sabato 30 agosto 2008

La vertigine della scrittura. “La nuca“ di Luisa Ruggio




di Antonio Errico

C’è un desiderio di conoscenza che diventa stupefatta ossessione, stupore smisurato per quello che accade o si pensa, stordimento per il tempo che rivela le sue maschere beffarde o pietose. C’è un’ansia, una smania, una tensione nei confronti delle forme del pensiero che nel romanzo di Luisa Ruggio ( “La nuca”, Nardò, Edizioni Controluce) diventano ragione della vita e della morte. Bellezza. Verità. Sapienza. Categorie che si fanno corpo di uomo e di donna. La scrittura come principio, come fine, come mezzo della storia: di ogni storia. La scrittura come vertigine, dimensione assoluta dell’essere, mescolanza di realtà e di finzione, combinazione alchemica di significanze e di passioni, discrimine confuso e abolito di vero, verosimile, falso, possibile e impossibile, concessione e negazione, premio e castigo, caso e progetto, congiuntura e destino. Una favola: così chiama questo suo romanzo Luisa Ruggio. Come in ogni favola il tempo e lo spazio sono sempre incerti, indefiniti, sospesi, ad un tempo vicini e lontani, si dilatano, si scontornano, diventano dimensioni in cui gli accadimenti assumono la valenza di pretesti e metafore. Così il medioevo e la Terra d’Hydrunte sono metafore e pretesti di ogni condizione di tempo e di luogo in cui può generarsi e maturare una seduzione della scrittura, una relazione amorosa con i libri del tempo, con le parole che si trasformano e diventano – semplicemente- destino: straordinariamente destino. E’ in un richiamo irresistibile della scrittura, in un processo irreversibile di compenetrazione del corpo fisico con il corpus delle parole di ogni tempo e di ogni luogo, che si compie l’esperienza esistenziale di una bellissima adolescente sospettata di stregoneria. Con lo stesso richiamo, dentro la stessa esperienza, con la stessa tensione e attrazione comincia e si concluse questa favola di Luisa Ruggio. “ Perché in fondo scrivere è anche non avere più niente da perdere”. Perché, probabilmente, scrivere significa attraversare ogni esperienza, provare tutte le emozioni. Ma soprattutto: essere l’altro che ci riguarda, che coinvolge, seduce. Che ci porta con sé. Ne “ La nuca” ci sono figure che portano con sé verso dimensioni di conoscenza essenziale , che lasciano intravedere lo sprofondo in cui si è rifugiata o è precipitata la coscienza. La scrittura è lo scandaglio ma anche la magia che rende concreto l’impossibile. Ecco la favola, dunque: la concretezza dell’impossibile che per Luisa Ruggio si può realizzare soltanto attraverso il segno della parola che resta a proporre la propria sfida al tempo che sistematicamente cancella le forme della natura. Questa favola comincia e finisce con lo stesso stupore verso tutto quello che accade e che si pensa, con una ricerca del proprio senso da consegnare agli altri e di quello che gli altri possono donare. Finisce con una specularità di narratore e narrazione: l’uno e l’altra scoprono una condizione di reciprocità essenziale, di intimità che esclude ogni interferenza. Alla fine scompaiono i luoghi, scompaiono i personaggi. Restano soltanto le parole in cui chi scrive si cerca, si ricerca, si rivela oppure si maschera, si confonde, si nasconde. Narratore e narrazione sono gli elementi che hanno donato il soffio di vita alle ombre del pensiero che si sono trasformate in esistenze prendendo sangue, carne, anima, desideri, rimpianti, sogni, paure, da quel soffio, dalla vita del loro creatore. La narrazione è stato il loro tempo, la loro storia, è stata tutta la loro felicità e tutto il loro dolore, è stata la memoria e la dimenticanza, la bellezza cresciuta e passata, il desiderio, la malinconia, le sirene nascoste dentro i libri. La favola finisce con un rosario di interrogativi, con un intreccio di ipotesi sul senso dell’essere in un tempo e in un luogo, sul provenire da altri tempi ed altri luoghi, sul continuo divenire di se stessi e degli altri, con un accerchiamento da parte dell’avverbio “forse” che concentra nell’explicit la sintesi di tutti i dubbi, di tutte le incertezze, delle domande senza una risposta, delle risposte venute senza una domanda, delle possibilità e delle impossibilità della conoscenza. La favola finisce come una ninnananna o una preghiera, con una dolcezza verso tutto quello che si manifesta, verso la parola o la creatura “che ci fa credere impossibile l’aver vissuto, fino a un certo momento, senza sapere di portarla con noi “.

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