sabato 29 settembre 2007

Di libri e di tradimenti

di Antonio Errico

C’è un istante in cui ogni libro mette in atto il più turpe dei tradimenti, quello che se viene commesso da un uomo condanna all’eternità dell’inferno: il tradimento del padre, il subdolo distacco dal suo affetto, l’abbandono, il rifiuto, l’avvicinamento verso qualcuno che è estraneo. Ma in questo atto di tradimento c’è qualcosa di anomalo, una condizione paradossale di complicità da parte del soggetto che viene tradito, dell’autore, del padre. Perché è lui, in realtà, che spinge quella sua creatura di carta nello spazio più distante possibile e nel tempo più lontano, che lo consegna nelle mani e al pensiero di persone di cui non conosce l’età, né il paese, che forse neppure esistono ancora, che con l’autore condividono o condivideranno ( e non sempre) soltanto la lingua. Ma l’autore sa che è l’esperienza dell’incontro con il lettore che consente ad un libro di vivere, che nelle vene di un libro scorrono i sentimenti, le passioni, le emozioni, le storie, i turbamenti di tutti i suoi lettori, di ciascun lettore. In una delle prime pagine dell’ “ Ombra del vento” di Carlos Ruiz Zafòn, in quel luogo straordinario che è il Cimitero dei Libri Dimenticati, in quella biblioteca gigantesca dall’impossibile geometria, un padre dice al figlio: ogni libro che vedi possiede un’anima, l’anima di chi lo ha scritto e quella di coloro che lo hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie ad esso. Allora l’anima di un libro è plurale; in ogni pagina, ogni riga, ogni parola, pulsano innumerevoli anime, che provengono da ogni tempo e da ogni luogo, che appartengono ad esistenze conosciute o sconosciute, vive o concluse, anonime o famigerate, viziose e virtuose, altere o meschine. Sopra una pagina forse una volta è caduta una lacrima. Una parola forse una volta ha acceso un sorriso. In un saggio intitolato “ Che cos’è la letteratura”, Sartre diceva: “ Poiché la creazione non può trovare il suo compimento se non nella lettura, poiché l’artista deve affidare a un altro la cura di compiere ciò che egli ha iniziato, poiché è solo attraverso la coscienza del lettore che egli può cogliersi come essenziale alla propria opera, ogni opera letteraria è un appello. Lo scrittore si appella alla libertà del lettore perché essa collabori alla produzione della sua opera”. Seguendo questa strada e passando per il Roland Barthes teorico appassionato di un lettore inteso non come consumatore ma come produttore del testo, si potrebbe arrivare fino a quelle posizioni in un certo qual modo provocatorie ma indubbiamente suggestive di Stanley Fish , per esempio, il quale sostiene che l’interpretazione non è l’arte di analizzare i significati ma di costruirli. Il fine dell’interpretazione consiste nella ricerca del senso, oltre che del significato. Soprattutto del senso. La nozione evocata dal termine “ senso” – sostiene Andrè Martinet- è una delle più controverse della storia dell’umanità e risulta estremamente difficile, per chiunque si interroghi sulla natura del senso, restare nell’ambito della linguistica senza prendere in considerazione gli innumerevoli problemi di ordine filosofico,logico, psicologico, sociologico, epistemologico. Bisogna semplificare, quindi, considerata l’impossibilità di muoversi e di orientarsi nella dimensione poliedrica del senso. E semplificando si potrebbe dire che il senso è una delle possibili realizzazioni del significato; è determinato dalle reazioni di varia natura ( emozionale, culturale, sentimentale) che i significati del testo provocano nel lettore. Il senso va sempre oltre l’oggettività e la neutralità dell’interpretazione letterale e si determina in base alla carica di immaginario, all’evocazione di esperienze dirette o trasmesse culturalmente. Il rapporto profondo, intimo, tra il lettore e il testo, quindi, non si stabilisce attraverso il significato ma attraverso il senso. Ma un rapporto – qualsiasi rapporto – ha bisogno della partecipazione attiva di ogni componente: ha bisogno della passione, dell’entusiasmo, della stanchezza, del litigio, dell’incomprensione. Anche della noia ha bisogno. La noia spesso è la condizione da cui può nascere la riflessione e forse anche la scoperta. Se uno mentre legge si annoia, perde il filo, come si dice, e quindi deve tornare indietro per ricercare il senso di quel testo, di un frammento di testo, di una pagina, una frase, un verso, una parola, del suono e delle immagini che le parole restituiscono o proiettano, della menzogna che possono regalare o della verità che possono rivelare. Non esiste possibilità di un’interpretazione totale, definitiva ( o forse esiste solo per un libro banale). Un’interpretazione è sempre graduale, provvisoria, parziale. E’un patto tacito tra un testo e il lettore: un testo non svela mai tutti i suoi sensi, né propone sempre gli stessi. Spesso è ambiguo, fluttuante, cangiante. Ha fisionomie molteplici; molteplici dimensioni di tempo e di spazio. Simula menzogne. Nasconde verità. Poi ribalta i piani, rovescia le posizioni, e simula verità, nasconde menzogne. Nel “ Cratilo” di Platone, Socrate dice che Hermes – il dio che escogita, inventa, il dire e il discorso- può essere definito sia interprete e messaggero che ladro, ingannatore, bugiardo. Le parole possono rivelare e possono nascondere, spiegare o distorcere, essere oscure o essere chiare. Non è un caso – dice Socrate – che Pan, figlio dalla doppia natura di Hermes, abbia una parte superiore liscia e divina, che è la parte vera e abita fra gli dei, ed una parte inferiore rozza e caprina che abita fra la moltitudine degli uomini, dove innumerevoli sono le favole e le falsità. Allora la lettura di un libro pretende l’umiltà di una consapevolezza: quella che i suoi significati sono sempre più profondi della profondità che a noi è dato di raggiungere.

