore eterno dello stesso autore, i fallimenti le battaglie perdute, le pazzie, sono figlie di un oblio che è diktat di tutto il discorso filologico, e che si pone come alternativo sopravvivere. Non si sfugge alla sorte, scritta ed incisa a caldo sulla pelle del Sud, quasi a volerlo caratterizzare ulteriormente dandogli connotazioni prive di speranza, accentuando la drammatica messa a fuoco dell'evocazioni mancanti di grigi, con tutta la violenza invece del bianco e nero estremo. Il fato nel gioco degli eventi attrae con una forza distruttrice ogni vita, ogni aspettativa come quella vana ed eterea dell' Esperia, la squadra di calcio in cui Zazà e Velenus due mondi paralleli, si incontrano e scintillano, mescolano i loro sogni le loro parole ed il sangue alle ginocchia sbucciate sul brecciolino secco, crescendo. Il paese delle spose infelici, tra le pagine tende a perdere la sua connotazione geografica ed assume una dimensione autonoma di disagio globale, un'infelicità senza tempo e spazio, l'esigenza di sfuggire al proprio destino porta alla morte coraggiosa le giovani spose, quale ultima possibilità di cambiamento. Sovviene alla mente l'eco sfumato e reinterpretato del mito dell'ostrica di verghiana memoria, in chiave moderna e "particolaristica": inutile ribellarsi alla corsa degli avvenimenti e al proprio status sociale, specie se il male è infimo.
Ma è Annalisa la chiave del mistero, Annalisa è alfa ed omega del romanzo. Zazà e Velenus eterni rivali d'amore per la stessa donna, il primo amato e mai scordato, il secondo non corrisposto in virtù del primo, che conosce in maniera coloristica il mestiere di vivere, avendolo imparato in fretta dal turbinio degli errori. Annalisa moderna untrice, moglie "liberamente" fedele al suo ruolo, liberamente "strega", liberamente "donna". Sono forti i richiami alle storie locali trasmesse nel tempo e rintracciabili nel tessuto fisico ed antropologico del territorio che Desiati conosce e celebra, con questo quadro dai colori acidi e scordanti e privi di una grazia che affonda nei passi di un contesto sociologico di valori sconnessi, e ribaltati. I personaggi sognano una libertà che li incatenerà, che li renderà orfani della propria morale. Ma poi in conclusione tutto resta sospeso, se è vero che le colpe e le dissoluzioni di Velenus e Zazà trovano un corrispondente punibile per legge, è anche vero che il bilanciere dei sentimenti e delle emozioni non è soggetto a nessun metro di giudizio. Eppure la poesia si fa largo tra queste pagine, poesia sdentata, poesia evocata (letteralmente quella di Rocco Scotellaro ad esempio più volte) poesia cruda e piena di rovi, poesia senza mezze misure, come specchio insofferente di vite malvissute, ma intensamente vissute. Ma per mutuare le parole di un giovane poeta della Brianza, (Fabio Paolo Costanza): Se"...il peggio è la poesia, / salvatela.

(Finitolo di leggere, mi accingo a posare la copia del mio libro desiatiano guardacaso accanto ad un vecchia edizione dell'Alice del paese delle meraviglie di Lewis Carroll di cui sopra, regalatomi da bambina. Ed un pensiero mi sovviene prima del black out del sonno: l'immaginario ed il vissuto non sono poi così distanti...)

mercoledì 24 settembre 2008

La dura vita del giurato




La cronaca del poetry slam de "La Movida”

