sabato 27 dicembre 2008

Ocra di Lino Manca

di Vito Antonio Conte

Nell'invisibile -agli occhi dei più- confine tra la primavera e l'estate di quest'anno, per una serie di congetture -per me- irripetibili, ho incontrato Lino Manca. Non intendo la persona che conoscevo e che si era un po' perduta nella mia memoria d'adolescente. Di quell'uomo è intatta l'immagine, quella fisica che riflette indubbie virtù interiori: la serietà (mai confusa con la seriosità) mischiata a una strana dolcezza: quella del suo viso un po' altero e -a guardarlo bene- un po' stralunato, sognante. Quello che credo di aver conosciuto quest'anno è un altro uomo o meglio un uomo altro. È per un appuntamento culturale in nuce che ci siamo visti e di arte si è parlato in quell'occasione. Di libri, di poesia, di autori salentini e, in particolare, di un'aria nuova che girava per il paese, San Pietro in Lama, ch'è il suo, ma anche il mio. Poi, qualche tempo dopo, con un'espressione quasi da reo che ammette la sua colpa, mi confessò che anche lui scriveva, sì, amava la poesia e verseggiava la vita secondo la sua intima filosofia, da tempo scriveva, aveva riempito fogli e quaderni che custodiva nel cassetto dell'indecifrabile, dove la memoria si confonde con un'idea e col desiderio, dove sedimentano delusioni e dolori, dove s'allenano e riposano sogni e speranze, dove si sa cosa c'è ma non è ancora scritto cosa diventerà quel che c'è.

Me lo disse con pudore, con un pudore quasi bambino e, nel contempo, con quel pudore di chi, a lungo, ha riflettuto sulla propria scrittura e se l'è fatta bastare aprendo -all'occorrenza- quel cassetto. Me lo confidò con la consapevolezza che il personale percorso era giunto a un bivio e non poteva più proseguire per la strada nota, meno rischiosa, quella ignorata dagli altri, dove si celano sensi di inadeguatezza e paure, dove pure (ai margini) crescono essenze e fiori necessari: essenze per lenire le ferite, fiori per aggiungere bellezza a ricordi belli ma sfioriti. Doveva, invece, muovere i suoi passi per la via a lui sconosciuta, mettendo in discussione quel mondo che ostinatamente cercava di tenere il più possibile vicino al suo intimo ordine, rischiando l'immagine fatta di tante parvenze con quell'essere che pulsava ormai irresistibilmente: l'altro da sé, quel Lino altro che la scrittura aveva -gradualmente- disvelato al suo stesso autore. E il rischio, a quel punto, era pubblicare e, mi rivelò, non so se quel che scrivo potrà interessare a qualcuno... e, sciolto il disagio che parlare dell'argomento gli procurava, restò a ascoltare una mia improbabile risposta: gli dissi (ripetendomi) che per me pubblicare era stata un'avventura nata nell'esatto momento in cui avevo avvertito forte il bisogno di rendere agli altri quel che gli altri -spesso inconsapevolmente- mi avevano donato... E adesso è come se rivedessi quel momento: Lino si rilassa e, con poche parole, ché con le parole (soprattutto) ci vuole misura e lui lo sa bene, mi dice (o, forse, non me lo dice, ma traspare dal suono del suo dire) che sente ch'è giunto il tempo dei suoi versi... e comprendo, dall'espressione profonda dei suoi occhi, ch'è stato da sempre molto severo con se stesso... Va bene, gli dico, parliamone ancora quando vorrai... Adesso Lino Manca parla attraverso “Ocra”, raccolta di poesie e altro, pubblicata -in questo mese- per i tipi di Lupo Editore (pagine 213, € 13,00), in cui al sottotitolo, “L'alfabeto del compiersi” (che evoca un cammino), fa da contraltare la copertina, l'opera “Ulivo” del grande pittore Vincenzo Ciardo, un inchiostro acquerellato, simbolo dell'immanenza dell'imperitura natura nel fluttuante pensiero, capace di negare oggi quel che aveva valore ieri, senza motivazioni, ma per il solo fatto di seguire l'apparire, sacrificando ogni idea di essere.

Quell'idea che, invece, Lino Manca coltiva costantemente e della quale reiteratamente scrive, forse troppo spesso, ma ogni volta mettendo in gioco se stesso, una volta ancora cercando di comprendere l'imponderabile rapporto tra il tempo che non c'è più e quel che -spesso acriticamente- ha preso il suo posto, come di legge imposta senza alcuna connessione con la realtà, ma perché qualcuno lo ha deciso senza condivisione di sorta. Una volta ancora a cercare di capire, a fronte di ciò, quale potenza risiede nell'individuo. Intanto, guardarsi dentro, dialogare con l'altro da sé, non fermarsi alla stupida coerenza dell'immobilità, sembrano suggerire le liriche di Lino Manca, e poi trattenere il senso delle cose, conservare il respiro di chi, come gli ulivi, continua a vivere e farci vivere la millenarietà della storia, attualizzandola a ogni stagione. Non un inutile rituale, ma un ripetere antichi gesti nella lentezza che fa vivere un viso, una voce, un incedere, un sorriso, un canto, un modo di stare su questa terra, piuttosto che un inetto correre. Perché “nell'ocra c'è una segreta attesa” e cullare il tempo significa ascoltare chi “con gli occhi ci ripete ancora che diventa cieco chi non guarda l'altro e diventa sordo chi non sente se stesso nei giorni acerbi”, intanto che “brontola il mare con voce da nero la nenia della vita da stenti” e “nonna Rosa continua a ridere in re”, ballando nella luce lunare che “indovina dal profumo dei suoi artifizi l'identità degli uomini che hanno perduto il loro sé”. Perdere se stessi è il male che affligge l'uomo d'oggi e Lino Manca conosce questo rischio e cerca di evitarlo “sfidando l'evanescenza” dell'effimero, anche se costa emarginazione “quando senti impazzire i grilli nella testa” e l'impresa è immane ché “ci vorrebbe un pegaso per levare in alto la pazienza disarcionando ogni dio che si monta la testa”, ci vorrebbe “una pace che trascende il racconto” e guarda oltre l'orizzonte di “gechi imbronciati nell'ombra che annusano l'ennesima notte di attese” finché “ci riprova la primavera a muovere le sue parabole di note” e il desiderio “bacia la lacrima che ingioiella le sue labbra di melagrana” perché ogni caduta e ogni volo e ogni andare hanno significato, per ciascuno, se si sa che “oltre il nido nelle crepe del tufo c'è la tua favola che sfarfalla nelle trasparenze”. Lino Manca regala il suo mondo e il suo stare nel mondo, ché mettere ulivi e gechi in versi non è noiosa descrizione di un Salento da cartolina che annichilisce altre realtà e oscura problemi dietro un bello spot pubblicitario, non è mercificare una terra di rughe, gioie e dolori profondi, e neppure mero esercizio poetico, scrittura fine a se stessa, ma coscienza “che qui si ritrova il singolo a specchiare sui muri la sua ombra l'altro di sé e se qualche parola vola è soltanto l'esistere che si accartoccia nel suo alfabeto minimo”. È esaltazione di un'etica che non conosce il passare del tempo, ch'è distante da stucchevoli mode di un giorno, è riflessione sul cambiamento cogliendone le positività ed è quel che consente ancora e nonostante tutto di vedere “nella chioma del noce una donna la più bella del paese che schiaccia i gusci per scoprire nelle trine l'enigma dei gherigli”. Un mondo ch'è armonia e memoria, riassunto in poche mirabili righe: “non scosterò le tue lunghissime ciglia per non leggere nei tuoi occhi che vuoi tagliare l'oggi da ieri e il domani da qui mentre lasci seccare sull'asfalto la scorza di ogni serpente che oltrepassa i confini” (Il racconto del sole). Lino Manca sembra voler attrarre attenzione su quel che quotidianamente sfugge perché l'esistenza è una e lasciarsi attraversare dal tempo, specialmente se quel tempo non t'appartiene, non è vivere; perché farsi rubare il proprio tempo è da idioti; perché obbedire al tempo che qualcun altro ha dettato è da coglioni; perché “non è la prima volta che qualcuno si siede la sera per indovinare il domani e si addormenta per sempre con il viso nell'incavo di una mano... ogni addio è andare con le mani aperte a raccogliere un geranio fuori stagione che ammicca oltre la finestra”. Ho estrapolato, forse maldestramente, pochi versi nelle parole che riempiono le oltre duecento pagine di questo libro d'esordio di Lino Manca, ma sono versi che ho amato immediatamente... altri ce ne sono. Se un appunto posso fare alla scrittura di Lino Manca è che dovrebbe avere la forza di sottrarre parole alle parole: le poesie ne guadagnerebbero in potenza (...), ma questo è soltanto un mio pensiero e fa parte del mio sentire, ascoltare, leggere e fare versi. Forse domani sarà... chiaro, come nella poesia “Craj”, non a caso una delle più brevi composizioni e della quale terrei solo questi righi: “tu non sai / come sono dolci / le cosce bianche della luna / quando sceglie / di scendere in un canto / a rifiorire il domani / prova a cercarlo / all'angolo dove / s'incontrano l'io e il caos”. Dove s'incontrano l'io e il caos! Conoscete questo luogo? Non mi avventurerò in considerazioni tecniche. Non lo faccio mai. O quasi. Epperò mi piace sfiorarle. Vi dirò solamente che è un luogo di mezzo da frequentare, ché lì tante altre cose s'incontrano...

venerdì 19 dicembre 2008

Vittorino Curci in libreria con “La ferita e l'obbedienza”


L'iniziativa delle parole

Il poeta può essere un corpo che risuona di verità
che trilla profetico anche senza saperlo,
un uomo che si affatica intorno ad un suono
come un archetto intorno ad una corda.
Un corpo che, giunto nel punto del suono agognato,
poi sa rimanere fermo e zitto.

