sabato 30 agosto 2008

La vertigine della scrittura. “La nuca“ di Luisa Ruggio




di Antonio Errico

C’è un desiderio di conoscenza che diventa stupefatta ossessione, stupore smisurato per quello che accade o si pensa, stordimento per il tempo che rivela le sue maschere beffarde o pietose. C’è un’ansia, una smania, una tensione nei confronti delle forme del pensiero che nel romanzo di Luisa Ruggio ( “La nuca”, Nardò, Edizioni Controluce) diventano ragione della vita e della morte. Bellezza. Verità. Sapienza. Categorie che si fanno corpo di uomo e di donna. La scrittura come principio, come fine, come mezzo della storia: di ogni storia. La scrittura come vertigine, dimensione assoluta dell’essere, mescolanza di realtà e di finzione, combinazione alchemica di significanze e di passioni, discrimine confuso e abolito di vero, verosimile, falso, possibile e impossibile, concessione e negazione, premio e castigo, caso e progetto, congiuntura e destino. Una favola: così chiama questo suo romanzo Luisa Ruggio. Come in ogni favola il tempo e lo spazio sono sempre incerti, indefiniti, sospesi, ad un tempo vicini e lontani, si dilatano, si scontornano, diventano dimensioni in cui gli accadimenti assumono la valenza di pretesti e metafore. Così il medioevo e la Terra d’Hydrunte sono metafore e pretesti di ogni condizione di tempo e di luogo in cui può generarsi e maturare una seduzione della scrittura, una relazione amorosa con i libri del tempo, con le parole che si trasformano e diventano – semplicemente- destino: straordinariamente destino. E’ in un richiamo irresistibile della scrittura, in un processo irreversibile di compenetrazione del corpo fisico con il corpus delle parole di ogni tempo e di ogni luogo, che si compie l’esperienza esistenziale di una bellissima adolescente sospettata di stregoneria. Con lo stesso richiamo, dentro la stessa esperienza, con la stessa tensione e attrazione comincia e si concluse questa favola di Luisa Ruggio. “ Perché in fondo scrivere è anche non avere più niente da perdere”. Perché, probabilmente, scrivere significa attraversare ogni esperienza, provare tutte le emozioni. Ma soprattutto: essere l’altro che ci riguarda, che coinvolge, seduce. Che ci porta con sé. Ne “ La nuca” ci sono figure che portano con sé verso dimensioni di conoscenza essenziale , che lasciano intravedere lo sprofondo in cui si è rifugiata o è precipitata la coscienza. La scrittura è lo scandaglio ma anche la magia che rende concreto l’impossibile. Ecco la favola, dunque: la concretezza dell’impossibile che per Luisa Ruggio si può realizzare soltanto attraverso il segno della parola che resta a proporre la propria sfida al tempo che sistematicamente cancella le forme della natura. Questa favola comincia e finisce con lo stesso stupore verso tutto quello che accade e che si pensa, con una ricerca del proprio senso da consegnare agli altri e di quello che gli altri possono donare. Finisce con una specularità di narratore e narrazione: l’uno e l’altra scoprono una condizione di reciprocità essenziale, di intimità che esclude ogni interferenza. Alla fine scompaiono i luoghi, scompaiono i personaggi. Restano soltanto le parole in cui chi scrive si cerca, si ricerca, si rivela oppure si maschera, si confonde, si nasconde. Narratore e narrazione sono gli elementi che hanno donato il soffio di vita alle ombre del pensiero che si sono trasformate in esistenze prendendo sangue, carne, anima, desideri, rimpianti, sogni, paure, da quel soffio, dalla vita del loro creatore. La narrazione è stato il loro tempo, la loro storia, è stata tutta la loro felicità e tutto il loro dolore, è stata la memoria e la dimenticanza, la bellezza cresciuta e passata, il desiderio, la malinconia, le sirene nascoste dentro i libri. La favola finisce con un rosario di interrogativi, con un intreccio di ipotesi sul senso dell’essere in un tempo e in un luogo, sul provenire da altri tempi ed altri luoghi, sul continuo divenire di se stessi e degli altri, con un accerchiamento da parte dell’avverbio “forse” che concentra nell’explicit la sintesi di tutti i dubbi, di tutte le incertezze, delle domande senza una risposta, delle risposte venute senza una domanda, delle possibilità e delle impossibilità della conoscenza. La favola finisce come una ninnananna o una preghiera, con una dolcezza verso tutto quello che si manifesta, verso la parola o la creatura “che ci fa credere impossibile l’aver vissuto, fino a un certo momento, senza sapere di portarla con noi “.