mercoledì 26 settembre 2007

Invito ad una festa!
















Cari amici,
fra pochi giorni, sabato, dalle 10 alle 10 (di sera) giusto con l'interruzione del pranzo il nostro presidio del libro, germinazioni, quello che curo insieme alla valorosa Valentina, festeggerà come molti molti altri presidi in Italia il lettore.
Cioè me cioè te cioè chi trova nei libri una porta aperta su un altrove.
Per me il libro è un guardaroba, un armadio. Dove dentro ci sono infiniti costumi di scena. Infinite sceneggiature infinite vite possibili. Ogni volta lascio i miei vestiti quelli con cui di solito abito la vita mia velocemente gettati su una sedia che sta sempre, una sedia, vicino al mio libro; è di legno con la seduta di panno lenci blu. E via una volta dentro mi cambio. Spessimo i vestiti che trovo sono o troppo grandi, larghissimi che vado tre volte o piccolissimi che manco posso respirare e la camicetta salta spesso con i bottoni che si vede subito che faccio ridere solo qualche volta, qualche magica irripetibile volta, il vestito mi sta a apennello come fosse proprio mio: stessa lunghezza della gonna, al ginocchio o alla caviglia, e anche le maniche e insomma qualche volta accade che tornando mi dimentico di cambiarmi daccapo. Sto bene con quei panni anche se la gonna è troppo grande e poi con quell'armatura di fil di ferro tutta intorno ci vogliono dieci minuti per entrare in macchina e poi così non riesco a mettere le marce. Dovrei andare a cavallo in calesse in carrozza. O a piedi magari con una scarpa si e l'altra no, come Cenerentola! Certo che la location della nostra festa si presterebbe a una storia tipo Cenerentola: una meravigliosa scalinata di pietra del 600 ripida e vertiginosa che apre a un'anticamera e subito a vista una sala quadrata ristrutturata con un soffitto di legno che pare una vela sopra la testa e ampie vetrate che affacciano su un balcone di pietra e a portata di mano la enigmatica magnolia di quattrocento anni. Lei da sola è uno dei due polmoni di questa città di sabbia dove vivo, Lecce. Lì all'ex conservatorio di Sant'Anna cari amici vi aspetto, vi aspettiamo, per leggere insieme ad alta voce ognuno il suo il libro quello che state leggendo adesso quello che sta ignaro ancora della sua sorte poggiato sul vostro comodino o sulla vostra sedia preferita, aperto o chiuso col segnalibro o senza. Che voi siate arrivati o no a pagina 58 li ci incontriamo per scambiarci per un attimo i nostri abiti per scambiarci per il tempo di una pagina un frammento di vite: quelle che stanno raccontate là dentro quella che ognuno di noi si porta appresso come la casa di una lumaca quella che vorremmo quella che sarà se riusciamo a riconoscere un desiderio e a dargli voce.
auguri amici e sarebbe bello darsi appuntamento tutti alla stessa pagina, ci vieni? a sabato!

Teresa Ciulli

lunedì 24 settembre 2007

sabato 22 settembre 2007

Partigiani!

VENERDI 28 SETTEMBRE ZEI ORGANIZZA
NON C’ERA ALTRA STRADA – THERE WAS NO OTHER WAY
Partigiani greci e il desiderio di libertà.

All’indomani della fine della II Guerra Mondiale, in piena Guerra Civile (1950 – 1962), un folto gruppo di Partigiani greci, guidati da Nikos e Argiro Kokovlis, continuò a resistere sulle montagne dell’isola di Creta a fianco dell’esercito democratico fino a quando, nel ’62, venne a Lecce e scoprì la libertà.
Da quella vicenda, i due principali protagonisti hanno tratto un libro, “There was no other way” che viene oggi trasposto in un video documentario, per la regia di Stavros Psillakis e con il determinante contributo della Apulia Film Commission.
Do cumentario che si girerà a Lecce dal 26 al 30 settembre.

