sabato 29 marzo 2008

Ibis



Biblioteca teatrale - Rivista bimestrale di studi e ricerche sullo spettacolo
La ricerca di Maud Robart
l'orizzonte arcaico e atemporale del canto integrato
Bulzoni Editore

mercoledì 26 marzo 2008

Che profumo ha l’estate salentina?


L'immagine è di Guido Picchi

“Salento’s Movida” di Armando Tango – Glocal Editrice - 2007

Davanti ad un libro ricco come questo spesso, chissà poi perché, ci si sente obbligati a far discorsi di genere. Un giallo, un noir, un thriller? Cosa è questo “Salento’s Movida” scritto da Armando Tango per la Glocal editrice alla fine del 2007? Questioni come queste presupporrebbero una distinzione puntuale; si dovrebbe procedere cautamente per tesi e antitesi, per categorie letterarie rigorose, così da sperare di puntualizzare modalità e fini narrativi in via definitiva. Onestamente io non credo che una simile operazione abbia davvero un senso, quando si parla di letteratura. In teoria un giallo, nel quale l’individuazione del colpevole resta centrale, dovrebbe avere come fine la rassicurazione del lettore, il ripristino dell’ordine e la conquista di una qualche verità; diversamente il noir, che si nutre del caos, dovrebbe rappresentare un momento di rottura e di denuncia sociale. In altre parole affermando che il giallo consente una placida e attiva evasione, finiamo per dire che il noir mira invece ad invadere la sfera conoscitiva ed emozionale del lettore e a turbarla. Ma allora Armando Tango? A cosa mira Armando Tango? Evade o invade? A mio avviso questo suo romanzo rappresenta un ottimo esempio di fusion letteraria: qui i generi come le finalità si contaminano, svago e denuncia diventano occasione e non pretesto, la città narrata si muove a metà tra il bello o l’orrido, l’abbandono e il lusso, il degrado e il disimpegno più glamour. Qui non conta il fine, ma il mezzo e il modo. Il mezzo è l’osservazione. Il modo sta nella vastità, nell’articolazione, nell’intensità della stessa osservazione. Il carattere fortemente distintivo di un’opera come questa, dunque, non è il genere, ma il luogo. Quest’ultimo, assieme all’autore, parla attraverso la bocca dei personaggi. Un gran bel luogo, ricco di stimoli, stupore e dubbi. Un territorio poliforme che riesce ad essere, nello stesso tempo, sporco ed eroico e quindi ancor più autentico, in quanto fortemente contraddittorio. È per questo che il romanzo di Armando Tango, per scontro persistente, tinte accese, divertimento crudo, dinamicità e mito, mi par più vicino al buon vecchio genere western e ai suoi sterminati affreschi. Chissà cosa ne avrebbe detto Sergio Leone, ma questo nostro sud polveroso sembra ormai prendere proprio quel suo storico immenso ghigno. Si pensi a quello che ne aveva fatto Omar di Monopoli nello scorso anno con il suo “Uomini e cani”. Il sud dei cani di Monopoli era un sud ancestrale, animalesco, primitivo nei luoghi come nelle emozioni, mentre il Salento di Tango è una pancia lussureggiante, gravida di trasformazioni, fortemente contemporanea. Non è infatti un caso che tra i personaggi chiamati a dare movimento alla storia ci siano due icone del potere televisivo. Maurizio Costanzo e Maria De Filippi: sono loro gli astri intorno ai quali per caso e per progetto, tra festini, intrighi, fraintendimenti, cene luculliane e gite in barca, s’avvoltola il peggio e il meglio della città di Lecce. La vicenda narrata da Tango è pura fantasia, ma non lo è il mondo che la partorisce. La Tivù, quella vera e quella di provincia, i sogni inconsistenti dei ragazzetti di periferia, delle starlette sfigate coi jeans a vita bassa, dei fotografi assetati di luci, i giri grossi e quelli piccoli, la borghesia bene coi suoi motoscafi carichi di commercialisti o principi del foro, il giro delle feste, quello del malaffare, o degli stranieri. La vecchia malavita che si barcamena tra nuovi linguaggi tecnologici e vetusti eccessi di violenza. I nuovi poveri ingenui opposti ai vecchi ricchi osceni. Tutto così è rivelato e quindi condiviso. La scelta di Tango è senza dubbio coraggiosa perché localizzata con chirurgica precisione e perché chiamata a far da specchio a quella che è la realtà sociale nazionale. La sua Lecce è vera, non più segreta e lontana, e si muove lungo coordinate comunali categoriche:
1) il cuore storico della città e la sua movida frenetica:
2) la zona 167, la parte più appassita, totalmente dimenticata dalle amministrazioni quanto dalla gente;
3) le arterie provinciali o rurali, la campagna ancora frizzante di grilli e di emozioni primordiali;
4) la costa marina, il suo smeraldo, le sue albe acide, le sue terrazze snob, il suo turismo variegato. Ad ogni ambiente corrisponde un diverso personaggio. Una diversa tipologia d’uomo. La storia di questo romanzo, dunque, è una sorta di giostra che gira intorno al fulcro cittadino e sembra voler rispondere ad un unico quesito: cosa sta diventando il Salento e la sua gente? La risposta è appassionata, l’intreccio necessario e travolgente, rispondente ai canoni stilistici del thriller ma non solo a quello. La voce narrante mescola ad una rabbiosa indignazione, onde di sana nostalgia. Dopo un inizio assolato, apparentemente quieto, il ritmo narrativo si fa via via più vorticoso. La giostra comincia a girare ad un ritmo quasi ipnotico. I personaggi creati da Tango si alternano capitolo dopo capitolo sempre più rapidi e nonostante il loro turbinare conservano fino alla fine potenza tridimensionale. Le loro personalità s’intrecciano le une con le altre, in un gioco sapiente di equivoci che passa con grande abilità dai toni tragici a quelli grotteschi, mentre l’occhio dello scrittore, amaro e consapevole, vigila e tiene in scacco il lettore pagina dopo pagina. Un occhio che sembra conoscere molto bene i vizi segreti dei luoghi scelti. La movida per esempio. Una dimensione tipica delle ultime estati salentine. Una novità che sta mettendo in connessione il sud con il mondo, alterandone la struttura dall’interno e appiattendola. Osservare la città che s’anima di notte è come fissare negli occhi il figlio storpio di una globalizzazione incerta. Non oggetto, ma soggetto, la movida descritta da Tango è capace di incidere sulla percezione dei luoghi da parte dei numerosi protagonisti della storia, sui loro desideri, sui loro umori. Ha vita propria. Una movida torrida, pacchiana, assordante, che ogni personaggio vive in modo diverso: come ostacolo, come furto, come opportunità, o come nemico. Una forma di modernità qui narrata come contrasto. E sono appunto i contrasti il punto di forza di questa scrittura: gli uomini che la abitano, pur mossi dagli stessi istinti, quali potere, riscatto, denaro, fama, rivincita, hanno dimensioni umane diverse, reazioni diverse. Il loro è un sentire condizionato dal clima, dal rumore, dalla cultura mediatica e non, e dalla storia di provenienza di ciascuno, quindi contrastante. In questa terra caratterizzata da tale acceso conflitto tra vecchio e nuovo, tra silenzio e rumore, tra innocenza e dolo, in un primo momento Tango sembra voler scindere nettamente il bene da male, ma poi sceglie di riportare il tutto ad una dimensione di nebuloso disinganno e la giostra ad un momentaneo stop. Ogni suo personaggio trova un diverso epilogo.