Nel profondo della coscienza, Molokh di Angelo Petrelli

di Antonio Errico

“Molokh” è una discesa nelle profondità della coscienza; è una interrogazione sul senso essenziale; è una lacerazione dello strato superficiale della storia, dei fatti, dei pensieri, delle parole,del corpo, dello spazio, del tempo. “Molokh” è l’interrogativo sul principio e sulla fine, sull’essere e il non essere, sul sé e sull’altro che ne costituisce il rispecchiamento, sulla lusinga delle apparenze e sul terrore della sostanza, sulla memoria, sul disastro delle forme, sulla salvezza che può venire dalla speranza della bellezza o almeno dall’illusione della bellezza. “Molokh” è la materia che si fa parola e la parola che diventa materia che continuamente si decompone e continuamente viene ricomposta, quasi resuscitata da un gesto divino. E’ la motivazione – forse la giustificazione – che si dà alla trasformazione in linguaggio di ogni fenomeno della natura. Ancora: è la differenza che corre tra la verità e le sue ambigue – spesso indecifrabili – manifestazioni, il labirinto che richiama e che seduce, che pretende l’attraversamento e la scoperta, il testo che si fa e si disfa nella mente, sopra un foglio. Angelo Petrelli ha tessuto questa narrazione poematica intitolata “ Molokh”, edita da peQuod. Pretendendo dalla parola il resoconto di grumi di emozioni e grovigli di sensazioni, la ricomposizione di figure sfibrate, delle ombre che si staccano dai corpi e si fanno linguaggio, reticolo di segni che si configurano come forme che rappresentano l’universo, l’idea dell’universo, i suoi riflessi,le sue proiezioni, le sue opacità, i suoi lucori. Per Petrelli il linguaggio costituisce il principio e alla fine di ogni condizione dell’essere; è l a priori e l’a posteriori. Il linguaggio è il fiat della creazione; è il fiato che si fa armonia, si sostanzia, si condensa, oltrepassa i confini del tempo e dello spazio, cova l’aspirazione all’eternità pur nella consapevolezza della sua natura di flatus vocis, è anima di tutti i tempi reali o immaginari, è l’infinita – unica – possibilità di significare e di giustificare il pensare e l’agire, il vivere e il morire. Il linguaggio è lo scandaglio che consente il tentativo di esplorare i fondali dell’incognita, di fare esperienza del dicibile e dell’indicibile, di squarciare l’opacità della nuvola che nasconde l’essenza delle cose visibili, di penetrare nella dimensione delle cose invisibili. Ma soprattutto: di dirsi e di dire l’altro che ci guarda e che ci riguarda. Petrelli si pone questo punto di vista e questo orizzonte: scoprire e dire un sé e un altro attraverso una parola essenziale, non definitiva ma unica, non assoluta ma insostituibile, perché non c’è altra possibilità oltre la parola, non c’è mezzo, strumento, condizione che possano rivelare il fondale delle storie, il cosmo da niente, le frontiere e le finzioni, e le città sepolte, emblemi, forse, del tempo ritratto, contratto, ridotto a maceria. Per dire questo e di questo ci vogliono combinazioni di parole che sappiano significare anche oltre la semantica poetica tradizionale. Queste combinazioni ha cercato Angelo Petrelli nel suo “Molokh”. Perché si cerca sempre quello di cui si ha bisogno. E lui sa che è di questo che – ora – abbiamo bisogno.

I luoghi della nuca. La scrittura di Luisa Ruggio




Ogni frammento di pelle

è pronto a parlare alla minima sollecitazione, a lasciar segni.
Non esiste nessun altro mestiere artigianale
che, più di quello della scrittore, implichi il mettere in gioco il sé.
Lo stile altro non è che il proprio modo di essere, di sentire, di vivere.
Nel bene e nel male si scrive quello che si è.


di Elisabetta Liguori
Ora che l’estate si avvia alla sua giusta conclusione, posso dire con certezza che, come già altre volte mi è accaduto, avrei voluto viverla più a fondo, immergermi nei giorni ora dopo ora, sentire il mare brontolarmi addosso, la frutta zuccherina scivolarmi in gola, il sole scaldarsi su di me, il tramonto rinfrescarmi per gradi. Avrei potuto posare la carta dei libri che amo sulla mia pelle e lasciarla penetrare, aderire, come fa mio figlio coi trasferelli che trova nelle patatine e un po’ d’acqua tiepida. Questa estate, come altre stagioni già vissute, sarebbe potuta essere un’occasione più produttiva. Ad esempio avrei potuto vivere anche un solo mese come Luisa Ruggio scrive i suoi romanzi: dentro. Dopo aver letto la sua ultima opera, “ La nuca” edito da Controluce nel luglio scorso, questo desiderio è, infatti, diventato forte e dolente nello stesso tempo. E il desiderio molto spesso è cosa buona.

Ecco: la Ruggio parte da una simile suggestione iniziale: il desiderio è la terra d’origine della scrittura come della vita. Da questo assunto tutto il suo romanzare. Nei suoi testi nulla è casuale, tutto sembra poter essere svelato, compreso, toccato, partorito, se pure non tutto può essere raccontato. Ma dove la parola non arriva, arriva il corpo. In questo senso la scrittura della Ruggio è corporale e omnicomprensiva.