Per salutare la delegazione di ex Partigiani e la troupe al completo, il giorno Venerdì 28 settembre dalle ore 12, presso il foyer del Politeama Greco di Lecce in via XXV luglio si terrà un dibattito con:
Nikos e Argiro Kokovlis – ex partigiani greci
Gianni Schilardi – professore ed editore
On. Luciana Castellina – ex Deputata europea e ex Direttrice agenzia italia cinema
On. Nichi Vendola – Presidente della Regione Puglia
L’iniziativa è organizzata dall’Apulia Film Commission, la Regione Puglia e lo Spazio Sociale Zei

La casa della poesia

Cari amici,
è on-line il nuovo sito di Casa della poesia. Si tratta di una prima versione di un progetto ampio. Ancora tante le cose da inserire, ma abbiamo pensato di iniziare a condividere questo impegno con i tanti amici e appassionati. Aspettiamo vostri pareri, segnalazioni, suggerimenti, materiali.
Vi aspettiamo su:

http://www.casadellapoesia.org




giovedì 20 settembre 2007

La pagina 58 - Festa dei Lettori, sabato 29 settembre 2007

... che accada l'insignificanza
di Teresa Ciulli

E' strano vedere realizzarsi una "visione", in genere essa quando accade si manifesta in silenzio in solitudine. Ho sempre accolto questi ospiti con riguardo dandogli considerazione: ho avuto la fortuna di potermelo permettere....In rare occasioni l'immaginazione è servita a una piccola comunità di persone adesso le proporzioni quelle rassicuranti a cui ero abituata sono saltate. Pagina 58 era ieri sulle pagine dei giornali, ho letto per davvero, e con stupore, e rossa in viso, la mia visione sulle pagine dei giornali. Stare dentro una rete grande come questa consente a una idea di circolare velocemente c'è da dire che questa rete consente, dà diritto a un privilegio, essere letti. E ora a noi pagina 58, io ancora non so quale leggerò, forse Primo Levi, una cosa è certa: resisto a sapere qual'è. Ieri sera leggevo resistendo alla tentazione di guardare a che pagina ero arrivata. E' una sorpresa anche per me forse soprattutto per me, la mia pagina 58. Certo è che anche se fosse totalmente insignificante rispetto al resto e può accadere, eccome può accadere anzi le probabilità che accada l'insignificanza sono altissime, da là uscirà un personaggio non contemplato, si chiama pagina 58 e il giorno 29 ottobre in alcune piazze accadrà un miracolo: da libri infinitamente diversi e lontani nello spazio nel tempo nei gusti e nel valore uscirà. Chissà se qualcuno da qualche parte in Italia sta leggendo Se un notte d'inverno un viaggiatore, Calvino come sempre prima degli altri aveva visto questa rivoluzione del lettore; questo desiderio questa pretesa questa ingenua arrogante e intima richiesta: di avere un posto nella storia di dialogare con i personaggi di starci a tu per tu e sfruttando queste amicizie altolocate che stanno nei libri, principi conti serial killer archeologi ragazze di 16 anni che pensano come un professore del MIT, provare a cambiare il corso di un'altra storia, la nostra. auguri a tutti amici lettori.


Analogico o digitale, questione di DNA





















l'intervista a CM Schirinzi è pubblicata su Guide to the contemporary Art in Italy / UnDo.net ed è di

Paolo Giaffreda

C'è chi si definisce artista. Chi precisa che è un “artante”. Carlo Michele Schirinzi di professione fa l'artigiano. “Un artigiano che utilizza vari utensili per costruire degli scarti di sacralità, oppure una specie d’archeologo che scava per portare a galla il nascosto”.
Poliedrico videomaker, camaleontico interprete e autarchico fabbricatore di idee sensoriali. Questo originale artista-chirurgo si avvale della tecnica fotografica definita “dell’iconoclastia (su)al negativo”. Tecnicamente si tratta di “raschiare manualmente” (con le lamette) il negativo 35 mm, poi stampato a toni invertiti come fosse un positivo. Con Overview, Schirinzi parla del suo percorso artistico: una ricerca che trova spazio sia nella fotografia sia nel cinema d'arte.

Parliamo di metamorfosi e videoarte. Puoi dirci cosa sia propriamente, secondo te, la videoarte e quando l’arte cinematografica tout court si trasforma in cinema d’arte in senso stretto.
Metamorfosi è la parola giusta. Per me non esistono separazioni tra forme d’arte, chi le attua lo fa solo per incasellare in generi le opere in modo da controllarle meglio; se Brakhage o Gianikian e Ricci Lucchi avessero diretto i loro lavori solo nel circuito delle gallerie, oggi leggeremmo i loro nomi accanto a quelli di Viola e Barney: chi sta al limite e lavora sul filo del rasoio è spesso escluso dai dibattiti critici perché sfugge alle classificazioni. La differenza esiste invece tra pellicola e digitale, chimica la prima, matematica la seconda, una questione di dna che bisogna tener sempre presente perché è proprio da questo passaggio del cosiddetto ‘reale’ in qualcosa altro, da questa mutazione (sempre soggettiva) che parte tutto. Il cinema diventa arte nel momento in cui la dittatura del testo e della storia passa in secondo piano.

Cosa pensi della videoarte made in Italy?
Ci sono delle opere molto interessanti di nomi noti e meno noti dell’arte, ma da un po’ di tempo c’è anche un ossessivo taglio sociale che la maggior parte delle volte accantona la ricerca visiva. La forza delle immagini però, statiche o dinamiche che siano, è proprio quella di parlare senza parole, di far riflettere senza quelle furbizie da racconto che sanno quando colpire la sensibilità dello spettatore. Il sociale può essere trattato diversamente, mi vengono in mente i film senza dialoghi di De Seta o i videoarchivi di Grifi.

C’è, secondo te, una scuola, un Paese, una tradizione di videoarte che valga la pena ricordare?
Assolutamente no! Come in tutte le cose ci sono individui e ricerche, non tradizioni o scuole.

Come sai, in questo periodo a Barcellona si sta lavorando all’allestimento di Loop 07, festival ma anche fiera dedicata completamente alla videoarte ed ai suoi collezionisti. In Italia ci sono abbastanza appassionati e collezionisti da poter organizzare un evento simile? E gallerie?
Appassionati tanti, anche se ne incontro più nei festival di cinema di ricerca che non nelle fiere d’arte. Il problema è che questo tipo di collezionismo è ancora amorfo a causa anche di chi promuove la videoarte: nelle fiere i video sono sempre relegati in piccoli plasma o lcd mal regolati, con cuffiette scassate, buttati in un angolino o in meravigliosi Mac in bella presenza. Anche il video, come la scultura, ha bisogno di spazi vitali adeguati per poter essere apprezzato, e in più di una preparazione tecnica alla proiezione che non si fa quasi mai.

Qual è l’ostacolo maggiore alla diffusione di questo media tra il grande pubblico?
Il fumo che si getta negli occhi della gente: troni dell’arte occupati da tanta improvvisazione, dilettanti allo sbaraglio armati di videocamere pronti a sfornare storielle da reality, poca ricerca e molti piatti pronti a consolare un pubblico abitudinario; poi c’è chi esagera con l’effettistica nella fase di post-produzione insomma, non è solo un fatto di promozione ma anche di qualità (e professionalità): il basso costo del digitale ha portato ad un abuso di potere, altro che democrazia!

Passando a te. Come ti definiresti artisticamente parlando?
Un artigiano che utilizza vari utensili per costruire degli scarti di sacralità, oppure una specie d’archeologo che scava per portare a galla il nascosto…a te la scelta!

Nei tuoi lavori giochi spesso tutti i ruoli: autore, sceneggiatore, scenografo, costumista, montatore e naturalmente attore/attrice. Qual è il ménage che ti piace di più?
Non c’è differenza tra i ruoli, tutti sono importanti perché li ricopro in prima persona mettendomi in gioco continuamente, anche quando non sono in scena: essere dietro l’obiettivo a volte non è sufficiente, bisogna caderci dentro, totalmente, con tutto il fisico, sciogliersi in questo gioco al massacro… non sempre l’occhio basta, spesso tira brutti scherzi camuffati da illusioni estetiche.

Attingendo al tuo copioso background hai talvolta riscritto storie note usando la tua (in)discutibile immaginazione (per dirla a modo tuo). Cosa ti diverte veramente nel trasformare queste trame?
Impossessarmi di cose che mi hanno influenzato, smontarle per poi ricostruirle: nei video “Crisostomo” e “Dal Toboso” o nella serie fotografica “Gl’impalati”, Cervantes e Jarry non sono presenti con la parola scritta ma con i loro umori, in “Zittofono”, “Dé-tail” e “Otrantiade” Beckett è presente con le sue stanze vuote. Sarebbe un reato confinare questi personaggi solo al ricordo e allo studio: li mastico insieme alle mie idee e poi li vomito in una nuova vita, come i gorgoni delle miniature gotiche. Da un po’ di tempo sono attratto dalle immagini di bassa qualità, quelle scaricate da internet per intenderci, pronte ad essere nuovamente violentate: a tal proposito i videoplagi “All’erta!”, “Addestramento all’apocalisse”, “L’ultima vhs di Krapp”.

Sei un transformer nelle scene. Per realizzare i tuoi video, stravolgi la casa in cui vivi con tutta la tua famiglia e la trasformi in un set cinematografico. Non ti hanno mai cacciato da casa riducendoti, da hommelett (uomo con un letto sicuro) in homeless?
No, almeno per ora… ho anche fondato una fantomatica casa di produzione il cui nome è tutto un programma, la Untertosten Film (produktionen autarkiken) con la quale marchio a caldo quasi tutti i miei video: una presa per i fondelli di chi non vuol capire che la ricerca artistica ha bisogno di finanziamenti, ma anche un calcio alle case di produzione cinematografiche che buttano immense somme di denaro per produrre tanta merda.

A chi si ispireranno i prossimi lavori di CMS?
Contemporaneamente sto lavorando ad “Oligarchico”, un progetto video multischermo in cui un moderno eremita nel chiuso della sua abitazione gode nel vedere immagini piatte di qualsiasi natura, e al ciclo fotografico “Otrantiade” ispirato dall’iconografia musiva del pavimento della Cattedrale di Otranto. Per il resto, vedremo…


Per contattare Carlo Michele Schirinzi scrivere a: carlomicheleschirinzi@yahoo.it

mercoledì 19 settembre 2007

Cose di poesia - L'edicola di notte


Sabato 22 settembre 2007
Vento forte di tramontana
installazione di Giuseppe Zilli
c/o Edicola di notte - Galugnano

Cuciture

Che fatica la politica!
quando non è poesia.

Così sono abituato ad intenderla
volta al fare
a sussurrare possibilità.

Testimonianza di presenza,
dono di idealità e di passione civile
costruisce custodisce l’altro
l’altro valere.

Cuciture fai, incontri.
L’ordito: la storia comune
nel gioco creativo
che fa idealità

Ora una città è possibile
se riesce a dialogare la sua particolarità
a valorizzarla
nelle sue individualità
Valori nel gioco delle pratiche
che sempre valgono.

lunedì 17 settembre 2007

es.terni, Carlo Michele Schirinzi




Il Fanalista d'Otranto, di Maurizio Nocera

Caro Piero,

purtroppo il 23 settembre non potrò essere presente all' incontro previsto nell'ambito del programma della manifestazione I luoghi d'Allerta perché sarò fuori provincia.
Sai quanto mi sarebbe piaciuto essere presente, perché il mio povero Fanalista d'Otranto non è stato mai presentato al pubblico. Lo stai facendo tu ora e te sono molto riconoscente.
Il mio Fanalista vuole essere un omaggio agli uomini che hanno vissuto e che vivono in rapporto col mare, quest'immensità d'acqua che copre tre quarti del pianeta. E vuole essere anche un omaggio a quegli straordinari edifici che sono i fari, simboli luminosi di un qualsiasi avvenire che verrà.
Fa parte della Collana de "I poeti de L'Uomo e il Mare", un trimestrale di poesia fondato a Gallipoli da Augusto Benemeglio e da me diretto. L'iniziativa editoriale poetica ha lo scopo di far conoscere, veicolare, valorizzare, evidenziare nuove opere poetiche di autori salentini e dell'area mediterranea, che abbiano come riferimento, in larga accezione, il rapporto uomo-mare, nelle sue innumerevoli significazioni, o il recupero e la valorizzazione di tutto ciò che costituisce patrimonio e retaggio della nostra civiltà mediterranea (usi, costumi, tradizioni religiosi, miti, simboli) e in particolare di quella salentina e al ruolo del Salento nell'ambito di detta civiltà.
In un primo tempo ebbe come titolo Il faro, poi Il faro della Palascìa, infine Il fanalista d'Otranto, grazie al consiglio suggeritomi dall'amico Antonio Massari da Milano. La sua stesura è stata per me alquanto laboriosa, perché all'origine aveva una struttura che non riusciva a contenere quanto mi imponeva la spinta emozionale interiore. Il mio obiettivo era di includere in ognuna delle quartine, in tutto 47 più due righi, alcune parole chiave senza le quali sentivo perdere in me una certa musicalità. Ogni parola doveva esprimere un concetto non nel senso etimologico stretto, ma più tendente verso quell' "universale indefinito" che non sempre è facile
raggiungere. Alcune di queste parole chiave sono: fanale, mare, vento, farista, scogliera, altura, silenzio, altre ancora. Come si può ben capire, non era facile farle stare tutte dentro in un numero così limitato di versi (quattro), per cui sono stato costretto a fare spesso un lavorio complicato di "limatura" e "contro-limatura".
Ho scritto questi versi perché da anni, nelle lunghe e silenziose notti invernali, quando il freddo trafigge le carni, faccio un sogno dentro al quale numerose sono le immagini del Salento; esse a volte mi svegliano di soprassalto e mi spingono a "volare" ad occhi aperti su quel tratto di costa
denominato Palascìa, tra Otranto e Porto Badisco. È questo un luogo caro alla memoria, perché per lungo tempo l¹ho frequentato assieme ad Antonio L. Verri, ed anche assieme a Salvatore Toma. Verri aveva paura di salire sulla torre, a Salvatore invece, quell' unica volta che venne con noi, gli interessò solo guardare il mare.
Ho scritto questi versi anche perché da anni conosco e frequento i figli di Ciccio (Francesco) Mariano, uno degli ultimi fanalisti del Faro di Capo d' Otranto. La moglie Addolorata è scomparsa ormai da anni, mentre vivono Luisa col marito Lino Piconese, Enza, Franco con la moglie Clementina, Giovanna; due altri figli, invece, morirono prematuramente, il sacerdote don Luigi Mariano e l'ancora giovane Tommaso, studente in medicina. Da questa famiglia otrantina ho spesso ascoltato le storie, i riferimenti, le leggende legate al Fanale d'Otranto.
Nelle note al testo si trovano due scritti sul Faro di Antonio Corchia, l' amico poeta di Otranto, con il quale per decenni ho studiato e lavorato ad iniziative comuni. A Lui va anche il mio pensiero. C'è una dedica, alla cara Maria Corti, perché di Otranto e del Faro è stata amante ri-amata; c'è poi un piccolo estratto dal testo di Predrag Matvejevic, "Mediterraneo. Un nuovo
breviario. I traffici dei mercanti, le migrazioni delle anguille, fughe di popoli e nascita di idee, leggende, architettura, storia, paesaggi" pubblicato in Italia nel 1998; i contributi si chiudono con un testo critico di Aldo Bello, direttore di "Apulia", mentre in quarta di copertina c'è un bellissimo giudizio del mio amico Augusto Benemeglio.
Le immagini del Fanale d'Otranto sono tutte mie e come si può ben vedere si tratta di semplici scatti ottenuti con una comunissima macchina fotografica.
Tutte le foto ritraggono il Fanale dalla vista di terra: primo, perché io non sono un uomo di mare e mai ho visto questo monumento dalla parte
dell'acqua; secondo, perché tutta la poesia narra le vicende della vita del fanalista otrantino che si muove su quel tratto di costa con lo sguardo che dalla terra si orienta verso il mare.
Chiedo scusa dell'assenza a tutti i partecipanti all¹incontro e nuovamente ti ringrazio per la lettura che farai di qualche passo del mio testo.

Cari saluti a tutti da Maurizio Nocera

venerdì 14 settembre 2007

Mano che scrive!












Dell’Eroico Furore

corso avanzato di II livello
fucine letterarie - scrittura creativa e consulenza filosofica
ideato e condotto da Michelangelo Zizzi

temi:

La questione dello stile: sporcarsi le mani
La questione dello stile: contaminazione, entropia e integrazione.
Una passione infinita. La figura narrativa e la figura poetica: relazione, intensità, concentrazione.
La rimozione dei blocchi immaginativi ed emozionali nell’agire letterario.
Fluidificazione e consolidamento oltre la congestione stereotipa.
Poesia e movimenti concentrici: il concetto di ripresa, discontinuità e riconnessione immaginativa. La fecondazione emotivo – sentimentale.
Generi narrativi: noir, giallo, rosa, fantasy, favolistico, storico, di formazione, borghese, ecc.
I linguaggi e lo stile: catabasi dell’identità e sua riformulazione.
Narrativa: incipit, exitus, dialoghi, personaggi, storia. Oltre il flusso di coscienza: gli intermezzi e il lavoro di ricognizione dopo le tecniche di abbandono.
Narrativa: il regista, il filosofo e la scrittrice: come tre persone scrivono un romanzo.
Incontri con scrittori, giornalisti e critici nazionali.
Risultati, confronti e rapporti con editoria e pubblico.


Il corso si articola in 11 incontri di full immersion di 3 ore ciascuno, è riservato a scrittori semi – professionisti e già praticanti ed è finalizzato all’immissione nel mondo editoriale. Il calendario verrà reso noto dopo l’incontro promozionale, fissato per il giorno martedì 18 settembre alle ore 18, 30 presso il Fondo Verri di Lecce. Info: 328/3292451

giovedì 13 settembre 2007

Poeta
















stupirsi non è come scoprir chi sei
ma veder nel cielo il sol che farei
esser beati dai molti latrati
che spingono il verso
al momento disperso
riportando su un foglio
l'orgoglio del mondo

Canto blues alla deriva



















Nota d'inizio
Dal ritmato balbettio iniziale (“Io le volevo / Io le volevo troppo / Io volevo / Io le volevo tutte vicine / Io le volevo tutte / Io le volevo fragili / Io le sognavo”), per piccole frasi, note ribattute, flussi d’incoscienza a più voci e “senza oggetto che incarni / il vizietto di eternizzare”, si giunge al conclusivo “non muore” che non conclude nulla. “Nella dimensione della ripetizione”, “fuorviando, sviando, smarginando”, trascinato dalle correnti della paratassi il Canto Blues alla Deriva prosegue il suo viaggio oltre il finire del canto. Perché esso parla soprattutto di se stesso, del suo farsi alla prima, di voce in voce, attraverso una lunga e sregolata sequenza di assoli. L’enunciazione del tema corrisponde niente più che al titolo e il mood è quello malinconico di un colore: il blu. Potrei citare Duke Ellington e quella sua famosa composizione che è Mood Indigo, ma una delle voci mi suggerisce di andare oltre perché “nel tragico è racchiuso il segreto / nel tragico / nel tragico / nel tra gi co / poetare di silenzi”. E così, “di casa in casa / di sguardo in sguardo”, “c’avrebbero presi e poi / mani e piedi / legati assieme”. Per i poeti coinvolti nel progetto (jam session o work in progress che si voglia chiamare) si è trattato di delineare i confini di uno spazio letterario nuovo nel quale svolgere e sviluppare in libertà le variazioni sul tema iniziale di tre sole parole, con fendenti introspettivi e imprevedibili, riarmonizzazioni che fanno rinascere la pagina. “Ma come, ancora una volta / a perdersi dietro ai segni…”. Insomma, “ancoraquelgiocodinasconderticosetraiversi” per trovare l’approdo “nella mano che stringe / la mia” e nelle parole “di quegli attimi / non annotate e che poi dimentico”. Ma anch’io, amici, anch’io lettore e uomo labirintico nell’accezione in cui ne parlava Nietzsche (“un uomo labirintico non cerca mai la verità, ma unicamente la sua Arianna”), anch’io a volte mi lascio andare e vivo, come ora, “di briciole lasciate sul cuscino”. Non può essere diversamente: “Chi visse la parola disse il mondo / e il mondo disse vita e visse il giorno”. Nella vanità e nell’innocenza di un’attività simile al gioco il Canto Blues alla Deriva è per me l’appassionante ascolto di una voce neutra, quasi impersonale. Altro che narcisi, i poeti! Il contrario. Perché, per ascoltare il mormorio dell’essere, è necessario svuotarsi completamente di sé. È l’opera che impone questo. Perciò, al momento di congedarsi, è proprio dura. L’autore collettivo potrebbe continuare all’infinito e nel calendario delle sue voci ce n’è una che lo dice chiaramente: “Questo canto vorrei non terminasse mai, / perché per ogni fine c’è un pizzico di morte che mi assale”.
Vittorino Curci

Manifesto
Gentili lettori, per sette mesi, dodici poeti hanno intrapreso un percorso artistico insolito, molteplice, fuori controllo alcuno e sotto il segno della massima libertà espressiva. Il nome del percorso è Canto Blues alla Deriva. Volendo riassumere con un’immagine il Canto Blues alla Deriva, mi piace immaginarlo come un gruppo di poeti in perlustrazione sul mare della Poesia: nessuno di noi sapeva quanto tempo sarebbe durato questo nostro navigare e nessuno di noi sapeva dove in fine saremmo approdati. Unica certezza era il viaggiare insieme, alla ricerca della Parola. Eravamo dodici voci al crepuscolo. Come ho scritto da tutt’altra parte: nel Canto Blues alla Deriva ci siamo concessi quella libertà ch’è proibito prendersi nella vita. L'idea del Canto Blues alla Deriva è nata all’inizio del 2005 da un’esigenza, meglio dire speranza da parte mia e di Luciano, di provare la sensazione che in rete fosse possibile realizzare un progetto poetico comune fra noi giovani scrivani. Così ne discutemmo e nacque l’idea di sviluppare un poema come un lungo blues improvvisato fra amici. Lo statuto del Canto era: io tiravo giù dei versi slegati da una situazione ben precisa; l’altro poeta, leggendoli, se ispirato da quella melodia di parole, proseguiva il canto con sue strofe, andando da tutt'altra parte; e poi io lo rincorrevo e stimolato dal suo canto proseguivo, e via così. Parlo di spontaneità. "La prima idea: idea migliore" (Allen Ginsberg). Io e Luciano iniziammo il Canto Blues alla Deriva con due lunghi frammenti, successivamente alcuni giovani poeti hanno deciso di contribuire al Canto, inserendo diversi loro canti nati dalla suggestione o dal rifiuto delle precedenti liriche, ciascuno serbando la propria voce: eravamo anime che "suonavano" come una band di jazz, ognuno con il suo stile e la sua personalità. Naturalmente il Canto Blues alla Deriva, come il mare, ha avuto dei flussi e dei riflussi tematici. Dei momenti di bonaccia e altri di tempesta. Nel complesso si è creato un equipaggio affiatato e attento. Sono nate amicizie, influenze trasversali, dibattiti. Desideriamo ringraziare tutti i poeti che hanno partecipato e confidato nel Canto Blues alla Deriva. Grazie di cuore.
Francesco Sasso

Parole Invadenti

Parole

di Elena Cantarone

Quando
vengo visitata da parole
spalanco porte e finestre
le lascio entrare, vagare…

Ci sono
parole leggere
svolazzanti, invitanti
parole irruenti
scattanti, taglienti
parole che arrivano
in volo radente
parole che giocano
e finiscono in niente.

Ci sono
parole puntute
parole pennute
parole grottescamente biforcute
parole banali
parole come tante
parole miserevoli
dietro un bel sembiante
parole ingannevoli
da commediante.

Ci sono
parole vecchie, usurate
parole nuove, non ancora scartate
parole affilate, ruffiane
marrane
parole scontrose, infingarde
riottose
parole dense, vischiose
parole lievi, smorfiose
petulanti, accidiose.

Ci sono
parole insipide, pacchiane
parole bastarde
parole mezzane
parole stantie
già parecchio ammuffite
parole tenere
parole avite
parole vestite a festa
parole intricate
come una foresta
parole che turbinano nel vento
parole che vanno, vengono, restano
solo un momento
parole solitarie, elitarie
parole che sfilano come procellarie
parole afose, pesanti, tediose
parole materne,
parole generose
parole che ti sfiorano leggere
parole vere
parole amare al sapore di fiele
parole sincere
parole bugiarde
parole straniere
parole bastarde.

Ci sono
parole timide
che giungono da sole
seguite da un tenue
profumo di viole
ci son parole
molto ariose
che sentono di rose
parole al bergamotto
che cascano di sotto
parole al gelsomino
però, che bel bottino!

Ci sono
parole che non olezzano
né punto né poco
ce ne sono di quelle
che di tutto si prendono gioco
ci sono
parole agili, feconde
ci son parole
per cavalcar le onde.