Come vuole sempre la vita, posta davanti alle sue migliori occasioni perdute.

domenica 23 marzo 2008

La poesia della lontananza



Per Trattato della lontananza di Antonio Prete
FIGURE DEL TEMPO E DELLA PAROLA

di ANTONIO ERRICO



Come se dall’alto di una torre sul mare scrutasse la linea d’orizzonte lungo la quale si muovono figure provenienti dal tempo e dall’emozione, profili di creature, memorie di storie, così Antonio Prete scruta temi e testi che stringono tutto il lessico della lontananza.
Ancora con quella sua scrittura traslucida, con l’incedere di prosa dalla leggerezza calviniana, con la misura del frammento che intende raggrumare il concetto, sintetizzare la sovrabbondanza di immagini, rappresentare condizioni dell’esistere e forme del pensare, questa volta il saggista di origine salentina che ha cattedra di letterature comparate a Siena, elabora un Trattato della lontananza che esce in questi giorni da Bollati Boringhieri.
Qui c’è il tempo, lo spazio, lo specchio del cielo; c’è la bellezza, la risonanza, il paesaggio, la luce, la relazione tra il lontano e il vicino, l’addio, l’esilio, la nostalgia, lo sguardo del poeta che perfora l’apparenza per arrivare al punto che evoca un’emozione, un sentimento, esprime la tenerezza di un rimpianto.
Ma in questo saggio, poi, c’è un rispecchiamento dell’oggetto indagato con il metodo d’indagine: della lontananza con la scrittura, dei testi con la critica. C’è compenetrazione, simbiosi, mimèsi tra l’espressione e le cose, i sensi e i segni, i significanti e i significati.
Senza esplicitare, Prete lascia scorrere lungo tutto il saggio la convinzione che per comprendere occorre porsi nella lontananza: Osservare le epifanie della natura e dell’arte nelle loro sfumature, nell’ombrosità, nella trascoloranza, nell’ incertezza, nell’oscillazione tra finito e infinito, verità e menzogna, realtà e finzione, con la percezione e l’intuizione che precedono l’analisi e la ragione.
Così in questo saggio, al critico, all’interprete, interessa la posizione che consente la visione complessiva oppure la linea di confine, la discriminazione, il punto dove “ l’estremo e l’informe, l’oltre e l’ignoto si incontrano, generando la fluttuazione del possibile”.
Il presente è la soglia da cui ha cominciamento il ritorno verso la lontananza della propria storia; senza questa condizione non ci sarebbe appartenenza, senso, destino, non ci sarebbe esperienza, né tensione verso l’espressione di sé, la narrazione, la comparazione di universi e di parole.
Come spesso accade nella sua scrittura, Prete parte dal qui e dall’ora per procedere in direzione dell’altrove e dell’allora.
Fino ad arrivare al tempo dell’infanzia: nella lontananza interiore che si è fatta tempo e immagine, memoria e mito, silenzio e parola, esperienza ed emozione, sogno e scrittura. Si è fatta respiro, esperienza, coscienza del tempo perduto, dell’irreversibilità, dell’irripetibilità.
Bisogna tenere aperto lo spazio della nostalgia, dice Prete, dunque. Per poter accogliere ritmi voci personaggi pensieri presentimenti desideri.
Fino ad arrivare in un luogo: il paese che è laggiù, dice. Quaggiù. Penisola. Due mari. Pianura. Forme di fata morgana. Finibusterrae. Qui la lontananza ha profili incerti, tremolanti, indefiniti. Qui è tensione allo sconfinamento, al superamento di ogni soglia, ogni frontiera. Qui la pianura di terra e la distesa del mare raddoppiano la percezione di lontananza. Sono, forse, il suo stesso concetto, il suo stesso senso. L’origine dell’essere che avviene in un luogo matura una lontananza nel tempo e nello spazio che genera un’ansia di ricerca di situazioni e condizioni somiglianti con quell’origine.
Chissà se non è quest’ansia che costituisce la motivazione profonda, il movente psicologico, la categoria culturale di una critica letteraria che si fonda sulla comparazione.
Il paese che è laggiù richiama il nostos di Antonio Prete, la sua nostalgia. Questo è il sentimento, questa la sua poesia della lontananza.