Analizziamo in particolare la terra di Hydrunte del suo ultimo romanzo. In questo immaginifico falso storico della Ruggio, il medioevo incontra Soletum, la metafisica occidentale e la malia orientale di Matteo Tafuri, il suo mistero, i suoi paesaggi, la terra rossa, la pietra friabile come biscotto al burro, e partorisce un personaggio femminile dalla forza verginea travolgente. Hyrie: il suo nome è un sussurro. Il rosso dei suoi capelli sin dall’incipit annuncia il fuoco, seppur celandolo sotto una cuffia di cuoio, attraverso la quale la stessa protagonista riesce a fingersi uomo, anche se per poco, al fine di giungere fino alla fonte del suo desiderio: la parola scritta. Hyrie è una donna d’altri tempi, ma nello stesso tempo modernissima nella sua battaglia. Privata di ogni sapere, resta nel tempo fertile, accogliente, gravida di enormi desideri. La sua nuca è immacolata. Fugge al giogo di una terra che la vuole succube e silenziosa, ad un marito ottuso, a spazi angusti, e nulla può fermarla. Va dritta verso la cosa che più di ogni altra sembra affascinarla: la parola. Verso un mestiere, incontrollabile e vasto, da tutti ritenuto adatto solo a uomini o streghe. E’ così che impara a conoscere luoghi segreti e gli uomini che li abitano. Due uomini, in particolare, uniti dalla sorte, ma divisi dalla passione, che altro non sono se non i due volti della parola stessa: alchimia e filosofia. Oriente ed Occidente. Due giocatori di un’unica partita, alla quale d’improvviso s’aggiunge Hyrie, alterandone ogni regola, scompaginando le carte, rendendola infinita, astraendola dal tempo.

Da donna curiosa, libera, appassionata e vorace, Hyrie ama entrambi i fratelli e sa che potrà averli solo diventando scrittura. È questa la metamorfosi a cui aspira: trasformare il suo corpo in scrittura e farlo con/per amore.

La grandezza di un testo come questo secondo (dopo il successo di Afra per la BESA editrice)di Luisa Ruggio, è tutta in questo gioco d’ombre. L’autrice muove le sue dita sotto la luce e riproduce, cani, conigli, aquile, serpenti alati, colombe in volo. Scrive d’amore e carne, e lo fa per parlare di scrittura, perché non v’è tra questi elementi alcuna differenza reale. Riflettiamoci. Non esiste nessun altro mestiere artigianale che, più di quello della scrittore, implichi il mettere in gioco il sé. Lo stile altro non è che il proprio modo di essere, di sentire, di vivere. Nel bene e nel male si scrive quello che si è. Mestiere assurdamente difficile, dunque, quanto desiderabile. Raccontare la propria carne e la propria anima, non mentire, non tralasciare, non svicolare, è estremamente faticoso ma il fine di una simile fatica è sempre e comunque l’amore, amarsi e farsi amare. Solo questo. Ecco perché esistono così tanti scriventi e così pochi scrittori. Ecco perché si può arrivare a scrivere con il corpo e sul corpo. Ecco perché quando questo desiderio diventa arte acquista un potere infinito. Hyrie è infatti una donna di grande potere. Tutto quello che fa o è, sembra naturalmente destinato a trasformarsi in scrittura e tende a raccogliere, a possedere e ad illuminare il mondo. Dalla sua nuca in poi.

I due fratelli dello scriptorium nel quale Hyrie cerca di farsi spazio la desiderano proprio per il potere che le riconoscono. Insieme diventano un trio indissolubile che, cibandosi di carne viva, genera parole sublimi. In particolare Gherib, l’alchimista che colleziona nuche sulle quali scrivere la sue parole nuove, quando incontra la nuca lattea e infinita di Hyrie si rende conto di aver finalmente ultimato la sua lunga ricerca. Comprende di colpo di aver trovato la carta da cui cominciare; il corpo fatto foglio che può finalmente dire anche l’indicibile. Matteo, l’altro fratello, invece, non vorrebbe dilapidare i tesori di Hyrie. Lui è più riflessivo: gigantesco custode dei libri e del bello, tende alla protezione della donna-libro. Lui si fa mantello che difende, nasconde, preserva. Lui è pronto anche al silenzio e all’attesa per amore. Quello che comunque unisce tutti i personaggi di questa storia magica (il triangolo della scrittura amorosa, i ruffiani, la bambina violata e gelosa, i barbari uomini di chiesa, i mendicanti, gli alberi intarsiati, i pescatori, le puttane, i cavalieri, le schiave nere come olive al porto) è l’Incanto. La parola incanta tutti. Solo lei sa farlo così. Chi la ama conosce questo segreto. La Ruggio elabora questo gheriglio letterario in modo sapiente, immergendolo in atmosfere medievali, apparentemente cupe, ma di grande sensualità. La nostra terra, la Soletum misteriosa dai campanili diabolici alla ricerca di architetti epici, è un perfetto teatro delle ombre.

