giovedì 13 settembre 2007

Canto blues alla deriva



















Nota d'inizio
Dal ritmato balbettio iniziale (“Io le volevo / Io le volevo troppo / Io volevo / Io le volevo tutte vicine / Io le volevo tutte / Io le volevo fragili / Io le sognavo”), per piccole frasi, note ribattute, flussi d’incoscienza a più voci e “senza oggetto che incarni / il vizietto di eternizzare”, si giunge al conclusivo “non muore” che non conclude nulla. “Nella dimensione della ripetizione”, “fuorviando, sviando, smarginando”, trascinato dalle correnti della paratassi il Canto Blues alla Deriva prosegue il suo viaggio oltre il finire del canto. Perché esso parla soprattutto di se stesso, del suo farsi alla prima, di voce in voce, attraverso una lunga e sregolata sequenza di assoli. L’enunciazione del tema corrisponde niente più che al titolo e il mood è quello malinconico di un colore: il blu. Potrei citare Duke Ellington e quella sua famosa composizione che è Mood Indigo, ma una delle voci mi suggerisce di andare oltre perché “nel tragico è racchiuso il segreto / nel tragico / nel tragico / nel tra gi co / poetare di silenzi”. E così, “di casa in casa / di sguardo in sguardo”, “c’avrebbero presi e poi / mani e piedi / legati assieme”. Per i poeti coinvolti nel progetto (jam session o work in progress che si voglia chiamare) si è trattato di delineare i confini di uno spazio letterario nuovo nel quale svolgere e sviluppare in libertà le variazioni sul tema iniziale di tre sole parole, con fendenti introspettivi e imprevedibili, riarmonizzazioni che fanno rinascere la pagina. “Ma come, ancora una volta / a perdersi dietro ai segni…”. Insomma, “ancoraquelgiocodinasconderticosetraiversi” per trovare l’approdo “nella mano che stringe / la mia” e nelle parole “di quegli attimi / non annotate e che poi dimentico”. Ma anch’io, amici, anch’io lettore e uomo labirintico nell’accezione in cui ne parlava Nietzsche (“un uomo labirintico non cerca mai la verità, ma unicamente la sua Arianna”), anch’io a volte mi lascio andare e vivo, come ora, “di briciole lasciate sul cuscino”. Non può essere diversamente: “Chi visse la parola disse il mondo / e il mondo disse vita e visse il giorno”. Nella vanità e nell’innocenza di un’attività simile al gioco il Canto Blues alla Deriva è per me l’appassionante ascolto di una voce neutra, quasi impersonale. Altro che narcisi, i poeti! Il contrario. Perché, per ascoltare il mormorio dell’essere, è necessario svuotarsi completamente di sé. È l’opera che impone questo. Perciò, al momento di congedarsi, è proprio dura. L’autore collettivo potrebbe continuare all’infinito e nel calendario delle sue voci ce n’è una che lo dice chiaramente: “Questo canto vorrei non terminasse mai, / perché per ogni fine c’è un pizzico di morte che mi assale”.
Vittorino Curci

Manifesto
Gentili lettori, per sette mesi, dodici poeti hanno intrapreso un percorso artistico insolito, molteplice, fuori controllo alcuno e sotto il segno della massima libertà espressiva. Il nome del percorso è Canto Blues alla Deriva. Volendo riassumere con un’immagine il Canto Blues alla Deriva, mi piace immaginarlo come un gruppo di poeti in perlustrazione sul mare della Poesia: nessuno di noi sapeva quanto tempo sarebbe durato questo nostro navigare e nessuno di noi sapeva dove in fine saremmo approdati. Unica certezza era il viaggiare insieme, alla ricerca della Parola. Eravamo dodici voci al crepuscolo. Come ho scritto da tutt’altra parte: nel Canto Blues alla Deriva ci siamo concessi quella libertà ch’è proibito prendersi nella vita. L'idea del Canto Blues alla Deriva è nata all’inizio del 2005 da un’esigenza, meglio dire speranza da parte mia e di Luciano, di provare la sensazione che in rete fosse possibile realizzare un progetto poetico comune fra noi giovani scrivani. Così ne discutemmo e nacque l’idea di sviluppare un poema come un lungo blues improvvisato fra amici. Lo statuto del Canto era: io tiravo giù dei versi slegati da una situazione ben precisa; l’altro poeta, leggendoli, se ispirato da quella melodia di parole, proseguiva il canto con sue strofe, andando da tutt'altra parte; e poi io lo rincorrevo e stimolato dal suo canto proseguivo, e via così. Parlo di spontaneità. "La prima idea: idea migliore" (Allen Ginsberg). Io e Luciano iniziammo il Canto Blues alla Deriva con due lunghi frammenti, successivamente alcuni giovani poeti hanno deciso di contribuire al Canto, inserendo diversi loro canti nati dalla suggestione o dal rifiuto delle precedenti liriche, ciascuno serbando la propria voce: eravamo anime che "suonavano" come una band di jazz, ognuno con il suo stile e la sua personalità. Naturalmente il Canto Blues alla Deriva, come il mare, ha avuto dei flussi e dei riflussi tematici. Dei momenti di bonaccia e altri di tempesta. Nel complesso si è creato un equipaggio affiatato e attento. Sono nate amicizie, influenze trasversali, dibattiti. Desideriamo ringraziare tutti i poeti che hanno partecipato e confidato nel Canto Blues alla Deriva. Grazie di cuore.
Francesco Sasso

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