Auguri, molti!!! di Resurrezione

venerdì 21 marzo 2008



Lo Ieratico poetare dei tempi.
Lettura di “Ieratico Poetico” di Stefano Donno – Besa - 2008

di Elisabetta Liguori

Davanti ad un vero poema epico contemporaneo in tanti potrebbero strabuzzare gli occhi, scuotere la testa scettici, ne sono consapevole, e questo perché in tanti hanno paura della poesia, soprattutto oggi, della sua rapidità, della vastità della sua verità soggettiva, della sua fatica intellettuale, quanto della sua inevitabile crudeltà.

In tanti hanno paura persino degli eroi, specie di quelli moderni, specie di quelli del sud, ancor più imprevisti di molti altri.

Ma la poesia è musica del tempo che viene e delle sue gesta. Deve destare sorpresa. Quella di Donno, nel dettaglio, è contemporaneo, omaggio al mito e riesce ad essere fortemente eroica, anche quanto appare semplice, anche quando inneggia al nulla. Un nulla sapido, ma pur sempre un nulla. Dalla forza di un singolo eroe da niente e da quella di un popolo intero, infatti, Stefano Donno ha tirato fuori un vero poema per Besa editore. Una rarità quindi, spaventosa ma autentica. E terribilmente moderna, poiché i piani d’ascolto, tutti diversi, risultano connessi, contigui, per quanto disomogenei.

Non è una poesia della pancia, la sua, ma globale. Un poema sulla fatica dell’ascolto e le sue contraddizioni.

In Ieratico Poetico, con suoni forti, tinte a tratti fosche e grande rispetto per la comica grandiosa miseria dei luoghi di provenienza, ecco prendere suono la città, il sud, l’Homo Civicus e i suoi desideri.

Il tutto in tre movimenti:

1) il respiro autonomo, ritmico e iconografico della città e del sé in intreccio;

2) le cose del tempo da tacere poetando;

3) l’esplodere rapido del desiderio di essere e dire nel mondo.

Cercherò di spiegarmi meglio per punti anch’io:

1) Questo poetare è ieratico, perché sacerdotale. È diretta conseguenza della volontà di tracciare un segno sacro nell’aria, di indicare un cammino possibile, lasciando che la scia sorprenda per suoni e vigore quanti la osservano. Quello stesso segno, poi una volta mosso, si perde nelle forme geografiche naturali o antropiche, ne diventa parte. Non è assertivo, ma attento. Per questa ragione, mi pare vero che la poesia di Donno si faccia da sé. Il poeta si limita ad ascoltare, a riprodurre suoni quasi fosse un strumento a fiato e quello che riproduce dunque è respiro. Artificio respirato. Respiro che si fa tempo e immagine, cadenza tecnologica, memoria iconografica, suono ancestrale, mescolando il sé con gli stimoli esterni. Ecco il senso del primo movimento poetico costruito da Donno dunque: automatismo personale, indotto e condotto con sacralità e ritmo, che richiede una fatica immane, ostinazione cruda, ossessivo orecchio, lavoro duro, lavoro sodo, lavoro vita, sempre, di morfinico imbestialimento/ in autunno/ in primavera/ in estate.

2) La poesia deve tacere l’ego, secondo Donno. È il suo vanto questo suicidio. Deve dire del mondo attraverso l’io, ma tacerne la gola. Essere vivi è già un incubo e dunque la poesia deve essere culla che addormenta l’orrore personale e tiene sveglio quello comune. Filtro che evacua un sospiro. Che lo condivide. Sospiro faticoso di un uomo che viaggia su un’autostrada di cemento verso un’ignota destinazione, ed è e resta un uomo come tutti, che di tutti è la somma fedele quanto epica. Solo così il singolo può riappropriarsi del proprio sfinimento e dare senso compiuto al racconto di sé. Perché chi scrive non può fare a meno di soffiare nelle orecchie dei suoi simili, ma un valore deve pur darlo al suo fiato e far sì che non sia solo aria. Ne consegue che il secondo movimento altro non è che quello della cancellazione, della rinuncia e del nuovo incipit. Chi vuole ascoltare davvero deve saper intrecciare il rumore, agganciare un suono all’altro e poi dimenticarli per ricominciare.