Umile so net umiltà me basta. Dragon diventarò se alcun me tasta. Ogni dito in questo romanzo è macchiato d’inchiostro. Per questa ragione ogni frammento di pelle è pronto a parlare alla minima sollecitazione, a lasciar segni. Diventa diario di vita. Persino il cibo è nero di china, infinitamente goloso e sensibile. La costruzione narrativa e il lessico, ovviamente, è ugualmente inchiostrato, teatrale. Trasuda desiderio e s’oppone chiassosamente al silenzio di tanta altra letteratura contemporanea. Possiamo dirlo: quello della Ruggio è un romanzo d’atmosfera, la cui fascinazione lascia macchie indelebili e che “come un calco di gesso in attesa della colata” è destinato ad evocare, imprimere, generare.


giovedì 28 agosto 2008

Associazione Culturale Fondo Verri - Presidio del Libro di Lecce

VI edizione de I Luoghi d’Allerta 2008 - Il Salento dei Poeti

visite ed itinerari di spettacolo

Il Fondo Verri, Presidio del libro di Lecce

con

Regione Puglia, Assessorato al Turismo e all’Industria Alberghiera

Istituto di Culture Mediterranee della Provincia di Lecce

Assessorati alla cultura, lo spettacolo e il turismo delle provincie di Lecce, Brindisi e Taranto

Unione dei Comuni del Nord Salento

Le Amministrazioni Comunali di Andrano, Cavallino, Guagnano, Manduria, Porto Cesareo, San Pietro in Lama, San Vito dei Normanni, Torre Santa Susanna, Zollino.

presenta la VI edizione de I Luoghi d’Allerta 2008 - Il Salento dei Poeti

L’itinerario toccherà le provincie di Lecce, Brindisi e Taranto.

Torre Lapillo (Porto Cesareo) il 29 agosto, Cavallino il 31 agosto, Borgo Castiglione di Andrano il 7 settembre, Zollino il 14 settembre, Guagnano il 21 settembre, Torre Santa Susanna il 28 settembre, San Vito dei Normanni il 5 ottobre, San Pietro in Lama il 12 ottobre e Manduria i 19 ottobre

L’inizio delle visite è fissato alle ore 19.30.

“Ripartiamo dal principio, dalla linea di confine guardando il mare, dalle sentinelle di pietra: le torri costiere che segnarono la prima edizione delle visite, con lo sguardo e il pensiero rivolto agli artefici, ai poeti e alla poesia del Salento”.

Poesia di versi e poesia di atti, di pratiche che al presente vogliono tutelare la qualità del territorio salentino.

Per ogni visita i versi di un poeta, un “capitano di torre” che fa l'accoglienza e una guida, un conoscitore della storia locale, tutti insieme, acompagnano il pubblico, in cerca di storie, dell’autenticità dei luoghi, della schiettezza e del fresco vibrare delle parole nascoste, cantate, donate al venir della sera, quando s’acquieta il tempo e la stagione stempera i colori.

Come per ogni edizione la scena è dedicata alle “risorse” creative del Salento voci di una tradizione sempre in movimento con i suoni dal mondo dei Ronam di Rocco Nigro e Nadia Martina, il canto popolare de “La strada de le fimmene beddhre”, di Cinzia Villani, Maria Mazzotta e Carla Maniglio; i suoni medioevali de “La Cantiga de la Serena”, progetto rivolto al recupero ed alla rielaborazione della musica antica del bacino del Mediterraneo, vero e proprio ponte culturale tra Occidente e Oriente, ensemble curata da Giorgia Santoro con Adolfo La Volpe e Vito De Lorenzis e i “Corpi d’Arco” progetto di Francesco Del Prete e Alessandra Caiulo.

E ancora il canto femminile con: “Se ben che siamo donne” di Triace, “Ninna Morella” di Cinzia Villani, “Il Viola di Maria” di Maria Mazzotta, "Frunte de luna” di Enza Pagliata e ancora Raffaella Aprile, Lorena Cafueri, Emanuela Gabrieli, Alessia Tondo. I musicisti Emanuele Licci, Gianluca Longo, Roberto Gagliardi, Livio Minafra, Vincenzo Mazzone, Carla Petrachi. I poeti Vito Antonio Conte, Giovanni Santese, Simone Giorgino, Marthia Carrozzo, Margherita Macrì, Massimiliano Manieri. L’attrice Elena Cantarone con il suo “Marini Vera fu Gaetano”. Le visioni di Carlo Michele Schirinzi. Il recital “Qui, se mai verrai” e tanti altri ospiti che comunicheremo di visita in visita.

In ottobre ospite delle visite l’attrice toscana Elena Guerini con i suoi “Orti insorti”.