organizzato dall'Associazione C-arte
e sostenuto dai vini di Castello Monaci

di Vito Antonio Conte

Sono le 21.30 di ieri 23 settembre. Sono in via Paladini e la mia liricità ha assunto forme alte in un abbraccio... Ma è tardi. Un ultimo sguardo... per saluto.
Devo raggiungere quello strano posto ch'è la vineria “La Movida”, non molto distante, nei pressi della chiesa di Santa Chiara, dove la piazza è ancora uno scavo e altre vite che furono reclamano luce. Ho in tasca i miei fogli di poesia. Leggerò i miei versi al primo Poetry Slam (...) che questa città stasera avrà. Ci arrivo dopo pochi minuti e trovo tanti amici e anche altri mai visti.
È già bello. Saluti, abbracci, parole, sorrisi e un buon bicchiere di rosso per scaldare la voce. Poi Luca (Nicolì), che sarà il 'bravo presentatore' della serata, si avvicina - nel mentre sono seduto su una panca all'aperto - e mi dice se voglio fare il “giurato”, che il terzo titolare ha avuto un imprevisto (no, non si è infortunato!). Svesto la tuta e, da buon (all'occorrenza) tredicesimo sempre pronto a fare il suo ingresso in campo, raggiungo il tavolo della giuria: sono in ottima compagnia: Anna Palmieri e Mauro Marino, che di poesia s'intendono, eccome.
Non vi spiegherò le regole del gioco; se non le conoscete venite al prossimo incontro, tra quindici giorni. Intorno alle 22:00, l'agone ha inizio. Apre i canti Martina Gentile. Il mio voto per lei è dieci. Di più non si può. Ma sono di parte e lo confesso ai miei “colleghi”. Ridiamo. Darò dieci anche a Giovanni Santese e a Gioia Perrone (e se anche per loro il mio voto è di parte, vi assicuro che meriterebbero di più...). Un nove pieno a Massimiliano Manieri... che diventerà dieci nel finale a tre, dopo che (bene) hanno fatto la loro parte Gabriele Giannuzzi, Angelo Petrelli, Paolo Ferrante, Marthia Carrozzo e Margherita Macrì (che si esibiscono in una combinata che sfora il tempo massimo, accelerando oltre modo la loro performance e vengono -perciò- penalizzate), Gianni Minerva, Mario Calcagnile, Vito Luceri e Daniela Cecere. È un bell'ascoltare e un bel vedere. Un sentire di ciascuno che diventa comune in una alchemica commistione tra la performance di ogni poeta e tutti quelli che, per caso o per scelta, si trovano nel locale.
C'è che la poesia, in questa occasione, diventa altro. E non c'è spettacolarizzazione, come pure potrebbe accadere, del verso, né parole che possano acquistarsi a etti. Non c'è l'arena, per intenderci. Non ci sono belve e predestinati al loro pasto. Non c'è un pubblico che gode del sacrificio, dando sfogo ai suoi malesseri lanciando volgarità e ortaggi andati a male all'indirizzo dei “giullari”.
Non c'è alcuno che indicherà il pollice verso. Quanto meno, non è accaduto stavolta.
Conservo memoria di episodi del genere di un (anche) recente passato. E non giudico.
C'è che ogni gioco ha le sue regole e non ci sono più (...) partecipazioni coatte...
La poesia, è vero, nasce dentro e intimamente va conosciuta. Altra cosa è il Reading. Altra cosa ancora è il Poetry Slam. L'incontro di cui vi dico è stato un concentrato di tutto questo, nel segno dell'assenza di ogni pregiudizio e della forte presenza del divertimento, di quel divertimento che coincide con lo stare (e stare bene) tra amici (anche se non ci si conosce) e sentire l'allegria che finisce per toccare anche chi l'aveva dimenticata da qualche parte.
Senza trascurare l'attenzione per i temi sui quali sono volati i versi di ogni poeta.
Senza dimenticare la tensione poetica del dire del Capitano Black, ancora colpevolmente poco noto, rievocato in maniera commovente dal 'bravo presentatore' di cui sopra. Senza scordare il riferimento colto a Baudelaire, giocosamente reso da Piero Rapanà. Senza far finta che tutto va bene, ma sentire (sì, “sentire”) davvero che, come ha ribadito Anna Palmieri, la poesia (che, per definizione, è -anche e soprattutto- incontro) può salvare il mondo! Il buon cronista che non sono non deve trascurare di dire che il gioco (piuttosto che il certame) ha, in fine, visto a pari punti Gioia Perrone, Giò Santese e Max Manieri. Che se la sono giocata da par loro. L'incontro (piuttosto che lo scontro) finale ha visto pareggiare (anche dopo i calci di rigore a oltranza: leggi applausi del pubblico) Giò e Max.
Alla fine bottiglie di buon vino per tutti. E, ve lo giuro, al momento dei saluti, c'era nell'espressione di tutti una gran bella e leggera riflessione.

