lunedì 25 febbraio 2008

Su Giuseppe Conte, Luoghi. E sogni dispari


di Antonio Errico
Poi un giorno o l’altro si arriva sempre al punto in cui si comincia a domandarsi che senso hanno avuto le parole, a che cosa sono servite tutte quelle parole che sono costate notti d’insonnia, scommesse perdute in partenza con le immagini che passavano dentro gli occhi e non si fermavano.
Allora, a quel punto, ci si chiede che cosa si è riusciti a dire mettendo una dietro l’altra le parole, a volte in versi, a volte in prosa, non importa, a volte con felicità, a volte con disperazione, senza indulgere mai, senza rinunciare, tentando l’azzardo di una metafora, l’apparente semplicità di una favola.
A quel punto, quando le domande cominciano a bussare forte e a pretendere risposte con concetti semplici, con espressioni chiare, si prende consapevolezza che il tempo del gioco – ingenuo e bellissimo – con le parole si è concluso. A quel punto si comprende che bisogna pretendere dalle parole tutto quello che possono dare. Niente di meno ma neanche niente di più. Che dalle parole si deve pretendere onestà. Che onestà bisogna restituire. Prima di ogni cosa. Più di ogni cosa.
Questo pretende Giuseppe Conte con il suo libro di versi intitolato “ Luoghi. E sogni dispari” (Edizioni del pescecapone, 2008). S’impone che le sue parole abbiano l’onestà di confessare che ci sono cose che non è possibile dire: certe sensazioni, emozioni, certi trasalimenti, certi stupori, certi stordimenti, certi ricordi. Che, per esempio, l’amore non si può raccontare: la sua dolcezza, i suoi furori, i tentativi di rivolta, qualche tensione verso il disamore, tutto quello che si riesce a strappare al tempo e che dal tempo viene strappato, giorno per giorno. La poesia, per Conte, è un nodo che si stringe tra la propria dimensione dell’essere e la dimensione dell’essere di un altro, di chiunque in qualche modo ci riguardi, abbia con noi una relazione determinata dal senso che si attribuisce ai gesti, agli sguardi, agli accadimenti consueti o inconsueti, alle fortune e alle sfortune, a ciascun istante di ogni giorno. Giuseppe Conte sa perfettamente che una poesia si può scrivere soltanto dopo aver vissuto, oppure mentre si vive. Sa che così dev’essere e che quando accade che sia diversamente, la poesia è soltanto un artificio, un coccio di bottiglia, un miserevole imbroglio.
Questo libro di Giuseppe Conte è accompagnato da due interpretazioni che ne rivelano acutamente i motivi essenziali , i moventi primari: una nota critica – definita pensiero – di Giovanni Pellegrino e un’immagine di copertina di Carlo Bevilacqua.
Pellegrino individua con chiarezza e precisione i nuclei tematici di fondo e le tracce semantiche più marcate della poetica di Conte; individua ,peraltro, il legame con il paesaggio e lo struggente desiderio di altrove, “ un contrasto drammatico che lega Conte al novecento poetico salentino”; Bevilacqua- che frequentando la bottega del padre Fernando ha imparato che fotografia e poesia hanno la stessa matrice - simbolizza nelle dita che grattano la pietraia il lavoro di ogni facitore di versi.
Conte riconferma il suo passo poetico leggero, l’andamento narrativo, una elaborazione testuale che privilegia i passaggi graduali, la consequenzialità dei movimenti del discorso, la struttura sorvegliata, il lessico accurato. Ribadisce i temi della necessità della memoria e dell’urgenza della parola poetica, la sua insostituibile complicità, il suo costituirsi come condizione fondante di ogni agire e di ogni pensare.
Per Conte la poesia è una sublimazione del tempo: un verso solo può comprendere innumerevoli storie, può essere il procedimento che coagula la molteplicità delle esperienze, che mette in relazione la realtà delle cose e la loro finzione, la percezione della finitudine con l’illusione dell’infinito, il passato e il presente che si rappresentano con le loro analogie e le loro differenze, l’emozione e la ragione che consentono di confondere o di discernere, il sogno di ogni giorno con l’insonnia di tutta la vita. La poesia è il trabiccolo che porta il poeta lontano e che poi lo riporta al punto da cui è partito, una fantasticheria che gli regala un cuore di carta che “ prende fuoco col primo respiro del sole”, un mazzo di carte taroccate per far vincere chi non accetta la sconfitta, “ ma che mette da parte quando incontra uno che sceglie/ l’arcobaleno”.

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