venerdì 29 febbraio 2008

Del mio rametto spezzato

Con te non posso più.

Puoi anche scriverne un’altra,

se ancora ti senti,

di quando ce ne andavamo per poesie, io e te, dirmi di nuovo.

Frigidi i nidi che credevamo d’intrecciare.

Se pure stavi immobile, era di qualcun’altra che poetavi

del ventre, del capo, dei piedi,

ridendo del mio rametto spezzato.

La tua assenza è un incastro d’angoli.

Combinarli è possibile,

scoprire il modo come un’alba fisica

d’arazzi e pugni.

E ogni volta stupirsi di nuovo

del suo richiamo.

Si dicono parole solo perché non svanisca

o s’ impedisca la figura.

Si dicono parole a rete solo

per abitudine alla soluzione.

Ora non più. Ora nemmeno.

Nel tempo che rimane

Voglio fare biglietti da visita

da distribuire ai parenti.

Chiudi la porta, adesso,

che io non veda.

l’ostacolo che eccita la vista

e non ritorni alle fantasie.

Chiudi la porta fuori dalle mura.

Adesso.

giovedì 28 febbraio 2008

Paradiso perduto!

Domani l’uscita nelle sale di “Fine pena mai”

il nuovo film di Davide Barletti e Lorenzo Conte

con Claudio Santamaria e Valentina Cervi

di Mauro Marino

Un graffio denso di malinconia è “Fine pena mai”.

Cosa abbiamo perso? L’innocenza!

La semplicità e il mare. Il mare, lavacro e salvezza.

E il guardare anche: il guardarsi, confuso con la visionarietà d’uno sballo. Farsi, perdersi nell’illusione di un sé collettivo senza più binari, senza più “credo”. Gli anni Ottanta li conosciamo come gli anni del riflusso: l’edonismo s’affaccia al Secolo preludio della sua implosione.

Deriva di una generazione che sceglie la dimenticanza nella speranza di risvegliarsi altra, più forte, potente, ricca. Ma è solo la fragilità ad essere sfidata. La tenerezza, l’amore: scordati, sacrificati, venduti al niente euforico della polvere. La malattia, il non essere, l’annientamento!

Antonio Perrone era così? Non lo sappiamo! L’alter ego che Claudio Santamaria di lui rappresenta ci fa percepire quello scarto che persone come Perrone hanno rappresentato: “Tu non sei come loro” dice Lela - “la bella della villa” che studiava al liceo classico -, nel momento tragico della scelta, al suo amore dannato.

Farsi criminali come conseguenza d’un cerca mai esausto.

C’erano quelli che erano andati in India e c’era chi l’India la voleva trovare a casa sua. Come sottrazione, come atto anarchico, come puro piacere.

La “democratizzazione” dello spaccio, l’eroina che “delizia” di pochi aristocratici trova negli anni ottanta una generazione da placare nella sua domanda di nuovo. Un nuovo indeterminato, senza sostanza se non la delusione per il sogno di prima. Andato in fallo, irrimediabilmente macchiato dall’impossibilità di farsi vita concreta.

La storia collettiva di un Salento “laterale”, clandestino con i suoi “eroi” e le beffarde bestie della ferocia, della sopraffazione che tutto volevano specie ferire e dominare chi appariva differente. Piegarlo alla dipendenza, al bisogno nella trappola dell’assoggettamento.

Questa è stata l’eroina. Questa la terra che ha assistito alla nascita degli “scuri” salentini.

Un Salento ritratto nella sua luce. Senza barocco, se non quello simbolico della serialità di un deposito di statue che salta in aria. Un Salento notturno, interno, psichedelico e kitch. Senza patinatura, com’era a quel tempo. Crudo!

Il Salento dei cento paesi da conquistare, da dominare con l’artiglio della violenza organizzata.

In contrappunto: il livido cielo dell’Asinara, come mancanza, vuoto dove poter ricordare.

Ed è la voce di Antonio Perrone, l’“Italiano”, che ci accompagna nella visione del film.

Filo narrativo che conferma la scelta “documentaristica” che caratterizza la lingua di Davide Barletti e Lorenzo Conte e del collettivo Fluid Video Crew.

Una voce che attraverso la scrittura ha potuto trovare quiete alla dannazione.

Capire, capirsi. Sfilare il destino dalla Storia, dalla conseguenza, per rendere di sé un’immagine dove il cattivo non seduce, non attrae.

Non ci si innamora a guardare un amore che va a rotoli.

Davanti ad una vita che disarma.

Dentro il soffoco del tempo.

mercoledì 27 febbraio 2008

Acqua e vetro


di Bianca Madeccia

Acqua

Io sogno

un indumento d'acqua
assolo di vetro
e nel mio sogno
le parole
golfo cristallino
acque pericolose e incerte
onda di seta
vela d'angelo spezzata
si tuffano
lacerando
in piena luce


Vetro


Madre
Dove son finite le tue parole di ieri?
Le ho lasciate entrare dentro di me
- grata -
acqua nella terra secca
Nulla
a parte quei pezzi di vetro
che stanno li' piantati da una vita.
Lo porto scritto in faccia
-Assolvimi Madre
perche' non ti somiglio -
E tu l'hai fatto Madre
Tu hai fatto piovere
le parole giuste
- Chi e' sano va via -


Prossimamente a Lecce la poetessa Bianca Madeccia

[...]
La lettura delle poesie de L’acqua e la pietra di Bianca Madeccia è come una serena e viva e non di meno assorta passeggiata in un giardino zen:nulla vi è per caso, eppure tutto appare naturale e voluto dalla natura, nulla vi è di eccessivo o non misurato, eppure vi si ode il frastuono vorticoso del vento, che si placa, e a tratti l’acque si fanno impetuose e tornano poi ad una calma lieve, l’anima trova ristoro e la mente s’arrovella nel tentativo di rispondere ai dubbi che l’affollano, durante la passeggiata. E da questo giardino di poesia non ci si vorrebbe allontanare.
E si resterebbe a lungo ad ascoltare il suono e il significato di quei versi, che rendono la poesia pura, candida, ancestrale.

... la purezza antica della poesia di Bianca ci insegna che siamo stati creati, come pietra ed acqua, per sostenere gli stessi dolori, affrontare i medesimi dubbi tormentosi, essere votati ad una morte prestabilita, vivere nell’enigma e nel desiderio, e sapere, infine, che ognuno si porta dentro, da tanto tempo, questo libro.

Bianca Madeccia (1962) è giornalista e vive e lavora a Roma. Dal 1990 al 2002 è stata redattrice di “Avvenimenti”. Ha tradotto il “Diarioda Cuba”, di Ernesto Che Guevara, (Libri dell’Altritalia, 1995). È autrice di un “Dizionario sessuato della lingua italiana”, di una silloge poetica inedita (“Alta tensione”) e di una raccolta di microracconti.
Suoi scritti sono presenti in svariate antologie. Ha partecipato e partecipa a reading e performance di poesia. Un suo microracconto ha vinto il premio letterario Culturexpress 2006 indetto dalla Fondazione Eni Enrico Mattei.

il suo blog:
http://biancamadeccia.wordpress.com

martedì 26 febbraio 2008

Il teatro e il professore un film di Paolo Pisanelli



Il film è un viaggio nel Centro Diurno di via Montesanto a Roma, seguendo il Professor Vittorio De Luca, filosofo della vita e utente del centro stesso. Qui si svolge un laboratorio di teatro, un teatro totale, dove realtà e finzione si confondono. Ogni pensiero vola, ogni pensiero può essere filmato: i desideri, l’arte, le donne, il potere, la psichiatria…
La sfida vera per i partecipanti al laboratorio è superare la paura di mettersi in scena, uscire dalle mura protettive del Centro Diurno per ballare, suonare, cantare in strada coinvolgendo i passanti.
Nel 2008 ricorre il trentesimo compleanno dall'entrata in vigore della Legge 180 promossa da Franco Basaglia, che ha decretato la chiusura degli ospedali psichiatrici pubblici in Italia.
Fin dagli anni Sessanta, grazie all’azione del movimento antipsichiatrico, il superamento di realtà manicomiali drammatiche e oppressive è avvenuto partendo dalla considerazione che il malato mentale è “malato” soprattutto perché è un escluso, una persona senza diritti e abbandonata da tutti. Per abbattere le recinzioni e riannodare le relazioni con la società, le attività creative, il teatro e il ballo hanno sempre avuto un ruolo fondamentale come risorse vitali dell’individuo e come riconquista di spazi pubblici e privati.

