giovedì 7 novembre 2013

Su Vittorio Pagano

La diaspora salentina
di Silverio Tomeo

Pagano, Ciardo, Bodini, Fiore

Vittorio Pagano (Lecce, 1919-1979) viene ricordato nella Storia della letteratura meridionale di Aldo Vallone (Napoli, 1996), come traduttore dal francese e animatore di riviste e plaquettes. Assieme al coetaneo Vittorio Bodini soprattutto,  a Gerolamo Comi, a Vittore Fiore, a Michele Pierri, al più giovane  Ercole U. D’Andrea ed altri, appartiene a quei letterati e poeti della Puglia del Sud che il dibattito del secondo dopoguerra arrivò a differenziare su ipotesi diverse, in quella che il critico e ispanista Oreste Macrì ebbe a definire “la diaspora salentina”.
É ora possibile leggere una breve scelta di liriche di Pagano nell’antologia Comi, Bodini, Pagano (Manni, 1998) del professore Ennio Bonea. Inoltre va segnalata la monografia di Nicola Carducci Vittorio Pagano: l’intellettuale e il poeta (Pensa Multimedia, 2004). Un breve studio su Pagano e in misura minore su Bodini, ma anche su Macrì e su quella singolare esperienza, è il mio La prodigiosa finzione. La diaspora salentina, Bodini, Pagano (Bleve, 1997).  Un numero monografico della rivista Pensionante de’ saraceni (novembre ’85-giugno ’86) dello scrittore e poeta salentino Antonio Verri è dedicato interamente a Pagano, con antologia dell’opera in versi e delle traduzioni ed interventi, tra gli altri,  di Antonio Prete, Giovanni Bernardini, Rina Durante, Piero Bigongiari.           É nella Firenze dell’ermetismo letterario e critico che i letterati salentini trovano un ponte, grazie anche a Oreste Macrì (Maglie, 1913-Firenze, 1998) che assieme a Carlo Bo si fa profeta della stagione poetica ermetica. É invece nella tenuta del poeta-barone Girolamo Comi (1890-1968), a Lucugnano, frazione di Tricase (LE), che nell’immediato dopoguerra si dà vita a un sodalizio che sfocia nella rivista letteraria L’Albero di cui oggi è disponibile, grazie a  Maria Corti, un’ utile antologia (Bompiani, 1999).
Girolamo Comi incarna una estetizzante e quasi mistica rappresentazione dell’ermetismo in un versante cattolico e tradizionalista, con giovanili riferimenti al politeismo pagano di derivazione più decadentista che simbolista, in un gusto esoterico e retorico che lo portano prima a un carteggio con Julius Evola, il tradizionalista di estrema destra, e all’interesse per le teorie antroposofiche di Rudol Steiner e quindi alla devozione per Arturo Onofri e all’interesse per il modernismo cattolico di Ernesto Bonaiuti. Nella sua signorile sede Comi ha trasferito la sua personale e ricca biblioteca francese dove si può leggere l’intera opera di Valéry e di Claudel, come nel ricordo di  Maria Corti nella premessa all’antologia 1949-1954 della rivista L’Albero.
Certo è che si produce in quegli anni un ricco transito in casa-Comi e nell’Accademia Salentina: da Alfonso Gatto a Mario Luzi, da Luciano Anceschi a Piero Bigongiari, dall’allora giovane Maria Corti al poeta tarantino Michele Pierri che più tardi avrebbe sposato Alda Merini. La Corti ricorda come in quel periodo (nel secondo dopoguerra) presero il via la rivista di Vittorio Bodini  L’esperienza poetica e Il Critone, con la sua serie di volumetti Quaderni del Critone diretti da Vittorio Pagano, “una di quelle autentiche figure di intellettuali avide di cultura che si trovano a volte con stupore in provincia”. La Corti parla a lungo di quell’esperienza nel bel libro-intervista Dialogo in pubblico (Rizzoli, 1995).