3) È umano questo poetare? E se lo è, in che termini?Questo sembra chiedersi Donno tra i suoi ironici giochi lessicali e grafici. Forse lo è quanto lo è il desiderio. Lo è quanto il contrasto tra quello che dovrebbe essere e quello che è. È dal conflitto tra il dover essere e l’essere che nasce l’arte degli uomini. Sempre. Anche la poesia. È questione di sopravvivenza. Quindi il desiderio che muove anche il poeta è comunque quella sopravvivenza. La resistenza. Non una sopravvivenza minima, però io credo, ma ieratica. Autentica e forte come quella voluta da un Dio civico. La poesia è tutta qui/strategie politiche/ di rispetto della mitologia. A quel Dio civico e rumoroso, che costruisce calendari e atlanti, Donno risponde con il suo Homo Civicus. La sua è la costruzione in versi di un prototipo umano con la quale l’ uomo/poeta si confronta. L’individuo che rammenta, che Sente la collettività, la civiltà che lo attraversa, i luoghi che calpesta e dai quali è calpestato, ben responsabile delle sue orecchie, quanto della sua lingua, quanto del suo sesso, opposto al c.d. Homo Emptor, il corruttore, l’individualista radicale, il distratto. L’uno fa da contro canto all’altro, ugualmente incidenti sulla grande e la piccola Storia.

L’immagine che Donno crea con i suoi versi è dunque sempre duplicata: un uomo e l’altro, il singolo e il gruppo, la qualità e la quantità, l’eremita solitario e il cosmopolita utilitarista, l’ego e l’io, il corpo e il poeta. Ed ogni duello, ne deriva, ha il suo suonare sapiente, immediato, riconoscibile. A volte terrorizzante.

venerdì 14 marzo 2008

I giardini d'ascolto di Starter

su Youtube i video del Gruppo Starter

Starter è un gruppo di ricerca che riunisce alcuni artisti attualmente operanti nel Salento.
Nato dall’esperienza maturata sul campo nell’ambito delle ricerche dell’Osservatorio Nomade Salento e da incontro e confluenza tra pratiche, linguaggi e percorsi individuali differenziati, Starter progetta ed elabora interventi con l’obiettivo di coniugare ricerca artistica e trasformazione del territorio, inteso qui in tutte le sue manifestazioni storiche, sociali, ambientali, urbanistiche, economiche e culturali. Attraverso una metodologia dinamica, fatta di pratiche di ascolto, di osservazione e interazione, Starter sperimenta il margine sempre mobile di una operatività che si definisce in relazione al luogo, alle sue implicazioni ed emergenze integrando dimensione poetica e politica del fare. Del gruppo costituitosi nel 2005 fanno parte: Giorgio D’Ambrosio, Antonio de Luca, Silvia Lodi, Fernando Schiavano, Inrgid Simon.

2006 - giardino d'ascolto

1^ parte

http://it.youtube.com/watch?v=porjAD2SSO4

2^ parte

http://it.youtube.com/watch?v=7JS5nrnRTxU&feature=related

saluti
fernando schiavano

links
www.xlavio.com
www.gruppostarter.it
www.under-construction.it
www.antoniodeluca.org

giovedì 13 marzo 2008

Voices - interviste da ascoltare

Voices racconta gli eventi e offre un'istantanea del dibattito intorno alle pratiche artistiche e curatoriali attuali. Curatori, artisti, ricercatori e direttori di musei parlano del proprio lavoro e danno interpretazioni personali delle proposte culturali. Ogni settimana Voices proporra' nuovi attraversamenti tra le contingenze del contemporaneo a cura di Elvira Vannini e in collaborazione con Radio Citta' del Capo - Popolare Network.
Tra le interviste che puoi gia' ascoltare: quella con Emanuela Adinolfi e Eugenio Viola che parlano di "Fate presto" a Salerno, Luigi Ontani della sua mostra al MAMbo, Mili Romano di arte pubblica, Achille Bonito Oliva delle mostreal Mart, Federica Muzzarelli di fotografia...

http://undo.net/voices

domenica 9 marzo 2008

Il mio nome è Brian




di Mauro Marino


“…si accorse di quel pianto silenzioso e ne fu sollevato”