Qualcosa sul pensiero meridiano

dopo che iersera mi so' pippato sanremo

per uscire dal coma vi do notizie sul pensiero meridiano....

perche' sanremo e' sanremo......

appena finito di suggere i testi delle canzoni? in gara (big+new proposte),mi so' beccato la pellagra,la colicisti,la peronospera..e x chiudere in bellezza...l'orchite...quando un paese? e' allo sbando,anche l'arte,la poesia,la letteratura ,la musica....riflettono l'agonia che viviamo...continuo a chiedermi se il 'mestiere'di cantante/autore sia dinastico(i figli dei pooh),se il talento(unicacosavera)possa essere creato a tavolino,scoperto sotto lenzuola(quante belle gnocche),legato alle possibilita' finanziarie,cullato in scuole di musica(ma..mogol ,pensa di essere Socrate o Platone ?)...un mio carissimo amico,EMANUELE DE ROSA,grande e grosso batterista ,scomparso nel 1999,preferi' ad un contratto con l'allora soubrette minni minoprio,un lavoro in banca e la certezza di suonare quel che sentiva nel cuore....xche' l'arte NN E' LAVORO e' TALENTO,GENIO,ispirazione passeggera,intuizione pazza,scorreggia improvvisa ,che nn puoi rinchiudere o uniformare alle regole del mercato, del business......il mondo e' bello xche' e' avariato...

ANIMALUNAE el SON SALENTINO

Cult band salentina, da anni ai primi posti delle classifiche mondiali della musica on line. Un mix di ritmi cubani, arie salentine, jazz acido e canzone d'autore. Filosofi, pensatori, precursori del pensiero meridiano pre-socratico, maestri nell'arte del dolce far niente, dell'ozio creativo. Uomini liberi, sognatori di un ritorno al "pensiero primitivo". Siamo poeti che cantano alla luna o animaluni affamati di foeminae? L'unico, il vero "son salentino" dalla terra del morso e del rimorso...

ANIMALUNAE

Filosofi, pensatori, precursori del pensiero meridiano pre-socratico, maestri nell'arte del dolce far niente, dell'ozio creativo. Uomini liberi, sognatori di un ritorno al "pensiero primitivo".

Il pensiero meridiano è l'idea che il Sud abbia non solo da imparare dal Nord, dai Paesi cosiddetti sviluppati, ma abbia anche qualcosa da insegnare e quindi il suo destino non sia quello di scomparire per diventare Nord, per diventare come il resto del mondo. C'è una voce nel Sud che è importante che venga tutelata ed è una voce che può anche essere critica nei riguardi di alcuni dei limiti del nostro modo di vivere, così condizionato dalla centralità del Nord-Ovest del mondo. Io credo che il Sud debba essere capace di imitare, ma anche di saper rivendicare una misura critica nei riguardi di un mondo che ha costruito sull'ossessione del profitto e della velocità i suoi parametri essenziali. Noi pensiamo che i Paesi del mondo siano divisi tra sviluppati e quelli in via di sviluppo e che i secondi debbano diventare come i primi. Questo è impossibile sul piano generale, perché il reddito medio dei Paesi sviluppati sarebbe impossibile a generalizzarsi, impossibile soprattutto perché ogni Paese ha una sua storia attraverso la quale può interpretare lo sviluppo, costruendolo sulla base di quelle che sono le sue esigenze, di quella che è la sua storia, la propria voce. Cantare con la voce degli altri è una falsità. Bisogna cantare con la propria e soprattutto rivendicare alcuni elementi che appartengono al Sud. Io in genere do un grande significato al tema della lentezza. Non è vero che il mondo è più perfetto man mano che diventa più veloce. Ci sono alcune dimensioni dell'esperienza che sono possibili solo nella lentezza, dall'amore alla conoscenza. Pensare che tutto possa essere compresso, reso più rapido e veloce, è un'illusione che produce una serie di patologie. Ecco, il Sud ci può aiutare a percepire le patologie che nascono da un modello nel quale lo sviluppo e la ragione non hanno più un criterio di misura, sono diventate sregolate, prive di possibilità di governo.

L'idea del pensiero meridionale non è l'idea di un pensiero unico, anzi è il contrario. Il Mediterraneo mette in contatto popoli diversi. Questa è la sua grande funzione e noi dovremmo fare in modo che il suo sia un destino di pace, di comunicazione in cui gli uomini che si incontrano alla frontiera possano guardarsi non come se fossero immagine deforme di sé stessi, ma come ciascuno che ha una propria storia da raccontare e che l’altro deve stare a sentire. È il contrario del fondamentalismo secondo cui, invece, soltanto la mia cultura è quella giusta e che l'altro, in quanto diverso da me, sia l'ingiusto, il male e dunque deve diventare come me.

Bisogna capire che gli uomini pregano in più modi e non in uno solo, parlano in più modi. Nel Mediterraneo è sempre avvenuto questo scambio di culture e io credo che, da questo punto di vista, la Grecia possa ancora insegnarci molte cose.(FRANCO CASSANO)

lunedì 25 febbraio 2008

Su Giuseppe Conte, Luoghi. E sogni dispari


di Antonio Errico
Poi un giorno o l’altro si arriva sempre al punto in cui si comincia a domandarsi che senso hanno avuto le parole, a che cosa sono servite tutte quelle parole che sono costate notti d’insonnia, scommesse perdute in partenza con le immagini che passavano dentro gli occhi e non si fermavano.
Allora, a quel punto, ci si chiede che cosa si è riusciti a dire mettendo una dietro l’altra le parole, a volte in versi, a volte in prosa, non importa, a volte con felicità, a volte con disperazione, senza indulgere mai, senza rinunciare, tentando l’azzardo di una metafora, l’apparente semplicità di una favola.
A quel punto, quando le domande cominciano a bussare forte e a pretendere risposte con concetti semplici, con espressioni chiare, si prende consapevolezza che il tempo del gioco – ingenuo e bellissimo – con le parole si è concluso. A quel punto si comprende che bisogna pretendere dalle parole tutto quello che possono dare. Niente di meno ma neanche niente di più. Che dalle parole si deve pretendere onestà. Che onestà bisogna restituire. Prima di ogni cosa. Più di ogni cosa.
Questo pretende Giuseppe Conte con il suo libro di versi intitolato “ Luoghi. E sogni dispari” (Edizioni del pescecapone, 2008). S’impone che le sue parole abbiano l’onestà di confessare che ci sono cose che non è possibile dire: certe sensazioni, emozioni, certi trasalimenti, certi stupori, certi stordimenti, certi ricordi. Che, per esempio, l’amore non si può raccontare: la sua dolcezza, i suoi furori, i tentativi di rivolta, qualche tensione verso il disamore, tutto quello che si riesce a strappare al tempo e che dal tempo viene strappato, giorno per giorno. La poesia, per Conte, è un nodo che si stringe tra la propria dimensione dell’essere e la dimensione dell’essere di un altro, di chiunque in qualche modo ci riguardi, abbia con noi una relazione determinata dal senso che si attribuisce ai gesti, agli sguardi, agli accadimenti consueti o inconsueti, alle fortune e alle sfortune, a ciascun istante di ogni giorno. Giuseppe Conte sa perfettamente che una poesia si può scrivere soltanto dopo aver vissuto, oppure mentre si vive. Sa che così dev’essere e che quando accade che sia diversamente, la poesia è soltanto un artificio, un coccio di bottiglia, un miserevole imbroglio.
Questo libro di Giuseppe Conte è accompagnato da due interpretazioni che ne rivelano acutamente i motivi essenziali , i moventi primari: una nota critica – definita pensiero – di Giovanni Pellegrino e un’immagine di copertina di Carlo Bevilacqua.
Pellegrino individua con chiarezza e precisione i nuclei tematici di fondo e le tracce semantiche più marcate della poetica di Conte; individua ,peraltro, il legame con il paesaggio e lo struggente desiderio di altrove, “ un contrasto drammatico che lega Conte al novecento poetico salentino”; Bevilacqua- che frequentando la bottega del padre Fernando ha imparato che fotografia e poesia hanno la stessa matrice - simbolizza nelle dita che grattano la pietraia il lavoro di ogni facitore di versi.
Conte riconferma il suo passo poetico leggero, l’andamento narrativo, una elaborazione testuale che privilegia i passaggi graduali, la consequenzialità dei movimenti del discorso, la struttura sorvegliata, il lessico accurato. Ribadisce i temi della necessità della memoria e dell’urgenza della parola poetica, la sua insostituibile complicità, il suo costituirsi come condizione fondante di ogni agire e di ogni pensare.
Per Conte la poesia è una sublimazione del tempo: un verso solo può comprendere innumerevoli storie, può essere il procedimento che coagula la molteplicità delle esperienze, che mette in relazione la realtà delle cose e la loro finzione, la percezione della finitudine con l’illusione dell’infinito, il passato e il presente che si rappresentano con le loro analogie e le loro differenze, l’emozione e la ragione che consentono di confondere o di discernere, il sogno di ogni giorno con l’insonnia di tutta la vita. La poesia è il trabiccolo che porta il poeta lontano e che poi lo riporta al punto da cui è partito, una fantasticheria che gli regala un cuore di carta che “ prende fuoco col primo respiro del sole”, un mazzo di carte taroccate per far vincere chi non accetta la sconfitta, “ ma che mette da parte quando incontra uno che sceglie/ l’arcobaleno”.