Il programma:

E’ venerdì 29 agosto alle ore 19.30 a Torre Lapillo, conosciuta anche come Torre San Tommaso, il primo appuntamento con le visite e gli itinerari di spettacolo de “I luoghi d’Allerta”, edizione 2008. La sesta per una geografia ideale del Grande Salento disegnata camminando, guardando, incontrando la bellezza. Testardamente cercandola anche li, dove desolatamente è oscurata dall'insensibilità.

E, Torre Lapillo, è luogo simbolo di una rinascita e di una attenzione volta alla valorizzazione della particolarità delle nostre coste, la Torre restituita alla sua bellezza e alla sua funzione di “vedetta” oggi è sede di attività di tutela dell’ambiente.

La visita sarà animata dal racconto storico della guida Marco Greco, le musiche saranno a cura dei Ronam di Rocco Nigro e Nadia Martina, i versi quelli di Marthia Carrozzo e Margherita Macrì.

Gli itinerari di spettacolo proposti dal Fondo Verri, proseguiranno di domenica in domenica sino al 19 ottobre, l’inizio delle visite è fissato alle ore 19.30.

Il 31 agosto la meta è Cavallino appuntamento con Federica Mazzotta la guida che con Piero Rapanà accompagnerà gli ospiti, per una passeggiata che dal museo diffuso, cantiere e scuola di archeologia giungerà sino alla Casina Vernazza.

Lungo il cammino, gli stupendi affreschi della galleria del Castello dei Castromediano.

La visita è dedicata alle falde nere del grande cappello di Giuseppe De Dominicis, il mitico Capitano Black. Lungo l’itinerario le voci di Quista è la strada de le fimmene beddrhe di Cinzia Villani, Maria Mazzotta e Carla Maniglio. Ultima sosta presso Casina Vernazza con Vino Amaro, di Enzo Pezzuto telefilm approdato alla BIT di Milano lo scorso febbraio, ispirato ad un articolo di Vittorio Bodini del 1950 sulla produzione vinicola salentina ed è interpretato dal campione mondiale di pallavolo Fefè De Giorgi. A chiudere Aniada trio per la voce di Alessia Tondo, le corde di Adolfo La Volpe e il flauto di Giorgia Santoro.

Il 7 settembre l'appuntamento è a Borgo Castiglione, ad Andrano. Appuntamento per la partenza la Cappella Santa Maria Maddalena, ad accompagnare la visita il prof. Filippo Cerfeda. Ospite della serata La Cantiga de la Serena, musica del Medioevo tra Occidente ed Oriente. Poi Sebben che siamo donne” raccolta di canti al femminile dell’ensemble Triace. La poesia è affidata alle visioni di Carlo Michele Schirinzi.

Il 14 settembre a Zollino in Largo Pozzelle, la guida è Mattia Manco. Le musiche sono affidate a Adria Trio capitanato da Claudio Prima e Corpi d’Arco progetto di Francesco Del Prete e Alessandra Caiulo. I versi sono quelli di Giovanni Santese e Massimiliano Manieri con l’installazione video-poetica di Mantra Doom.

Il 21 settembre, le visite si trasferiscono nel nord Salento, per una passeggiata nel centro storico di Guagnano, guida Maria Degli Atti. Il canto è affidato ad Enza Pagliara per le corde di Gianluca Longo e a Corpi d’arco di Francesco Del Prete e Alessandra Caiulo. I versi sono quelli di “Asilo di mendicità” (Besa) di Simone Giorgino. A chiudere la serata la Banda Adriatica di Claudio Prima

Il 28 settembre a Torre S. Susanna nel centro storico e nella zona dei frantoi ipogei portati alla luce e restituiti alla comunità. Guida sarà Maria Pia D’Apolito. I suoni sono affidati a La Cantiga de la Serena per le corde di Adolfo La Volpe, i flauti di Giorgia Santoro le percussioni di Vito De Lorenzi. Altra voce quelle di Enza Pagliara accompagnata da Gianluca Longo, di Emanuele Licci di Raffaella Aprile e Lorena Cafueri. Lo spazio della poesia è dedicato ai poeti della rassegna Santa Maria di Crepacuore.

Il 5 ottobre Piero Rapanà guidera il pubblico alla scoperta del centro storico di San Vito dei Normanni. La musica è quella di Alma De Tango di Rocco Nigro e Nadia Martina e di Corpi d’arco progetto di Francesco Del Prete e Alessandra Caiulo. La poesia è dedicata agli autori locali.

Il 12 ottobre si torna in provincia di Lecce a San Pietro in Lama. In scena il concerto-recital Qui,se mai verrai… il Salento dei poeti, con Piero Rapanà, Simone Giorgino, Angela De Gaetano e i suoni di Adria. I canti sono quelli di Quista è la strada de le fimmene beddrhe di Cinzia Villani, Maria Mazzotta e Carla Maniglio. Ospite il poeta Vito Antonio Conte.