L’inizio è denso di mistero, le tinte di un noir; c’è il corpo d’una vecchia, uno scenario spettrale dove il vuoto e il vento regnano, un camper sgangherato, la Cadillac del tenente e la stanchezza per una routine senza più emozioni. E poi…?
Poi qualcosa si muove: “Ehi! Vieni giù! dai vieni… non ti facciamo niente, sai?”.
Uno scoiattolo bambino, una “specie” di bambino, che ci porta in un'altra suggestione: i bellissimi film che François Truffaut ha dedicato al mondo dell’infanzia, sicuramente tra i più affascinanti e complessi che si possano incontrare nella storia del cinema.
Il film con cui esordì, “I quattrocento colpi” (1959), era incentrato sulla figura di un ragazzino che, completamente abbandonato dalla famiglia e dalla società, si affacciava faticosamente e in solitudine alla vita adulta. Ma se ne “I quattrocento colpi” eravamo di fronte a un adolescente privato principalmente dell’affetto, nel “Il ragazzo selvaggio”(1969) al piccolo protagonista, Victor, manca quello strumento basilare per entrare in contatto con il mondo che è il linguaggio. La sceneggiatura è tratta da due rapporti compilati per il governo francese dal dottor Jean Itard ai primi dell’Ottocento. Victor è un essere naturale, che ha perso la sua vera madre (probabilmente è stato abbandonato all’età di tre, quattro anni nella foresta perché illegittimo) per trovarne un’altra: la natura. Il dottor Itard, dunque, si propone come figura paterna a tutti gli effetti, anche nel senso psicanalitico del termine: egli è colui che tenta di strappare definitivamente Victor al suo stato di vita simbiotica con la madre-natura.
Ecco, il Victor/“Peter Pan” che Laura La Penna ci fa incontrare è tutto dentro questo complesso di mancanza. L’affetto e la perdita della lingua. Ma, in un ‘autismo’ strategico: “Peter Pan”/Brian è presente, osserva, valuta, attende disposto a svelasi.
Pratica una rimozione (o una smemoratezza) che è in realtà un trattenimento della verità nella ricerca della fiducia, dell’affidamento, di una “normalità” interrotta.
Scopriremo che Laura La Penna ci racconta con un narrare disteso, estremamente attento al ‘dover dire’, la storia di un’iniziazione alla vita. Iniziazione come perseguimento dell’identità e identità come costruzione relazionale.
L’imprinting è prendere forma. In etologia e psicologia è la forma di apprendimento di base, che si verifica in un periodo della vita detto ‘periodo critico’ quando si è predisposti biologicamente a quel tipo di apprendimento. I primi studi sull'imprinting vennero fatti da Konrad Lorenz su delle oche: egli studiò come esse subito dopo la nascita identificano la propria madre nel primo oggetto o persona in movimento che vedono.
Già, la propria madre: nido, recinto della prima socializzazione, dei primi affetti, dell’affidamento.

Ma…, non possiamo qui svelare. E’ inopportuno toglie alla lettura il fascino, l’avventura, lo scopo! Qui c’è da dire le qualità di questa scrittura, d’un sogno ad occhi aperti che si figura luoghi e paesaggi ed ispira e muove l’autrice, d’una scrittura orfica, ‘dettata’, venuta in dono che si è trasformata in un romanzo bellissimo ed intenso nelle sue implicazioni e nei suo ragionamenti sull’educare, sul crescere, sull’amicizia, sull’innamoramento, sulla fuga.
La storia di un ragazzo ‘selvaggio’ che sa arrampicarsi in alto, come se nell’alto di un armadio o di un albero trovasse il distacco dallo sgomento, trovasse nel ‘volo’, la pace, un orientamento. “Stette due giorni nascosto nel bosco. Al freddo, arrampicato su un albero come quando era stato trovato qualche anno prima. Era la sua reazione alla paura! L’albero per lui era la casa, la sua protezione: a cavalcioni su un ramo abbracciava il tronco posandoci sopra la guancia e bevendone l’umidità che trasudava”.
Ma “Mi chiamo Brian” è anche la storia di un educatore, di un prete con i suoi timori, le sue speranze e le sue sfide. La storia di una comunità che si confronta e si misura col mistero dell’accogliere. Una storia dove il pianto è comunicazione piena, strumento d’incontro, di comunione e di profondo svelamento. Una storia dove c’è un ‘lieto fine’ non consolatorio che ‘trattiene’ il dolore d’una esperienza di perdita che matura in tutti i personaggi, come linfa necessaria dello stare a vivere: “Il dolore spesso ci è amico e consigliere. (…) Non bisogna averne paura, anzi, dobbiamo imparare ad ascoltare i nostri dolori, quelli del corpo e quelli della mente, dando loro la possibilità di agire fino in fondo. (…) Se avremo il coraggio di passarci attraverso, ogni esperienza vissuta, anche la più drammatica, ci apparirà sotto un’altra luce e guarderemo in modo diverso anche i nostri rapporti personali”. Il mondo è questo strano impasto il pianto e il sorriso. Il pianto e il sorriso!!!

sabato 8 marzo 2008

Scrivere per cercare




Antonio Errico su
Giacomo Annibaldis, Casa popolare vista mare, Besa, 2007.