sabato 23 febbraio 2008

Per Claudia Ruggeri

Per Claudia Ruggeri
Gentilissimo, su http://liberinversi.splinder.com/ stiamo avviando una discussione sui versi di Claudia Ruggeri. Ho dato qualche verso e una piccola nota, oltre a dei link tra i quali il suo articolo. Se vuole lasciare un commento e/o partecipare alla discussione, ne sarei in prima persona onorato Alessandro Canzian

lunedì 18 febbraio 2008

Le torri d' acqua di Ingrid Simon




Cari,
se vi interessa vedere un'estratto della mia ricerca fotografica sulle torri e i castelli d'acqua, si vede su: http://www.iltaccoditalia.info/sito/index-r.asp?id=4076

Un caro saluto, Ingrid Simon

venerdì 15 febbraio 2008

Pino Zimba - Se il filo rosso della cultura si perde nei salotti

di Francesco Lefons
(pubblicato su Paese Nuovo, venerdì 15 febbraio 2008)

Sgraziato, imperfetto, irruento, amato e odiato, snobbato e snobbista.
Brullo come la terra che si portava addosso e che è riuscito a raccontare attraverso l’animalesca rappresentazione di un sé racchiuso nel tamburello. Sguaiato e volutamente inelegante come quella canottiera bianca così poco chic che lo faceva diventare un tutt’uno con la sua missione espressiva. Insomma, Pino Zimba è riuscito, a modo suo, a diventare un messaggio culturale. Lui, però, non teorizzava sull’importanza antropologica che la riscoperta delle tradizioni possiede. Lui faceva e basta.
Forse è proprio per questo motivo che in fin dei conti il suo fare non ha mai smosso l’istituzionale interesse. Neanche nel giorno del suo funerale. Le rappresentanze di rilievo erano ridotte al minimo. Giusto agli amici, coloro che, al di là delle vicissitudini personali, riconoscevano in Zimba la nobiltà povera del suo essere musicista, macchina espressiva perpetua, proiettata alla divulgazione praticissima della tradizione. Per molti era quello che è stato in carcere, quello maleducato e a volte volgare. Certo, una bella gatta da pelare per il barocchismo salentino, e leccese in particolare. Un boccone difficilmente digeribile per il Salento giacca e cravatta che per circa quarant’anni la pizzica l’ha snobbata e che adesso la onora con l’immancabile presenza tra i Vip della Notte della Taranta. Non stupisce, dunque, se ai funerali di Giuseppe Mighali, detto Zimba, c’era giusto la gente di Aradeo, il suo paese. Come se il fatto culturale che lui ha rappresentato fosse circoscritto a una comunità composta da poco più di novemila abitanti. Cronachetta di paese, insomma, che a quelli di città arriva con il flebile eco di campane fatte suonare a lutto nel giorno dell’ultimo viaggio di un musicista.
Ma che si vuol fare. Il cordoglio, quello istituzionale che arriva nel giorno della triste notizia è stato già espresso. Ogni di più, a dovere ormai compiuto, risulta fuori luogo, eccessivo, sconveniente, forse immotivatamente passionale. Come Zimba, che con il tamburello riusciva a essere così invadente e poco cortese da offuscare quel minuetto barocco in cui la gente si riconosce per professione - “avvocato, dottore, ingegnere” - anziché per nome e cognome. Lo stesso minuetto che qualche decina di anni fa impedì ai salentini di riconoscere la genialità di persone come Carmelo Bene, Vittorio Bodini, Edoardo De Candia. Artisti - messaggi culturali del fare - che probabilmente nulla hanno a che fare con Pino Zimba, ma che in qualche modo hanno sentito addosso il fiato corto dell’incomprensione. Anche loro, come Zimba, snobbati e snobbisti, talmente inglobati dalla (e nella) loro missione culturale da non riuscire più a prendere in considerazione nient’altro che quella. Per questo spesso presuntuosi, intolleranti, scostanti. Determinati, insomma. Di sicuro così era Zimba, che la Taranta ce l’aveva disegnata persino sul tamburello che lui malmenava come fosse posseduto dalla magia ancestrale del profano delirio.
Di fatto, però, da quando l’alone pallido di un presunto benessere ha diviso anche a queste latitudini la città dalla campagna, i buoni dai cattivi, i raffinati dagli “poppeti”, tamburello e tarantolati sono stati nascosti sotto il tappeto del salone buono, quello così voglioso di mostrarsi per quello che non è ma che vorrebbe essere. Pornografia del sociale frutto del rifiuto tout court della propria terra, dell’omologazione a modelli e stili di vita derivanti da una coscienza “capitalistica e compassionevole” che brucia senza guardare in faccia nessuno ogni germe di appartenenza. Compreso il linguaggio e le sue variopinte interpretazioni di senso e di suono.
Poi, come sempre accade in questi casi, il riflusso culturale investe con forza uguale e contraria tutto ciò che per tanto tempo l’ha negato. Parte dal basso, dalla pancia, e poi arriva alla testa fino a farsi esso stesso salotto. Pizzica e tamburelli vengono fuori da sotto i tappeti e diventano cimeli da esporre nella vetrina sempre pulita dell’argenteria. Tradizionale è chic, anzi radical-chic. Si fa abuso di retorica della riscoperta. Tutto si immola al dio presenzialista della tradizione. Si muovono le genti e si muovono anche i soldi. La questione si fa (anche) politica. Arrivano i primi mal di pancia da indigestione e con esso le prime incomprensioni. Lo snobbato si fa snobbista. E’ a questo punto che i cavalieri puri del riflusso, i soldati della prima linea, prendono le distanze dall’istituzionalizzazione, dalle semplificazioni di quel messaggio culturale che per loro è missione di vita. Mica roba da niente.
C’è chi ha capacità di mediazione, naturale propensione al compromesso, buon senso dettato dalla situazione. Ma c’è anche chi per naturale vocazione non media e probabilmente non lo farebbe mai pur avendone le doti. Chi decide di andare dritto per la sua strada nonostante tutto, al di sopra dei giudizi e delle opinioni, dei litigi e delle paci fatte per quieto vivere. Zimba, probabilmente, era uno di questi. Sia quando - dal 2004 al 2006 - ha calcato l’enorme palco di Melpignano, sia quando, nel 2007, organizzò in quel di Gallipoli la controffensiva al concertone. Nulla di nuovo, si penserà, eppure la sensazione netta è che difronte a centomila persone o dinanzi a quattro gatti, il succo della sua presenza aveva lo stesso aspro sapore. Magie della cultura del fare, che è diversa da quella del teorizzare. L’una è indispensabile all’altra, questo è ovvio, ma gli interpreti raramente riescono a trovare momenti di sintesi virtuosa. Oppure sì, ma in quel caso dura poco. Una cosa è certa. Il tamburello sguaiato di Zimba, la sua canottiera bianca, il suo stile “maleducato”, hanno saputo strappare via la tradizione dai salotti per restituirlo alla gente. Al popolo. Quella pizzica è rimasta una questione viscerale, di pancia, di “sangue vivo” appunto. Lontana dai rischi dell’istituzionalizzazione perché viva nella duttilità delle mani - che è sostanza - e in stato di costante latitanza rispetto alla volontà di controllo della testa. Che è forma.