Oreste Macrì parla dei “due Vittorio gitani” (il pitagorico ispanico Bodini e il leccese-barocco Pagano) nella sua prefazione a L’ora di tutti di Maria Corti (Bompiani, 1997). Vittorio Bodini, coetaneo di Macrì, da lui conosciuto a Firenze come conterraneo nell’ambiente del mitico bar “Giubbe rosse”, dove si radunavano artisti e letterati, ispanista pionieristico anch’egli e con ben autonoma forza e differente impostazione critica (che confliggerà in polemiche a proposito di autori come Neruda e sulla generazione dell’esilio), si libera presto dai vari ismi (futurismo, ermetismo, surrealismo), acquista dimensione di scrittore civile, di poeta ironico, leggero, quasi sovversivo, dialogante con la sua personale luna poetica. E’ il traduttore e amico fraterno di Rafael Alberti, il traduttore del Don Chisciotte della Mancia e del Teatro di F. G. Lorca per Einaudi, e per lo stesso editore della fortunata antologia I poeti surrealisti spagnoli.  Bodini,  nel 1951, con lucidità e ironia, a proposito dello stato della cultura a Lecce, in Lettera pugliese (un articolo), racconta come, dopo la fine dell’esperienza delle riviste Vedetta mediterranea (Macrì, Bodini) e soprattutto Libera voce (Macrì, Spagnoletti, Pagano, De Rosa), “nasce in un angolo sperduto della sua provincia, a Lucugnano (un luogo famoso per un suo prete burlone, una specie di Pivano Arlotto), un’Accademia Salentina della quale fanno parte nientemeno che Falqui, Anceschi, Macrì, Ciardo, Assunto, Ferrazzi, il tarantino Pierri e Maria Corti. E’ un nobile svago personale di Girolamo Comi, che vive a Lucugnano tra sonetti, saggi cattolici e le cure d’un oleificio. Le due attività si saldano nel titolo d’una rivista che esce in due o tre numeri all’anno, L’Albero, e a cui oltre i sopraddetti collaborano rari salentini, ma è un disparato zibaldone di post-ermetismo cattolico, e insegue vaghi miti di universalità…”. È stata quanto mai opportuna e felice la riedizione delle opere di Bodini da parte di Besa editrice nella collana Bodiniana.
Oreste Macrì, soprattutto in Realtà del simbolo (Vallecchi, 1968), oltre a mettere a punto le sue aporetiche teorie di una “metafisica sensibile” in un’accezione neoplatonica del concetto del simbolico, individua in Comi nientedimeno che un approdo a un originale esistenzialismo cattolico. Macrì era entusiasta, all’epoca, del neotomismo di Maritain, e interfaccia Comi a se stesso. Di Pagano  aveva descritto in precedenza un profilo di tardo-ermetico barocco provincializzato, di Bodini ne aveva voluto disporre un’ascendenza materna e archetipa nella “piccola patria salentina”.
Nel quadro successivo dell’insediamento patrimonialistico dell’Università di Lecce, con la forte e pesante ipoteca della cultura cattolica, si vivacchierà parassitariamente per decenni declinando  alcune categorie critiche dello stesso Macrì: dal concetto di “demonico” come proprio e categoriale del Novecento alla macchinosa teoria delle “generazioni”.
In realtà Bodini partecipa a entusiasmi azionisti e democratici, Pagano anche per poi avvicinarsi alla sinistra, entrambi però rifiutano le appartenenze, e sono intellettuali pienamente laici e moderni. I due Vittorio, piuttosto, vanno adesso restituiti a un tentativo di autonomia culturale del Sud, a un pensiero mediterraneo o meridiano che sia, e comunque alla parte più fluida e rammemorante della poesia italiana del '900, sino agli anni ’60 e ’70.

La poesia
Nei versi di Vittorio Pagano, come in quelli di Vittorio Bodini e di Tommaso Fiore, lampeggiano visioni numinose e vivide del Sud. Per Pagano l’incertezza frattale del paesaggio salentino sta nella forma che “una nuvola ripete”, e il mistero “è quello della luce/che splende e non esiste”, la luce meridiana. Nella percezione quasi tellurica, quasi contigua con la catastrofe, di una secolarizzazione infinita del Sud in cui giocano più libere e disincarnate le figure del sacro, non c’è tanto una linea di resistenza alla modernità, come sembra credere Franco Cassano per Pasolini, ma solo alla modernità reale, o meglio ancora alla modernità senza modernizzazione e democratizzazione.