Elisabetta Liguori


Da giorni sono ossessionata da un verso di Vittorino Curci:
- Puoi anche star zitta, se vuoi. Nessuno dirà che non esisti. -
Lo si può leggere a voce alta prendendo tra le mani l’ultima pubblicazione della collana “Voli” che “i libri di Icaro” dedicano alla poesia e, con questa uscita, alla più recente fatica letteraria di Vittorino Curci, “La ferita e l'obbedienza”.
E fatica non è un sostantivo che scelto a caso.
Questo libretto di carta grezza scrive del fare poesia e dell’essere poesia. Chi vi si accosti può trovarvi non soltanto versi, non solo filosofia del processo creativo, non solo teoria del linguaggio, non solo pratica della conoscenza o intuizione storica, ma tutte queste cose insieme. Perché questa opera non dice, ma è. E’ prodotto e procedimento produttivo, creazione e insieme desiderio di essere creato.
So da tempo che Vittorino Curci, poeta, sa dire come pochi del corpo umano, di quello che contiene quanto di quello da cui è contenuto, del proprio corpo come del corpo altrui. Questo testo ne è una conferma. Si tratta innanzitutto di un lavoro di analisi e ricerca; poi di rivelazione, infine di condivisione. Il tutto sviluppato con un linguaggio accessibile a tutti e di forte impatto emotivo. Una poesia, la sua, dunque, che rivela, sì, ma cosa rivela esattamente? L’ossessione poetica, direi.
I barbagli della guerra quotidiana e ossessiva del dire, dell’esserci, che, soltanto una volta vinta, conduce alla quiete. In altre parole, quello che Vittorino Curci vuol rivelarci è la sua gioiosa sofferenza, quella provata e quella che ancora prova, nel tentativo di giungere al meritato silenzio.

Un silenzio che per questa ragione diventa valore collettivo.
E se quel silenzio è il risultato, la poesia è il preliminare sforzo ilare, arguto, immaginifico, furioso. Sempre chiassoso. Quello che insegue il poeta è, allora, un risultato bifronte, ci spiega Curci.
Prima: la verità di un suono, la matrice sonora di ogni senso, la nota più forte e precisa tra le altre vaghe, da poter riprodurre per sé e per gli altri, così da sentirsi finalmente vivo, esistente, simile all’universo. Dopo: il tacere, cosicché, se il miracolo è compiuto, le pagine possono ritornare bianche e paghe.
Per questa ragione nel volume di Curci viene dato grande spazio alle ragioni della lettura a voce alta dei testi poetici ed alle sue rivelazioni foniche. Perché il poeta può essere un corpo che risuona di verità, che trilla profetico anche senza saperlo, un uomo che si affatica intorno ad un suono come un archetto intorno ad una corda. Un corpo che, giunto nel punto del suono agognato, poi sa rimanere fermo e zitto.
Curci ci rivela un suo segreto: “Voglio essere sincero: a me scrivere non piace. Per scrivere intendo l’atto in sé e il tempo della scrittura. Quando mi infilo in una frase non so mai se e come riuscirò a cavarmela. Mi chiedo: è questo che voglio dire? Si può fare meglio? L’obiettivo a cui tendo non è un’idea letteraria di bellezza, un problema di stile, ma una corrispondenza, quanto più precisa mi è possibile, tra il testo che scrivo e quel che io sono e sento.” Sacrosanto eppure non sufficiente.
Non è solo la corrispondenza a se stessi l’ossessione del poeta Curci, ma anche l’adesione all’Altro, a quanto di autentico è all’esterno. È proprio questa evoluzione a comportare la progressiva fortunata frantumazione dell’Io che è alla base della poesia moderna. L’io si mescola alla realtà, infatti, mentre la poesia germina naturalmente da questa stessa realtà immanente, per poi da questa staccarsi, distinguersi. È nel punto di contatto tra ciò che è dentro e ciò che è fuori la verità. Solitudine e collettività: ecco, dunque, il faticoso contrasto che la scrittura osserva, sia quando è poesia sia quando è narrazione, laddove l’uomo sceglie di cedere “l’iniziativa alle parole” così che queste meglio sappiano rappresentarlo. Una grande necessaria fatica supportata da un coraggio dissennato.

Bene, nonostante la fatica, se Curci si sente me, io oggi mi sento lui.

Anche io voglio essere me stessa e l’Altro; essere dentro, essere fuori, essere insieme. Tacere viva, dopo aver parlato. Essere l’aggettivo sottile che si appoggia a questo volumetto prezioso, di e per la poesia, come fosse una finestra, proprio come nel celebre dipinto di Caspar David Friedrich (“Frau am Fenster” “Donna alla finestra” 1822) che con un po’ di fortuna si può ancora vedere all’Alte Nationalgalerie di Berlino o trovare tra le pagine di un libro di poesia come quello che io, fortunata, oggi ho tra le mani.

domenica 16 novembre 2008

Vittorino Curci, La ferita e l'obbedienza



Nuova uscita per la collana di poesia Voli de 'I libri di Icaro'



Eravamo partiti con l'idea di costruire, con la collana di poesia Voli
un luogo di sintesi tra scrittura poetica e riflessione sul fare poesia.
Una scommassa difficile.
Non sempre il poeta ha la capacità di decodificare il processo ispirativo.
Non sempre c'è maturità riflessiva o voglia di muovere le carte
e trovarci dentro i nomi delle cose.
Con questo sesto libro in collana, La ferita e l'obbedienza diVittorino Curci,
troviamo compimento alla nostra aspettativa.
Un testo ricco di rimandi citativi, contenutistici e linguistici
dove l'autore incontra i poeti e legge, rilegge, commenta, studia la sua scrittura, la relaziona con le suggestioni, le certezze, le inquietudini e gli interrogativi
che la "poesia" presenta nel suo divenire.
L'opera si compone di due parti 'Doppiofondo'
e 'Breviario di ontologia per oziosi e bastardi del XXI secolo'.
(M.M.)
Figliolanze
Vittorino Curci

