lunedì 11 giugno 2007

Cosa avete da invidiare agli insegnanti?

La voce grossa
di Livio Romano

Ok ok. Anche se non pubblico mai gli articoli che scrivo per i giornali, incollo su questo blog il pezzo che ho dato al Quotidiano domenica. M'hanno chiamato un sacco di insegnanti esprimendomi gratitudine. In molte scuole l'articolo è stato fotocopiato e appeso in bacheca o distribuito al corpo docente. Della serie "Era ora che qualcuno cominciasse a fare la voce grossa". I miei amici stranieri si chiedono come mai in Italia non succeda la Rivoluzione con una classe docente così vilipesa. Ora, oltre che vilipesi, siamo anche oggetto di richieste di risarcimento danni, oltre che di inchieste penali. Roba da matti davvero. Lo chiamano Berlusconismo. Ha vinto, non c'è più dubbio.
Cosa avete da invidiare agli insegnanti? Quale sentimento anima questa rappresaglia collettiva verso il corpo docente italiano al completo? È solo una moda mediatica che passerà oppure nasconde qualcosa di intimamente radicato nella mentalità italica? Cosa spinge i 35-45enni a trovare che i propri rampolli siano esseri di fatta talmente superiore da non essere sottoponibile ad alcun intervento che possa turbare il loro appeal sublime? Cuoche e ingegneri, dirigenti e netturbine, impiegate delle poste e proprietarie di boutique d’alta moda: davanti alle scuole è sempre tutto un brulicare di femmine che pontificano sull’operato degli insegnanti, che pettegolano, criticano, puntualizzano su ogni singolo comportamento e ogni singola scelta didattica e metodologica dei docenti, siano essi maestri d’asilo o professori di greco. Al centro del loro mondo c’è solo lui o lei: l’ottenne grassottello vestito da Fred Perry o la quindicenne carina per quale è già scritto un futuro da figurante in un reality show dapprima, medico oncologo famoso in tutto il mondo poi. Non sto dicendo che al centro dell’attenzione ci siano i ragazzi. Sto dicendo che ci sono solo e soltanto i “loro” ragazzi. Son capannelli in cui ognuno monologa senza stare a sentire le ragioni dell’altro, come in qualsiasi orrorifico talk show pomeridiano. Ma li accomuna questo astio sfrenato nei confronti degli insegnanti. Ho visto con i miei occhi decine di genitori di istruzione medio-alta bofonchiare perché nel recital che le maestre avevano messo erano previste parti troppo brevi per la loro libido filmandi. Ci convocate per vederli recitare due minuti? E le nostre Sony da duemila euro comprate per l’occasione? E giù a lamentarsi ad alta voce annientando il lavoro faticosissimo di cinque mesi delle insegnanti per preparare i mammoli a cantare e far scena. Cosa ci invidiate? L’entrare in una classe di quinto ginnasio e trovare venti implumi teenagers con i piedi sul banco, l’i-Pod nelle orecchie e il cellulare fra le mani? Provare a leggere Pascoli e sorbirsi le loro risate sarcastiche? Ci invidiate i due mesi estivi di vacanze? Ci invidiate gli stipendi da fame dopo decenni di studio? Io mi autodenuncio. Voi fate il tiro al bersaglio, e io mi denuncio da me. Confesso che, dopo quattro spossanti ore in quattro classi diverse, un giorno sono entrato in una Terza e, continuando a parlare in inglese e a coinvolgere gli alunni facendo loro utilizzare tutti e cinque i sensi al fine di meglio imprimere nella memoria le sciagurate strutture grammaticali (facendo il pagliaccio e, in sostanza, trasformando la classe in un musical di Broadway), ho scritto con i gessi colorati sulla fronte di una bambina le parole che non riusciva a memorizzare. Il numero è stato così gradito che qualcuno pianse perché non avevo scritto anche lui. Mi dichiaro colpevole di farli restare a piedi nudi in pieno inverno. Di fargliele toccare a vicenda, le estremità. Di costruire torri di carne bambinesca con lo scopo di legare per sempre le percezioni tattili a certe espressioni inglesi ostiche. Di riempire un bicchiere d’acqua e svuotarlo sulla testa dei dormiglioni. A voi non deve importare che in quel modo tutti ridono e imparano, che l’acqua addosso è più affettuosa di una carezza. Vi deve importare solo che si sia osato attentare alla salute del ghiro: è perciò che mi dovete denunciare. Appena entro in classe per prima cosa mi preparo un mucchio di “bullets”, proiettili di gesso che lancio in testa a chi non sta attento. Anche lì si fa a gara per esser colpiti, ma fate finta di non aver letto questo passaggio. Costruisco cappelli di ghiaccio sintetico da applicare alle teste troppo bollenti affinché si intiepidiscano. I compagni hanno travasi di bile per il fortunato cappelluto. La pletora di denunciatori e postulanti succosi risarcimenti dei danni provi a passare solo tre giorni in una classe media. Scapperà a gambe levate, e la smetterà di umiliare l’autorevolezza della classe docente che è davvero l’ultimo baluardo contro la barbarie culturale che sta calando sull’intero Occidente.

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