Domenica 19 ottobre, ultima visita a Manduria, nel centro storico della città. In scena l’esilarante musica creativa di Roberto Gagliardi ai sax, Livio Minafra alla fisarmonica e Vincenzo Mazzone alla batteria e Aniada trio per la voce di Emanuela Gabrieli , le corde di Adolfo La Volpe e i flauti di Giorgia Santoro.

martedì 26 agosto 2008

Il ballo di San Vito non mi basta!

Ci sono cose che non si possono guardare: la pizzica d’un panzone di bianco vestito e “cu lu scarpinu lucidu” sull’erba del parterre d’onore d’avanti al palco, riservato quest’anno a fotografi e cineoperatori ed ai politici di rango che in coro sembrano ancora chiedersi ma “a du te pizzecau la tarantella?”. Ma lasciamo perdere. Altre cose, invece, chiamano lo sguardo e aprono il cuore: la bella faccia di Lamberto Probo che introduce il largo sorriso del grande scontroso della musica popolare salentina: Pino Zimba. Alla “buonanima” è dedicata questa undicesima edizione della Notte della Taranta.

“La vita è molto strana, può cambiare dalla sera alla mattina”, già la vita, sembra lontana da qui coi suoi tormenti, l’icona di un Salento desideroso di se stesso, ce lo dice con semplicità e franchezza, affacciandosi da uno schermo. L’attore che ha donato ad Edoardo Winspeare la potenza del suo naturale donarsi, il suo “sale”, la sua spontanea sapienza, ci dice che è necessario esserci, tentare, lottare, resistere. Ci sono cose, allora, che si devono guardare, sentire profondamente per tentare di capire dove l’antico torna al respiro del ridere. “Non ho mai abbassato la testa davanti a nessuno”, ancora ci dice (in chiusura, sullo scorrere dei titoli della clip realizzata dal suo maestro-allievo di cinema) uno Zimba-galantuomo che ritroviamo, vivo e sorridente, nella rigorosa canottiera bianca del piccolo Edoardo Zimba sul palco con Zimbarie a chiudere il tributo. Da qualche parte si discute di moltiplicare le Notti, le Fondazioni, perseguendo una sempre meno definita autenticità identitaria – da un po’ è così, nel Salento che si rincorre evento – ed ecco che sul palco, alle 10.45 in apertura del concerto”, si mostra la danza di Santu Roccu, quella di Torrepaduli, quella dei coltelli. Come dire… fucere puei, ma te quai tocca passi… se vuoi sapere come si fa! Buonasera Melpignano, è qui che si fa l’evento! Soltanto qui! Ascoltiamo una pizzica tutta di corde, di pelli battute e di violini, “forse” più vicina alla sua sostanza, in una miscela di pop sinfonico che non smentisce le origini compositive di Mauro Pagani. Alla sua seconda conduzione dimostra di aver pienamente accolto lo spirito e le modalità di costruzione utili a concertare questa orchestra di musica popolare. Un'orchestra che appare essenzializzata, un palco semivuoto se paragonato a quello sontuoso del muro organettistico e ritmico di Ambrogio Sparagna. Ma l’effetto di questa asciugatura non va a scapito del suono, sapientemente accordato ad un sound progressivo, denso di riferimenti mediterranei, che nella magistrale batteria di Antonio Marra trova la chiusa energetica.

L’apertura è tutta al femminile a bilanciare il finale tutto in mano ai “massicci” di Puglia. La Puglia!, il maestro-presentatore continuamente sottolinea la particolarità di questo 2008 mentre la “terra della musica” è introdotta dalla voce bambina di Vito Nigro, albero di canto di Villa Castelli (termine in voga quest’anno a designare quelli di grado più alto nelle gerarchie della tradizione). Poi la faccia diavola di Mimmo Epifani tesse ed incanta con la sua “mandola” elettrica una “donna riccia” in un suadente tributo a Modugno. Le lingue si mischiano, Nabil Salameh e Michele Lobaccaro, fanno l'augurio di una festa capace di unire nell'incontro le “qualità” delle culture. Nutrirsi delle diversità, farsi quieti, aprirsi al mondo, accoglierlo è questo Rokia Traorè, semplicemente questa energia che provoca emozione quando le parole del “suo” griko vibrano frequenze del “suo” Mali. Uno dei momenti più belli del concerto calibrato su due andature, scalda con Richard Galliano e strazia quando Ninfa Giannuzzi tocca le corde scoperte di un dolore mai sazio di lacrime con “Sidun” dell'amato Fabrizio De Andrè, tradotta in salentino.