lunedì 22 settembre 2008

Su “Il paese delle spose infelici” di Mario Desiati



Il diritto alla nostalgia

di Elisabetta Liguori

Mario Desiati con questo suo nuovo romanzo, quello che non esito a definire della piena maturità e consapevolezza letteraria, ci offre un affresco ampio di quella che è la vocazione alla tragedia tutta meridiana. Una voce maschile quanto impietosa, la sua, che rovista a fondo nella terra, nella giovinezza e tra le donne del sud. Una voce che sembra volersi opporre all’aura magica che circoscrive da sempre l’immagine del sud, ai suoi demoni leggendari, alle tradizioni, agli incubi del malocchio e dell’infelicità, per dare agli stessi la luce della razionalità e della cronaca che meritano, servendosi di un’analisi socio culturale d’altissimo livello. Per questa ragione, l’incipit è sogno lirico, l’excipit una definitiva resa allo stesso sogno, ma nel mezzo del romanzo domina la verità, l’autentica cronaca, la Storia, quella che accomuna tutti gli uomini che quel sud l’hanno vissuto davvero. Premonizione iniziale, cronaca anni ottanta/novanta e condanna finale del terzo millennio: questa la struttura narrativa in sintesi. “Su un certo sud, su certe relazioni che lo animano e lo proiettano sugli scenari sequenziali della storia, aleggia sempre un’aura esotica, folcloristica. Quella che può essere definita una visione arcaicizzante degli uomini e della loro roba. Eppure la sua vocazione è decisamente tragica.” Il sud di Desiati è teatrale, come teatrali sono le sue donne e i loro desideri, ma, nello stesso tempo è un sud orrendamente vero e tangibile. Due ragazzi, una donna misteriosa e selvaggia, i loro giochi con un pallone muffito su campi sterrati con porte fatte di pietre da sfondare, ferire, squarciare. Il paese, le campagne, la città avvelenata. Il futuro da fottere o da cui farsi fottere. Il vuoto psicologico e materiale da colmare con il sesso, lo sballo, o il campionato di calcio. Questo è teatro e vita vera. Per tutti i protagonisti l’unica vera ricchezza è proprio il fallimento: vanto, marchio distintivo. Questa loro società è ormai devastata da logiche di trucido potere. L’avanzata di Cito, i condizionamenti televisivi, il potere virtuale della violenza, della volgarità e dell’inciucio. La forza grottesca di un brigata alla Brancaleone, seppur ben più violenta e fatale. Per meglio descriverla, accanto alla pura memoria anagrafica e alla descrizione fotografica di paesaggi di una bellezza languida e dolorosa, Desiati costruisce scene allegoriche di grande impatto cromatico e spirituale: quella dei lebbrosi nell’ultimo lazzaretto segreto, ad esempio, la colonia degli Hanseniani, una scena di catarsi horror e liberatorio stupore; o quella in puro stile Hemigway che descrive la masseria di Monte Sant’Elia, persa nella campagna murgese, totalmente invasa dallo straniero e puntellata da enormi auto metallizzate, ampie gonne a fiori, bimbi addormentati in esotiche ceste di vimini, ricconi travestiti da gitani, il tutto in nome in un non ben precisato quanto “merdoso ashram”. Questo di Desiati è dunque un sud coloratissimo e moderno, una terra in piena trasformazione ma ancora fortemente umorale, genetica, mitologica, osservata con gli occhi di due ragazzini che a fatica diventano uomini. Un sud vissuto per scene madri, durante le quali gli adulti sono per lo più assenti o occasionalmente compaiono come larve parentali, laidi burattinai, truffatori incalliti, politici spettacolari, comunque modelli negativi dell’arricchimento, del degrado o della disillusione. È il sud dei sopravvissuti ad una tempesta sociale, che, in coerenza con le premesse iniziali, è più che giusto raccontare attraverso una tragica commedia. Sì, raccontare è necessario. Chi sopravvive è costretto a raccontare a chi non sa. È la sua condanna. Accade sempre. La lingua utilizzata da Desiati, dunque, ha la profondità e l’eleganza dignitosa di un’esecuzione inevitabile. Il suo racconto è volto al passato e risente di un’emotività complessa, arcaica, preda consapevole di nostalgie ed “affascino”. La sua lingua è ricercata, novecentesca, quasi lirica, pastosa, alcolica a volte, ossimorica sempre. Da donna che scrive a sud, in ultimo, non posso fare a meno di notare che molta ottima letteratura dell’ultimo periodo pare aver scoperto le donne. Donne come oggetto, donne come autrici, donne come destinatarie del racconto. Pare che siano muliebri le risorse della scrittura e della lettura del futuro, sia per le penne maschili, sia per quelle femminili. Lo dicono in molti. Un mondo ancora da decodificare, il nostro, ma ricco; uno sguardo obliquo che, pur agendo, come nel caso di questo Desiati, sotto un’aura tradizionalmente magica, si confronta (e si scontra) fertilmente con la crudezza del quotidiano, della terra, della materia. Le donne di Desiati sono una possibile risposta alla nota intuizione demartiniana sulle nevrosi femminili del primo novecento, nuove tarantolate: sogno tormento e azione. Annalisa per prima. La donna-animale che affascina i due giovani protagonisti Lei è la vendetta di tutte, regina tra le spose infelici e suicide, che con il proprio sacrificio, offre il collettivo riscatto dall’insoddisfazione, dalla malattia, dall’incomprensione. Lei è ossessione sessuale, lei è estetica pura, lei è donna già matura in un universo di bambini, lei è quello schiaffo in pieno viso che tutti si aspettavano di ricevere perché è l’unica a possedere la verità che agli altri è negata. Un paesaggio meridiano, anche lei avvelenata e assassina come e più di Taranto, struggente e psichedelica, destinata a perpetuarsi ed ingigantirsi nel tempo con grande forza visiva e morale per tutti coloro che il destino ha voluto lontani, colpevoli o innocenti, comunque perduti.