Come ogni scrittore, Giacomo Annibaldis scrive per cercare. Come ogni scrittore Giacomo Annibaldis scrive per cercare cose che conosce. Cerca quelle cose che conosce perché ha bisogno di definire l’origine e la consistenza esistenziale del proprio tempo, della propria storia, di quello che è accaduto e di quello che si è sognato, di quello che è andato bene e di quello che è andato male, della vista mare che a volte è limpida, trasparente, libera da ogni striatura di cielo che offuschi lo sguardo e che a volte, invece, è annuvolata, nebbiosa, senza spiraglio, senza orizzonte, senza sognamento.
Cercare quello che già si conosce è esattamente come guardarsi allo specchio in un preciso momento pensando, in quel preciso momento, a come si era in un momento diverso, in un passato prossimo o remoto, vicino o lontano. Ecco: per Annibaldis la “ Casa popolare vista mare” è questo gesto di rispecchiamento. Scrive per ritrovarsi in ogni pagina, in ogni frase, ogni riga, ogni parola, ogni sillaba. Perché non sono parole, frasi, sillabe; sono piuttosto giorni andati via. Sono voci che il tempo ha risucchiato e portato lontano, che fa mulinare e tornare, di tanto in tanto, sempre più spesso, mentre si sta camminando, lavorando, parlando con gli amici, che certamente fa tornare ogni notte, soprattutto in quell’ora che non è notte più e non è alba ancora, allora quelle voci tornano nel residuo dell’insonnia, nello spossato dormiveglia, a dire cose già dette, a ridare un consiglio, a rinnovare un conforto, una consolazione.
Ritornano perché sono volti che ci appartengono, materializzati nell’aria in cui affondiamo lo sguardo, sovrapposti ai nostri stessi volti che giorno dopo giorno si fanno sempre più somiglianti, fino a confondersi.
Come ogni scrittore che fa quotidiana esperienza della strana – e spesso indesiderata, dolorosa – confusione tra le storie della vita e quelle di una narrazione, Giacomo Annibaldis si ritrova a raccontare storie che non sono altro che la sua stessa storia. Sono il nucleo di quello che poi è venuto, di quello che c’è stato, di tutto quello che si è perso e guadagnato, dei patti fatti con i sogni e la fortuna, un po’ per celia e un po’ per non morir, come diceva il vecchio Petrolini.
“Casa popolare vista mare” è sostanzialmente il racconto di un ritorno. Annibaldis fa tanta, tanta strada, notte e giorno, in sonno e in veglia, per paesi, per libri, per mitologie, per vibranti antichità, fa tanta strada con le gambe e col pensiero, con la passione e la ragione, per arrivare a domandarsi dov’è finito l’uomo che vendeva gelati al limone, e dove sono finiti tutti gli altri, tutti quelli delle palazzine. Se lo chiede come Edgard Lee Masters si chiedeva dove fossero l’abulico, l’ubriacone, il buffone, rispondendosi che tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.
Annibaldis non sa oppure non dice dove dormono tutti quelli dello Iaccipì: l’accattona, la Calabrese, la Menna- Menna, la Pizzicatrice, la bambola, i vecchi, le vecchie.
Quando si cerca qualcosa, allora, non si cerca altro che quello che già si conosce. Così quando si ritorna si ha desiderio di ritrovare quello che c’era, anche se si sa perfettamente che niente può essere mai nel modo in cui è stato.
Quando si racconta un ritorno si fa confessione della consapevolezza di questa impossibilità di ritrovare luoghi e creature.
Allora non si dovrebbe ritornare mai. Non si dovrebbe raccontare mai. Non raccontate mai niente a nessuno, va a finire che sentite la mancanza di tutti, dice Salinger alla fine del “ Giovane Holden”.

Invece Annibaldis racconta perché avverte la mancanza di tutte quelle esistenze stupefatte dal mondo, sopraffatte dal tempo, soverchiate da destini incomprensibili o beffardi, qualche volta oltraggiosi. Sa bene che tra quella gente si è fatto il suo volto, la sua storia, tra quella umanità che sapeva salvarsi la vita istante per istante, e dopo che l’aveva salvata se la stringeva forte perché era la solo cosa che possedeva, anche se sembrava che non valesse niente. Invece valeva quanto tutto l’universo, perché era autentica, perché era essenziale. Annibaldis racconta: ora che sa leggere di greco e di latino, e scrive e scrive e ha molte altre virtù, sa che non può scrivere altro che di quel tempo, di quel luogo, di quelle storie; sa che ogni sua parola è citazione della parola della madre; sa che il classico dei classici è il corpus dei versi di Tommaso, il poeta con il ventre dilatato, come un relitto gonfiato dalle maree.

“ Casa popolare vista mare” è uno di quei libri che si tengono dentro, in segreto, per anni e anni, che crescono lentamente, si stratificano, si nutrono di sangue, di memoria. Poi si fanno sillaba, parola, racconto. Quando il tempo è maturo, come la vita.