Nella poesia di Pagano si transita dalle invettive e dallo scompiglio di un mauditisme mimato e agito come voce del dissidio, quasi una variante esistenziale del tragico, a veri e propri canti di preghiera. Le figure, che nei versi si incontrano, della grecità e della cristianità, sono quelle ormai disincantate di questa secolarizzazione che non finisce mai, come un’analisi ininterrotta, come un’aporia temporale, come un metabolismo sotterraneo. L’addio infinito ai miti del Sud, la partenza e la fuga sognate e sempre differite, il sogno di un ritorno (nostos) senza partenze, il senso di una generazione accomunata da slanci ed entusiasmi prima, poi da delusioni e ricadute, e che la diaspora del dopoguerra arriva a dividere. Il senso di un’oscura responsabilità verso la città e la terra salentina, le “impressioni di città” rintracciate nello smarrimento urbano, sono altrettante tonalità della ricerca poetica di Pagano. Da segnalare al riguardo i Reportages di città e altre prose (Conte editore, 1996), una raccolta di narrazioni e articoli di Vittorio Pagano.
In Bodini come in Pagano c’è la citazione sottintesa e colta dei poeti tradotti. Nei versi di Vittorio Pagano agisce talvolta un Poe ormai baudelariano, molto spesso Villon, persino l’elegante Verlaine, quindi Mallarmé e l’ombra più notturna di Baudelaire, in una sorta di citazionismo che non esclude Valéry e i paradossi di Apollinaire. In Bodini, naturalmente, agiscono stilemi di García Lorca e soprattutto di Rafael Alberti. C’è da aggiungere che questo avviene, in Pagano, in un esplicito omaggio al fiore della lirica italiana, sin nello spazio della sua molteplice tradizione metrica e formale, ma in un rapportarsi alle “cellule orfiche” ben presenti nel moderno. I versi inediti di Pagano, le sue ultime poesie, si indirizzano verso forme metriche più libere e l’abbandono della rima. Della produzione poetica di Vittorio Pagano possiamo accedere ben poco, oltre la breve raccolta che appare nell’antologia di Ennio Bonea, e solo in introvabili pubblicazioni o in fotocopie amatoriali.
Si attende a tutt’oggi, ma ancora inutilmente, un’iniziativa editoriale degna che ripubblichi le plaquettes dove il poeta, in poche centinaia di copie numerate, ebbe a pubblicare Calligrafia astronautica (1958), I PRIVILEGI DEL POVERO,  in quattro volumetti con testi dal 1939 al 1959, il poemetto Morte per mistero (1963), Zoogrammi (1964). A questi libricini in copie numerate c'è da aggiungere una ulteriore produzione del tutto inedita che arriva sino alla fine degli anni ’70.
Con la raccolta  I PRIVILEGI DEL POVERO, edita nel 1960 dallo stesso Pagano nella collana che dirigeva, in 500 esemplari numerati, abbiamo in quattro volumetti  la maggiore raccolta poetica scritta in ventisei anni, prima e immediatamente dopo la seconda guerra.  I sottotitoli sono Mitologia  del sud, In un astro crudele, Trobar concluso (variazione del trobar  clus della poesia provenzale), Residui di un album di guerra.
Il lungo poemetto in settenari e endecasillabi Morte per mistero è suddiviso in tre sezioni:  Espediente di pace, Dramatis personae, Espediente d’esequie. I volumetti erano editi nella collana del Critone, dal nome dell’impaziente allievo di Socrate, dove furono pure pubblicate plaquettes di autori salentini e poeti e letterati di rilievo nazionale.