“Non so se questo sia un libro facile o difficile. D’altronde capire la poesia è abbandonarsi alle sue vibrazioni”, scriveva Piero Bigongiari nell’avvertenza posta alla fine del suo ultimo libro (“Nel delta del poema”, Mondadori, 1989).
Io penso che le vibrazioni della poesia siano maggiormente percepibili leggendo ad alta voce. Se l’occhio vuole e si prende la sua parte quando si legge un testo, nel suono c’è qualcosa di più profondo: l’irriducibile verità delle origini.
Nelle “Confessioni” Sant’Agostino va a trovare Sant’Ambrogio e descrive la scena con queste parole:
“Nel leggere, i suoi occhi correvano sulle pagine e la mente ne penetrava in concetto mentre la voce e la lingua riposavano. Sovente, entrando, poiché a nessuno era vietato l’ingresso e non si usava preannunziargli l’arrivo di chicchesia, lo vedemmo leggere tacito e mai diversamente”.
Forse questa è la prima volta che in un’opera letteraria viene descritto un uomo che legge con gli occhi: in lui le parole si sono staccate dal suono e hanno preso la via silenziosa dei pensieri. È un passaggio importante dal punto di vista antropologico, e per tutto quello che ne consegue, ma è altrettanto importante capire che se ancora oggi noi vogliamo veramente comprendere una poesia dobbiamo recitarla ad alta voce. Perché essa appartiene anche al corpo umano.
In ogni istante della nostra vita c’è insieme qualcosa di effimero, che si spegne irrimediabilmente sotto i nostri occhi, e qualcosa di eterno, che non riusciamo a spiegarci. Noi cominciamo ad apprezzare la bellezza di un paesaggio nel momento in cui siamo consapevoli della nostra estraneità. Mi piace pensare che anche la mia poesia possa rinascere nella voce e nel cuore di un lettore sconosciuto. Se non ritenessi possibile questo miracolo, che senso avrebbe fare di questa forma di arte una ragione di vita?
“In questa nostra epoca […] in questo nostro tempo così essenzialmente drammatico sono venute meno, senza eccezioni, le Botti di Ferro”, scriveva, più di quarant’anni fa, Edoardo Cacciatore. Scivolando con tristezza sul piano inclinato di questa verità mi aggrappo ad alcune piccole deduzioni:
1. L’uomo fa troppa polvere.
2. Per un bevitore incallito il cavatappi è più importante di qualsiasi idea.
3. Chi scrive poesia non è uno che già conosce, sa tutto e ha voglia di raccontare. Per quanto ne so io, è uno che si avvicina, saggia il terreno, esplora con lo sguardo, è convinto di non sapere niente e si sforza, spera di conoscere.
4. Il segmento che congiunge l’esperienza privata della poesia a quella pubblica (istituzionalizzata) della stessa è un ponte che non posso attraversare.
Tutto questo nei miei versi si traduce in una accentuata tendenza alla quiete. Ciò che rimane sulla carta è il ricordo di tante piccole battaglie che si sono spente sotto i miei occhi. Più che una forma o una vaga idea, io ho nella testa un suono. È difficile spiegare certe cose, ma penso al tono confidente e rilassato della mia voce, all’accento con cui parlo, ai paesaggi che mi hanno formato. Non solo. In quel suono vi è pure una verità che inseguo dal primo istante che sono venuto al mondo. Assoluta e compatta, la sola verità che mi spiega e che io, con un po’ di fortuna, ma senza pretese, potrei spiegare agli altri. Tutta la speranza, per me, si riduce a questo. Forse, anche qui, alla fine, è soltanto una questione di rifiuti (insomma, gli stessi problemi che abbiamo con l’ambiente). Questo lo getto? Sì. Quest’altro magari lo tengo un altro po’, lo getto domani. L’anno prossimo. Tra cent’anni. Alla fine cosa rimane? La poesia.

martedì 11 novembre 2008

Leucasia e le mitologie di Carlo Stasi


Leucàsia e le Due Sorelle
LA SCRITTURA DELL’ORIGINE

di Antonio Errico

In fondo non si racconta altro che l’origine: la terra, le creature, le storie, le passioni, i fantasmi, gli stupori dell’origine. Non si racconta altro che un’ antica leggenda talvolta mascherata di realtà, una finzione che prende i tratti di una verità, l’eternità del tempo aggredita dal transeunte, dall’istante che si sgretola e lascia macerie.
Il racconto gira e rigira intorno a un enigma. Perché, in ogni storia, c’è sempre qualcosa che rimane irrisolto, un nodo che non si scioglie. Il narratore è colui che tenta di sciogliere quel nodo. Inutilmente. Sempre inutilmente. Anzi, succede che più si racconta e più il nodo si stringe.
Le storie e le leggende di una terra sono nodi che si stringono da millenni. Chi racconta le storie e le leggende di una terra stringe ulteriormente i nodi.
Così fa Carlo Stasi in Leucàsia e le Due Sorelle ( Mancarella editore): riprende miti, storie, leggende di quel luogo chiamato Salento e le rinarra, le riscrive, stringendo i loro nodi semantici, antropologici, mitologici.
Ma che senso ha scrivere, narrare, quello che è già stato scritto e raccontato, per anni, per secoli, da innumerevoli voci, in ogni parte del mondo o soltanto in un villaggio, se non quello di ricercare il messaggio nascosto nelle storie come un tesoro del tempo. Che cosa dimostra questo ritornare su figure e metafore che si infittiscono e si spandono se non che l’enigma non si è mai risolto.
Le storie e la Storia. Stasi segue due direzioni, lavora su due registri, propone due strutture parallele.
La narrazione della leggenda e l’apparato delle note che tessono una rete di riferimenti, fatti, dati, circostanze, elementi documentari.
Ha ragione Giovanni Invitto quando nella sua prefazione scrive che le note meriterebbero uno spazio a parte “ perché sono piene di storia, filologia ed etimologia, di folklore, di tradizioni religiose ed artistiche”.
Dice Sebastiano Vassalli nell’introduzione a “ La chimera” che nel presente non c’è nulla che meriti di essere raccontato perchè il presente è rumore, milioni, miliardi di voci che gridano, tutte insieme in tutte le lingue e cercando di sopraffarsi una con l’altra”.
Allora per capire il presente, bisogna affondare nell’origine, tornare al nodo del principio, là dov’è il lievito di tutte le storie, in quell’universo che – come l’universo reale – è combinazione di caos e di ordine, di comprensibile e incomprensibile, di ragione e magia, di vero e di falso, di realtà e di finzione, di logos e pathos, assoluto silenzio e potenza di parola. Fiat.
L’universo dell’origine è una leggenda.
Stasi si addentra in questo universo cercando la cifra che connota questa terra, le sue forme e i suoi significati.


domenica 9 novembre 2008

Patrizia Valduga a Lecce


annuncio!
la poetessa Patrizia Valduga
sarà a lecce per una conversazione-reading
il 5 dicembre 2008
ospite del Fondo Verri e del Teatro Pubblico Pugliese
in apertura dell Notte Bianca

giovedì 23 ottobre 2008

La poesia detta 2008



La poesia detta 2008

Fondo Verri

Presidio del libro di Lecce

Direlavoce

Laboratori

per lettori, insegnanti, scrittori, poeti, attori


13-14-15 novembre ore 17.30- 21.00

Leggere e raccontare una storia

seminario condotto da

Maria Grazia Mandruzzato

.


12 dicembre ore 21.00

La poesia mischia lingua

incontro con

Antoine Cassar
.


11-12-13 dicembre

Le parole, i versi, il suono

seminario condotto da

Gabriella Rusticali

e Monica Petracci


Iniziativa promossa dalla Regione Puglia - Assessorato al Mediterraneo

in collaborazione con “Associazione Presìdi del libro”

venerdì 17 ottobre 2008

La scuola e gli Smantellatori Eletti Democraticamente

di Livio Romano (su Quotidiano di Puglia 17 ottobre 2008)