mercoledì 13 febbraio 2008

Pino Zimba, un loa salentino




di Mauro Marino

Giuseppe Mighali, “Zimba”, si distingueva dagli altri. Suonare per lui era ridere.
Lo faceva con la faccia e con tutto il corpo. Un ridere largo, contagioso, leggero e suadente che rendeva unica la ‘sua’ scena. Custodiva in sè una grande eredità psichica e materiale. Ne era orgoglioso, conscio della responsabilità che gli toccava. Un’eredità che era anche la sua benedizione. “Ripercorrere lungo l’arco di quattro generazioni le vicende della famiglia Zimba di Aradeo” scrive Sergio Torsello, nel bellissimo “Zimba, voci, suoni, ritmi di Aradeo” edito nel 2004 da Kurumuny, “significa addentrarsi in un microcosmo in cui sfilano tutti i topos classici della cultura popolare salentina negli ultimi cinquant’anni: il tarantismo, la musicoterapia, la tecnica strumentale del tamburrello, la scena contemporanea della riproposta della ‘pizzica’. E’ come trovarsi al centro di un continuo gioco di specchi in cui si riverberano suoni, immagini e parole che scandiscono il tempo ‘sacro’ e quello profano in una unità indissolubile. Le immagini, speculari, simbolicamente contrapposte eppure entrambe figlie della stessa storia, sono quelle di Francesco Zimba padre, danzante sull’immagine di San Paolo, e quelle patinate del più celebre degli Zimba, Pino, straordinario interprete di se stesso in ‘Sangue Vivo’, memorabile icona winsperiana di un Salento in bilico tra modernità e tradizione, uno dei personaggi simbolo del rinascimento della pizzica”.
Pensare all’arte significa pensare alla bellezza. E la bellezza è energia, grazia che muta l’atto in opera. Il battere del tamburello, “questo piccolo, semplice strumento costruito sullo scheletro del ‘farnaro’, un setaccio che serviva alle donne per ‘scernere’ la farina”, è stato l’opera della fantastica vita di Pino Zimba. Il suo canto lo sentiremo ancora, nelle frequenze digitali che lo consegnano alla storia della musica popolare salentina, ma ci mancheranno la sua generosità, l’entusiasmo, la maestria e i suoi sguardi sempre in allerta, attenti a costruire la magia unica della danza.
Scrive Maya Deren ne ‘I cavalieri divini del Vudù’: “Se nel coro, si sente ad un tratto una voce emergere sola con speciale insistenza, o se, nel cerchio affollato, tra tutti quei corpi che si muovono, se ne nota uno i cui movimenti superano quelli della folla e diventano spettacolari è segno che un loa (stato di divinità) è arrivato. Perché se il segno della dedizione di un uomo ai loa sta nel suo servirli in umiltà, il segno della devozione di un loa all’uomo sta nella sua piena manifestazione. Quindi il virtuosismo appartiene agli dei”. Ecco, Pino Zimba era un virtuoso: in umiltà ha servito le fonti che danno vita, continuità e rinnovamento alla tradizione, e in umiltà ha accolto il dono che dalla tradizione gli veniva.

martedì 12 febbraio 2008

Ricordo di Norman Mommens








Il Grande Serafino ben piantato, celebra con lo sguardo, come a spostare l'energia dal Cielo alla Terra.
E’ come un segnale lì, in cima, salendo da Torre Pali verso l'alto, in un aia di battuto, di fronte alla casa che apre ad un Mondo Altro, patafisico?, o zen!?, o messapo forse! Soltanto!
Una terrazza di mondo dove necessario appare l'esercizio del fare e del contemplare.
Quanto Silenzio !
Adesso l’uomo con la Grande Barba non c'è, s'è spostato, lanciato dai suoi Angeli in un altro stare che ricorda l'energia di quelle pietre che segnava scolpendo e poi sotterrava, nascoste in terra, a nutrire, inoltre al tempo, in oltre ad ogni presente. .
Il Grande Serafino era Lui, levatrice e maieuta di pensiero e di sensibilità.
Sembrava accudire col sorriso, col suo bel parlare, con la tenacia delle mani che maturavano animi e pietre, quasi che il Marmo fosse morbida argilla e il Cuore degli Uomini pasta di mandorla da proteggere, via via bagnandola per evitare il secco.
Lieve, nella sua grande accogliente potenza, curioso di sapere e generoso nel dare aperture alle visioni, ai palpiti, ad ogni emozione, come a voler rifondare in ogni atto la sacralità della Vita, come moto d'origine che coglie voci e fa il cuore aperto ad assorbire scosse, colpi, come a togliersi dal guscio individuale, dall'Io, per volgersi all'altro invitandolo ad osare l'avventura inoltre al piccolo degli affanni, indietro e in avanti, dentro un'idea che non consuma e sa la cura come nutrimento alla gioia che vibra il senso e fa l'artista angelo servitore, attento sempre, all'opera, fragile e vitale tra la solita umanità sopesa, a tenere la danza, il ritmo, la memoria. .
Adesso il Serafino è al suo posto, finita la missione, s'é fatto ardente e di fuoco:
è a consolare il pianto del suo Dio.
Mauro Marino
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L'8 febbraio 2000 moriva Norman Mommens, un forestiero divenuto salvese d'adozione, un uomo controcorrente, anche perchè a differenza dei tanti salvesi emigrati altrove, lui, ha seguito il percorso inverso. E' emigrato a Salve.
Fiammingo di nascita e inglese d'adozione ha studiato alla Elkeriyc, la Scuola Superiore di Architettura e di Arti visive di Amsterdam.
Nel dopoguerra ha lavorato come disegnatore, progettista di stand e pittore di scenografie teatrali.
Nel 1952 ha iniziato a scolpire la pietra nelle cave di granito della Cornovaglia. Dal quel momento la sua "fame di pietra" non si è più estinta e dal 1962, anno in cui ha incontrato la compagna della sua vita, la scrittrice inglese Patience Gray, ha vissuto nel Mediterraneo dapprima a Carrara, poi nell'isola di Naxos presso le cave di marmo di Apollona, poi ancora cinque anni a Carrara e infine dal 1970 a Salve, nella masseria Spigolizzi, diventata per trent'anni punto d'incontro di tutti gli artisti del Capo di Leuca e della provincia, ma anche di artisti provenienti da tutto il mondo, i quali, grazie alla sua guida, hanno potuto scoprire il Salento più autentico.
Il rifiuto di tutte le comodità della vita moderna (la luce elettrica e conseguentemente il telefono ed il frigorifero) e la necessità di un ritorno alla natura con i suoi ritmi, le sue immutabili leggi, hanno improntato la sua filosofia di vita e la sua arte.
La battaglia in difesa della natura lo vide protagonista, negli anni '80, delle iniziative di protesta contro la costruzione di una centrale nucleare sulle spiagge del Capo di Leuca.
Con il suo fumetto satirico "Coppula tisa" avente per protagonista una lucertola, mise alla berlina vizi di politici ed affaristi. Scrisse vari studi sull'arte, l'astronomia e l'architettura contadina, i saggi "Remembering Man", "Anatoli", la commedia "I leoni e lo scassamorello".

L'arte del fare i luoghi



Un piccolo pezzo di terra abbandonato da anni, un giardino che ormai vive di vita propria, mura cariche di storia antica e recente, ricordi nella mente di qualcuno, un manipolo di artisti di varia estrazione, un evento, un'apertura, la gente.
Questo e molto altro è stato il Giardino d’Ascolto del gruppo STARTER.
Quella che potete leggere è un’intervista che cerca di ripercorrere cosa fu quell’evento e come ci si è arrivati, cercando anche di ragionare su cosa significhi fare arte intesa come trasformazione dei luoghi, partecipazione della comunità, rispetto per la natura e il paesaggio.
Buona lettura

lunedì 11 febbraio 2008

Lo stupore e l'indicibile




Il funambolo sull’erba blu di Maria Pia Romano ( Besa, 2008)

di Antonio Errico

La condizione che attraversa questa poesia che Maria Pia Romano propone nella raccolta con il titolo de Il funambolo sull’erba blu, edito da Besa, è lo stupore. E’ lo sbalordimento per le cose che accadono, per i sentimenti che si provano, per le parole che si dicono, per i pensieri che maturano nel tempo o che fiottano improvvisi, per l’amore e il disamore, le passioni e le apatie, euforie e malinconie, per i sogni ed i risvegli impietosi, senza incanto.
Non c’è nulla di già visto: tutto ha la cifra di una verità che arriva inaspettata, come un dono o come una promessa misteriosa pronunciata per amore, come impegno nei confronti della vita, del destino.
Ancora una poesia d’amore. Ancora un altro amore. Perché non c’è mai nulla, non ci può essere mai nulla, fuori o senza quell’amore che si avverte sulla pelle, nelle vene, nella mente, che cattura ogni momento, che fa fremere e aspettare, che richiama, che trascina, che abbandona, che condanna al naufragio e che poi salva anche portando alla deriva.
Ancora un altro amore. Tenero. Sincero. Anche ingenuo, qualche volta. Dolce e acerbo. Un amore di memoria e di parole. Perché la memoria e le parole sono le sole cose che restano, che vanno oltre il tempo e il luogo dell’inizio e delle fine. Quello di Maria Pia Romano è soprattutto un amore ripensato e rivissuto attraverso la memoria. Non il ricordo, un solo ricordo, una somma di ricordi, ma la memoria, quella rete elaborata e strutturata, tessuta nodo con nodo, dolore con dolore, felicità con felicità, emozione con emozione; memoria delle esperienze e delle fantasie, delle presenze e delle assenze, delle fughe e dei ritorni.
Ancora una poesia per un amore: annunciato da una strega, come in una fiaba rovesciata, come in quella fiaba che è sempre la storia di un amore, fin quando dura il pensiero, fin quando il cuore riesce a reggere e a contenere tutta la sua grazia e la sua disperazione.
Dice Maria Pia Romano: “siamo ciò che amiamo”. Di conseguenza, fuori dall’amore non c’è niente; ma non c’è niente neanche prima e neanche dopo l’esperienza dell’amore; prima e dopo c’è soltanto il deserto dell’assenza, il vuoto di ogni senso. Siamo ciò che amiamo: quindi se non amiamo qualcosa noi non siamo niente; amare significa essere, esistere, pensare il proprio sé in relazione all’altro, darsi una motivazione o almeno una giustificazione.
Soprattutto si ama il tempo. Il tempo dell’attesa, della parola, del silenzio. Il tempo dei sogni, delle passioni, delle stagioni. Il tempo dell’immaginare qualcuno che arriva oppure che torna.
Poi dice: “ e l’amore si vive e non si spiega”. Esattamente quello che diceva Pirandello a proposito della vita: o si vive o si scrive.
Allora l’amore, come la vita, è l’inspiegabile; talvolta – spesso – è anche l’incomprensibile. E’ quella condizione che non annulla la ragione ma va oltre, supera il confine della consapevolezza; è l’associazione improvvisa che si stabilisce tra un’incognita e una certezza, è quella zona franca che permette il maturare di un’ altra identità, che rappresenta la combinazione magica di diverse storie.
L’amore non si può nemmeno dire. Si può soltanto chiedere il conforto di metafore consunte, di simboli che si compongono di stratificazioni di tempo e di immagini. Con questa condizione dell’indicibilità dell’esperienza d’amore fa i conti la poesia di Romano. Spesso la pregnanza semantica è tutta consegnata al silenzio. Rinunciare alla parola è un modo di attribuire significato al gesto, allo sguardo, ad un singhiozzo, ad un linguaggio che rinuncia alla convenzione per conquistare l’essenza. Ma la poesia è un corpo di parole che si nutre di parole, che non può fare a meno delle parole. Spesso di parole semplici, spontanee, essenziali, leggere, seducenti, immediate quasi, quotidiane, autentiche, sincere, prese in prestito dal desiderio di un bacio, dal movimento delle onde, da una giornata di sole, da un sogno, una felicità, una stupenda illusione.