domenica 21 settembre 2008

L'arte nascosta

Abbiamo visto un film molto bello!
Il passo è quello che indaga, guarda nelle pieghe e scopre che la creatività, l’arte è un fatto di necessità. E’ il cervello che ti comanda ti sussurra che una pietra non è solo una pietra, che un barattolo di vernice ha dentro di se un tempo in divenire che sta in attesa di mani, di pennelli, di una superficie. Che le parole non bisogna farle stare mute…
Abbiamo visto un film molto bello. Lavorato sapientemente e sapientemente guidato.
Un film che ci ha fatto incontrare quatto vite. Alfredo De Riseppe il mentore, la guida. Personalità di molte risorse. Anche politiche. Nell’ultima corsa amministrativa, a Tricase, concorreva allo scranno di Sindaco. Ha perso! Meno male, ci viene da dire., perché il film lo ha girato per tirarsi fuori dal mal’umore. Ha fatto buona cosa, per lui, per noi e per Tricase.
L’aristocratica della regione delle serre ha molte cose nelle pieghe della sua storia, del suo quotidiano. Doni inimmaginabili che l’uomo di Tutino, prova a raccontare. Lui le persone le ama, i luoghi, le cose dell’urbanità, della campagna, de mare, il paesaggio lo contiene intero negli occhi.
(M.M.)