Non fosse che professori e maestre italiani son talmente poveri che a stento si possono permettere lo sciopero generale di fine mese, in questo momento della storia dell Repubblica ci sarebbe da occuparle, le scuole, da mandare via chiunque di educazione e istruzione non s’è mai occupato e, ciononostante, pontifica e, ahimè, legifera. Pensavamo che la famigerata “riforma” Moratti –una delle tante, la Scuola pubblica italiana è un cantiere perennemente aperto, e tutti sanno che lavorare con gli operai fra i piedi è un supplizio- pensavamo, noi insegnanti, che una manager al Ministero e i suoi raffazzonati piani fossero stati il momento di massimo declino della storia della pubblica istruzione. Ci sbagliavamo. Gli italiani, animati da questo cupio dissolvi, son riusciti a far di meglio. A portare al governo queste giovini avvocatesse che, non solo di scuola sanno pressoché nulla, ma che hanno l’aria di coloro le quali avrebbero preferito esser destinate a occuparsi di politiche agricole o di riforma del Catasto piuttosto che affrontare quel verminaio di frustrazione e precariato che è il corpo docente italiano. Le parole d’ordine sono le solite: Tagliare le spese e Smantellare la residua credibilità dell’istruzione pubblica a favore di quella privata. Ora prendiamo l’ultima, la più rovinosa boutade che hanno inventato Tremonti-Gelmini. I radicali lo rivendicano da anni e anni, hanno provato pure a farci un referendum. Il ritorno della maestra unica. Ecco, al di là del merito, quel che immediatamente sconcerta è il plauso delle famiglie italiane. Cosa applaudite? Cosa vi fanno applaudire? Le ruspe sulla scuola primaria per demolire un impianto pedagogico che è fra i primi e più studiati nel mondo? La maestra unica, tuttologa, onnipotente, onnipresente (nessuna possibilità più di uscire, esplorare il mondo), vanitosa e variamente adorata, o solo ipocritamente lusingata, dai suoi scolari -brava o bravina o asina che sia? Insegnare è come dire “lasciare un segno”. E allora, dai: nell’epoca della moltitudine delle fonti informative, dei codici, delle lingue: oplà, la maestra che da sola lascia il “suo” segno su gruppi, si calcola, di anche 30 bambini. Quattro ore al giorno in media in un'unica classe e la quinta ora, dal lunedì al sabato, allietata dall'intervento di una maestra di inglese e/o di informatica (parlo propriamente di quinta, o di prima ora: tutte faranno a gara per non permettere ai fresconi di L2 e informatica di spezzettare l'orario). Cioè: esattamente la scuola che io stesso ho frequentato da piccolo. L’innovativa, rivoluzionaria legge 148/85: spazzata via con un decreto legge. Possono dire che era consociativismo, che era un regalo del Pentapartito in cambio di voti, un ammortizzatore sociale: ma al mondo non credo sia mai stato inventato modello migliore di insegnamento primario. Sei antipatico a uno o lo stesso è antipatico a te? Hai ancora due possibilità (tre, se ci metti quella di inglese, quattro se fai, come fa il 99, 9%, religione cattolica, cinque se la c.d. autonomia ha previsto insegnanti "staccati" solo per la musica e/o per l'educazione motoria). Comunque, soprattutto: le tue TRE maestre che lavorano anche nella classe a fianco alla tua, parallela, ragazzini che senti molto vicini, dei “quasi compagni” perché frutto dello stesso imprinting educativo e perché insieme ci fai la maggior parte delle attività e delle uscite esterne. Tre maestre che si trovano per la pizza, che parlano di te, che programmano, sono amiche, litigano, si odiano, si amano: che comunque provano a relazionarsi reciprocamente, fra adulte, invece di rimbambinirsi per 40 anni sempre al cospetto di 6-11enni. Tre stili di insegnamento diversi. Tre stili diversi tout court. È il primo passo per capire già a sei anni che ognuno è diverso dall'altro (e che eventualmente ci si rispetta anche se l'altro non ti piace). A me capita di entrare in classi (faccio solo inglese) nelle quali la maestra fa cantare le canzoni di Amici o recitare filastrocche di Raffaella Carrà e poi arrivo io e metto un disco di Bob Dylan o faccio fare un fumetto tratto da Cathcer in the rye. Una volta abbiamo parlato per due settimane di Shoa. Dopo un po’ ho visto comparire sui muri i cartelloni sulle Foibe, voluti dalla maestra del mio speculare orientamento culturale. Lo chiamano pluralismo. Così pure: nelle attuali Quarte c'è un bravissimo maestro progressista che ha il pallino per la storia romana e porta i bambini a Pompei, un’ottima insegnante di matematica e una 40enne laureata in lettere antiche, anche appassionata di balli di gruppo, che fa leggere ai bambini un libro ogni due giorni. Tre persone diversissime. Che talvolta bisticciano ma più spesso s'adoperano nel tentar di risolvere i tanti casi di bambini problematici. Il prossimo anno sarà la terza covata che vedo uscire da quel "team" docente, e vi assicuro che anche i più asini, anche i bambini con situazioni familiari catastrofiche, da quel MODULO, hanno ricevuto ottima istruzione ed eccellente educazione. Immaginarsi le povere Martina Sharon Federica Francesca che per estrazione sociale avrebbero unicamente proteso per il ballo di gruppo: ciucciarsi solo il progressista, e tutte le altre combinazioni possibili.

Ma poi cosa parliamo a fare? Si può umanamente curare bene l'italiano e la matematica insieme? Già la Moratti aveva introdotto quest'orrore, e i collegi più savi avevano scelto il modulo (talaltri collegi-docenti hanno supinamente adottato la “prevalenza”, e conosco maestre con una laurea in scienze, eccellenti insegnanti di matematica, costrette a inventarsi letterate, ma si vede un miglio che il pensiero umanistico non è nelle loro corde, così come presto comincia a non rientrare nelle corde dei loro alunni). Ma c'è forse da discutere su queste faccende così evidenti? Le tv commerciali battono il tam-tam del governo. Maestro unico. Stop alle assunzioni per dieci anni. Corpo docente che già ha un'età media di 50 anni e va in crisi se un alunno chiede di vedere "una clip che ho sulla penna". Gerontosauri che vagoleranno per i corridoi, stanchissimi e poverissimi. Fuori, nel, yeah, “privato”: una miriade di formatori improvvisati che offriranno a pagamento le “competenze” più fantasiose, forti del bonus in Sciocchezze Esterne che Berlusconi sta per elargire e della possibilità di detrarre le spese delle Sciocchezze stesse dalle tasse. Al Sud, in quanto Regioni depresse, per qualche anno abbiamo ancora un po' di soldi dalla UE (i famigerati PON) con i quali, nel pomeriggio, si organizzano corsi di recupero, di valorizzazione dell'eccellenza, di prevenzione dell'abbandono scolastico e così via. Finisce tutto nel 2013, anno entro il quale anche la Calabria dovrà stare al passo dell'Olanda e della Germania. Quattro ore di scuola più una breve ricreazione con quel pagliaccione di inglese e di corsa a mangiare i maccheroni e poi strafarsi di tv generalista. So bene che agli Smantellatori Eletti Democraticamente e ai loro sostenitori di queste inezie importa pochissimo: ma davvero non è questo il modello di società che i padri fondatori della Repubblica avevano previsto e anelato.

giovedì 16 ottobre 2008

Creatore sono io, creatore




Torniamo a proporvi pensieri e parole del pittore leccese
Edoardo De Candia (8 marzo 1933 – 6 luglio 1992) icona ed outsider dell'arte-vita


...L'eternità, per l'eternità, tutto si può permettere l'Artista, ogni cosa, la più assurda, la più fottuta. Tutto. Mi chiedi se so leggere? ...mi son dimenticato pure come si scrive. Ho fatto il Tarzan, io. Vivevo nella giungla. Nelle foreste, nei boschi, sulle spiagge. Ho fatto il Tarzan, adesso mi sono rincoglionito. Son diventato civile, adesso vivo in città. Sto con la gente. Me ne andavo in giro, vagabondando. Sono influenzabilissimo io?! Nessuno è influenzabile! Semmai, io influenzo gli altri! Adesso l'arte la faccio perché sono manovale, prima la facevo per passione, perché mi piaceva o ci godevo. La faccio automaticamente. Come un robò sono diventato. Un robò! Non creo più, non creo più! Son morto! Non creo più, non è più possibile. Sono morto. Lo spirito, l'anima. Mi hanno ammazzato questi coglioni! Mi fanno crepare. Non trovo più corrispondenza con la realtà! Chi sono? Io so, che mi corico la sera, mi addormento, mi alzo la mattina, mi sveglio, mi metto a camminare, poi rientro, poi mi corico, poi mangio. Era tutto diverso prima. Ero un dio prima, vivevo a contatto con la natura, col mare, coi boschi. Stavo bene sai? Son diventato cittadino, poco giuda! A mare ieri non ci sono potuto andare, l'altro ieri manco... non riesco più a fare il bagno, sento freddo quando arrivo al mare. Na merdata, no? Gli artisti tutti merdosi sono, pieni di merda e cacciano fuori sta merda e la fanno prolificare. Tutta l'arte è vita! Tu piglia una pianta, se non gli metti la merda come cazzo fa a crescere? Concimi! La concimi! E' la vita l'arte! Tutto hanno espresso gli artisti, soltanto che 'sti stronzi di borghesi, non lo vogliono capire. Non hanno mai capito l'arte. Gli artisti sono tutti incompresi. Io so, tutti mi piacciono. Io so Picasso e Michelangelo. Klee, Mirò, Braque. Io so il mistero. Tutti parassiti sono, vivono a spese degli artisti. Gli artisti creano e loro? Solo giudizi! Io do i quadri così, non prendo nomi, cognomi, indirizzi. Non li conosco. Non me ne frega! L'importante che mi diano diecimila lire. Il gusto estetico dominante è la frigidità e l'impotenza.Questo è il gusto, con il denaro. Io ho agito sempre come servo di Dio. Mi ha guidato sempre Dio. Sempre Lui, mi ha dato quello che volevo. Credo in un Dio supremo, misericordioso. Degli anni belli per l'arte, verranno. Civilizzatore è l'artista e l'arte è dominatrice dell'universo. Tutti artisti devono diventare. Vedrai! Tutti artisti saranno!

(1984, intervista a cura di Silvia Mangia)


martedì 14 ottobre 2008

La scrittura di Rina Durante ci manca!



Due libri di recente uscita raccontano di Rina Durante! Ce n'era bisogno!

