domenica 23 marzo 2008

La poesia della lontananza



Per Trattato della lontananza di Antonio Prete
FIGURE DEL TEMPO E DELLA PAROLA

di ANTONIO ERRICO



Come se dall’alto di una torre sul mare scrutasse la linea d’orizzonte lungo la quale si muovono figure provenienti dal tempo e dall’emozione, profili di creature, memorie di storie, così Antonio Prete scruta temi e testi che stringono tutto il lessico della lontananza.
Ancora con quella sua scrittura traslucida, con l’incedere di prosa dalla leggerezza calviniana, con la misura del frammento che intende raggrumare il concetto, sintetizzare la sovrabbondanza di immagini, rappresentare condizioni dell’esistere e forme del pensare, questa volta il saggista di origine salentina che ha cattedra di letterature comparate a Siena, elabora un Trattato della lontananza che esce in questi giorni da Bollati Boringhieri.
Qui c’è il tempo, lo spazio, lo specchio del cielo; c’è la bellezza, la risonanza, il paesaggio, la luce, la relazione tra il lontano e il vicino, l’addio, l’esilio, la nostalgia, lo sguardo del poeta che perfora l’apparenza per arrivare al punto che evoca un’emozione, un sentimento, esprime la tenerezza di un rimpianto.
Ma in questo saggio, poi, c’è un rispecchiamento dell’oggetto indagato con il metodo d’indagine: della lontananza con la scrittura, dei testi con la critica. C’è compenetrazione, simbiosi, mimèsi tra l’espressione e le cose, i sensi e i segni, i significanti e i significati.
Senza esplicitare, Prete lascia scorrere lungo tutto il saggio la convinzione che per comprendere occorre porsi nella lontananza: Osservare le epifanie della natura e dell’arte nelle loro sfumature, nell’ombrosità, nella trascoloranza, nell’ incertezza, nell’oscillazione tra finito e infinito, verità e menzogna, realtà e finzione, con la percezione e l’intuizione che precedono l’analisi e la ragione.
Così in questo saggio, al critico, all’interprete, interessa la posizione che consente la visione complessiva oppure la linea di confine, la discriminazione, il punto dove “ l’estremo e l’informe, l’oltre e l’ignoto si incontrano, generando la fluttuazione del possibile”.
Il presente è la soglia da cui ha cominciamento il ritorno verso la lontananza della propria storia; senza questa condizione non ci sarebbe appartenenza, senso, destino, non ci sarebbe esperienza, né tensione verso l’espressione di sé, la narrazione, la comparazione di universi e di parole.
Come spesso accade nella sua scrittura, Prete parte dal qui e dall’ora per procedere in direzione dell’altrove e dell’allora.
Fino ad arrivare al tempo dell’infanzia: nella lontananza interiore che si è fatta tempo e immagine, memoria e mito, silenzio e parola, esperienza ed emozione, sogno e scrittura. Si è fatta respiro, esperienza, coscienza del tempo perduto, dell’irreversibilità, dell’irripetibilità.
Bisogna tenere aperto lo spazio della nostalgia, dice Prete, dunque. Per poter accogliere ritmi voci personaggi pensieri presentimenti desideri.
Fino ad arrivare in un luogo: il paese che è laggiù, dice. Quaggiù. Penisola. Due mari. Pianura. Forme di fata morgana. Finibusterrae. Qui la lontananza ha profili incerti, tremolanti, indefiniti. Qui è tensione allo sconfinamento, al superamento di ogni soglia, ogni frontiera. Qui la pianura di terra e la distesa del mare raddoppiano la percezione di lontananza. Sono, forse, il suo stesso concetto, il suo stesso senso. L’origine dell’essere che avviene in un luogo matura una lontananza nel tempo e nello spazio che genera un’ansia di ricerca di situazioni e condizioni somiglianti con quell’origine.
Chissà se non è quest’ansia che costituisce la motivazione profonda, il movente psicologico, la categoria culturale di una critica letteraria che si fonda sulla comparazione.
Il paese che è laggiù richiama il nostos di Antonio Prete, la sua nostalgia. Questo è il sentimento, questa la sua poesia della lontananza.

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