Voglio dirvi qualcosa su questo “L’Arte Nascosta”
di Serena Laporta

Conosco Alfredo da anni e attendo, attendo sempre le sue sorprese. Aspetto i suoi scritti, le sue poesie, le sue prese di posizione, i suoi coupe de theatre. Lo spettacolo è sempre garantito. Perché l’uomo è sorprendente, sempre, nel bene e nel male (poco invero).
Quindi aspettavo il film.
Ho annusato l’aria nei giorni precedenti, è trapelato poco; il riserbo, almeno nel mio caso, sovrastava. Questo regista in erba, come da suo stile, banalizzava, minimizzava “è una specie di documentario” diceva.
Insomma, spinta da una passione smisurata per il cinema, son partita da Lecce e sono andata a Tricase alla prima di sabato 13 settembre e, in uno scenario incredibile - chi c’era sa di cosa parlo: gente in ogni dove, seduta, in piedi, accucciata dentro nicchie seicentesche, caldo asfissiante dentro e fuori, (il film si proiettava nel palazzo comunale, contemporaneamente in sala e in un cortile ) posti in piedi anche per chi è arrivato in tempo – ho visto, l’ho visto: un Film in quattro episodi.
Un film vero. Divertente, emozionante, struggente.
Una lente di ingrandimento su vite spesso dolenti, su persone, uomini e donne forse consapevoli del privilegio della loro “arte”, e perciò più sole.
- Non ci siamo forse un po’ riconosciuti tutti nella rabbia del Musico Vivaista (Salvatore Brigante n.d.r)? Certo abbiamo anche avuto il tempo per divertirci, per sorridere sulle inquadrature ciniche mentre dorme col cuscino tra le gambe e con la panza che trabocca.
- Non abbiamo un po’ invidiato l’atmosfera bucolica in cui è immerso l’Intonacatore? Non ci siamo incantati dinanzi alla nostra terra così bella? E non vorremmo tutti avere l’abilità di costruire le sue casette, i suoi presepi? Non giocavamo tutti da piccoli a fare capanne sugli alberi, o in giardino, non costruivamo castelli con il Lego? E poi la luce, la luce di questa parte di mondo, il nostro piccolo mondo.
- E che dire dell’episodio di Puccetto (Rocco Antonio D’Aversa)? Indimenticabile la scena all’alba, di lui in bicicletta che va al casello in un’atmosfera tutta dorata. Poi la sua solitudine. Sempre la solitudine, quando dipinge, quando alza il passaggio a livello, quando abbassa il passaggio al livello, quando si lava, lava via la pittura sotto una doccia, vestito. La sua caccia: qualcuno a cui chiedere un passaggio verso un bar, un luogo in cui incontrare suoi simili e bere un caffé. Mi ha ricordato un vecchio, anzi vecchissimo, film di Olmi “Il tempo si è fermato” in cui uno studente diventa per caso amico di un guardiano di una diga che passa tutto il tempo così, come Puccetto. Fra la natura e il rischio di alienazione.
- Infine una Donna, anch’essa dolente, molto. Lavora nella Sanità e vive con una madre arrivata direttamente da un set di Fellini. Ma lei, la Donna, è coinvolta, presa, dalla suprema forma d’arte che è il teatro, che in sé racchiude, per antonomasia, la tragedia. E ha tutto di tragico il brano tratto da Antologia di Spoon River che ci recita. A questo punto sono stupefatta.
E poi, elogio della lingua della terra di Tricase; vi ricordate le lotte di Pasolini per far riconoscere il friulano come lingua ufficiale? E l’Albero degli Zoccoli di Olmi? (penso però che i sottotitoli saranno necessari per la veicolazione del film). Un piccolo gioiello che parla del nostro Salento molto più dei vari film, che sbandano fra mafia e agiografia. Verità ed emozioni, come deve essere il cinema.
Insomma mi è piaciuto tanto questo film, questa che è un’”opera prima” nel senso che ora attendo la seconda, poi la terza e via di seguito…Il regista è un artista per niente nascosto e lo invito a continuare a sorprendermi.

martedì 9 settembre 2008

Follemente fortissimamente volli, Poesia.


Nella foto l'artista Adrian Paci che porta sulla schiena il tetto d'una casa.

E' un pò il declaro di Antonio Verri che irene racconta in questo suo articolo per Paese Nuovo


Quante altre volte guarderete levarsi la luna -

forse venti - eppure tutto sembra senza limite."

("Il tè nel deserto"- B. Bertolucci, 1990)


Ho compreso che il tempo della poesia non esiste,

perché sarebbe confinarla, sarebbe ucciderla,

ella è orfana di Cronos



Incontro ravvicinato del terzo tipo.
di Irene Leo

Ho sempre creduto per una qualche ragione, che la Poesia fosse un tassello mancante.

Sì la spiegazione lecita alla mancanza di un qualcosa, il completamento estremo di quel vivere in maniera terrena. Mi pongo domande, senza risposte, e mi porgo vedendomi da lontano. E mi vedo. E vedo il tutto. Chi siamo noi in fondo? Veniamo al mondo posando subito il piede sul freddo grigiore che ci nega il desiderio più aulico e grande, per il quale venne buttato giù una volta, un angelo negli inferi, probabilmente.

Cerchiamo disperatamente il lato diverso delle cose, l'impossibile, irraggiungibilità e miriamo da lontano l'aguzzo ago che fa scoppiare gli occhi degli altri, sperando non ci tocchi mai. Non troppo. Fredda lancetta che avanza inesorabile sotto i polpastrelli come una firma materica scavata nella carta bianca di un tempo, ora gialla, ora ferma, ora senza il movimento di un moto perpetuo. Fingiamo di non capire noi, e su di un asse poco dritto restiamo in equilibrio prima di vedere il baratro, appena, di ciò che siamo e vorremmo essere.

La nostra pochezza è mascherata spesso da malinconie e cose non dette, ci vestiamo il capo di ottimi cappelli, ed ombrelli là sulle labbra, tutto deve rimbalzare via, tutto deve essere perfetto, tutto deve essere l'inganno meraviglioso di un sole che sorge ad ovest. Ci contiamo le dita, alcuni esclamano di averne sei per mano, e sono quelli più furbi e più veloci. Altri non hanno mani. La coscienza dei nostri limiti è pesante come una spada rovente sul respiro, sul petto, sulle carni nelle vene e punge squarta, trafigge, crocifigge. Non potendo noi condannare noi stessi puntiamo il dito verso il vuoto degli altri. Non sappiamo, o si ...non immaginiamo nemmeno cosa si cela nell'altrove...