domenica 10 febbraio 2008

Finibusterrae


[la foto è tratta dal blog di Luisa Ruggio]

Tutte le località di confine o di frontiera, per la loro stessa posizione geografica sono, a seconda di chi le prende in considerazione, destinate a essere stimate prime o ultime in ordine di spazio.
Finibusterrae è “anche” l’inizio dell’acqua e del cielo… Un esistenza, un corpo che nuota a metà tra Jonio e Adriatico, dominata dall’alba e pochi passi più in la – ma di corsa – è il tramonto…
Un esistere atopico e atipico, frequentato da topi, allocchi, mirto e messapi, ma soprattutto da capperi spontanei – fra altri volontari liberi – che crescono in una fessura di roccia o di muro.

Cinzia Ruggeri
Ciolo – Settembre 1993

Di case di pietra
ho riempito gli occhi

Sospeso sono rimasto
alle parole

incanto di sapersi
comuni, insieme
distanti.

MM

giovedì 7 febbraio 2008

mercoledì 6 febbraio 2008

Oppure mi sarei fatta altissima - Su Claudia Ruggeri



OPPURE MI SAREI FATTA ALTISSIMA
Un saggio sulla poetica di Claudia Ruggeri a cura di Alessandro Canzian
( http://alessandrocanzian.leonardo.it/blog )

Per comprendere Claudia è importantissimo capire che una fu la sua drammatica e bellissima verità: l'amore è tutto. È dannazione e salvezza. È legaccio e redenzione. È per noi la chiave che permette di aprire la porta non solo dei versi ma anche dell'intreccio magmatico di citazioni che li compongono.

Si potrebbe dire che ogni essere umano ha bisogno d'amore e sarebbe un'affermazione assolutamente vera. A maggior ragione si potrebbe dire che ogni donna necessita d'amore e sarebbe altrettanto corretto affermarlo. Ma sarebbe anche doveroso sottolineare quanto non sempre questo bisogno d'amore riesca a trovare soluzione.

A volte la voglia è troppa e troppo utopica. A volte il concetto d'amore che si vorrebbe dare e vivere è talmente alto e grande che acceca gli occhi e finisce con l'ingabbiare la persona in un circolo aporetico di errori/pentimenti/sensi di colpa nel quale c'è sempre qualcuno pronto a dare una spinta verso il baratro -è purtroppo la natura umana-.

Le poesie di Claudia sono oltre ogni dubbio poesie d’amore verso un tu e verso sé stessa. Tenendo conto che questo tu appare in realtà come una forma differente dell’io proprio a causa delle delusioni sofferte nel vivendo, che annullano la reale consistenza del tu, dell’altro –ma si potrebbe dire che è un po’ il dramma contemporaneo delle relazioni umane-.

Claudia sogna un tu ideale e in questo riversa tutta l’urgenza del suo amore pur rimanendo allo stesso tempo fortemente legata alla realtà. Pur cercando questo tu ideale dentro la realtà. Soffrendone gli inevitabili attriti.

[…]

La compresenza di luce e oscurità in Claudia viene vissuta in tutta la sua drammaticità ed è questa oltre ogni dubbio la più grande intelligenza della poetessa. Il saper guardare al male per quello che è, senza fronzoli e con penetrante sincerità:

non la cosa

è mutata ma il suo chiarore; ma a voi che vale.

(il Matto I del buco in figura - Beatrice, Inferno minore)

Questo atteggiamento, che oserei dire prettamente poetico e ancor più significativo se pensiamo all'epilogo di Claudia, non può che sfociare in una ricerca di redenzione, di salvezza.

“Tu ti dai pena per quella pianta di ricino (...) che in una notte è cresciuta e in una notte è perita: ed io non dovrei avere pietà di Ninive quella grande città...” (Giona 4,10)

dice l'epigrafe a il Matto II (morte in allegoria) Ninive.

Un entrando importante perché a fronte del problema prima presentato -la ricerca d'amore ma in un terreno inquinato- immette nella pulsione alla soluzione.

Direzione giusta, attenzione. Claudia presagisce una ricerca di sé stessa

dove cerchi la larva del tuo femminino e l'arresto

(il Matto II morte in allegoria - Ninive, Inferno minore)

come percorso che porta al riscatto dai propri errori e dalla propria realtà così come Ninive si converte al Dio biblico e trova pietà e salvezza.

Ma il percorso di Claudia è in qualche modo a priori fallimentare. Ninive viene salvata da Dio ma l'attenzione di Claudia è per i ricini che nascono presso la città. Perché quei ricini sono lei, e come lei sono inevitabilmente destinati a morire. A non essere inclusi nella pietà che Dio concede.

Ma tale morte non è da intendersi come presagio della morte fisica. L'allegoria comunica chiaramente una morte alla salvezza, alla possibilità della salvezza, ripresentando la contrapposizione bianco/oscuro fantasma e Beatrice/purgatorio nella forma Ninive/ricini.

[…]

Volendo tirare un poco le somme di Inferno minore bisognerebbe sottolineare che questo è il viaggio che Claudia intraprende chiaramente sulla falsariga della Commedia.

Tre sono i capitoli, Il matto Interludio e Inferno minore, come tre sono le cantiche dantesche, Inferno Purgatorio e Paradiso. Due sono i personaggi che inizialmente s'apprestano al cammino, Dante e Virgilio, come in due si sdoppia la voce di Claudia: Claudia e il matto.

Il matto è, per definizione, colui che

ha sempre goduto della facoltà di esprimersi liberamente, di dire cose che agli altri non era concesso, semplicemente perché alle loro folli parole non veniva dato alcun credito, sebbene spesso dicessero cose vere, come se la pazzia fungesse loro da scudo, o da privilegio intellettuale

(fonte: www.geocities.com/a_pollett/cardjoki.htm)

dando la possibilità a Claudia di pensare e di parlare liberamente proprio attraverso tale personaggio.

Ma a chi realmente parla Claudia? Solamente a sé stessa nella continua autoanalisi del sé. La poetessa tenta con tutte le sue forze intellettuali di innalzarsi dalla sospensione del Purgatorio per uscire dalla vuota sospensione della propria vita. Dal tunnel soffocante in cui sente di addentrarsi proprio a causa del suo bisogno d’amore.

Claudia vede il Paradiso ma i ricini sono presso Ninive, vicini ma non inclusi nella salvezza. I ricini muoiono quasi non visti, muti e sordi, minori.

Oltre agli ormai classici modelli di riferimento –D’annunzio, Bellezza, Campana, Bene, eccetera- altri potrebbero essere inclusi, se non tra i modelli, almeno tra gli accostamenti. Sto parlando di T. S. Eliot con la sua Terra desolata che con lo stesso impasto di citazioni letterarie crea un insieme di macerie a testimonianza della realtà europea a lui contemporanea. Ma mentre Eliot in qualche modo trova la sua «Shantih» la poetessa leccese rimane arenata nel proprio intimismo e ridicolo che consegue al suo stesso inferno.

Ancora si potrebbe citare il Baudelaire de I fiori del male con la sua ricerca d’armonia in una realtà corrotta pari all’autoanalisi che Claudia conduce con grande intelligenza e onestà intellettuale. In primis verso sé stessa.