Che, da quando Rina è scomparsa, poco è accaduto. I soliti tira e molla, i niet e i “che cosa ci guadagno” regolano la vita di un autore dopo la sua morte. Al massimo quello che può capitare è un opera 'in memoria'! Compilation di ricordi e di fraterne nostalgie. Capita per tutti. Ti viene da pensare quando valuti e pensi all'eccesso di tutela che i nostri autori subiscono, una volta scomparsi, loro, che mai si sono tutelati: vitalisti e generosi, anarchici nel loro non appartenere.
Ti viene da pensare! Da fare testamento e decidere prima della dipartita a chi ogni rigo che hai scritto deve andare, che fine deve fare, chi lo dovrà pubblicare! Se no, cala il sipario e amen! Definitivo! Neanche una parola di quelle che hai speso, scritto, pubblicato, ritorna! Che fatica e che dispiacere perdere tanta bellezza!
Pensate all'introvabile “La malapianta”, pubblicato da Rizzoli e vincitore del premio Salento nel 1965 (quando il premio aveva un senso). Un romanzo preziosissimo! Ogni volta che qualcuno me lo chiede in prestito rimango col fiato sospeso: dovrò fidarmi!, se voglio che quella meraviglia abbia altri occhi...
A questo vuoto hanno provato a dare un 'senso' un gruppo di studentesse del Liceo Scientifico Statale “Antonio Vallone” di Galatina con “Rina Durante, la scrittura delle radici” una ricerca collettiva - coordinata dalle professoresse Luce Maria Cudazzo e Francesca Fedele, pubblicata dall'editore Progedit di Bari - e Clelia Ancora che in “Istantanee d'autrice- Rina Durante” (Editrice salentina) traccia un inedito e realistico ritratto a più voci della scrittrice salentina.
Opere nelle corde di Rina, militante di un’idea di cultura partecipata, testimoniale, al servizio della piena valorizzazione delle culture subalterne. Uno sguardo, il suo, volto al narrare, capace di andare all'intimo, formatosi in anni e anni spesi con energia e curiosità. Sempre, fino alla fine!
“Fare il poeta, ma anche lo scrittore, è faticoso, perché è una grande fatica trovare la verità di tutti, ma ancora di più dirla a tutti. In un mondo che rinuncia al proprio volto, che fa di tutto per mistificarsi... Il poeta, oggi, ha questo dovere di deludere, gridando alta la sua verità”, scriveva nel 1980 sul ‘Caffè greco’, il fascicolo unico di letteratura di Antonio Verri, rivolgendosi ai “giovani poeti”. Il suo impegno, la sua conoscenza, la sua ironia, la sua sagacia critica, la sua arguzia intellettuale hanno servito un “movimento” mai sazio di maestri, capace di ascoltare quando trova sapienza ed umiltà.
Ascoltavo pochi giorni fa Emanuele Licci cantare “La quistione meridionale”, una delle canzoni di Rina, e l'emozione m'ha preso. Com'è sottile e calibrata la composizione, ogni parola porta in sé melodia, rabbia, disincanto. O “Luna otrantina”, l'avete mai gustata sino in fondo? Con i colori, i rumori, i silenzi che chiamano all'intensità della Storia? Sensibilità unica e capace, accogliente così tanto da farsi carico dell'intero sentire d'una terra. La sua intensità, il suo sotteso po-etico che appartiene al Mondo.
Qualcuno m'ha detto stamattina che questa terra non ha artisti! Un po' snob, il signore! O cieco, o sordo! Come fare a non accorgersi dello slancio di questa terra nel darsi espressione, interpreti, autori? Meglio non dare risposta e lasciare gli ignavi al loro nulla.
Un terzo lavoro su Rina Durante sappiamo in incubazione, lavorato dalla pazienza certosina e dalla volontà di Pino Sansò, prezioso perchè riporta alla luce novelle e piccoli reportage che Rina pubblicò sulla Gazzetta del Mezzogiorno negli anni sessanta. Finalmente la sua scrittura! Altrettanto potrebbero fare gli amici del Quotidiano di Puglia e del Corriere del Mezzogiorno…

(Il fotogramma è tratto dal film 'Come farò a diventare un mito' di Caterina Gerardi)

MM

giovedì 2 ottobre 2008

Come affresco di un bestiario



Su “l’ordine anilame delle cose” di Antonio Prete
di Antonio Errico

Descrivere a volte vuol dire narrare. Quando la descrizione riesce a perforare il visibile, a raggiungere il punto che genera i fenomeni e le cose, che costituisce l’origine degli esseri, allora tra descrizione e narrazione non c’è più differenza. Quando si riesce a svelare il senso delle ombre, a percepire la voce che si cela in uno stormire, a sentire il tremolare dell’aria come se fosse il fremito di un corpo, allora non si fa altro che raccontare un ordine dell’universo o almeno di una sua parte.
E’ questa la connotazione de “ L’ordine animale delle cose”, il libro che Antonio Prete pubblica con le edizioni Nottetempo.
Con difficoltà si riesce ad individuare il genere, per quel che può importare il genere della scrittura. Non è un saggio. Non è pura narrazione. Non è nemmeno quello stile di saggio raccontato che Prete predilige. Forse si potrebbe ricondurre alla forma dei bestiari. Però ha venature filosofiche, velature di autobiografia, riverberi di memoria.

Che libro è,allora.
Forse questo libro non doveva essere un libro. Ma un grande affresco. Con scene di animali, lame di luce, ipotesi di un fischio di vento invernale, una grande V rovesciata, disegnata da oche o anatre o gru o cicogne o aironi che migrano, colori di albe e tramonti, trascoloranze di mare.
Forse questo libro doveva raffigurare le scene di una genesi personale, interiore; doveva rigenerare con i colori immagini custodite nella memoria.
Questo è un libro scritto con lo sguardo e che pretende una capacità, o una disponibilità, a guardare. Antonio prete a volte scruta, altre volte trasvola paesaggi, altre volte si insinua negli anfratti, o segue un’onda di mare, un passaggio di tempo, un movimento di nuvola, le movenze di un cavallo baio e di un cavallo sauro. Guarda le creature come sono, come si trasformano, come diventano. Guarda oltre quello che si vede; oltrepassa il visibile attraverso l’immaginazione; rintraccia quegli elementi essenziali che accomunano la vita di un uomo a quella di un animale.
La plasticità dei particolari resuscita esistenze. La scrittura e il pensiero vagabondano negli occhi grigiocelesti di un gatto, con riflessi che variano dall’ocra al violetto.
La scrittura accarezza le pieghe dei corpi, sprofonda nelle tane, scava nelle veglie notturne, ripercorre i luoghi nebbiosi delle percezioni, oltrepassa o abolisce i confini dei generi, le differenze tra di essi. Dà agli animali una voce d’uomo. Ma dietro la voce ci sono pensieri, sensazioni, emozioni, trasalimenti, ricordi, passioni.
Lo stile è quello che caratterizza da sempre ogni scrittura di Antonio Prete, narrativa o saggistica che sia: traslucido, soffice, armonioso. In questo libro – particolare - ha cercato la sfida con una materia alla quale in altri luoghi delle sue opere aveva accennato – scrivendo di un cane o un ramarro o delle cicale – e che ora riprende e sviluppa in modo organico, approfondito, tessuto con particolari che si compongono in maniera coesa e coerente, che rappresentano l’ordine animale delle cose, nella sua apparenza e nella sua sostanza, nelle sue metamorfosi e nei suoi misteri. Ma soprattutto nelle forme con cui si presenta a noi. Come in un affresco che si anima.

Il passato del Salento


Il senso della relazione che il Salento
consuma con il suo passato forse è, ad un tempo,
quello di un legame viscerale e di un istinto di rimozione, di rifiuto.
Non è una contraddizione.
E’ la dimensione di questa passione.

di Antonio Errico

A volte così prossimo, a volte così remoto. A volte così chiaro, nitido. A volte nebuloso. A volte accerchiante, incombente, a volte sospeso, leggero.
Il passato di una terra è come quello di un uomo.
Ha forme, sostanze, linguaggi, orizzonti, opacità, trasparenze, concretezze, astrazioni, echi, richiami, sensi affioranti o profondi, racconti e silenzi. Metafore. Simboli.
A volte è un passato buio, a volte luminoso, oppure è un chiaroscuro. A volte è un passato pieno, a volte invece è vuoto (o almeno così sembra), a volte concentrato, a volte dilatato, slargato all’infinito. Ma come che sia è un significato radicale, un passaggio obbligato, un varco che si attraversa in continuazione, un ponte che congiunge le due sponde dell’essere stato in un modo e dell’essere in un altro, forse differente, forse somigliante. Certo non uguale.
Il passato è la condizione con cui comunque fa il conto ogni uomo, ogni luogo.
Consciamente o inconsciamente, con un progetto o per occasione, con inquietudine o con serenità. Non esiste identità senza passato. Oppure, se esiste, è un’identità lacerata: c’è stato un punto in cui si è verificato uno strappo, si è aperta una frattura, è maturato un rifiuto, un abbandono, una diserzione, una fuga. Un’identità senza passato è una negazione del tempo che è appartenuto ad un uomo o a una terra. Un’ identità che si pone in relazione dinamica con il passato, sviluppa una capacità di decifrazione e interpretazione dei segni del presente che spesso costituiscono prefigurazioni di futuro e quindi consentono sia di essere ad agio nel tempo che si vive , sia di essere pronto ad accogliere con consapevolezza il tempo a venire.