In quel verso sbiadito e caduto da qualche bocca, appena maturo, c'è il senso più grande di un senso qualunque, quello dell'eterno che si racconta e ci dice che tutto è di più di un volo di gabbiano. Attorno a quell'aria smossa da una penna, si smuovono anche forze distruttrici dal valore più sotterraneo e violento. La vedo con sguardo nuovo ed innamorato, ella è crudele, ed è il boato di un'addio, l'acqua di un onda, la smorfia di dolore di una madre, l'assenza di chi non c'è, la presenza viva e ritmata del cuore, la gioia perversa di una farfalla, ella è...

Non v'è poesia che non sia sussulto sferico di particelle non tangibili, matassa aggrovigliata di energia scomposta pronta ad esplodere... la senti, la avverti che si dipana nel tempo, strappandolo, ponendosi al di là del tutto umano che possediamo. Insegna che nei capelli l'aria o il profumo del mare rimangono eterni, anche se i capelli cadranno e saranno bianchi e sbiadiranno dentro angusti spazi orizzontali maleodoranti. Ho sempre pensato che nel mio essere solo un errante passeggero, dovesse esserci una verità nel camminare a piedi nudi sulle spine vetrose. Ho depositato da tempo cappelli ed ombrelli, in cambio della mia pelle, del dono della parola, quale complementarità più grande, oltre me. Ho compreso che il tempo della poesia non esiste, perché sarebbe confinarla, sarebbe ucciderla, ella è orfana di Cronos. Esiste il tempo degli esseri viventi che alla poesia anelano, quale unica eternità. Ho avuto modo di capire. Accade per caso, ammesso esista il caso. E si sa. Si comprende, o ci si avvicina alla comprensione.

-"Voglio mostrarti una cosa!"

La voce di Antonio, (Natile, il mio compagno) ha un solo colore chiaro netto e preciso, i suoi occhi specchiano la sua emozione.

Mi porge una sorta di contenitore di cartone, piuttosto spesso. Una cartellina tenuta insieme da un legaccio di fortuna. Ha un odore di cantina, di cose perdute e mai ritrovate, eppure pare come amica alle mie mani che ne slacciano i legacci. Fogli, innumerevoli fogli di poesia e poeti, voci anime e pezzi di stomaco pelle vita qua e là...e poi su tutto il piccolo cielo di una pagina, ed una scritta in blu. Ho toccato il solco della penna di Antonio Verri, la sua firma, una dedica scritta di suo pugno su una copertina, un giorno, sul numero di una rivista conservata nella biblioteca che frequento. Ballyhoo la rivista (Pensionante de' Saraceni), numero speciale, custodita presso l'archivio della poesia pugliese, nella biblioteca comunale di Noci. Mi sono ritrovata a pensarci su estraniandomi. L'illuminazione è stata come uno scossone nelle mie visceri. E' stato un attimo breve ma altrettanto lungo, uno scambio di visioni tra me che sono qui, e l'eterno che è altrove. Scorrendo tra le pagine e le scritture colorite, per osmosi ho ascoltato silente nel massimo rispetto una tagliente polifonia. Ho passato due ore cercando di cavare dalla carta, il profumo, l'essenza, l'anima del tutto.

"Fate fogli di poesia poeti...", diceva, ma solo ora ho compreso il perché. Ora che quella spada mi ha trafitto la gola completamente, ora che la ferita è diventata feritoia...solo quando Poesia si è impadronita pienamente di me. Ella è il tassello mancante, tra me e la luna, è l'eternità che non si fa possedere, ma possiede. L'unica Follìa che colora le mani...oltre le mani stesse. Lo starnuto in una costellazione di quieti pensieri.

(Ho guardato Antonio ed ho chiuso gli occhi, prima di riaprirli in un sorriso nuovo.)
P.S: Non ho nessuna indicazione stavolta per te caro lettore, scrivi, leggi, pensa, e vivi i tuoi pensieri.