C'è una Taranta, un “morso” necessario, quello che il tempo provoca con le sue storture: il brutto che invade, la precarietà, il disagio, la guerra che torna. Un “morso” che chiama alla presenza. La musica di questo deve farsi carico. La catarsi della festa non è evasione, distrazione, dimenticanza, pausa. Nell'incanto delle sospensioni è sempre necessario trovare l'energia della consapevolezza. “Bellu l'amore e ci lu sape fare” canta la pizzicarella: un amore largo, vasto per quanta è vasta la terra. Accoglierla per intero significa portarla alla sua essenza di natura, d'Amore, appunto. Abbraccio che si oppone, resiste e tenta risolvere. Questo l'abbiamo dimenticato, abbandonato all'imperio di un economicismo senza soluzione! Ah! La politica che non si accorge. Incapace di canto, incapace d'amare, incapace di proteggere. L'artista giullare, l'artista bastardo, quello sì, la dannazione l'attraversa, la vive tutta, piegato al “volere” della poesia: “e lu sule calau, calau... Iti fattore, ieu me nde vau”! Non c'è padrone che tenga.

Divagazioni? No, ricerca d'essenza. Enza Pagliara con “Malachianta” (un pezzo forse scritto da Rina Durante) si chiede il perché del canto se la pena resta e non c'è più scampo alla malattia del mondo. Come sanare la pianta se continuiamo a tormentarla? Sul fondo sfoca la danza in bianco e nero di Carlo De Pascali e Raffaella Aprile, la grazia rotante fa auspicio d'innamoramento ai 150.000 che riempiono Melpignano. “Comincia la guerra!”, annuncia Mauro Pagani, quella necessaria dei giullari, densa di ironia, capace di frecce sarcastiche, di graffi e di risate e... il volume si alza: Après la classe e Caparezza, alias Michele Salvemini da Molfetta, indossa una maglietta con su scritto “Il futuro non è più quello di una volta”. Ecco la chiave, un altro futuro bisogna immaginare, patrunu meu! Un altro domani! Un risveglio, un risveglio che “viene a ballare in Puglia” per capire cosa non va, si gratta le palle e fa lo scongiuro! E poi? Poi tocca a loro: sciamu moi!, che il risveglio del movimento salentino ha un nome certo: Sud Sound System, stupore e conferma della terra dei suoni, mai sazia d'emozioni. Dammene ancora! Dammi ancora parole necessarie, utili, dammi ritmo, che ballare sia ancora antitodo! Rosso è il colore del rispetto, come quello del sangue, del cuore, della terra dove preservare le radici, dice Terron Fabio a prologo della “poga” finale saltata sulle note dell'indimenticata “È festa”.

Ma, c'è sempre un ma! E, un giullare-mammuttones che dice “Ho il ballo di San Vito e non mi passa!”

sabato 9 agosto 2008

Cose di poesia

Cari amici reduci da "sempre nuova è l'alba". Ho ricevuto da Vincenzo Mastropirro, invito poetico esclusivo per tutti voi/noi che avete/abbiamo poetato la serata del 1. Ve lo rigiro, rinnovando l'invito di Vincenzo a partecipare numerosi!
Vi prego di rispondere all'indirizzo che trovate a seguire nel corpo testo...
Un abbraccio e fatemi sapere!
Antonio Natile


Giulio Perrone editore
Roma

Nuovo appuntamento poetico, con il progetto Italie dedicato ad una splendida regione ricca di storia e di bellezze naturali come la Puglia.

a cura di Vincenzo Mastropirro

PUGLIA ovvero Gargano Murgia Salento per una rete di incontri, di vite e di storie che s'intrecciano, di fili che s'annodano in grandi e piccoli luoghi, con la flemma meridionale dove il sole c'è sempre e l'aria è frizzante. Questo succede soprattutto se viviamo in una grande regione. Una regione in movimento, un luogo intriso di luce, odori e sapori unici. Dietro le città che conosciamo, dietro i posti che percorriamo ogni giorno, si nascondono altre piccole realtà che spesso ci sono rimaste estranee. Scovatele con le vostre parole, scavate nel vostro immaginario.

Per partecipare è sufficiente inviare una poesia (in lingua o in dialetto) o un racconto di massimo 3 cartelle (ogni cartella 1800 caratteri) in un unico file word che contenga anche tutti i propri dati personali (nome, cognome, indirizzo, telefono, email) a

mastropirro@libero.it Cell 3491263695

www.vincenzomastropirro.it
www.giulioperroneditore.it

LA TENDA

da Big paper: il blog di Marco Archetti / Feltrinelli


di Margherita Macrì.
6 agosto 2008

Il fatto è che non poteva continuare a fare finta di niente. Era troppo tempo che andava avanti così. Dalla mattina fino alla sera. Alcune volte gli era capitato di vederla anche di notte. Si accorgeva di lei da quell’onda lieve che la tenda faceva dietro il vetro.