Il passato del Salento è composito, complesso, connotato da una fisionomia meticcia, da elementi ibridi, da una rete di interferenze che agiscono talvolta in funzione propulsiva, tal’altra in maniera negativa, da una stratificazione di incognite e di storie in qualche caso ancora non concluse. Dalle contrade del Salento è passata gente d’ogni razza; ha lasciato tombe, parole, misteri, mestieri, piante, riti, poesia, cattedrali, dolmen, menhir, vizi che ormai si confondono con le virtù.
Come ogni passato non è mai incoerente. Ogni fatto ha le sue cause ed ogni causa ha le sue ragioni: comprensibili o incomprensibili. Poi il fatto produce un effetto che può essere accettato o rifiutato, condiviso o contrastato. Ma non è mai incoerente.
Venne Ernesto De Martino, in Salento, e disse di una terra del rimorso , di “una terra del cattivo passato che torna e opprime col suo rigurgito”. Era la fine degli anni Cinquanta e De Martino pensava che le coscienze fossero percosse “dal cattivo passato individuale e collettivo” ma al tempo stesso intravedeva nella vigile memoria del passato un soccorso – forse l’unico soccorso possibile – alla vita.
Ma la coscienza del passato talvolta è tramata da una lacerazione profonda: come una crepa che attraversa il tempo e lascia intravedere il magma che scorre nelle profondità. Lo ha detto Vittorio Bodini che al suo paese del Sud ogni attimo del passato somiglia a quei terribili polsi di morti che ogni volta rispuntano dalle zolle.

Allora il senso della relazione che il Salento consuma con il suo passato forse è, ad un tempo, quello di un legame viscerale e di un istinto di rimozione, di rifiuto. Non è una contraddizione. E’ la dimensione di questa passione. Ed è proprio questa dimensione che mantiene costantemente vivo il passato, oppure lo rinnova, continuamente, che provoca o pretende l’incontro con le sue forme, i suoi simboli, le sue decifrate o indecifrate epifanie.
In ogni espressione di stagione nuova, nella elaborazione di un nuovo pensiero, nelle mutazioni antropologiche che vive, nelle transizioni delle sue culture, nella progettazione del futuro, il Salento si ritrova a confrontarsi con quello che è stato, con la sua storia e la sua tradizione, con i suoi rituali e la sua letteratura, con la genialità e la depressione, con le accademie di monaci sapientissimi e il morso meschino della taranta, con l’incantesimo delle chiese bizantine e la fatica che la terra ha preteso ma anche con l’abbandono che poi la stessa terra ha subito.
Con tutto. Consapevolmente o inconsapevolmente.
Comunque con quella passione. Quindi con l’esclusione assoluta di qualsiasi indifferenza.
In Salento il passato non è mai indifferente. Può essere buono o cattivo passato, può provocare una memoria felice o dolorosa, può essere una ferita mai guarita oppure il segno quasi invisibile di una scalfittura. Ma non è mai indifferente.
Alla fine del secolo scorso il respiro del passato diventa più forte, potente. Quanto più si allontana e quanto più si fanno prossime le nuove configurazioni del tempo, tanto più si avverte il pericolo dell’estraneità a se stessi e alla propria radice, ad un sentimento di appartenenza.
A quel punto si verifica il fenomeno di riappropiazione del passato attraverso le espressioni dell’arte. L’arte è l’unica condizione che consente di riabitare la casa del padre, di riavvolgere fili dipanati, di cui spesso si è persa l’origine e la natura. Un uomo ha il ricordo e la rete di ricordi che costituiscono la sua memoria. Per un uomo il passato è una dimensione esclusivamente interiore, a volte consegnata al silenzio, sprofondata in quel pozzo dell’esistenza che custodisce i segreti più intimi, essenziali. Non è importante – forse è irrilevante – che il passato di un uomo si manifesti, si metta in relazione con il presente che appartiene al sè e con il passato che appartiene all’altro. Per una terra, invece, il passato esiste in quanto e fin quando ha possibilità di ripresentarsi, di riproporsi attraverso sistemi di simboli o proiezioni di metafore.

L’arte si realizza per sistemi di simboli e proiezioni di metafore. Così per tutto il Novecento, l’arte del Salento ha scavato alla ricerca del proprio passato e ha costruito forme di rappresentazione di esso. Prima, più o meno fino a tutti gli anni Cinquanta, esclusivamente attraverso la letteratura e in una qualche misura anche attraverso l’arte figurativa. Dopo, per tutta la seconda metà del Novecento, con una convergenza sapiente di forme espressive molteplici e diverse nei loro metodi e nei loro esiti, anche se identici erano i presupposti, i motivi, i moventi, le finalità, gli obiettivi. Intorno alla letteratura, che è rimasta il riferimento insostituibile, si è sviluppato un movimento creativo che ha generato un fenomeno di costruzione del passato. Quel passato del Salento a cui noi facciamo riferimento, che proponiamo come simbolo, paradigma, modello, è una costruzione realizzata dall’arte.
Tutte le cose che l’arte realizza sono il risultato di una combinazione di vero e di falso, di realtà e di finzione, di storia e invenzione. Anche le immagini del passato vulgate e frequenti appartengono, quindi, a questa natura. Il passato del Salento che si deposita o si spande nel nostro immaginario individuale e collettivo è una figurazione che solo in minima parte risponde a caratteri di realtà. Per molti elementi e per molte espressioni si presenta sotto forme fantastiche, con quelle connotazioni del meraviglioso che sono proprie dell’immaginazione, con quell’insistenza su alcune formule che spesso ha dato origine ad un clichè che come ogni clichè è falso, o comunque storicamente inautentico, quindi semanticamente inattendibile. Così noi facciamo esperienza di un incontro con un passato un po’ vero e un po’ falso, qualche volta storicamente inautentico, quindi semanticamente inattendibile,che in quanto tale trasmette segnali veri, falsi, inattendibili, che non hanno un carattere che interagisce e si esauriscono nel tempo e nello spazio del motivo o del pretesto che li ha generati. Ma senza un’arte il Salento non avrebbe avuto immagini del passato, forme con cui confrontare il proprio presente; non avrebbe avuto nemmeno la possibilità di assicurare al passato una sorta di infinita esistenza.
L’assedio di Otranto nell’anno 1480, per esempio, sarebbe rimasto probabilmente un fatto di storia minore confinato nelle pagine di ricerca locale se L’ora di tutti di Maria Corti non avesse trasformato in metafora il nome di quel luogo. Il contributo che il romanzo ha dato all’immagine del passato del Salento ha una valenza culturale straordinaria. Ma quel romanzo ha realizzato un’operazione di trasmutazione della storia in mito. Il tempo narrativo ha annullato il tempo cronologico. Ha costruito una realtà simbolica. Ha trasformato una vicenda storica in un artificio dell’immaginazione. Ecco, dunque, il passato un po’ vero e un po’ falso, comunque semanticamente inattendibile. Però è questo passato che ha determinato l’immaginario diffuso e trasversale. E’ questo il tempo che passa e ripassa sul volto del Salento apparendo un po’ come un ombreggiamento che confonde e un po’ come uno splendore misterioso e lontano.

Tre poesie di Gianni Minerva



Attraversanti

So di gente che attraversa l’Adriatico per la svolta

delle dita fra i capelli, per strappare il cerotto attorcigliato

alla nuca assolata, e non sanno, che la fame s’attacca

anche ai nostri piedi firmati, alle unghia di ciglia

e ai nomi distratti dal tonfo d’un tasto, premuto in fretta,

a cambiare il punto di vista. Siamo tutti qui, nell’archivio.

Qui le schede raccontano viaggi impervi, fatti solo di fumo

negli occhi, a insalivare le mani che raccolgono. E di passi

in attesa di avere, di avere senza dare o concedere.

Mi chiamano illuso, perché porto speranza nel taschino,

perché mi agito poco, sogno spesso,

e non so dirmi sconfitto se sbatto contro un muso di legno.

Urlate quel che vi pare, non vi giudico, non so farlo,

mia madre pensava al futuro, le serpi le vedeva fra i capelli,

non pensava alla bocca, non leggeva futuri nel lavello.

Lei dirocca castelli per aria, spinge le mani ad abbrancare gomitoli

di piume e cera, che il figlio non ha difetti, ha smangiato solo la via.

La via del domani che già si presenta nell’alba dei gommoni in burrasca.


Via di ieri / L’isola bambina

Un ponte levatoio accementato, mi teneva

lontano dalle grinfie dell’asfalto sfumacchiante.

Sono nato su un isola di mattoni,

quasi tutti marroni, circondato da mura

smangiucchiate, con crepe per vedere

donnine attente e linguacciute.