[…]

Claudia fu poetessa oltre ogni dubbio. Leggere Claudia porta a riflettere su ciò che è l'aspettativa della realtà e la realtà stessa. Su ciò che è la nostra percezione della vita e ciò che è realmente la vita, con tutti i suoi sbocchi e fallimenti.

Purtroppo la realtà confonde nella vita dolore e felicità esautorando quest’ultima della sua sostanza e lasciando solamente un continuo desiderio di quiete che ci sfugge. Un intenso inferno nel quale non sembra esistere alcuna luce anche se, magari, la luce è proprio appena al di là della più semplice attesa.

Claudia lascia di sé un'impareggiabile forma di letteratura trasversale. Una forma che probabilmente non avrà alcun seguito a causa della sua complessità che è anche il margine della sua completezza e grandezza. Letteratura che, se compresa, può veramente dare nuove sfumature al termine “poesia d'amore”.

E poco importa di quale amore si sia realmente trattato. Amore assoluto. Amore spirituale. Amore carnale. L'amore è tutto questo. È purezza. È totalità degli opposti. È speranza. È completezza e talvolta è vuoto. È fragilità e saggezza. È bellezza.

Ora è, in parte, anche Claudia.

da Oppure mi sarei fatta altissima, Terra d’Ulivi, Lecce 2007, per info e acquisti mare38@libero.it


martedì 5 febbraio 2008

Etty ti porto un cuscino









Fondo Verri, 27 gennaio 2008
Giornata della Memoria



Intervista a Manila Benedetto



da Fernandel scrivere e leggere
Nautilus cafè


di Silvana Rigobon
gennaio 2008


È stata una delle prime ad aprire un blog, in Italia, e si è conquistata da subito l’attenzione di un gran numero di lettori, per il suo modo di raccontarsi e di raccontare: la sua è una scrittura sensuale, spesso caustica, che oscilla fra narrazione e poesia, realtà e finzione.
Manila Benedetto, alias Princess Proserpina, ha un nick che rimanda al mondo degli inferi e una spiccata predilezione per la scrittura notturna (http://www.pproserpina.net/).
Con la nostra ospite di Nautilus Café abbiamo parlato anche di Booksblog (http://www.booksblog.it/),
il blog dedicato al mondo della scrittura e dell’editoria, di cui è curatrice.

Princess Proserpina è apparsa dal nulla nel dicembre del 2000...
20 dicembre 2000, penso fosse sera, perché a quei tempi scrivevo esclusivamente con l’oscurità.Da un po’ avevo un gruppo di conoscenze on line che, grazie alle loro esperienze americane, avevano aperto un blog. E così ho deciso di provarci anch'io. D'altronde sfogavo la mia grafomania nelle mailing list, nel 2000 molto di moda, e avere un posto dove poter scrivere in autonomia – tra l'altro senza dar fastidio ad alcuno – era davvero l'ideale.
L’esperienza è iniziata, insomma, come un gioco: come quando da adolescente scrivevo i diari personali. Poi è diventata un po' una medicina per tutte le sensazioni – belle e soprattutto brutte – che provavo. Alla fine, con i post che aumentavano, gli anni che passavano, e soprattutto i lettori che crescevano esponenzialmente,
il blog è diventato quasi una responsabilità.
Di certo per me questo mondo on line ha rappresentato una grande palestra di scrittura.
Una responsabilità che in alcuni momenti ti ha spinto a chiudere il blog,
anche per dei periodi lunghi.
Già. La chiusura del blog per un anno è stata la conseguenza di brutti episodi della mia vita, di cui non riuscivo a parlare, né tanto meno a scrivere. La perdita, e il dolore conseguente, è una sensazione che ho ritenuto fosse il caso di metabolizzare nel silenzio.
La morte è un argomento di cui si può parlare solo quando non la si incontra di persona.
Il blog, d’altronde, era diventato uno specchio così personale, che neanche più quella dolce e lieve finzione letteraria di cui è sempre stato imbevuto, poteva evitare che io scendessi negli antri del mio dolore, rendendolo pubblico. La scelta di chiudere il blog è coincisa con la decisione di rispettare il mio dolore e le persone perse, ma è stata anche un’opportunità alla scrittura. Ho avuto modo, infatti, in quel periodo di pausa, di cercare un senso alla mia scrittura e ai miei pensieri.
Come hai scelto il tuo nick?
Il nick Princess Proserpina è ispirato alla dea moglie di Plutone (Ade) e figlia di Cerere, che incarna la dualità tra luce e tenebre e per questo rappresenta molto il mio modo di essere.
Vivo una dualità continua, infatti, tra la mia parte solare e brillante, che piace a tutti,
e che si esplicita sempre nella mia vita sociale,
e l'oscurità della mia "Bestia", che da una parte mi porta ad essere un orso introverso, misantropo e intrattabile quando sono nel mio privato,
e dall'altra mi racconta le storie da narrare.
È quella bestia, infatti, che mi ha portato sin da piccola ad avere la passione per la scrittura. Proserpina, la viva tra i morti, rappresenta in pieno quello che son dentro.
Meglio una blogger oggi o una scrittrice domani?
Princess Proserpina o Manila Benedetto?
Se c'è una fondamentale differenza tra le due cose,
sicuramente meglio quello che riesce meglio.
Non tutti i blogger sono in grado di passare su carta, così come tanti autori nati su carta trovano difficoltosa l’esperienza on line.
Quello che sinceramente non comprendo è quando si apre un blog solo per farsi notare (come fosse facile!), o come si decida di abbandonare il blog solo perché si è ormai passati su carta. Sono due modi e due mondi di scrittura differenti, che personalmente ho imparato ad integrare e scindere, a seconda delle situazioni, senza nessun problema. Il gioco del nome, comunque, mi è servito tanto: un tempo mi facevo chiamare esclusivamente Proserpina.
Mai con il mio vero nome.
Sentivo forte la dualità delle mie personalità: da una parte la cinica Proserpina,
dall'altra la più mite Manila.
Anche nella scrittura sentivo questa diversità, ma il blog è stato palestra, ho imparato un passetto alla volta, critica dopo critica e apprezzamento dopo apprezzamento, a capire qual è la mia dimensione e il mio stile, e adesso Manila è la mia unica identità, e Proserpina resta un delizioso ricordo, un secondo nome da affiancare come un vezzo a quello mio vero.
Il blog per te è stato anche una vetrina che ti ha aperto la strada della pubblicazione.
È vero, probabilmente non avrei mai avuto il coraggio di pubblicare su carta se questa proposta non fosse giunta attraverso il blog, ovvero dopo aver avuto modo di affrontare i lettori sconosciuti e gli amici attraverso i commenti ai post.
Già prima di aprire il blog lavoravo come giornalista, che in fondo è il mio attuale secondo lavoro dopo quello di copywriter, quindi ad un certo tipo di pubblicazione ero già abituata, ma non avevo mai pensato, né tanto meno sperato, di dedicarmi a pubblicazioni letterarie.
In fondo ho sempre scritto per me, pensando che il vero peccato capitale fosse quello di non raccontare le storie che quotidianamente mi nascevano dentro.
Usavo la scrittura semplicemente come sfogo per liberarmi un po’ dai miei mostri.
Poi, dopo un paio d’anni di scrittura on line, ho iniziato ad avere i primi approcci diretti con editori e curatori di collane, e alla fine ho superato le paure, e ho osato. Finora mi è andata parecchio bene, anche se per pigrizia non ho mai voluto osare troppo, ad esempio col romanzo che ho concluso e che è nascosto nel mio hard disk.
Puoi anticiparci qualcosa di questo romanzo?
La storia di una donna a cui viene tolto il passato ogni volta che esegue il suo lavoro di killer professionista, e per tener memoria della sua vita, quando tutto viene distrutto dai suoi capi, tiene un diario dove racconta i suoi sentimenti più veri, quelli che non può esplicitare nella vita. Finché un giorno il capo è costretto a toglierle, per un errore, anche la sua vera identità, quella che riusciva ancora a conservare nel suo paese natale.
Ma c’è qualcosa che lei non ha mai confessato a nessuno…
La tua esperienza pluriennale in rete ti ha portato a diventare curatrice di Booksblog, lo spazio on line che si occupa di libri e di scrittura. Quali sono i suoi obiettivi?
Booksblog nasce dall’idea della società Blogo.it, che ha voluto cogliere il senso 2.0 dei blog, ed iniziare in Italia un network di nanopublishing, ovvero di blog dedicati all’informazione mirata. Mi hanno contattato per dare il via a questo blog dedicato ai libri nel febbraio 2005, e dopo qualche difficoltà e qualche peripezia il blog è diventato un vero e proprio punto di riferimento on line per l’informazione letteraria. L’obiettivo principale di Booksblog è dare un’informazione continuamente aggiornata sul mondo editoriale italiano, ma anche estero, sia on line che off line. Dare ampio spazio anche agli esordienti attraverso segnalazioni e recensioni, occuparci di approfondimenti (vedi alcuni speciali sul fantasy o sull’editoria italiana), fornire contenuti nuovi e interessanti.
Ci sono dei siti, e in particolare dei blog, che leggi tutti i giorni?
La mia rassegna stampa. A parte i giornali on line, con cui mi informo al mattino, faccio sempre una carrellata sul network di Blogo, in cui è inserito anche Booksblog, per vedere le ultime novità. Poi, nelle pause lavorative ho la mia carrellata letteraria, e la sera quando sono a casa i blog personali.
E ce ne sono che consiglieresti di leggere con una certa frequenza?
Per i blog personali penso si tratti di preferenze personali.
Leggere la vita, ben raccontata, di un’altra persona dipende dalle affinità e divergenze che ci legano a questa. Comunque, faccio solo dei nomi rappresentativi della mia lista di links:
AbsolutePoetry (http://http://http://www.absolutepoetry.org/)
Anonima Scrittori(http://http://http://www.anonimascrittori.it/)
per citare due interessanti esempi di siti dedicati alla letteratura,
poi consiglio Andrea Beggi come blog personale (http://www.andreabeggi.net/)
Tommaso Farina come blog enogastronomico (http://www.tommasofarina.com/),
che è una delle mie passioni, essendo io anche sommelier.
Ci sono dei siti o dei blog che ti hanno particolarmente ispirato?
Ho sempre evitato di rispondere a questa domanda, per una sorta di mania al piccolo segreto. Ma sì, c’è un modo di fare blog che mi ha sempre affascinato, e che rappresenta l’opposto del mio, si tratta di Webgol (www.webgol.it), dell’amico Antonio Sofi, capace di unire l’approfondimento con la spontaneità di un blog, le tematiche attualissime e l’analisi sociale
con la simpatia del suo autore.
Dalla tua posizione privilegiata di osservatrice della letteratura on line,
qual è attualmente la situazione della letteratura in rete, in Italia?
Ci sono riviste e blog collettivi che rappresentano il cuore della letteratura on line,
e ne portano avanti la bandiera con onore.
Cito i primi che mi vengono in mente oltre quelli già consigliati,
ma ce ne sono molti altri per fortuna.
Mentre, purtroppo, trovo che esistano troppi blog personali di aspiranti scrittori che ostentano la loro capacità letteraria, dando una bruttissima impressione ai lettori.
Com'è cambiata in questi anni la rete?
I blog personali che rappresentavano il diario mediato e ben curato, in cui «ho mangiato un panino» diventava una storia bella da leggere, sono diventati tanti piccoli diari scolastici pieni di k e di x, troppo spesso illeggibili. I blog personali che vale ancora la pena leggere sono quelli passati al 2.0, ovvero ad una sorta di specializzazione, ad un’utilità. Foss’anche il poter leggere una storia di vita al giorno, ma scritta veramente bene. Per quanto riguarda i siti letterari, si è passati dal proliferare di riviste e collettivi ad una scrematura naturale, che ha lasciato in vita i migliori, approdati a volte anche su carta,
ai quali non si può che augurare lunga, lunga vita.
Manila Benedetto
è nata a Castellana Grotte (Ba) nel 1981. Giornalista e copywriter, lavora per un'agenzia di comunicazione e collabora con diverse testate. Ha pubblicato Pelle sporca (Besa, 2005), ed è comparsa nelle antologie Rac-corti (Giulio Perrone, in uscita), Lo strano percorso (Eumeswil edizioni, 2007), Eroticamente (Valter Casini, 2007), San Gennoir (Kairos, 2006), Schegge carnali (La tela nera, 2005), Pace e libertà (La Comune, 2005), Tua, con tutto il corpo (Lietocolle, 2005), La notte dei blogger (Einaudi, 2004). Un suo testo è comparso nel libro di Simone Cristicchi, Centro di igiene mentale (Mondadori, 2007). È conosciuta in rete da sei anni come Princess Proserpina, e dal suo blog è stato tratto il libro Confessioni di una folle (Jumper, 2004). È indecisa sulla pubblicazione del suo romanzo. Ama le armi da taglio, vive con molti scheletri nell'armadio, un paio di personalità, un drago sul collo, il cactus Guanito e un amore eterno.