Paola aveva perso il marito in un incidente pochi anni prima. Ed era stato proprio al funerale la prima e l’ultima volta in cui le aveva rivolto la parola. I funerali lui aveva sempre cercato di evitarli, ma quella volta gli era sembrato necessario: un suo famoso collega aveva perso la vita in un incidente e lasciava una moglie giovane e avvenente proprio dirimpetto casa sua. Come lasciarsi scappare l’occasione di far la coda di pavone e presentarsi a tutti?
In realtà la sua presenza fu notata appena, tutti erano presi dal venerare qualcun altro e lui era poco più di un fiammifero di carota in un’insalata mista. Allora prese contatto diretto con la vedova, sembrava urgente legittimare la sua presenza lì. La fissò a lungo da lontano fino a quando gli occhi di lei non lo incontrarono, e a quel punto storse la bocca in un in un supremo sorriso triste come a dire: signora, sono terribilmente desolato e commosso per l’accaduto, la commisero sinceramente e anzi, condoglianze, avvocato Marini, qui per renderle omaggio.
Appena gli sembrò che la signora avesse letto per intero la sua smorfia, si avviò, le strinse la mano, s’inventò qualche misurato convenevole e disse che conosceva il marito perché si erano incontrati più volte in tribunale, si stimavano a vicenda, il defunto più volte aveva insistito perché collaborasse con lui.
La signora si sorprese, si era quasi dimenticata che quella sfilata di uomini impettiti avesse a che fare con suo marito, il suo defunto marito. Lo ringraziò con l’estuario di una lacrima e lo invitò a tornare a trovarla quando tutto il trambusto si sarebbe placato: avrebbe avuto molto piacere ad approfondire la conoscenza di un amico del marito di cui ignorava l’esistenza.


Ora lei era là, dietro la tenda.
In quella casa non ci era più entrato, ma aveva continuato a pensarci. Lei rimaneva dietro l’impalpabile drappeggio per ore e lui la indovinava attraverso uno spiraglio della stoffa, un ciuffo di capelli, lo spigolo di un gomito, e gli sembrava che guardasse sempre verso la sua portafinestra. Inizialmente lo aveva interpretato come un gioco di seduzione e aveva preso a lasciar completamente scostata la sua, di tenda.
Quando decideva di farsi guardare, niente era lasciato al caso: belle camicie di seta, camminate avanti e indietro, coreografia di fumo di sigaretta.
Lei invece continuava a non farsi vedere. L’unico gesto era qualche discontinuo cambio di piante dal balcone a inizio settimana, gesto che lui interpretava come un omaggio floreale alla sua persona.
Allora continuò. Era diventato quello l’impiego più importante della giornata. Ci pensava appena sveglio e continuava a meditarci su al lavoro, al volante, al bar. Aveva disdetto impegni e cene galanti per avere sempre più tempo da dedicare a quegli occhi.
Un giorno decise di fare il grande passo, spalancò la portafinestra e si mise a cenare lì, davanti a a tutti – davanti a lei.
La tendina dirimpetto era sempre al suo posto, a velare una presenza che si poteva solo intuire.
La settimana era iniziata con un vaso di ciclamini bianchi, e più volte il suo braccio si era sporto ad annaffiarli. “Ora anche lei comincerà a sporgersi,” aveva pensato lui.


Ma in realtà non successe niente di niente.
Un giorno lui uscì a comprare un vaso e lo apparecchiò con cura sul davanzale per attirare lo sguardo di lei. Poi si sedette e attese un segno.
Passarono quattro ore e dieci sigarette.
Da quella volta nessun braccio più si sporse ad annaffiare i ciclamini, che s’afflosciarono in pochi giorni. Nessun altro vaso di fiori prese il loro posto.
Lui non si perse d’animo e radicalizzò ulteriormente il mesaggio. Cominciò a ricevere persone davanti alla portafinestra, dapprima uomini, colleghi o conoscenti dall’aspetto distinto con cui parlava di lavoro, poi donne, per lo più alte e con vistose. Con un paio di loro fece pure l’amore, sempre con la tenda scostata, impegnandosi in evoluzioni equestri.
Ma dei ciclamini restavano il vaso, e una groviglio di foglie morte.


Una notte lui si alzò credendo di dover andare in bagno, invece l’unico motivo era spiare la finestra di lei. Era aperta. Filtrava una luce che sembrava disegnare un volto. Il suo volto?
Si era tagliata i capelli cortissimi. Sembrava smagrita e pallida, e continuava a fissarlo. Pensò che sembrava proprio una donna a cui era morto il marito e che non aveva più forza per continuare a vivere. Fu assalito da un brivido forte dietro la nuca, come se finalmente stesse diventando cosciente. Richiuse la tenda in colpo solo. Si distese sul letto e gli venne in mente che forse aveva giocato a sproposito fino a quel momento, che quella donna aveva bisogno di aiuto e che gli sembrava sull’orlo del suicidio.
Per il resto della notte non chiuse occhio. Decise che l’indomani avrebbe preso un vaso dal balcone, le avrebbe suonato il campanello e gliel’avrebbe donato chiedendole solo il tempo di un caffè.
Anche lei aveva richiuso la tenda contemporaneamente a lui. Andò in camera da letto, nel cassetto del marito c’era una vecchia pistola. La lucidò per bene, con molta attenzione, la caricò e tolse la sicurezza.
Si sedette davanti alla porta d’ingresso e aspettò l’indomani.