Sarà Poesia.

venerdì 5 settembre 2008

Il Capitano Black nella piccola patria di Cavallino



Magro, bislungo quantunque non alto, ha testa piccola,
folta di capelli nerissimi, viso minuto,
occhi scuri scuri, inquieti,
dai quali si sprigionano sguardi espressivi d'inquietudine,
di bontà e di malizia, voce grossa, gutturale, memoria prodigiosa.


di Mauro Marino

M'è capitato tante volte di passeggiare per Cavallino, di attraversarla, di percepirne i cambiamenti, di viverli direttamente come spettatore e come artefice.di cose di spettacolo e di cultura. Una delle prime volte negli anni settanta per un concerto di Giovanna Marini, se non ricordo male con il Canzoniere Grecanico Salentino. Un altra volta per “Ep art”, una significativa collettiva di artisti salentini, ospitata in sterminate sale bianche, nel grande palazzo del convento dei Domenicani. Era prima del restauro che ha 'regalato' una meravigliosa sede all'Università di Lecce che li abita con l'Isufi. Un'altra volta, da attore, nella scuola media per una replica di “Nuvole” ai piedi di una statua del Capitano Black. L'ultima visita, domenica scorsa, per gli itinerari de I Luoghi d'Allerta. Cavallino è come una “piccola patria”, per quanto appare densa di spunti, di sollecitazioni, di interessi. Accuratamente cresciuta e valorizzata da una determinazione politica che ha pochi eguali nella provincia dei “100” comuni. Il parco archeologico diffuso con le tracce della civiltà messapica, il Convento dei Domenicani, la grande piazza con il palazzo dei Castromediano. Sigismondo, qui nacque il 20 gennaio 1811 e qui dimorò sino alla matura età di 37 anni. Un eroe del risorgimento. Un eroe italiano. Mazziniano della Giovine Italia, aderì poi alla 'soluzione' della Monarchia costituzionale: una patria italiana unitaria con a capo il re sabaudo. Da ragazzo, quando il museo provinciale di Lecce era fatto di poche stanze, ospitate nel cortile dei Celestini, andavo a contemplare le cose che gli erano appartenute. Gli occhialini, le decorazioni, le catene toccategli nella lunga prigionia nelle carceri borboniche e una giacca. Rossa, la ricordo, garibaldina. Ci andavo per capire, per sentire un contatto con la sua avventura e con la Storia. Il 30 ottobre 1848, Sigismondo Castromediano fu arrestato insieme ai compagni del Circolo Patriottico Salentino, con l’accusa di essere uno dei principali responsabili della sommossa antiborbonica scoppiata a Lecce il 29 giugno del ’48. Il 2 dicembre dell’anno successivo fu condannato, insieme ad altri amici, come il Verri e lo Stampacchia, a 30 anni di carcere. Ma Sigismondo non tradì mai il credo politico mantenendo alta la sua dignità morale, soffrendo pene, privazioni e torture nelle galere borboniche. Il 14 gennaio 1859, mentre era nel porto di Cadice in Spagna in attesa di essere esiliato nelle lontane Americhe, riuscì, insieme con altri prigionieri politici, a sfuggire ai controlli e ad imbarcarsi su di una nave per l’Irlanda. Dopo un lungo viaggio, i fuggitivi giunsero a Torino dove furono accolti e aiutati da Vittorio Emanuele II e da Camillo Benso di Cavour. Due anni più tardi, le speranze politiche del patriota Castromediano divennero realtà. L’Italia unita in un unico Stato organizzato in forma di monarchia costituzionale sotto Casa Savoia! Il nostro divenne deputato nel 1861, nel primo parlamento dell'Italia unita, eletto nel collegio di Campi Salentina. Alla fine della legislatura tornò a Cavallino, dedicandosi alla politica del territorio, all'archeologia, alla scrittura. Morì il 26 agosto 1895. E Sigismondo letterato ebbe modo di conoscere, di presentare e recensire Giuseppe De Dominicis, altro 'illustre' cittadino dell'antica città messapica. Così ne descrive l'abitazione: “ Il letto stravolto, la cassa aperta, tre sedie. Una sciancata, la seconda sfondata, la terza manca di mezza spalliera, la più accettabile è la quarta presso lo scrittorio, pur esso impiantato a sghimbescio. E v'è un cappotto arrotolato in un angolo, abiti e berretti alla rinfusa, un oriolo da sacca pendente da fianco al letto. E poi libri spaginati, carte sgualcite, righette, lime, coltelluzzi, bulini, succhielli, stecche di