La strada affiumata si rincorreva, sbattendo

contro le porte, sballando a prendere storte;

io non avevo tempo per gettare

barche di rivista, ben fatte e ripiegate, nei rivoli

profumati di lavanda, colati via dalle feritoie

di pile crepate, dalle troppe camicie sfregate.

Mi aggiravo, furtivo, penzolante di calzoni,

scarpe slacciate e dita pronte ad annusare

le resine dorate, collante delle mie pareti,

edificavo regge sui rami del fico,

avvistavo battelli ebbri di parole urlate

che richiamavano l’attenzione al mio cadere.

E giornate distese, dove, improvvise, svoltavano l’angolo

vergini false o demoni travestiti,

trasportanti croci precarie di cristi slavati,

a rincorrersi, adulteri di fede e fuliggine,

tutti a bere l’altare, tutti a recitare rosari sbeccati.

Inclinavo l’orecchio, la verità scivola dal fondo,

e vedevo cappucci con punte di spade,

guerre parole canti dolore.


Otturazioni

Non ho pane da dare in pasto alle mie otturazioni,

le mani hanno solchi scavati, una vecchia li legge,

per strada, sfinita dal caldo afoso di queste vie.

Sono croci, le dico, inflitte nel palmo

di una terra che non riconosco;

e lei mi scaccia, esecrando, timorosa d’affanno.


mercoledì 1 ottobre 2008

Verso Sud - Salento d'acqua e di terra rossa



Quella di Goffredo Fofi è una visione del Salento che sentiamo vicina!

Disincantata e rapita, la troviamo, in introduzione del bellissimo

Verso Sud. Salento d'acqua e di terra rossa”

Un libro edito da Anima Mundi. Un opera collettiva

realizzata da Marilena Cataldini, Caterina Gerardi e Marina Pizzarelli,

che racconta con sapiente equilibrio la storia di venti personaggi,

artisti ed intellettuali, che in tempi non sospetti,

prima dell'attuale boom turistico,

hanno scelto come patria d'elezione questa nostra terra.


Gli occhi degli altri sono indispensabili

a comprendere un luogo,

anche per chi vi è nato e non ne è mai partito.


Terra di transito, Terra di ritorno

Goffredo Fofi


In qualche punto di questo libro si cita una vecchia canzone (o poesia?) salentina, che sembra quasi un proverbio: “Salentu Salentu, comu camini lentu”.

Non vale più, questa constatazione è un ricordo di ieri. Il Salento ha preso da diversi anni a camminare spedito, e ha rapidamente raggiunto il resto del paese. Nel suo bene e anche nel suo male. Ma, vuoi per il ritardo con cui qui ci si è omologati agli usi e consumi del resto del paese, vuoi per la forza del passato e delle radici, vuoi infine per una distanza proprio geografica, e per un Sud proprio Sud, per un mare aperto all’oriente e per una pianura splendidamente austera nella sua essenziale bellezza di pietra e di ulivo, il Salento è rimasto profondamente Salento, mantiene la sua diversità e non si lascia facilmente domare dal turismo, dal nord, dalla moda, dalle notti bianche del folklore esibizionista.

Il Salento si è messo al passo del resto dell’Italia e dell’Europa in molte, in moltissime cose, ma anche è rimasto in disparte, forse più scontroso nella sua apertura di dialogo che non altre parti del paese e del Sud.

Non è stato per caso la patria di Vittorio Bodini e di Carmelo Bene, che l’hanno cantato ed esaltato nella sua luce e nel suo mistero, nell’inatteso e raro chiaroscuro dei suoi silenzi e dei suoi miracoli.

Ed è a Carmelo che penso, girando per il Salento, di paese in paese, in automobili guidate da altri che si direbbe inciampino nel passato e nell’eterno e ne siano costrette a rallentare la corsa, oppure talvolta a piedi perché da paese a paese la distanza è sempre breve, nel reticolo di collegamenti che fino a tempi recenti prevedevano più facilmente la breve che la lunga distanza, la stella invece della linea continua. E a un progetto che Carmelo non poté realizzare, di un Don Chisciotte itinerante, nella traduzione bellissima e solare di Bodini che legava Mancha e Salento (ma più bello e animato il Salento della Mancha!), che vagasse paese per paese e capitolo per capitolo, e ogni giorno un percorso, una tappa, un episodio. Degli incontri, degli scontri. Da un lato il sogno e il bisogno di portare giustizia che è del Cavaliere errante e fuori tempo, e dall’altro una realtà terragna e diffidente, sanchesca, un luogo troppo luogo per lasciarsi conquistare.

Sono queste le due anime che mi appaiono del Salento, se vi ci si aggira nelle silenziose mattine di un sole alto e forte o nel cader delle notti sotto lune immense e rosse, quando la terra odora di terra, di terra odorosa, quale che sia la stagione, e il vento odora di mare, quando muove le sue nuvole basse, vicine quanto la luna. E a vincere sono sempre - è questa l’anima che è ovunque, nel mondo, maggioritaria - la realtà, il realismo, l’accettazione furba o piegata del mondo com’è, mentre il sogno resta grazia e condanna di pochi. Tra questi pochi, forse, i visitatori illustri o nuovi abitanti, i provvisori salentini di cui parla questo libro-rassegna che ci appare come un censimento di visionari affettuosi, conquistati e acquisiti, la cui diversità è bene accolta perché viene da fuori e non si oppone alle norme e consuetudini, dentro le quali ognuno può riuscire a scavare, se benestante, una propria nicchia felice. Almeno per un tempo, perché non sempre chi giunge fin quaggiù sa resistere al ritorno dell’inquietudine, alla voglia di rimettersi per strada dopo un bel momento di pausa e di incerte e provvisorie radici.

Ho conosciuto in un passato abbastanza vicino due dei pochi intellettuali che conoscevano bene e amavano di vero amore il Salento in un’epoca in cui il Salento non era ancora alla moda, e in cui, venuti da fuori, si era in pochi a frequentarlo assiduamente e amorevolmente, ad apprezzare le straordinarie qualità del suo ambiente fisico, storico, umano che gli italiani (e talvolta perfino i pugliesi delle provincie “a nord”) colpevolmente e stupidamente ignoravano. Si trattava di Vanni Scheiwiller e di Maria Corti, amici ormai scomparsi, che avevo conosciuto e frequentato nel mio lungo periodo di vita milanese e oltre. Incontrandoci “dopo il Salento” o “prima del Salento” anche a Milano, era abituale che il discorso sul Salento finisce per cadere, e che ci si facessero confidenze e ci si dessero suggerimenti. Un monumento, una persona, una festa, una pietanza, un proverbio. E si finiva sempre per alludere a un indicibile, a un odore, a una “sostanza” non definibile e alla quale ci si poteva accostare parlando per paragoni e al negativo: non è come quella tal cosa vista o capita in quel tal posto, “non è come”, è davvero un’altra cosa. Il Salento di cui ci parlano le pagine di questo “viaggio” è “un’altra cosa”, non somiglia a niente del resto della penisola, per quanto magnifico.

Si parla in questo libro di un Salento “terra di transito”, che “non soffoca” e che “non prende alla gola”, che “si lascia sfogliare come un libro antico”. E' tutto vero, ma non è tutto. Il Salento è un’entità estremamente concreta ed estremamente definita, che si può percorrere e conoscere, e “gustare” per breve tempo o per molto. Ma non è solo terra di transito: è terra di ritorno. Gli occhi degli altri sono indispensabili a comprendere un luogo, anche per chi vi è nato e non ne è mai partito. Ma non possono essere quelli del turista che non si ferma, che non cerca, che non penetra e non si fa penetrare. Il Salento esige attenzione, continuità, scavo. Esige ritorno. E solo allora regala un po’ della sua verità e non solo della sua bellezza, a chi sa rispettarlo, ascoltarlo. Nel Salento bisogna venire stare tornare. Spesso, non solo in estate. E dico Salento, non Lecce perché le capitali, quanto a composizione economica e umana, si somigliano ormai tra loro anche troppo.

