domenica 20 gennaio 2008

La poesia del fare!




Riabilitazione psichiatrica:

le sfumature che fanno la differenza
Funzione e determinazione degli operatori dei Centri Diurni

di Valentina Sansò


Venerdì (18 gennaio 2008) abbiamo incontrato Nichi Vendola.
Lui all’Ospedale Vito Fazzi e al polo oncologico, per visitare reparti e inaugurare nuovi spazi, noi per raccontargli di noi, trenta operatori che lavorano nella psichiatria da non sanitari, ormai da diversi anni, e che negli ultimi anni vanno avanti di battaglia in battaglia di proroga in proroga. Dal 31 dicembre, siamo senza contratto.
La Regione non rinnoverà convenzioni con nessuno, per mancanza di fondi. La stabilizzazione dei lavoratori precari è stata una scelta politica che ha comportato un dispendio incredibile, tanto grande e tale da impedire qualunque altra iniziativa. Sicuramente su questo preme anche l’ultima finanziaria del governo. Allora, se da un lato questo porterà la Regione ad entrare nel merito di ogni singola questione, a sindacare su ogni rapporto con l’esterno e quindi a riattivare solo lo stretto necessario - e questa è cosa senz’altro utile ed encomiabile visto che l’autonomia delle singole Ausl pugliesi sarà ‘costata’ tantissimo e tanti ne avranno approfittato - dall’altro noi siamo fuori.
Fuori dalla stabilizzazione perché siamo personale non sanitario, fuori dalle convenzioni perché ormai è una modalità non più perseguibile. Il personale non sanitario, come noi, non può rientrare in nessun profilo sanitario esistente. Nessun contratto disponibile nelle normative sanitarie regionali è adatto alla nostra posizione. Per questo motivo lunedì prossimo torneremo nei nostri centri dai nostri ‘ragazzi’ di nuovo senza contratto e senza neanche la prospettiva di averne uno. O forse, come ieri si ventilava tra i vertici, una piccolissima ennesima proroga che però non risolve il problema.
Non sappiamo che fare.
Non vorremmo soltanto aspettare in silenzio. Questo è un problema sociale, che non riguarda solo noi trenta. Ogni centro ha intorno a sé una rete di cittadini coinvolti. Abbiamo pensato ad una forma di sciopero al contrario: siamo fuori, ma andremo a lavorare ugualmente, ‘occuperemo’ i nostri posti di lavoro e continueremo quello che abbiamo iniziato. Se ci fermassimo perderemmo qualunque contatto con quel nostro mondo. Si perderebbero i gruppi di persone che si ritrovano ogni giorno in quei luoghi. Alcune persone tra queste avrebbero delle ripercussioni nella loro quotidianità.
Noi siamo un punto di riferimento quotidiano.
Psichiatri, dottori e dottoresse, psicologi e assistenti sociali ricevono come in tutti gli ambulatori su appuntamento. Sono lì presenti ma costruiscono rapporti all’interno di un setting ben preciso.
Noi, siamo il rapporto quotidiano, le sentinelle, l’‘iniezione’ di energia per non perdere di vista l’aggancio alla realtà, il percorso evolutivo e sano verso il recupero, il sostegno concreto.
Un po’ amici, un po’ confidenti, un po’ artisti, un po’ operatori culturali, un po’ figure terapeutiche (perché no, se questo può voler dire essere figure di indirizzo verso la salute), un po’ traduttori del ‘medichese’, un po’ bussole per orientarsi nel caos del quotidiano e delle trafile burocratiche. Un po’ tutto questo ma allo stesso tempo niente di tutto questo, se ancora oggi la nostra funzione non è riconosciuta. Né prevista.
Esiste invece un corso di laurea in tecnico della riabilitazione psichiatrica che tra un annetto sfornerà i suoi primi operatori. Operatori paramedici appunto. Saranno coloro che prenderanno il nostro posto non solo nei servizi ma anche nei protocolli dei Centri Diurni dei CSM? È molto probabile, se non si avvia una riflessione più ampia sulla funzione delle strutture psichiatriche territoriali. Perché qui si apre uno spartiacque politico sul modo di intendere questa disciplina e le sue applicazioni.
È qui che si determina la differenza tra la piena applicazione del pensiero basagliano e tutto il resto.
Essere operatori non sanitari per noi è una risorsa, non un deficit.
Rapportarsi alla parte sana della persona che si rivolge al servizio psichiatrico è elemento fondamentale per garantire a quella persona un recupero del terreno perduto a causa dell’incontro con la malattia. Chi si ammala di una malattia mentale molto facilmente finirà con l’identificarsi con quella malattia. Perché il contesto lo ‘aiuterà’ a leggersi in quella direzione. Ma anche perché la malattia mentale nella fase acuta occuperà tutto lo spazio del pensiero e della vita di quella persona.
Siamo importanti perché sovvertiamo questo assunto fin nel profondo.
Perché remiamo contro anche il comune pensiero dello psichiatra della stanza accanto. Suo malgrado, perché lui è un medico, e pensa solo al sintomo e alla cura di quel sintomo. La malattia dell’anima passa un po’ in secondo piano. I pensieri, le relazioni e il carattere dell’individuo prima d’ammalarsi si sono livellati intorno al suo male.
Sono stati quasi spazzati via.
Quasi. Noi lavoriamo su quel quasi. Cerchiamo tracce… le valorizziamo e le ‘utilizziamo’ come leva per ricominciare. Personalissima, unica, preziosissima leva per ricominciare. Niente di imposto dall’alto. Non esiste un “così si deve essere, così si deve fare, così si deve vivere”. Ogni individuo può e deve partire da sé, noi siamo stimolo e supporto.
La funzione di operatori non sanitari nel sanitario garantisce al cittadino anche un controllo sulle pratiche della psichiatria perché il nostro può essere uno sguardo scevro da condizionamenti formativi e accademici, vigile e critico perché ‘laico’, se così si può dire. È molto importante lavorare nell’istituzione e non essere solo un controcanto esterno: fare antipsichiatria da fuori è molto molto più semplice, ma sono i servizi che devono funzionare, sono i servizi che si riempiono di emergenze quotidiane da affrontare, è nei servizi che si può fare, costruire, applicare la differenza.
È un lavoro microscopico e gigantesco. Lavoriamo sulle sfumature e stimoliamo grandi cambiamenti. Questo è quanto.
Naturalmente la produzione di salute non fa notizia. Un ricovero evitato o prevenuto non fa cronaca. Un servizio sanitario non sanitario è difficile da misurare.
Eppure sono tentata di scoprire facendo un calcolo semplice e bieco, quanti danari facciamo risparmiare all’azienda con il nostro esserci quotidiano. Quanto costano i nostri contratti, quanto costano farmaci e degenze ogni giorno. Tirare le somme. Ma credo che non sia possibile un confronto se in mezzo si sostanziano delle abissali differenze biografiche. Sì perché ciò che sfugge ai burocrati sono le singole biografie. E che un mese con l’altro può cambiare un destino. E che l’incontro giusto in certi delicati momenti modifica radicalmente il corso di un’intera esistenza.

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