Nel secondo dopoguerra, nella città dove ha scelto dolorosamente di restare, Vittorio Pagano avverte presto l’ombra del disincanto dopo gli anni delle speranze di rinascita civile e intellettuale. Il riformismo senza riforme, le ricadute, soprattutto al Sud, del cosiddetto miracolo economico. In un quadro sociale angusto e in un sistema politico bloccato, agli intellettuali si richiedono o conformismo o appartenenze. In un tempo di povertà, in cui cresce il deserto, la poesia non riesce più a essere un linguaggio di redenzione, si rifugia in un esercizio calligrafico privato, è poesia d’occasione, poemetto conviviale, traccia personale di comunicazione elettiva.
Pagano rende clandestina la sua poesia e sono ancora ignote le sue carte inedite, tranne qualche lirica. La sua attività di critico d’arte, di francesista colto e autodidatta, di organizzatore editoriale e culturale, è estranea al formarsi di un’ università a forte ipoteca patrimonialistica. Pagano si impegna poi come educatore nel Centro di rieducazione per minorenni.
La consapevolezza del tragico, l’addio ai miti del Sud, l’impossibilità e la necessità della redenzione, la percezione del moderno e dello spaesamento urbano. Vittorio Pagano non si presta facilmente all’interpretazione di epigono di un ermetismo barocco e meridionale, poeta di devozioni domestiche, virtuoso artefice di mimesi simboliste, maudit di provincia. Siamo piuttosto di fronte a un simbolismo tragico e secolarizzato, consapevole del moderno. Alfonso Gatto, Libero de Libero, Giorgio Caproni, Leonardo Sinisgalli, Vittore Fiore, lo stesso Vittorio Bodini , rappresentano una costellazione fraterna e rammemorante in cui Pagano attende di essere meglio situato. Macrì ricorda Pagano nel 1980, nel 1986 e infine nella prefazione all’ultima edizione del romanzo L’ora di tutti di Maria Corti, una delle ultime cose che ha scritto, sempre in una concezione benevola ma riduttiva di ermetismo barocco-meridionale. Lo stesso Macrì raccoglie e pubblica con una prefazione via via rimaneggiata le poesie di Bodini, ma ne fraintende volentieri lo spirito sovversivo e moderno, annegandolo in riferimenti archetipi e simbolici della terra-madre, idealizzando una provincia letteraria come “piccola patria” in una colta retorica della territorialità. Poi la chiacchiera accademica localistica si è sempre mossa parassitariamente sulle vecchie interpretazioni di Macrì, spesso aggravandole di moralismo e bigottismo, nel solco dell’incomprensione, del fraintendimento, dell’addomesticamento.
Per Vittorio Pagano la fine delle speranze e del dibattito del dopoguerra, la fine dello spazio autonomo di organizzazione culturale, coincide con il suo silenzio, con la sommersione del suo lavoro letterario, in parte con la solitudine e l’appartarsi. Il trauma dell’invasione dell’Ungheria del  1956 è sottotraccia, ma presente, in Pagano e in Bodini. I fermenti e le insorgenze collettive della fine degli anni sessanta, che molti leggono come un’accelerazione del processo di modernizzazione del paese  e insieme di rinnovamento delle culture, contribuiranno ad aprire quelle porte che apparivano chiuse quando – ed era il maggio del 1945! – Pagano scriveva nel Lamento del “Provinciale”: “non abbiamo che finestre a cui affacciarci da tormentose altezze, senza porte da schiudere al mondo, stancamente pensosi d’una scala di seta che consenta l’ascesa di rinnegate presenze, col senso di una mirabolata avventura”.
 
Le traduzioni
In Vittorio Pagano, come in Bodini, la traduzione è parte corposa e  riconosciuta dell’esercizio della prodigiosa finzione che è la letteratura, la passione del linguaggio sino allo scacco, alla misura del limite, “l’intimità del rischio a cui espone l’esperienza letteraria” (Maurice Blanchot). La traduzione diventa, quasi senza scarto, un’ermeneutica a presa diretta, l’interrogazione di autori e testi-chiave della modernità, il confronto con la sedimentazione storica dell’altra lingua.