martedì 30 settembre 2008

L'anti-favola del Sud. Su le spose di Mario Desiati



di Irene Leo

Il paese delle spose infelici è un anti-favola. Ovvero è un paese delle meraviglie al contrario, e non c'è un Alice perbene dalla veste pulita tra le righe, bensì un Annalisa torbida nei suoi pensieri e nelle sue azioni, bionda, effimera, impalpabile e poi concreta e terrena. Bella e maledetta a tal punto d'esserlo oltre le metafore con i suoi "affascini", che si fanno iperbole nelle vite di due uomini, Zazà e Velenus, protagonisti di una storia di cui il secondo è coscienza narrante. C'è un'aria paesana sullo sfondo che si alimenta da sé man mano che i personaggi avanzano in una realtà talmente vera da toccare i vertici del surrealistico e del paradossale. Martina Franca, Taranto, l'hinterland di Noci, la Madonna della Scala, Barsento, la colonia degli Hanseniani presso Gioia del Colle, si tingono di una dimensione scura più del nero, che intrappola e magnetizza, come tutto ciò che è male ed è proibito. Temi differenti vengono affrontati tra le pagine di Desiati che oscillano dalla questione sociale, a quella lavorativa, ad una strettamente intima della psiche umana, qui come anche nel precedente romanzo Vita precaria Amore eterno dello stesso autore, i fallimenti le battaglie perdute, le pazzie, sono figlie di un oblio che è diktat di tutto il discorso filologico, e che si pone come alternativo sopravvivere. Non si sfugge alla sorte, scritta ed incisa a caldo sulla pelle del Sud, quasi a volerlo caratterizzare ulteriormente dandogli connotazioni prive di speranza, accentuando la drammatica messa a fuoco dell'evocazioni mancanti di grigi, con tutta la violenza invece del bianco e nero estremo. Il fato nel gioco degli eventi attrae con una forza distruttrice ogni vita, ogni aspettativa come quella vana ed eterea dell' Esperia, la squadra di calcio in cui Zazà e Velenus due mondi paralleli, si incontrano e scintillano, mescolano i loro sogni le loro parole ed il sangue alle ginocchia sbucciate sul brecciolino secco, crescendo. Il paese delle spose infelici, tra le pagine tende a perdere la sua connotazione geografica ed assume una dimensione autonoma di disagio globale, un'infelicità senza tempo e spazio, l'esigenza di sfuggire al proprio destino porta alla morte coraggiosa le giovani spose, quale ultima possibilità di cambiamento. Sovviene alla mente l'eco sfumato e reinterpretato del mito dell'ostrica di verghiana memoria, in chiave moderna e "particolaristica": inutile ribellarsi alla corsa degli avvenimenti e al proprio status sociale, specie se il male è infimo.
Ma è Annalisa la chiave del mistero, Annalisa è alfa ed omega del romanzo. Zazà e Velenus eterni rivali d'amore per la stessa donna, il primo amato e mai scordato, il secondo non corrisposto in virtù del primo, che conosce in maniera coloristica il mestiere di vivere, avendolo imparato in fretta dal turbinio degli errori. Annalisa moderna untrice, moglie "liberamente" fedele al suo ruolo, liberamente "strega", liberamente "donna". Sono forti i richiami alle storie locali trasmesse nel tempo e rintracciabili nel tessuto fisico ed antropologico del territorio che Desiati conosce e celebra, con questo quadro dai colori acidi e scordanti e privi di una grazia che affonda nei passi di un contesto sociologico di valori sconnessi, e ribaltati. I personaggi sognano una libertà che li incatenerà, che li renderà orfani della propria morale. Ma poi in conclusione tutto resta sospeso, se è vero che le colpe e le dissoluzioni di Velenus e Zazà trovano un corrispondente punibile per legge, è anche vero che il bilanciere dei sentimenti e delle emozioni non è soggetto a nessun metro di giudizio. Eppure la poesia si fa largo tra queste pagine, poesia sdentata, poesia evocata (letteralmente quella di Rocco Scotellaro ad esempio più volte) poesia cruda e piena di rovi, poesia senza mezze misure, come specchio insofferente di vite malvissute, ma intensamente vissute. Ma per mutuare le parole di un giovane poeta della Brianza, (Fabio Paolo Costanza): Se"...il peggio è la poesia, / salvatela.

(Finitolo di leggere, mi accingo a posare la copia del mio libro desiatiano guardacaso accanto ad un vecchia edizione dell'Alice del paese delle meraviglie di Lewis Carroll di cui sopra, regalatomi da bambina. Ed un pensiero mi sovviene prima del black out del sonno: l'immaginario ed il vissuto non sono poi così distanti...)

mercoledì 24 settembre 2008

La dura vita del giurato




La cronaca del poetry slam de "La Movida”

organizzato dall'Associazione C-arte
e sostenuto dai vini di Castello Monaci

di Vito Antonio Conte

Sono le 21.30 di ieri 23 settembre. Sono in via Paladini e la mia liricità ha assunto forme alte in un abbraccio... Ma è tardi. Un ultimo sguardo... per saluto.
Devo raggiungere quello strano posto ch'è la vineria “La Movida”, non molto distante, nei pressi della chiesa di Santa Chiara, dove la piazza è ancora uno scavo e altre vite che furono reclamano luce. Ho in tasca i miei fogli di poesia. Leggerò i miei versi al primo Poetry Slam (...) che questa città stasera avrà. Ci arrivo dopo pochi minuti e trovo tanti amici e anche altri mai visti.
È già bello. Saluti, abbracci, parole, sorrisi e un buon bicchiere di rosso per scaldare la voce. Poi Luca (Nicolì), che sarà il 'bravo presentatore' della serata, si avvicina - nel mentre sono seduto su una panca all'aperto - e mi dice se voglio fare il “giurato”, che il terzo titolare ha avuto un imprevisto (no, non si è infortunato!). Svesto la tuta e, da buon (all'occorrenza) tredicesimo sempre pronto a fare il suo ingresso in campo, raggiungo il tavolo della giuria: sono in ottima compagnia: Anna Palmieri e Mauro Marino, che di poesia s'intendono, eccome.
Non vi spiegherò le regole del gioco; se non le conoscete venite al prossimo incontro, tra quindici giorni. Intorno alle 22:00, l'agone ha inizio. Apre i canti Martina Gentile. Il mio voto per lei è dieci. Di più non si può. Ma sono di parte e lo confesso ai miei “colleghi”. Ridiamo. Darò dieci anche a Giovanni Santese e a Gioia Perrone (e se anche per loro il mio voto è di parte, vi assicuro che meriterebbero di più...). Un nove pieno a Massimiliano Manieri... che diventerà dieci nel finale a tre, dopo che (bene) hanno fatto la loro parte Gabriele Giannuzzi, Angelo Petrelli, Paolo Ferrante, Marthia Carrozzo e Margherita Macrì (che si esibiscono in una combinata che sfora il tempo massimo, accelerando oltre modo la loro performance e vengono -perciò- penalizzate), Gianni Minerva, Mario Calcagnile, Vito Luceri e Daniela Cecere. È un bell'ascoltare e un bel vedere. Un sentire di ciascuno che diventa comune in una alchemica commistione tra la performance di ogni poeta e tutti quelli che, per caso o per scelta, si trovano nel locale.
C'è che la poesia, in questa occasione, diventa altro. E non c'è spettacolarizzazione, come pure potrebbe accadere, del verso, né parole che possano acquistarsi a etti. Non c'è l'arena, per intenderci. Non ci sono belve e predestinati al loro pasto. Non c'è un pubblico che gode del sacrificio, dando sfogo ai suoi malesseri lanciando volgarità e ortaggi andati a male all'indirizzo dei “giullari”.
Non c'è alcuno che indicherà il pollice verso. Quanto meno, non è accaduto stavolta.
Conservo memoria di episodi del genere di un (anche) recente passato. E non giudico.
C'è che ogni gioco ha le sue regole e non ci sono più (...) partecipazioni coatte...
La poesia, è vero, nasce dentro e intimamente va conosciuta. Altra cosa è il Reading. Altra cosa ancora è il Poetry Slam. L'incontro di cui vi dico è stato un concentrato di tutto questo, nel segno dell'assenza di ogni pregiudizio e della forte presenza del divertimento, di quel divertimento che coincide con lo stare (e stare bene) tra amici (anche se non ci si conosce) e sentire l'allegria che finisce per toccare anche chi l'aveva dimenticata da qualche parte.
Senza trascurare l'attenzione per i temi sui quali sono volati i versi di ogni poeta.
Senza dimenticare la tensione poetica del dire del Capitano Black, ancora colpevolmente poco noto, rievocato in maniera commovente dal 'bravo presentatore' di cui sopra. Senza scordare il riferimento colto a Baudelaire, giocosamente reso da Piero Rapanà. Senza far finta che tutto va bene, ma sentire (sì, “sentire”) davvero che, come ha ribadito Anna Palmieri, la poesia (che, per definizione, è -anche e soprattutto- incontro) può salvare il mondo! Il buon cronista che non sono non deve trascurare di dire che il gioco (piuttosto che il certame) ha, in fine, visto a pari punti Gioia Perrone, Giò Santese e Max Manieri. Che se la sono giocata da par loro. L'incontro (piuttosto che lo scontro) finale ha visto pareggiare (anche dopo i calci di rigore a oltranza: leggi applausi del pubblico) Giò e Max.
Alla fine bottiglie di buon vino per tutti. E, ve lo giuro, al momento dei saluti, c'era nell'espressione di tutti una gran bella e leggera riflessione.