Una giovane adulta!


di Irene Leo

Amici, eccoci qui in quella che io chiamo una "riunione di piazza" non nascondendo la collettività di questa mail.
Come accennato in precedenza... a seguire troverete 'intervista integrale andata in onda su studio aperto il primo febbraio nel serale che completa quella della mattina.
Vi rimando qui per i link di riferimento di entrambe:

Da ragazzina delegavo ai grandi colpe e meriti.
Ora che sono cresciuta anche io faccio parte degli adulti, sono una "giovane adulta" che deve metterci del suo. Certo chi di dovere dovrebbe porgere l'orecchio più alle necessità e meno alle filosofie che rimangono solo su carta. Rappresento probabilmente un target di 27enni (o giù di lì) che sono incastrati, in un ingranaggio rotto.
Nè un passo avanti nè un passo indietro. All'inizio credevo d'essere io in fondo quella sbagliata, invece mi accorgo che la situazione è ben più grave. la mia laurea mi ha regalato sì spessore e identità, ma poche possibilità lavorativa. Non c'è spazio per i giovani. I "vecchi" sono arroccati nei loro castelli e non consentono equilibrio.
La mia formazione ed i miei cv andranno ad incrementare la spazzatura fuori dalle agenzie e dalle aziende, e potrebbe darsi che prima di mettere su famiglia avrò già superato i trenta abbondantemente. Esperienze pseudo lavorative mi hanno delusa. C'è in giro gente che ci marcia sulla categoria dei giovani laureati disoccupati disperati. Siamo una generazione da call center probabilmente, che ha voglia di fare, ma vive in cattività.
Ed io ho paura, di incattivirmi pure io e di diventare come quelli che detesto, quelli dei compromessi, delle raccomandazioni. Li vedi ovunque e li trovi ovunque quelli del "basterebbe una spinta, ed io posso presentarti ad un caro amico se vuoi..." Ma non va così. Non deve andare così. Non vogliamo un regalo, solo un'opportunità.

In fondo sono solo una voce, ma non una voce sola
Spero davvero con il mio gesto di aver contribuito a sensibilizzare l'opinione pubblica riguardo ahinoi lo "sconcertante" fenomeno about "Bamboccioni"
Vi abbraccio
www.bloggers.it/Psiche

Quando "gioco"





