sabato 24 novembre 2007

Toma è feroce, è sanguinario come tutti i veri poeti!

T O M A
di Antonio Errico

L’espressione più stupida e banale è quella che il tempo passa . E’ stupida, banale, probabilmente anche falsa: perché il tempo non passa, né rapido, né lento: il tempo guarda gli uomini passare; guarda passare anche le cose: i muri che si scrostano, le carte che si tarlano; guarda passare i fiori che appassiscono. Guarda passare quello che esiste e che non esiste: le fantasie, i sogni, le emozioni.
Forse il tempo è soltanto quello che noi diveniamo, il modo in cui diveniamo continuamente altro da quello che siamo o che crediamo di essere. Dice Martin Heiddegger ( “ Il concetto di tempo”, Adelphi) che la domanda “ che cos’è il tempo” dovremmo trasformarla in “ Chi è il tempo? “, e più precisamente “ siamo noi stessi il tempo?”, e con ulteriore precisione: “sono io il mio tempo?”. La stessa cosa dicono gli angeli fatti uomini nei film di Wim Wenders.
Non esiste quasi nulla in natura, che sia stato creato da uomini o dei, che non passi – non si trasformi – sotto lo sguardo del tempo. Quasi nulla. Solo la scrittura ha il potere di restare immutabile: cambiano le idee riguardo una poesia, i giudizi, le interpretazioni. Il tempo guarda passare – trasformarsi – le piramidi, ma i geroglifici non passano, non si trasformano. Siamo noi che cambiamo emozioni e opinioni.
Sono passati esattamente vent’anni da quando è morto Salvatore Toma. Era il diciassette di marzo dell’ottantasette. E nevicava. Era da una settimana che nevicava. Sono passati vent’anni esatti e chi gli è stato amico gli è amico ancora, chi non gli è stato amico lo è diventato o ha fatto finta di diventarlo perché essere amico di un poeta ( morto) certo non può procurare i fastidi che a volte ( spesso) procura l’essere amico di un poeta (vivo).
Essere amico di Totò Toma (vivo) procurava fastidi. Perché era spontaneo – troppo-, sincero – troppo- , immensamente timido e quindi esibizionista per reazione, personaggio, istrione, provocatore, sarcastico, così autenticamente riservato da farsi artificiosamente sfrontato. Allarmato e strafottente. Vorace di conoscenze, di sensazioni. Attratto dai colpi di teatro, dagli effetti strabilianti. Gli piaceva ( voleva) dissacrare e stupire. Attore comico e tragico. Una compagnia straordinaria ma da tenere sotto costante controllo. Diceva Antonio Verri: Toma è feroce, è sanguinario come tutti i veri poeti; come i veri poeti ha il diritto di mandare al diavolo un po’ di gente; è un batuffolo di ironia e di smaliziato candore; è una polveriera di angoscia e di sarcasmo.
Quando Toma morì, su questo giornale dicemmo che sapeva essere anche dolce, delicato; che sapeva usare colori tenui, smorti, a volte, parole che erano fluide, delicate, mescolate con metafore ardite, toni bassi, come se raccontasse confidenze.
Sono tornato spesso sui suoi libri, in questi vent’anni., soprattutto su quei tre – gli ultimi tre – che già nei titoli annunciano un evento straordinario: “Un anno in sospeso”, “Ancora un anno”, “Forse ci siamo”. Poi sul “ Canzoniere della morte” pubblicato da Einaudi dodici anni dopo la morte, con interessamento, introduzione e cura di Maria Corti. E tutte le volte ho avuto l’impressione che ad ogni poesia crescesse la paura.
A un certo punto Toma ha cominciato ad avere paura della parola. Quasi che vivesse la tragedia della transustanziazione ( posso dirlo?) quasi che la parola si facesse carne, sangue ribollente, che bruciasse, si raggelasse, si contorcesse, urlasse mugolasse trasudasse. Vivesse, semplicemente. Fosse vita. Anche se sconvolta, disperata. Ha cominciato ad avere paura della parola che gli faceva vedere lo sguardo del tempo sulla sua vita, gli mostrava le rughe, le ferite, i filamenti di sangue dentro gli occhi, i tormenti per un verso non riuscito, gli stessi tormenti anche per una perfezione di forma e di sostanza. Gli faceva paura accorgersi che quella parola restava intatta mentre tutto dentro di lui si trasformava, si dissolveva, e tutto intorno a lui si deformava, si sgretolava.Gli faceva paura accorgersi che quella parola era la sua “ anima nera”, capace di contare i secondi , di capire “ l’attimo in cui scatta/ la tua metamorfosi/ esattamente”.
E’ nei confronti della parola che si tende, che si dilania fino a comprendere, a mordere il senso condensato nell’attimo della metamorfosi, che Totò Toma ha sempre più paura. Ha paura di una parola che sillaba dopo sillaba diventa terribilmente capace di dire, di mostrare, di rappresentare l’essere che diviene sotto lo sguardo del tempo fino ad annullarsi e a sentirsi costretto a domandare l’elemosina di una memoria proprio a quella parola che impaurisce sempre di più. ( Ma un grande poeta – diceva – si riconosce soprattutto dalla paura che si fa).
Gli fa paura la parola che riesce a dire l’essere stati senza possibilità di ripetersi, l’aver amato, l’essere stati amati, senza più la possibilità di riamare, di essere riamati, che può raccontare un delirio, lo sgambetto della vita, la roulette russa dell’ alcool, la truffa della cosiddetta realtà, la bancarotta del sogno, l’agonia di un tramonto, la deriva di ogni giorno.
Gli fa paura quella poesia che amava fino alla vita e anche fino alla morte, con cui avrebbe tentato di lasciare in eredità l’ultima emozione, uno scoppio di felicità, uno smembramento leggero.
E’ anche per questa paura che, come diceva, poeti si nasce e a volte non si finisce. Si finisce uomini soltanto. Magari un po’ stravolti dalla ingenua smania di conquistarsi il cielo con le stelle di parole.

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