martedì 5 febbraio 2008

Quando "gioco"





di Antonio Errico

Armando Tango, Salento ‘s movida, Glocal Editrice, 2007
C’è un luogo, una periferia remota, una estremità di terra, dove tutto quello che accade appare predeterminato, dove i destini non s’incrociano mai per caso, e uomini e donne sprofondano in se stessi, annegano nella voragine che spalanca l’esistenza, dissipano sentimenti e ragione, passioni e progetti, non hanno nulla da perdere perché hanno già perso, hanno già perso tutto in assoluto, senza nessuna possibilità di riconquista, oppure di salvezza o remissione.
Vivono come scheletri vaganti nel vuoto dei palazzi, nella insensatezza delle feste , in una decadenza esistenziale, ostaggi di stupidi vizi, debosciati, depressi dall’horror vacui, dalla miseria del tempo.
C’è un luogo che è sineddoche del mondo, mimèsi del reale e realtà trasformata in finzione, dove mentire a se stessi è l’unico modo per sopravvivere, dove cercare la mischia è un tentativo di sfuggire ad una solitudine che rassomiglia in modo straordinario alla morte.
Quale sia il luogo che costituisce l’ambientazione di Salento ‘s movida Armando Tango lo dice: è una connotazione topica, un’identificazione del contesto, paradigma ed archetipo che assimila, rielabora ed esprime ambiguità, ambivalenze, dicotomie, contrapposizioni tra impegno e disimpegno, responsabilità e deresponsabilizzazione etica e sociale, convergenze e divergenze di concetti sui massimi e sui minimi sistemi, nuovo che avanza e avanzi del nuovo.
Armando Tango carica il luogo di una funzione semantica essenziale perché si costituisce come modello cui far riferimento per una interpretazione dei conflitti e delle tendenze di una post modernità che registra l’azzeramento delle tensioni allo sviluppo individuale e collettivo,la resa al compromesso con la banalità e il qualunquismo, la passività e il rifiuto come categorie dell’esistenza, i segni di una debolezza civile, di un’inedia e un’ignavia che devastano la storia degli anni di questo inizio di millennio, la mancanza di un’autocoscienza, la consapevolezza che nulla si ripete ma tutto torna, si ripropone, invecchiato, con addosso e dentro tutte le premonizioni della fine.
In questo luogo – chiuso, separato – le esistenze si consumano: si disfano, si sfarinano; manca ogni sintomo di fiducia, qualsiasi spiraglio di speranza; manca ogni consolazione, non c’è ombra di senso che sia diverso da quella che proviene da corpi che si agitano nell’ammasso frenetico e informe della movida: un movimento senza direzione, un vagolare nel deserto di ogni giorno.
E’ un luogo minato dal nichilismo, dalla vacuità, che si decompone, si lascia sfibrare dal virus dell’effimero, nasconde il volto butterato dietro maschere frivole di salotti neoborghesi, che sono il purgatorio di donnette, peones, vitelloni rammolliti e atterriti dall’idea di invecchiare.
Certo, la cifra stilistica di Armando Tango è l’ironia o, forse più esattamente, la sintesi ironica, l’immagine icastica e caustica che stringe una essenza del vivere.
Ma è di quel genere di ironia disperata, che rivela un degrado, lo sfacelo morale di una società che sopravvive strascinandosi verso l’orizzonte di un’altra sera, di un altro invito a una cena, della comparsa di un ospite importante nel palazzo di città o nella villa al mare.
Poi, come sempre accade, dall’ironia si genera una grande malinconia.
C’è una grande malinconia in questo romanzo: per tutto quello che passa, per l’inutilità di quello che resta, per la sottrazione di quello che si sogna, per i desideri brucianti che si spengono, per i pensieri che si riducono ad elaborare fini immediati e pratici.
I personaggi si guardano passare; vale a dire che si lasciano morire. Si scoprono sempre più soli, sempre più invischiati in ricordi compatti o che si presentano a brandelli.
Sono disimpegnati, impolitici, agnostici, egoisti, individualisti, complessati, fuori tempo, fuori luogo. Non affermano e non negano un senso perché non riconoscono un senso a niente e a nessuno. Vivono in silenzio drammi giganteschi mentre si esaltano per piccole stupide insensate rivincite su rivali che hanno la loro stessa ridotta statura.
Sono la rappresentazione di un tempo, di un’epoca, che ha perduto – o si è privata – dell’immaginazione, della speranza, della tensione ideale, del sentimento sociale, del conflitto ma anche del compromesso generazionale.
Il decentramento geografico che Armando Tango adotta come ambientazione di questo romanzo è coerente con una destrutturazione sociale, con uno sradicamento ideologico, con l’impoverimento dell’immaginario individuale e collettivo.
Quello che resta è un vaneggiante narciso accartocciato nel suo sterile compiacimento.
Armando Tango costruisce il suo romanzo con una ciclicità che di volta in volta lascia intuire o rivela l’incombenza di una tragedia che ha sempre la fisionomia del quotidiano, del consueto, talvolta del banale, ma che in ogni caso rappresenta la superficie di una profondità, di una voragine, un cratere di mancanze, di perdite.
Armando Tango racconta queste profondità di mancanze e di perdite attraverso procedimenti stilistici di deformazione figurativa, un’enfatizzazione grottesca, nel progressivo restringimento delle dimensioni spazio – temporali dei personaggi, che li conduce al solipsismo.
Nelle due righe che accompagnano il libro, l’autore mi scrive che Armando Tango è lo pseudonimo che uso da vent’anni quando “gioco”.
Il termine gioco messo tra le virgolette mi fa venire in mente un’immagine e un riferimento.
L’immagine è quella di un bambino che gioca. Nessuno è più serio di un bambino che gioca. Perché il gioco è un metodo ( l’unico possibile metodo) di esplorazione e scoperta del mondo. Si esplora e si scopre il mondo finché si gioca; quando si smette di giocare sul mondo scende il buio.
Lo scrittore è colui che continua a esplorare e a scoprire perché non vuole che sul suo mondo scenda il buio.
Il riferimento. Dice Roland Barthes che la scrittura è quel dato neutro, composito, obliquo “in cui si rifugia il nostro soggetto, il nero- su- bianco in cui si perde ogni identità, a cominciare da quella stessa del corpo che scrive”.
Che il nome di Armando Tango sia vero o falso, dunque, non fa nessuna differenza. Non cambia una sola virgola che un’opera sia firmata da Fernando Pessoa o Alberto Caeiro, Alvaro de Campos, Ricardo Reis, Bernardo Soares. Come non cambia una sola virgola che Salento ‘s movida sia firmato da Armando Tango o da Teo Pepe, tanto per fare un nome a caso. Conta solo che sia un libro che Lecce e il Salento aspettavano perché ne avevano bisogno per esplorare e capire il mondo che sono.

( in uscita sul numero di marzo 2008 de “ L’immaginazione”, Manni editori)

Nessun commento: