sabato 2 giugno 2007

Una terra nomade, gira su stessa. A vuoto.

Tra melodie leggende e paesaggi
di Edoardo Winspeare

È, difficile per me scrivere del Salento.
La scrittura in forma di saggio comporta un'elaborazione intellettuale che mi allontana dal sentimento della terra: è il sentire che mi conduce alla conoscenza vera di un luogo ed è per questo che molti posti si capiscono ma pochi "si sentono". Più adatto sarebbe un aforisma o una poesia per svelare con un fascio di luce squarci di verità oppure forse meglio il cinema -almeno per quanto mi riguarda- non a caso molto vicino alle due forme di scrittura sopra menzionate. Lo sguardo attraverso "l'immagine in movimento" mi avvicina all'essenza profonda della nostra regione rischiarandone la vita, contraddittoria e bella, odiata e amata e suggerendo all'anima fotografie dall'inconscio. Per questo tipo di esperienza non c'è bisogno di articolate esposizioni e conclusioni intelligenti, piuttosto di imprevisti del buon senso, balbettii della ragione e soprattutto una serena attesa dell'emozione. La mia aspirazione quindi non è quella di tracciare un percorso che da Ostuni termini a Leuca, con spiegazioni interessanti per ogni luogo -non ne sarei all'altezza in poche pagine, anche per il provinciale imbarazzo di dover escludere molti paesi amati- bensì di mostrare al viaggiatore delle immagini e da queste raccontargli della mia iniziazione al cante hondo del Salento, un canto-metafora che porta alla conoscenza profonda di una terra: per arrivarci le strade sono diverse e ognuno sceglie di entrare dalla porta che più gli piace. L'emozione perseguita "sul campo" mi ha fornito alcune chiavi che hanno aperto le porte di accesso a questo universo. Intanto la lingua, dolcissima, simile al siciliano orientale ma più gentile, diventa a Lecce il malinteso "perfetto italiano" della Firenze del Sud. Nulla da eccepire sulla sintassi e sul florilegio lessicale di alcuni signori leccesi ma l'accento è un'inconfondibile gradevole cantilena con vago tono interrogativo, quindi perfetto perché amabile ma pur sempre leccesissimo. Un suo rischio è l'eccessiva flemma: bello bello che vuol dire appunto "lentamente" è in fondo uno dei refrain del dialetto leccese come anche il "si" e il "no" salentini sine e none, molto meno categorici dei corrispettivi italiani: l'affermazione sottintende un rassicurante ha stare tranquillo, la negazione un dispiaciuto nun è possibile beddhu meu. E poi si cullino i fortunati maschi al suono di parole d'affetto pronunciate da donne dall'irresistibile cadenza, come il grecotrantino ce si kaleddhu (come sei carino), il suo corrispettivo nel dialetto del Capo di Leuca ce si buneddhu oppure ancora si nu cattuddhu (sei un piccolo gatto in cerca di fusa), una melodia che rende le salentine estremamente seducenti (con l'eccezione delle mutanti fonetiche -ragazzi inclusi- che con languore allargano le vocali strascicandole). Lecce non è solo il capoluogo ma è la piccola capitale culturale della vecchia Terra d'Otranto che comprende le province di Taranto e Brindisi (anche Matera in un passato più remoto). Arrivando da Nord è una sorprendente città-chiesa per il suo folle Barocco, controriformistico allo stesso tempo sottilmente beffardo come il sorriso sardonico della cariatide con la testa d'asino sulla facciata di Santa Croce, forse lo stesso sorriso del Santo salentino per eccellenza, S.Giuseppe da Copertino, famoso perché asino a scuola e perché volava, ma questa è una storia lunga. Il carattere allo stesso tempo conservatore e libertario si evidenzia nelle scelte politiche dei cittadini: la città più monarchica d'Italia con il suo leggendario sindaco Oronzo Massari, ma, fra le città del sud, la più a favore del divorzio durante il famoso referendum. Lecce è anche la città dei grandi avvocati-galantuomini, che ha dato i natali a ben tre Ministri di Grazia e Giustizia, dove l'esercizio forense è arte giuridica. I grandi nomi del passato come Leonida Flascassovitti, Atlante Guglielmi, Pietro Lecciso, Michele De Pietro, Grassi, il vecchio Salvi, Massari stesso erano letterati che prima del codice conoscevano Dante e che forse a volte "dicevano tutto e niente" ma lo facevano molto bene. La campagna salentina è il bellissimo quanto sofferto giardino di ulivi, vigne, tabacco -un tempo- e pietra dei paesi "dalle case di calce da cui uscivamo al sole come numeri dalla faccia d' un dado" (V.Bodini). Sono tantissimi, fra comuni e rispettive frazioni suppergiù 150, quasi sempre distanti pochi chilometri, spesso così vicini da formare un unico grande paese ma guai a dire che Presicce e Acquarica, oppure Corsano e Tiggiano, sono la stessa cosa perché le insormontabili differenze fra mascarani e patimori o fra carcagnitosti e masci (così vengono chiamati 'nciurati gli abitanti dei centri sopra citati) impediranno la nascita di una nuova identità cittadina. Il paese salentino ha una bella piazza, una chiesa barocca, dei vecchi dignitosi seduti al circolo ACLI, dei ragazzi al bar con espressioni minacciose ma solo per timidezza, un vecchio prete con la tonaca sporca o uno giovane entusiasta e ben rasato, un invalido civile con la cassetta di legno per le offerte per la festa di S.Ippazio, anziane bizzoche vestite di nero (devote ormai in via d'estinzione) che si affrettano per i misteri dolorosi, giovani sempre più belle 'nsurtate (corteggiate) da ragazzi dei paesi vicini dalle capigliature barocche, l'emigrante di ritorno dallu Belgiu o dalla Squizzera che si lamenta di come vanno le cose in Italia "a quai non è comu addai, t'à compri?" (quaggiù non è come lassù, hai capito?), professionisti che esagerano quantità d'impegni e recitano stress da "milanese del sud-est", il figlio del assessore con i capelli rasta studente al DAMS di Bologna che passa in bicicletta con studiata lentezza, macchine che si fermano in mezzo la strada per una veloce chiacchiera con l'amico, macchine dietro che aspettano pazienti, un solo un vigile frustrato indeciso se fischiare al cognato, il caffè pagato al marocchino di ogni piazza chiamato affettuosamente tapis, il vecchio distinto professore omosessuale ascoltato con rispetto, l'ultimo anziano contadino che ritirandosi dalla campagna saluta con "bona vespera a signuria", la studentessa con la pancia scoperta che sorridendo ti dice "ciao-ciao", un centro storico di commovente garbo, le case nuove come scatole di scarpe della Filanto, la pompa di benzina Avio Lamp con l'insegna anni 50', in generale grazie a Dio un'aria di pace e nonostante tutto un'idea di grande civiltà.
La Festa nel Salento ha un volto magnifico. Le luminarie per il Santo patrono sono un trionfo di sfarzo barocco ed è qui che il paese decide di rappresentarsi in una pièce teatrale dalla scenografia sontuosa. La bellezza delle migliaia di luci colorate che formano la Torre di Pisa, il Duomo di Milano, S. Pietro, fiori, arabeschi e meravigliose decorazioni sfida il buio della notte e della vita con gioiosa arroganza regalandoti due giorni di incosciente illusione. Le feste sono centinaia, nel mio paese Depressa se ne festeggiano ben due e mezzo, Santi Medici e S.Antonio oltre a S.Elia in forma più discreta; di questa nostra grandiosità nello spendere soldi siamo orgogliosi, anche come argomento di affettuosa rivalità con il paese vicino. Roma, Roma Caput Mundi sed Depressa secundi. Le luminarie più colossali sono per Santa Domenica a Scorrano e per San Filippo e Giacomo a Diso. In quest'ultima festa c'è la stupefacente tradizione dei fuochi d'artificio in pieno giorno, agli occhi dei profani uno spreco. I botti vanno avanti per ore seguiti da esperti appassionati che ascoltano la regolarità del ritmo degli scoppi e la cadenza delle batterie, criticandone o apprezzandone la qualità come esigenti loggionisti della Scala. La stessa tradizione vale per le Bande, più o meno un centinaio, ma solo poche hanno il carisma della Banda "Città di Lecce", specie se durante la campagna acquisti si è assicurata il flicornino dalla "Città di Conversano". Le feste hanno anche un'espressione seria. In un ambiente così decoroso non si ride molto, l'allegria viene inibita dal contegno che impone la recita di se stessi, quasi che fosse il proseguimento serale, con concessione ad una misurato buonumore, della processione del Santo avvenuta il pomeriggio.
La bellezza mette soggezione e l'occasione è troppo importante per rischiare la figura di lasciarsi andare, di ballare, per esempio. Questo succedeva fino ad una quindicina d'anni fa quando la musica salentina, popolare e reggae-muffin, non aveva ancora cominciato a farsi conoscere dallo stesso popolo salentino. Negli anni della fine del mondo contadino le rare volte che c'era la pizzica in piazza veniva ballata solo fra uomini, spesso alticci. Non che si non ballasse e non si cantasse in assoluto ma lo si faceva con pudore, quasi di nascosto, in campagna, al fine di evitare commenti sgradevoli dalle vicine. Ora invece da un po' di anni la musica è esplosa e di tutti i tipi: la pizzica di Zimba e dell'Officina Zoè, i canti griki dei Ghetonia, le contaminazioni di Cavallo, l'allegria impegnata dei Sud Sound System, la ricerca sul canto alla stisa degli Aramirè, l'avanguardia di Gopher, l'etnojazz di Rampino, gli Après la Classe, i Negroamaro e tanti altri.
È stata un'euforia musicale dove la pizzica è diventata nell'immaginario collettivo il ritmo del Salento non tanto per la sua qualità ma semplicemente perché è un ballo.
Chi si avvicina per la prima volta a questa danza non può non incantarsi di fronte alla grazia e all'accesa sensualità dell'inseguimento d'amore che la pizzica de core mette in scena, in un ballo che non a caso nasce dagli stessi ritmi della pizzica tarantata e che di quelli conserva la potente carica liberatoria e il fascino misterioso e antico.
Per questo, al di là di ogni interpretazione, basta seguire la musica, abbandonarsi al suo movimento, alla strascicata nasalità dei canti ma soprattutto alla furia dei tamburelli, per rendersi subito conto di una forza, di un'energia musicale non comune.
E poi permettetemi, ma che gioia quando una donna salentina -la più bella del mondo- balla bene la pizzica, mettendo in scena l'essenza della femminilità mediterranea. Questa rinascita culturale in particolare per la musica ha molto contribuito a rendere il Salento popolare fra i giovani, diventando anche meta ambita da una raffinata élite internazionale in cerca dell'ultimo luogo autentico.Come abitante di questa piccola penisola ne sono orgoglioso e allo stesso tempo anche preoccupato perché la moda della "salentitudine" o "salentinismo" passerà e noi saremo diventati come qualsiasi altro posto in nessun posto, un "dappertutto commerciale" qualsiasi, conformista e senza vera bellezza. Un "salentino" di Boemia ce l'aveva fatta vedere la bellezza lasciando i frigidi risultati all'inferno dei contabili del sempre più triste calcio italiano, a costo anche di teorizzare una bella verità nella sconfitta, ma solo se si ha giocato. Ecco, questo abbiamo fatto negli ultimi anni, abbiamo giocato e giocando abbiamo visto la nostra terra cambiare sotto i nostri occhi. Il Salento di cui ho parlato già non esiste più, un altro dovrà esistere. Questa penisola ha la forma di una nave con la prua a levante che da secoli traghetta fra le due sponde del mare: è la metafora di un passaggio, come sempre nella storia. Il custode spirituale del mosaico di Otranto, Don Grazio Gianfreda, mi racconta del suo "miraggio battriano" di unire Ovest e Est nella città-martire dove sorgeva l'abbazia di Casole dove "monaci sapientissimi" diffondevano prima del 1480 il pensiero e la letteratura greca. Per l'ultimo archimandrita Otranto è il centro del mondo, per il poeta Bodini Leuca è la fine della Terra "dove i salentini dopo morti fanno ritorno con il cappello in testa", per Carmelo Bene, invece, "tutta la Terra d'Otranto è fuori di sé. Se ne è andata chissà dove. È una terra nomade, gira su stessa. A vuoto".

Pubblicato su La Repubblica del 15 Settembre 2005
Nella foto il sindaco di Lecce Oronzo Massari con Tito Schipa

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