Questo è un libro che Giacomo Annibaldis doveva scrivere. Per un impegno assoluto e ineludibile con la madre, con la propria storia d’uomo, con se stesso; per un patto con la terra, con la memoria, con il destino, con l’origine, con il tempo passato e con quello a venire, con i dolori superflui, le misere felicità, i pochi – ma straordinari – stupori.
Questo è un libro che doveva alla sua infanzia: perché, come dice Cesare Pavese nei Dialoghi con Leucò, abbiamo tutti una montagna dell’infanzia, e per lontano che si vagabondi, là dovremmo ritornare perché là fummo fatti ciò che siamo.
Lo doveva a quella foresta di volti che ha attraversato per tutti i suoi cinquantasette anni; a quell’oceano di voci che in ogni stagione lo ha inondato; a tutti i sogni ad occhi chiusi e aperti, alle partite vinte e a quelle perse, ai giorni chiari e anche a quelli scuri.
E’ un libro che doveva ad una figura di madre delicatissima e possente, un portento di metafora, un ricordo consolante, che insegna che la vita è battaglia e pietà, altruismo e sapienza, rispecchiamento nell’esistenza di un altro, che non fa da guardia alla sua casa dello Iaccipì ma alla scrittura di un figlio, al suo desiderio di parole e al vincolo che ha con esse, che ritorna nell’immaginazione e nell’impegno duro, continuo, con la vita, che sorveglia il passo durante il cammino, come angelo custode e compagna di strada, come premonizione e come sintesi di ogni possibile esperienza.
Questo è un libro che Giacomo Annibaldis doveva al poeta Tommaso: a quell’uomo che si fa portavoce di molti altri uomini cui non è stato dato un nome, che guarda l’universo con la disperazione e la dolcezza di chi non ha bisogno di apprendere niente perché il nascere gli ha già insegnato tutto: il sogno e la consapevolezza della sua impossibilità, l’irrimediabilità della solitudine e la bellezza del mare, l’amicizia che accade come una straordinaria fortuna, la messinscena della tragedia e della commedia sul fondale di scena di ogni giorno.
Doveva scriverlo, Giacomo Annibaldis, questo libro.Per testimoniare che la fatica, l ‘onesta e la parola, un grande sogno cresciuto dentro gli occhi, lo sguardo che oltrepassa l’orizzonte del tramonto, possono consentire anche ai topi di volare.
Ma se un topo ha imparato a volare – dice Annibaldis – non vuol dire che è diventato un uccello. “E’ solo un pipistrello”.
Certo, è solo un pipistrello. Ma che vola. Perché, forse, quello che conta è soltanto il volo, il desiderio di tentare il cielo, l’azzardo esistenziale di stendere le ali – piccole o grandi che siano non importa – e non se a volare sia un albatro o un pipistrello.
Diceva Franz Kafka nel terzo dei suoi Quaderni in ottavo: “Le cornacchie affermano che basta una sola cornacchia a distruggere il cielo.La cosa è indubitabile, ma non significa nulla contro il cielo, poiché il cielo significa appunto incompatibilità con le cornacchie”.
Ma non c’è nessuna incompatibilità tra il cielo e i pipistrelli. Il cielo appartiene a loro nella esatta misura in cui riescono a scoprirlo, a farsi accogliere, riconoscere come creature che volano perché hanno il desiderio o il bisogno di volare.
Doveva scriverlo un libro come questo, Giacomo Annibaldis. Perché, poi, quando tutto passa, le avventure si concludono, i furori si consumano, quando la memoria comincia ad offuscarsi, e i personaggi e le scene si fanno lontananti, allora resta la scrittura come prova che i fatti sono accaduti, che qualcosa è cambiato, che le parole sono fiato capace di trasformare l’universo, che il gelataio c’è stato davvero e i suoi gelati al limone erano i più buoni che mani d’uomo abbiano mai potuto impastare.
C’è un elemento che in questo libro diventa espressione connotante, cifra che lo sottrae a qualsiasi tentativo di assegnarlo rigidamente ad un genere. E’ un elemento dello stile e quindi della personalità. E’ un elemento della formazione e quindi della sensibilità. E’ un elemento della cultura e quindi della capacità di rielaborare i segni e di stabilire relazioni con l’altro da sé.
E’ la pietas, questo elemento. Una sorta di dolcezza che mitiga la sventura che travolge ogni creatura. Un colore che apre una finestra di luce nell’oscurità delle vicende.Una bellezza della speranza che insidia la consapevolezza della irreversibilità e irrimediabilità della miseria. Un profumo di pulito che per un attimo dissipa un lezzo nauseabondo del quartiere.
La pietas è la percezione di una malinconia, di un tumulto di sentimenti e sensazioni, un affetto verso i luoghi, le storie, gli uomini, nei confronti di una geografia dell’anima; è un abbandono rassegnato all’inevitabile; è un’etica della storia, incorruttibile.
La pietas è una sommessa preghiera verso tutti quelli che sono andati; è un gesto di coraggio verso quelli che sono rimasti e si confrontano con il tempo, con una dignità di dei sopravvissuti alla fine del mondo.
La pietas è un certo sapore della solitudine; l’esperienza di ritrovare, in fondo alle immagini della scrittura, l’universo dentro il quale si è diventati quello che si è, così come si è.
Doveva scriverlo Giacomo Annibaldis questo libro.

venerdì 7 marzo 2008

Il teatro e il professore

Venerdì 21 marzo alle Manifatture Knos di Lecce sarà presentato invece il film documentario Il teatro e il professore sempre di Paolo Pisanelli, una produzione Big Sur in associazione con Comune di Roma, Ufficio del Consigliere Delegato per l'handicap e la salute mentale, Dipartimento di Salute Mentale - Azienda Sanitaria Locale Roma E, Centro Diurno di via Montesanto, selezionato in concorso al Festival dei Popoli 2007. Dalle ore 18.30 si terrà l'incontro "I viaggi della mente tra creatività e riabilitazione psichiatrica" con Paolo Pisanelli e Maika Cavarretta (Operatrice “La Tinaia” Firenze). Modererà Caterina Renna (Psichiatra, responsabile del Centro per la Cura e la Ricerca sui Disturbi del Comportamento Alimentare - DSM, Asl Le). Seguirà dalle 20.30 la proiezione del film.