Ci sono
parole sbeccate
parole affamate
parole affannate
parole che giungono
a frotte
parole corrotte.

E infine, a stare dietro
a tutte loro
mi perdo, mi confondo

mi smemòro.

Premiata Sartoria: di parole

Teresa Ciulli sulla poesia di Elena Cantarone

intro a Parole Invadenti (poet/bar 10.6 Besa)


Cuce furiosa sotto il ventaglio di luce mentre la notte avanza divampa. Cuce e taglia e gli sfridi si accumulano sotto i suoi piedi. Mentre il giorno si scioglie dal suo abbraccio si accomiata se ne va. Cuce ininterrottamente per giorni per mesi per anni. Mentre gli sfridi sono diventati una montagna: li ha dovuti accatastare vicino a una delle pareti. A vederli così migliaia di stoffe migliaia di tessuti migliaia di colori, paiono belli, così come sono senza aggiungere e senza togliere, senza muovere nulla al loro interno. C’è una logica pensa, anche così. E’ nello stordimento che provoca. Le cose sono unite da ragioni di contiguità di prossimità e niente altro. Dal loro fisico fortuito incontro e dal gesto che li ha abbandonati solo un poco. Sono quelli, sono loro quegli sfridi accumulati negli anni a ridosso di una parete a costituire l’opera poetica di Elena Cantarone. Cosa accumula una persona che si allena per anni, costantemente, tutti i giorni, come una impiegata dell’arte all’esercizio della voce della parola da mettere in bocca ad un attore più importante di te in una sala di doppiaggio? Cosa accumula un’attrice nel corso della sua esistenza dentro i testi degli altri? Certamente l’abitudine a vestirsi rapidamente e a svestirsi con più velocità ancora. In cosa consiste alla fine il corpo di un attore? Mi viene in mente una conchiglia vuota. Tu l’avvicini all’orecchio e quel corpo anche quando è muto, suona. Di tutta la risacca del mare di tutte le onde anche di quelle che sono state prima molto prima di lui, tanto prima. E questo libro di poesia è come il guscio di una conchiglia se lo accosti al tuo orecchio senti le molteplici voci e l’ingorgo di parole che tuttavia cercano di organizzarsi prima di risalire la spirale di questa ripida scala. E’ solo l’inizio lo sai vero? Perché tocca a te adesso farle scendere.

Guido Picchi, visioni di mare





























martedì 11 settembre 2007

La poesia nomade

Sul vino

tratta da L'incanto delle macerie
di Rossano Astremo


Un tavolo scarno, una bottiglia di vino,
la violenza di suoni techno a
ritmare la stanchezza di muscoli.
Scheletri graffiati i nostri, appesi
sui pali soffocati di un tempo
che ci lesiona, dati alle fiamme
in uno spazio che non ci contiene.
Occhi bassi, confitti in un pavimento
che trasuda stanchezza, il discorso
prende una piega strana, le ultime elezioni,
il Presidente operaio che impicca
il suo sorriso incartapecorito,
i caffè bevuti per dare un ritmo
alle nostre azioni, il nostro sud
ammalato e incancrenito, la bottiglia
consumata, sempre troppo in fretta,
questa poesia che serve o non serve,
ma è necessaria, come sangue che pulsa.

E forse è lì

Simone Giorgino


Amore seguii lo sgambettio di cerva

al piano dove riga il giardino

un corso d’acqua che le foglie di rughetta coronarono

quando ebbro di vino trascinavo

i passi mentre i servi le torce a tarda notte

scuotevano. Ma cencioso ma rauco alle frequenze

dei programmi notturni, dei giornali radio

all’attaccaticcio aroma degli unguenti avido avaro

del mondo melodioso, dell’occhiata guercia

veritiera e non credibile che sbircia

ma se mi sporgo cauto e origlia

i fischi a scherno e acconcia interferenze

e aloni e casuali coincidenze

donando al dito indice un piano dove scrivere

a rovescio per l’occhio di chi deve condividere

o dovrebbe. E forse è lì. Ma il gergo è improponibile.


Asilo di mendicità
Besa, 2007

sabato 8 settembre 2007

Leggere

Questa voglia ostinata...

Rabbrividire esaltare stimarsi

decomporsi riaffiorare annaspare

divincolarsi ridere ricadere

può succedere anche

di sentirsi immortali.

Ci giureresti: a lanciarsi nel vuoto

non accadrebbe di morire.

Chissà come a volte sei convinto

di essere eterno.

Sarà l’effetto del vino

forse della rabbia

chissà cos’è questa voglia ostinata

di durare di vivere

di sfidare il tempo

forse l’aria della sera

le stelle che vedi

forse la fame appagata

lo stomaco sazio

e il sonno che poi ti prende

o sarà forse l’effetto dei morti

a cui non credi.

Salvatore Toma 16/01/1980

da Ancora un anno – Capone Editore, 1991 /2007

Cinema del Reale

Quattro edizioni di Cinema del reale.
I protagonisti, gli ospiti, lo staff, le mostre, i luoghi...
http://www.cinemadelreale.it/cdr/IT/sguardi_immagini.php

mercoledì 5 settembre 2007