basso, scalpelli... Non vi mancano colori a polvere o stemprati, nè pennelli d'ogni grossezza, e matite e boccette d'olio di lino ed altre vernici. Di qua bozze di caricature, di là pietre da litografare, e teste e figure modellate in creta, e pezzi di legni forti con iniziate incisioni, articoli di giornali incominciati e ben presto dimenticati, un diavoletto insomma da spaventare, poiché l'autore di tanto disordine se ne impipa e senza badare a chi lo avvicina prosegue a disegnare, a dipingere, a intagliare, a litografare e a schiccherare cronache saporite che i giornali si litigano” Io di questi, soprattutto, vi voglio raccontare. Dell'autore de i “Canti de l'autra vita”, l'inventore di “Pietru Lau”. Sapete, di lui m'ero fatto un'idea strana, con il tempo le informazioni scolorano e vanno rinnovate. Lo immaginavo vecchio. Così lo incontri, a Cavallino, se ne contempli il busto posto nei pressi della casa natale. Ma non è così! Egli è stato soltanto giovane! E scopri scopri “contemporaneo” per indole. Artista a tutto tondo. A tutta vita. Poeta del quotidiano, tolto al mondo, a soli 35 anni, da una improvvisa crisi cardiaca. Nacque l' 11 settembre 1869 e morì il 15 maggio 1905. Aveva la sua lingua Peppino, lu Capitanu Tracca, il Capitano Black, lo affascinavano i suoni di quella “volgare”, il dialetto parlato dalla gente. Che l'Italia ancora era acerba e il sud antico, non sapeva l'italiano e la poesia si faceva cantando “scrace e gersumìni”. Un immaginario tutto legato alla civiltà contadina, alla miseria popolana, al paesaggio piatto e assetato del Salento. Agli umori della povera gente, all'ironia al sarcasmo che alleggerivano la vita. Racconta Ennio Bonea in un suo saggio su De Dominicis pubblicato nel 1985, su Apulia, periodico di economia e cultura della Banca Popolare Pugliese: “Nell'immediato dopoguerra a Lecce era facile trovare degli artigiani e qualche popolano di cultura medio-bassa, di mezza età, che citavano versi dialettali di Giuseppe De Dominicis imparati a memoria , senza lettura, per trasmissione orale, dai vecchi ai giovani, da amico ad amico, specie per un riferimento a stati fisici contingenti, ad esempio per denunziare la fame: 'Na ndore te purpette se sentia // ca veramente a nterra te menaa!...'. Voglio dire che, una quarantina d'anni fa, quando ancora a Lecce era viva la 'Cultura pedonale', quella della città percorsa e percorribile a piedi o in carrozzella, perché mancavano le automobili e gli spazi urbani e suburbani erano a misura d'uomo e gli accadimenti si trasmettevano nell'aria da un punto estremo all'altro (...); quando la 'Cultura dell'arco' nell'edificazione di abitazioni civili non aveva ceduto ancora alla 'Cultura dell'architrave' che col cemento armato e le assordanti macchine tagliatufo, avrebbe, a metà degli anni Cinquanta, allargato la superficie urbana fino a toccare i paesi limitrofi (...). Pietru Lau e Capitanu Bracca (pseudonimo dialettizzato di Capitano Black) erano nomi correnti come (...) quelli di personaggi viventi del folclore cittadino, a tutti noti (...). La cultura popolare aveva inconsciamente confuso la figura poetica di Pietru Lau col poeta creatore, passato anch'egli alla mitologia popolaresca come patrimonio indigeno”. Ecco il poeta, il cantore. Forse l'unico esempio di poeta popolare della tradizione letteraria salentina. Colui che accompagna la poesia dall'oralità alla scrittura nel valico del secolo, per consegnarla poi nelle mani dei sensibili, dei dotti... Essere “basso”, essere capace di penetrare nel mondo minuscolo dell'umanità incolta, in quell'autenticità che non aveva voce. Li lo sguardo dell'uomo col cappello nero si soffermava, per farne un paradiso d'altra vita. Per portare il sorriso dove sorridere era difficile. Oggi il Capitano Black anima la ricerca di molti: Fabio Sabetta, attore e musicista leccese legge al pubblico “Li martiri d'Otranto”. Carla Guido recentemente ha portato in scena “Li canti de l'autra vita” con Nello Mascia per la regia di Antonio De Carlo e il cantautore Alessio Lega promette una versione in musica dei suoi poemi. Un nuova vita, allora, meritata, per il poeta giovane della piccola patria salentina!