L’attività di traduttore dal francese antico e dai simbolisti francesi inizia negli anni giovanili, per Vittorio Pagano, e si conclude con la traduzione integrale del poema medioevale epico-cavallereso La Chanson de Roland, sull’edizione critica stabilita da Cesare Segre, ora nella rivista Per leggere I, n.1 (Pensa Multimedia, 2001). Una Antologia dei poeti maledetti è del 1957 (Edizioni dell’Albero), le prime traduzioni di François Villon sono del 1949. Come traduttore di Paul Valéry è presente in Poesia straniera del Novecento, a cura di Giacinto Spagnoletti (Garzanti, 1958).
Quelle di Pagano sono traduzioni  memorabili e singolari. E’ possibile leggerne una scelta, di quelle che apparvero su quella rivista, in L’Albero (Bompiani, 1999): da Testamento di Villon a Il bestiario o Corte d’Orfeo di Guillame Apollinaire, da Il battello ebbro di Arthur Rimbaud (affiancata alla versione di Alessandro Parronchi dello stesso poemetto con una nota di Macrì) a Il pomeriggio di un fauno di Stéphane Mallarmé. Si tratta di versioni puntigliosamente metriche e beneficiano di un virtuosismo d’autore, ma fuori dal sospetto di gusto ottocentesco o dannunziano.  Altre traduzioni memorabili: La ballata degli impiccati di Villon,  Il cimitero marino di Valéry, Il poeta contumace di Tristan Corbière. Alcune di queste traduzioni vennero pubblicate in pochi esemplari numerati nei Quaderrni del Critone. Anche  traduzioni dal francese antico. Nella bella antologia di Mario Luzi L’idea simbolista (Garzanti, 1976) sono riportate di Pagano traduzioni già note e traduzioni  di “simbolisti minori” (Laforgue, Maeterlinck, Verhaeren, Jammes, Samain, Rodenbach) appositamente approntate per l’antologia e una nuova versione inedita dell’ Erodiade di Mallarmé (in endecasillabi sciolti).
Così Antonio Prete, in Il ritmo dell’eccesso (nel Pensionante de’ saraceni, il numero monografico dedicato a Vittorio Pagano), a proposito delle traduzioni baudelairiane contenute in Antologia dei poeti maledetti: “Nell’introduzione all’ Antologia, Pagano osserva Baudelaire «tra un paradiso artificiale e un inferno vero»”. E aggiunge, con accenti che fanno pensare ad alcuni frammenti del benjaminiano Zentralpark : “Poesia come coscienza spaventosa ed esaltante dell’irrimediabile, come calvario da soffrirsi perché il male prorompa in fiori”. E ancora: “La cifra del fiore baudelairiano è il ritmo, il compendio dell’eccesso, della vita come male, delle fantasmagorie del moderno, in un verso. Questo passaggio del tumulto nella forma, del déréglement nel ritmo, del corpo nella metrica, della visione nel suono diventa, in Pagano, la ratio poetica propria del tradurre. In questo passaggio, in cui consiste lo stile strenuo e la tecnica di Pagano, la memoria letteraria agisce come scenario o fondale d’un teatro.”
Per Antonio Prete “Le traduzioni di poeti da parte di poeti vanno a comporre una particolare collezione di scritture per le quali complicità e mimetismo, conflitto e scherma divengono la ragione stessa che presiede al ritmo e alla trascrizione da un orizzonte linguistico ad un altro. In questa collezione l’esperienza di Vittorio Pagano traduttore si colloca con una sua particolare tensione, con un suo segno, dunque, di riconoscibilità”. Le traduzioni baudelairiane di Pagano sono rammentate anche nella prefazione di Luigi de Nardis alla sua storica versione de I fiori del male (Feltrinelli, 1965) e, assieme a quelle di Mario Praz, Alessandro Parronchi e Diego Valeri, vengono salvate dal panorama sconfortante delle traduzioni poetiche in lingua italiana. Oggi tra le migliori andrebbero aggiunte anche le versioni di Luciana Frezza, Giovanni Raboni e Antonio Prete.

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