Il Centro Diurno di via Montesanto a Roma, vicino al Cupolone di San Pietro, è “un luogo di confronto, di dialogo, di socializzazione… per tutti quelli che hanno perso un treno con la realtà”. Così il Professor Vittorio De Luca, filosofo della vita e protagonista del film, presenta il luogo dove si reca ogni mattina e dove si svolgono attività creative, culturali, di svago a cui partecipano molte persone. Qui si fa un laboratorio di teatro, un teatro totale dove si confondono realtà e finzione: Il Professore conosce l’importanza delle parole, spesso appunta le sue idee su piccoli taccuini; tenta di proporre un suo scritto teatrale, ma gli attori responsabili del laboratorio puntano sulla murga, uno spettacolo di strada latinoamericano,che coniuga musica, danza e recitazione. Ogni pensiero vola, ogni pensiero può essere filmato: i desideri, l’arte, le donne, il potere, la psichiatria… Nella sala da pranzo c’è un pianoforte: si può suonare quello che si vuole anche senza saper suonare e così si accumula una colonna sonora di straordinaria intensità…

La sfida vera per i partecipanti al laboratorio è superare la paura di mettersi in scena, uscire dalle mura protettive del Centro Diurno per ballare, suonare, cantare in strada coinvolgendo i passanti.

Nel 2008 ricorre il trentesimo compleanno dall'entrata in vigore della Legge 180 promossa da Franco Basaglia, che ha decretato la chiusura degli ospedali psichiatrici pubblici in Italia.

Fin dagli anni Sessanta, grazie all’azione del movimento antipsichiatrico, il superamento di realtà manicomiali drammatiche e oppressive è avvenuto partendo dalla considerazione che il malato mentale è “malato” soprattutto perché è un escluso, una persona senza diritti e abbandonata da tutti. Per abbattere le recinzioni e riannodare le relazioni con la società, le attività creative, il teatro e il ballo hanno sempre avuto un ruolo fondamentale come risorse vitali dell’individuo e come riconquista di spazi pubblici e privati.

giovedì 6 marzo 2008

Faceva la pipì a letto!


Libreria Palmieri sabato ore 18.00 Anna Palmieri presenta "Fiabe come Rondini" di Eliana Forcignanò (Lupo editore)

Il Segreto di Linda
di Eliana Forcignanò

C’era una volta il Regno Pulito di cui erano sovrani il re Candido e la regina Deodora. Essi avevano un’unica figlia, la principessa Linda, ormai in età di prender marito e succedere al trono. Linda era una fanciulla bella e intelligente, ma nascondeva un terribile segreto: di notte, faceva la pipì a letto. Terribile vergogna e immane sventura per colei che era destinata a regnare lì dove tutto era lustro e splendente, dove i sudditi indossavano abiti sempre ben lavati e nelle case non si trovava un granello di polvere nemmeno a cercarlo con la lente d’ingrandimento! Gravi pene erano previste per gli uomini che andavano in giro con la barba lunga e il colletto della camicia non inamidato e le massaie ricevevano, ogni settimana, la visita di ispettori assai puntigliosi ai quali non sfuggiva la minima traccia di disordine.
Il re e la regina gemevano affranti per la sorte della loro figliola: “Nessuno vorrà sposarti con questo tuo difetto! – Le dicevano – Se anche noi ti cedessimo in moglie tacendo la verità, l’inganno sarebbe scoperto già dopo la prima notte di nozze e l’ignominia si abbatterebbe sulla nostra dinastia.”
“Credete amati genitori, – rispondeva la principessa in lacrime – io sono afflitta quanto voi. Dio solo sa che vorrei essere l’orgoglio della casa, invece ne sono la rovina. In tutti i modi mi sono sforzata di guarire da questo male e ho accettato di sottopormi alle cure che gli illustri medici da voi chiamati a palazzo prescrivevano. Mi sono nutrita di pietanze senza sale, ho dormito con la luce accesa incaricando un’ancella di svegliarmi a ogni ora, affinché il sonno troppo profondo non mi tradisse. Infine, ho tentato di rimanere sveglia tutta la notte, ma, disgraziatamente, le palpebre mi si facevano di piombo e la mente si smarriva in pensieri insensati. Sentivo invadermi un dolce torpore che rendeva vano il resistere e, quando aprivo di nuovo gli occhi, era troppo tardi.”

[...]

martedì 4 marzo 2008

Occhi nelle mie mura

Le mani hanno sete di parole,

le sento

incancrenirsi per l’ammanco.

La bocca ha impresso le lamelle

dei fogli bianchi,con violenza:

rivoli raggrumati di sangue

macchiano.

Nei giorni magri sei pazzo

tutto non ha voce, prima

anche le forchette s’univano alle messi

dei tuoi pensieri, ma nei giorni magri,

la filiera luminosa è nebbia.

L’attesa ha sapore di sciroppo alla fragola.

Passano le nuvole, le piogge cadenzano

gli ansimi: quando rivedrò?

Ancora per poco. Poco ancora

rivedrò nuovamente sillabe nascoste

tra le pietre del giardino,

suoni distorti tra i piatti sporchi.

I miei occhi sgretoleranno il calcare,

vedrò porte sotto al mio letto

pertugi nei miei cassetti

folate di vento fra le mie lenzuola di sacco

occhi nelle mie mura,

braccia di seno e sutura.