di Antonio Errico

Armando Tango, Salento ‘s movida, Glocal Editrice, 2007
C’è un luogo, una periferia remota, una estremità di terra, dove tutto quello che accade appare predeterminato, dove i destini non s’incrociano mai per caso, e uomini e donne sprofondano in se stessi, annegano nella voragine che spalanca l’esistenza, dissipano sentimenti e ragione, passioni e progetti, non hanno nulla da perdere perché hanno già perso, hanno già perso tutto in assoluto, senza nessuna possibilità di riconquista, oppure di salvezza o remissione.
Vivono come scheletri vaganti nel vuoto dei palazzi, nella insensatezza delle feste , in una decadenza esistenziale, ostaggi di stupidi vizi, debosciati, depressi dall’horror vacui, dalla miseria del tempo.
C’è un luogo che è sineddoche del mondo, mimèsi del reale e realtà trasformata in finzione, dove mentire a se stessi è l’unico modo per sopravvivere, dove cercare la mischia è un tentativo di sfuggire ad una solitudine che rassomiglia in modo straordinario alla morte.
Quale sia il luogo che costituisce l’ambientazione di Salento ‘s movida Armando Tango lo dice: è una connotazione topica, un’identificazione del contesto, paradigma ed archetipo che assimila, rielabora ed esprime ambiguità, ambivalenze, dicotomie, contrapposizioni tra impegno e disimpegno, responsabilità e deresponsabilizzazione etica e sociale, convergenze e divergenze di concetti sui massimi e sui minimi sistemi, nuovo che avanza e avanzi del nuovo.
Armando Tango carica il luogo di una funzione semantica essenziale perché si costituisce come modello cui far riferimento per una interpretazione dei conflitti e delle tendenze di una post modernità che registra l’azzeramento delle tensioni allo sviluppo individuale e collettivo,la resa al compromesso con la banalità e il qualunquismo, la passività e il rifiuto come categorie dell’esistenza, i segni di una debolezza civile, di un’inedia e un’ignavia che devastano la storia degli anni di questo inizio di millennio, la mancanza di un’autocoscienza, la consapevolezza che nulla si ripete ma tutto torna, si ripropone, invecchiato, con addosso e dentro tutte le premonizioni della fine.
In questo luogo – chiuso, separato – le esistenze si consumano: si disfano, si sfarinano; manca ogni sintomo di fiducia, qualsiasi spiraglio di speranza; manca ogni consolazione, non c’è ombra di senso che sia diverso da quella che proviene da corpi che si agitano nell’ammasso frenetico e informe della movida: un movimento senza direzione, un vagolare nel deserto di ogni giorno.
E’ un luogo minato dal nichilismo, dalla vacuità, che si decompone, si lascia sfibrare dal virus dell’effimero, nasconde il volto butterato dietro maschere frivole di salotti neoborghesi, che sono il purgatorio di donnette, peones, vitelloni rammolliti e atterriti dall’idea di invecchiare.
Certo, la cifra stilistica di Armando Tango è l’ironia o, forse più esattamente, la sintesi ironica, l’immagine icastica e caustica che stringe una essenza del vivere.
Ma è di quel genere di ironia disperata, che rivela un degrado, lo sfacelo morale di una società che sopravvive strascinandosi verso l’orizzonte di un’altra sera, di un altro invito a una cena, della comparsa di un ospite importante nel palazzo di città o nella villa al mare.
Poi, come sempre accade, dall’ironia si genera una grande malinconia.
C’è una grande malinconia in questo romanzo: per tutto quello che passa, per l’inutilità di quello che resta, per la sottrazione di quello che si sogna, per i desideri brucianti che si spengono, per i pensieri che si riducono ad elaborare fini immediati e pratici.
I personaggi si guardano passare; vale a dire che si lasciano morire. Si scoprono sempre più soli, sempre più invischiati in ricordi compatti o che si presentano a brandelli.
Sono disimpegnati, impolitici, agnostici, egoisti, individualisti, complessati, fuori tempo, fuori luogo. Non affermano e non negano un senso perché non riconoscono un senso a niente e a nessuno. Vivono in silenzio drammi giganteschi mentre si esaltano per piccole stupide insensate rivincite su rivali che hanno la loro stessa ridotta statura.
Sono la rappresentazione di un tempo, di un’epoca, che ha perduto – o si è privata – dell’immaginazione, della speranza, della tensione ideale, del sentimento sociale, del conflitto ma anche del compromesso generazionale.
Il decentramento geografico che Armando Tango adotta come ambientazione di questo romanzo è coerente con una destrutturazione sociale, con uno sradicamento ideologico, con l’impoverimento dell’immaginario individuale e collettivo.
Quello che resta è un vaneggiante narciso accartocciato nel suo sterile compiacimento.
Armando Tango costruisce il suo romanzo con una ciclicità che di volta in volta lascia intuire o rivela l’incombenza di una tragedia che ha sempre la fisionomia del quotidiano, del consueto, talvolta del banale, ma che in ogni caso rappresenta la superficie di una profondità, di una voragine, un cratere di mancanze, di perdite.
Armando Tango racconta queste profondità di mancanze e di perdite attraverso procedimenti stilistici di deformazione figurativa, un’enfatizzazione grottesca, nel progressivo restringimento delle dimensioni spazio – temporali dei personaggi, che li conduce al solipsismo.
Nelle due righe che accompagnano il libro, l’autore mi scrive che Armando Tango è lo pseudonimo che uso da vent’anni quando “gioco”.
Il termine gioco messo tra le virgolette mi fa venire in mente un’immagine e un riferimento.
L’immagine è quella di un bambino che gioca. Nessuno è più serio di un bambino che gioca. Perché il gioco è un metodo ( l’unico possibile metodo) di esplorazione e scoperta del mondo. Si esplora e si scopre il mondo finché si gioca; quando si smette di giocare sul mondo scende il buio.
Lo scrittore è colui che continua a esplorare e a scoprire perché non vuole che sul suo mondo scenda il buio.
Il riferimento. Dice Roland Barthes che la scrittura è quel dato neutro, composito, obliquo “in cui si rifugia il nostro soggetto, il nero- su- bianco in cui si perde ogni identità, a cominciare da quella stessa del corpo che scrive”.
Che il nome di Armando Tango sia vero o falso, dunque, non fa nessuna differenza. Non cambia una sola virgola che un’opera sia firmata da Fernando Pessoa o Alberto Caeiro, Alvaro de Campos, Ricardo Reis, Bernardo Soares. Come non cambia una sola virgola che Salento ‘s movida sia firmato da Armando Tango o da Teo Pepe, tanto per fare un nome a caso. Conta solo che sia un libro che Lecce e il Salento aspettavano perché ne avevano bisogno per esplorare e capire il mondo che sono.

( in uscita sul numero di marzo 2008 de “ L’immaginazione”, Manni editori)

sabato 2 febbraio 2008

Tra il meraviglioso e il quotidiano


Torna in libreria per i tipi di Manni, a quasi cinquant’anni dalla prima edizione, “Secoli tra gli ulivi” di Fernando Manno.

C’è un Salento, anzi… c’era!
di Mauro Marino

C’è un Salento magnifico, intatto, misterico. Di bosco, nella rada bassa del muschio, dove giallo e verde confondono velluto. Ombra fitta di foglie verde argento; scogli antichi che affiorano e pietre alzate a far recinto e dimora. Ancora c’è!
C’è un Salento sospeso “tra il meraviglioso e il quotidiano” che scorgi, se miri. La pianura lo svela. Nascosto, laterale, speriamo dimenticato. All’orizzonte luce radente che carezza. Filtrano nubi e segnano il cielo di giganti maestosi. Condense d’umido travagliano l’animo.
C’è il Salento!
Lo scorgi se vuoi facendo un varco nella disillusione, tappandoti le orecchie e cercando cercando lo trovi intatto, ma per quanto tempo ancora? Se alzi lo sguardo l’incuria è tutto intorno, minaccia con il “non so”.
Rimane il rifugio degli autori. Al riparo per non chiudere gli occhi, che c’è invadenza. Poco ascolto intorno. Poco fare. Tanto desiderio e pochi capaci di accogliere, di fare il cerchio!
Intanto un dono: Fernando Manno ritorna il libreria.
Antonio Errico, il maestro d’un Salento incantato e fuggente, con gli editori Manni e l’associazione l’Alambicco di San Cesario, riporta alla luce Secoli fra gli ulivi il “Libro” della complessa mitologia salentina.
Questo per me è stato! La prima volta l’ho visto nell’edizione realizzata nel 1958 dall’editore Pajano a Galatina e illustrata da Lino Suppressa. Non era in vendita e chiesi di fotocopiarlo. Quale sorpresa trovarci l’ispirazione di tanta scrittura salentina contemporanea. Il ritmo, l’incedere, gli incisi melodici, gli avvii e gli stop, le folgorazioni, il continuo venire delle immagini e i repentini spostamenti di senso!
“Il Salento di Secoli fra gli ulivi è pura invenzione”, scrive Errico nell’introduzione. “Un’ombra della memoria. Il souvenir di una fantasia. Il paese di una fiaba. La figurazione di una nostalgia. L’apparizione per un incantesimo. Il rammarico per una mancanza. Il rimpianto per un’assenza. Una regressione al fondo dell’infanzia. L’ipotesi di un’origine. La rappresentazione di una mitologia interiore. Una recherche du temps perdu”.
E allora: c’era il Salento!
Che oggi le pietre non hanno l’importanza che avevano, dimenticate e se no merce agognata di chi s’intende e vuole la qualità a casa sua per tagliarsi un angolo d’incanto. Ho visto case zeppe di tufi decorati, di fregi, di stemmi aristocratici. Ho visto case cresciute sul saccheggio.
C’era un Salento. Ma contro il tempo che si può fare?
Leggere, trovare le tracce della bellezza perduta, cercare di far riparo a ciò che resta.
“Quella di Manno è una scrittura realizzata con gli occhi: sono le immagini che portano i significati, che possiedono una potenza evocativa eccezionale, che si trasformano in elemento simbolico, che hanno la capacità di trasferire in una dimensione surreale anche il comune oggetto domestico, di attribuire valenza antropologica alla più consueta abitudine, al più ordinario modo di fare. E’ una scrittura che scorre e scruta…”
Una scrittura che può aiutarci a tornare ppòppeti, a quell’anima dove essenziale è la custodia del sangue e dei sentimenti.
Una scrittura che ci aiuta a riguardare dove non guardiamo più.

Fernando Manno nacque a San Cesario di Lecce il 6 dicembre 1906. Fu direttore degli Istituti di Cultura Italiana in Romania, Spagna, Portogallo, Guatemala. Negli anni Cinquanta fu tra i protagonisti del mondo culturale nel gruppo di Maria Bellonci, a Roma, dove morì il 31 maggio del 1959. “Secoli fra gli ulivi” fu il primo e l’ultimo libro della sua vita. Quando uscì nel ’58 Manno aveva cinquantadue anni. Morì l’anno dopo, al secondo infarto.

La salentitudine di Vanni Schiavoni

E' apparsa questa bella pagina che mi riguarda.
ve la segnalo per l'affetto che mi avete sempre dimostrato e per l'attenzione che dedicate alla poesia.
un saluto a tutto il fondo verri.
Vanni